Alla ruota del Lotto vincono tutti, tranne lo Stato

Ci guadagnano tutti, ci rimette lo Stato. In sintesi estrema è ciò che sta succedendo con il Lotto, il più antico tra i giochi italiani, affidato in concessione anni fa alla società Lottomatica nel frattempo diventata una multinazionale che si chiama Igt-International Game Technology. I dati ottenuti dal Fatto Quotidiano e confermati da Igt-Lottomatica parlano chiaro: con il Lotto e i suoi derivati (10 e Lotto, Millionday) nei primi nove mesi del 2018 lo Stato incassa 100 milioni di euro in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un anno fa da gennaio a settembre nelle casse pubbliche con il Lotto entrarono 975 milioni di euro, quest’anno solo 875. La retromarcia erariale del Lotto avviene proprio nel momento in cui crescono le entrate statali con i giochi.

Proprio in questi giorni le agenzie di stampa specializzate hanno informato che in Italia con l’azzardo lo Stato guadagna il doppio di Francia e Regno Unito, il triplo della Germania. Rispetto al totale di quanto viene complessivamente speso per i giochi dagli italiani, gli incassi dell’Erario sono passati dal 46,7 per cento nel 2014 al 53,9 nel 2017 (dati ufficiali dei Monopoli dello Stato). Il Lotto, invece, nel 2018 si muove come un gambero: all’indietro. E lo fa proprio nel momento in cui lo stesso Lotto e i suoi derivati stanno riscuotendo un successo indiscutibile tra gli appassionati. Nei primi nove mesi del 2018 la raccolta, cioè il totale delle puntate, è cresciuta di quasi mezzo miliardo di euro, da 5 miliardi e mezzo nel 2017 a 5,9 nel 2018. Effetto soprattutto del 10 e Lotto (da 3,7 miliardi di euro circa a 4,2), gioco compulsivo, con estrazioni ogni 5 minuti. Ed effetto anche di Millionday, introdotto a febbraio con un’estrazione al giorno e puntate su 55 numeri invece dei 90 del Lotto classico. Anche le vincite dei giocatori sono aumentate da 3,7 miliardi circa a 4,1, e poi ovviamente è cresciuto il guadagno del concessionario Igt-Lottomatica da 330 milioni circa a 356, e quello della rete dei 40 mila tabaccai, da 440 milioni di euro a 470.

Questo strano fenomeno per cui con il Lotto vincono tutti e perde lo Stato è il risultato dell’impostazione data alla concessione (rinnovata due anni fa). A differenza degli altri tipi di giochi dove la ripartizione dei quattrini (un tanto al concessionario, un tanto allo Stato, un tanto ai giocatori etc..) è regolata al millesimo con decreti appositi, il Lotto per sua natura è sottoposto a una forte alea e c’è la possibilità che in certe situazioni il banco perda. Succede soprattutto quando ci sono numeri che, estrazione dopo estrazione, non escono e diventano ritardatari. A quel punto i giocatori concentrano le puntate su di essi e il banco rischia di andare sotto.

Ma il banco non è il concessionario del gioco, cioè Igt-Lottomatica. È lo Stato italiano. Detto in altro modo, con il Lotto lo Stato assume su di sé ogni rischio lasciando al concessionario la polpa, garantita oltretutto da aggi vantaggiosi: il 6 per cento del totale della raccolta a Igt-Lottomatica e l’8 per cento alla rete dei circa 40 mila tabaccai. Secondo la migliore tradizione italiana, insomma, con il Lotto lo Stato pubblicizza le perdite e privatizza i profitti. E non è finita perché anche per quel che riguarda le tasse sulle vincite (pagate ovviamente dai giocatori), il Lotto è trattato con i guanti bianchi: con la Finanziaria del 2017 la percentuale di tassazione su tutti i giochi è stata raddoppiata dal 6 al 12 per cento. Per il Lotto invece l’aumento è stato solo di 2 punti, dal 6 all’8.

Genova, strani affari al porto aspettando la pioggia di fondi

Atre mesi dal crollo del Morandi non c’è un dato ufficiale sugli effetti per il porto di Genova. Rivelati i numeri di agosto, l’Autorità Portuale non ha prodotto altro, eccezion fatta per le previsioni contraddittorie dello scorso ottobre. Intanto il combinato disposto da decreto fiscale, manovra e decreto Genova, oltre a disporre una deroga al codice degli appalti per la programmazione infrastrutturale (anche per il porto), ha previsto per l’ente 260 milioni, fra le lamentele del Pd che sostiene che serva di più. Non è chiaro per cosa, dato che i soldi non sono un problema per l’Authority. Semmai lo è la capacità di spenderli, come rilevato dai revisori dei conti, che nella relazione all’ultimo bilancio stigmatizzavano come fra 2013 e 2016 il rapporto fra spesa impegnata e programmata oscillasse fra il 7 e il 18% prima del comunque preoccupante 52% del 2017.

Fra le opere continuamente posposte c’è l’autoparco, il piazzale per i camion in entrata-uscita dal porto, la cui assenza è causa da tempo di gravi problemi di congestione per lo scalo. Inserito nella programmazione 2007-2009, continua a slittare, malgrado 70 milioni stanziati dal Ministero per consentire all’ente (anche) di adattare un’area ex Ilva e realizzarvi il varco portuale (altri 30 milioni messi dal Dl Genova). Passata nel 2005 dall’acciaieria alla controllata regionale Società per Cornigliano, che avrebbe dovuto bonificarla e consegnarla al porto, l’area è stata invece affittata ad Aldo Spinelli che ne ha fatto un deposito di container vuoti, con proroga quinquennale rilasciata nel 2013.

Tar e Consiglio di Stato hanno sancito l’illegittimità di tale scelta, ma nessuno ha osato far sgomberare il terminalista, storico sostenitore dell’ex governatore Claudio Burlando (Pd) e poi finanziatore del successore Giovanni Toti (Forza Italia). Anzi, definendo l’autoparco “progetto immaturo”, l’Autorità Portuale, presieduta da Paolo Signorini, ex segretario generale di Toti in Regione, si è accordata con Società per Cornigliano per rimandare la riconsegna e bandire una gara per l’occupazione da gennaio dell’area che, bontà loro, consentirà all’aggiudicatario di rescindere il contratto se l’attuale occupante non riconsegnerà quanto illegittimamente occupato, naturalmente di sua sponte.

Troppo impegnate nella battaglia parlamentare sui soldi post Morandi (180 milioni per ora) le sigle dell’autotrasporto, finora sulle barricate per l’autoparco, a toccare il tema, oltre a un’istanza ispettiva del M5S al Prefetto di Genova, sono ancora i revisori dei conti dell’ente portuale. Che in realtà hanno acceso un faro generale sui rapporti fra Autorità e concessionari, chiedendo spiegazioni quando l’ente a marzo autorizzò Spinelli ad operare su un terminal appena rilevato, adiacente a quello già concessogli, malgrado la legge vieti di assegnare più d’un terminal al medesimo soggetto per lo stesso traffico. Richiesta ribadita a luglio, non sappiamo se evasa dato che Signorini non risponde ai revisori.

Di certo, però, non l’unica. I verbali del collegio degli ultimi 8 mesi sono zeppi di rilievi. Sempre a luglio si chiedeva a Signorini perché un appalto (per il rifacimento di alcune banchine a Savona) che nel bilancio di previsione doveva costare 9 milioni fosse stato bandito per 19 (con risorse incrementate dal decreto Genova). E se avesse verificato la dubbia compatibilità con la normativa Ue del finanziamento a fondo perduto (10,7 milioni) alla Culmv, la compagnia dei camalli in perenne crisi finanziaria (beneficiata anche dal Decreto Genova). I revisori chiedono poi lumi anche su struttura e consistenza del personale di un ente che ha ottenuto nel 2017 di aumentare la pianta organica da 269 a 282 unità (e, col dl Genova, risorse per assumere altre 20 persone), ma anche sul ripetuto ricorso a consulenze esterne e perdita di fondi europei per ritardi nella realizzazione delle opere. Senza dimenticare le numerose gare bloccate dal Tar e la fallita privatizzazione dell’aeroporto. Oltre e più dei soldi pubblici, forse, al porto di Genova servirebbe altro.

Caro benzina, Italia peggio della Francia. Ecco perché nessuno scende in piazza

La protesta dei gilet gialli è arrivata al suo quarto giorno, da quando sabato scorso è scoppiata in oltre duemila località francesi registrando un altissimo numero di feriti e due morti. Migliaia di persone, a volto scoperto, hanno deciso di bloccare strade e autostrade per opporsi alle politiche “anti-auto” decise dal governo di Parigi. Ieri il presidente Emmanuel Macron ha auspicato il “dialogo” per placare le tensioni e ha riconosciuto che è “normale che la popolazione possa esprimere frustrazione mentre si sta cercando di cambiare le abitudini” del Paese sui combustibili fossili. E ha, quindi, ribadito le sue promesse di sussidi per 5,8 milioni di famiglie a basso reddito per l’acquisto di auto o per passare a metodi di riscaldamento più puliti grazie a un assegno di 200 euro all’anno. Dichiarazioni che non hanno affatto stemperato gli animi dei manifestanti appartenenti alle classi medio-basse, abitanti di centri periferici o rurali mal collegati tra loro dal trasporto pubblico, che hanno bisogno dell’automobile privata per andare lavoro. Una fetta di popolazione che non si riconosce più nelle politiche di Macron e nella sua legge sulla transizione energetica che prevede un aumento delle imposte sui carburanti ogni anno fino al 2022. In particolare, al rincaro nell’ultimo anno del prezzo del gasolio del 23% e di quello della benzina del 15%, da gennaio 2019 si aggiungeranno ulteriori imposte che faranno aumentare il prezzo del gasolio di 6,5 centesimi al litro e quello della benzina di 2,9. Misure che si aggiungono all’inasprimento delle revisioni obbligatorie, all’introduzione di pedaggi all’ingresso delle principali città, all’abbassamento dei limiti di velocità sulle strade extraurbane da 90 a 80 km/h entrate già in vigore.

Insomma, tutti uniti per protestare contro il prezzo della benzina che è tra i più cari d’Europa, ma comunque inferiore a quello italiano. Da agosto a novembre, secondo i dati di Global Petrol Prices, il prezzo medio per un litro di carburante in Francia è stato di 1,55 euro, contro una media mondiale di 1,41 euro. Sul versante italiano, invece, secondo l’ultima rilevazione del 12 novembre, la benzina costava 1,65 euro. E da agosto a oggi il picco è stato raggiunto il 22 ottobre, quando per un litro di verde si sono sborsati 1,67 euro al litro. E se tra i Paesi europei l’Italia è messa peggio, con il secondo prezzo più alto in assoluto dopo la Norvegia, nel confronto mondiale si arriva addirittura al triste posizionamento al sesto posto dopo Hong Kong, Barbados, Norvegia, Wallis e Futina e Monaco.

A incidere sul conto di un pieno in Italia, come è noto, sono le accise, un’imposta fissa da 0,728 euro al litro sulla benzina e da 0,61740 sul gasolio. Introdotte nel corso dei decenni per finanziare guerre ormai archiviate nei libri di storia, disastri o ricostruzioni post calamità naturali – se ne contano 20 dal 1935 al 2014 – le accise sono state riunificate dal decreto Dini del 1995, mentre la legge di Stabilità del 2013 le ha reso strutturali insieme al Fondo dello spettacolo, la crisi libica, le alluvioni di Liguria e Toscana, il decreto Salva Italia, il terremoto Emilia e l’emergenza Abruzzo.

Così, millesimi su millesimi, le accise sulla benzina nel 2017 hanno garantito introiti per le casse dello Stato per 26,7 miliardi, l’81% della fiscalità energetica. Per rendere l’idea le accise valgono 14 volte e mezzo il canone Rai e, ad oggi, rappresentano circa il 60% di quanto paghiamo al distributore ogni volta che facciamo rifornimento, compresa l’Iva al 22%. “Una forte incidenza che, anche se gli italiani non conoscono, alla fine è stata sempre subita senza particolari rimostranze, perché da sempre è così. I carburanti sono stati oggetto di rincari da parte di tutti i governi ai quali risulta complicato intervenire con tagli, che comporterebbero riduzioni di gettito difficilmente compensabili”, commenta Antonio Sileo, columnist di Staffetta energetica. Insomma, come a dire che gli automobilisti danno per scontato che con la benzina, così come con i giochi o con i tabacchi, si debba fare cassa.

Anche nel contratto di governo gialloverde era stato previsto di “eliminare le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina”, così come le ha chiamate Matteo Salvini ipotizzando prima uno sconto di 20 centesimi e poi auspicando un’imminente diminuzione di 11,3 centesimi al litro, che si sarebbe tradotta in oltre 4 miliardi in meno di introiti per l’erario, Iva esclusa. In realtà, nel testo della manovra licenziato dal governo e al vaglio del Parlamento, l’ipotetica sforbiciata è scomparsa. E la Lega ora si è data tempo fino al 2020 per abbassare i prezzi alla pompa e mettere fine all’automatismo che prevede gli scatti annuali. Intanto però, a livello regionale, il Carroccio è riuscito ad evitare che la Liguria aumentasse le accise per l’emergenza del ponte Morandi, riuscendo anche a tagliare il prezzo del carburante di 5 centesimi al litro attingendo al fondo stanziato nel decreto Genova. Che gli italiani non hanno intenzione di scendere in piazza e protestare come i francesi si è capito bene negli scorsi giorni quando il ministro dell’Ambiente Costa ha ipotizzato l’abolizione del bollo dell’auto facendo pagare di più a chi inquina. Una sorta di tassa in base all’utilizzo della vettura, in una proporzione perfetta tra inquinamento prodotto e accisa al rifornimento. Proprio il punto che viene contestato a Macron. E se il taglio delle accise non c’è, dovrebbe essere scongiurato anche il rischio di un loro aumento nel 2019. Nella legge di Bilancio è stata infatti prevista la sterilizzazione dell’aumento delle tasse sui carburanti, perché con l’abolizione dell’aiuto alla crescita economica (Ace) non servono più risorse per finanziarlo.

Tim, meglio rassegnarci alla slow-band

Qualche anno fa la Telecom Italia, ora Tim, portava i giornalisti a visitare le sue centrali di snodo della rete in rame. In un sottoscala c’era una porticina per gli “Olo”, concorrenti Telecom che è al contempo erogatrice di servizi e gestore di una rete che la scriteriata privatizzazione anni Novanta le aveva lasciato in dote. All’epoca – 2011-2013 – Telecom voleva convincere tutti che non c’era conflitto tra il suo ruolo di operatore di mercato e quello di monopolista naturale dell’infrastruttura e che la rete in rame era più che sufficiente a un Paese che non è la Silicon Valley.

Oggi è tutto diverso: non c’è più neanche il monopolio naturale, perché Open Fiber (Enel e Cassa Depositi e Prestiti) compete con Tim nella costruzione della banda larga, tutti pensano che senza Internet ultraveloce il Paese non abbia speranze. E, soprattutto, Tim è assai bendisposta a liberarsi della rete. Fallito il piano A (tenere il controllo facendo mettere ad altri – lo Stato – i soldi per gli investimenti), si passa al piano B: scaricare una infrastruttura sempre meno preziosa, qualche miliardo di debiti (quello lordo complessivo è di 30 miliardi) e fino a 20 mila dipendenti su chi si prende la rete. Che il governo del “cambiamento” vuole in mano pubblica come quasi tutti i governi da quello di Prodi in poi. Rete pubblica significa investimenti remunerati in bolletta, cioè scaricati su tutti i contribuenti. Luigi Gubitosi, nuovo ad, è un manager felpato ma pronto a tutto: ha ricevuto Alitalia col compito di venderla il prima possibile, invece ha provato a rilanciarla. L’azienda resta decotta ma lui ha rilanciato la sua carriera. Da ad di Tim potrebbe trovarsi a gestire questa operazione molto vantaggiosa per l’azienda (e i suoi azionisti come il fondo Elliott) ma un salasso per gli italiani. Forse sarebbe meglio che noi, come Paese, iniziamo a ridurre le nostre ambizioni: se siamo in grado di gestire soltanto un’economia a 56k, meglio limitarci a quella. Dopo slow food, forse è ora di rassegnarci alla slow band. Senza ulteriori sprechi miliardari.

Astaldi, così le banche hanno scaricato la crisi su migliaia di famiglie

Il collasso di Astaldi, terzo global contractor italiano nel settore delle opere civili in piena crisi finanziaria – a settembre ha chiesto l’ammissione al concordato preventivo –, non mette in gioco solo il futuro di 11 mila dipendenti, della famiglia proprietaria, degli azionisti e delle banche che vantano crediti per 2 miliardi. Nel dissesto sono coinvolti anche migliaia di risparmiatori che, dal 2015 in poi, hanno ricevuto consigli “interessati” per acquistare (a colpi da 100 mila euro a pezzo) le obbligazioni emesse tra dicembre 2013 e febbraio 2014 dalla società romana. Un bond ad alto tasso (cedola fissa del 7,125%) e ad alto rischio che molte banche, attraverso le proprie reti di promotori e private banker, hanno provveduto a far transitare dai propri portafogli a quelli di clienti tanto golosi quanto imprudenti. Chi ha investito i propri soldi nell’obbligazione, ai corsi di Borsa attuali, perde anche sino all’80 per cento.

I bond, prima quotati alla Borsa del Lussemburgo (con offering memorandum scritti in inglese al posto dei prospetti in italiano), dal 2015 vengono trattati anche su Borsa Italiana al segmento ExtraMot e ai mercati telematici EuroTlx e Hi-Mtf. Per le loro caratteristiche di rischio e rendimento, come pure per l’elevatissimo taglio unitario, sono titoli adatti solo a investitori istituzionali (banche, assicurazioni, finanziarie, fondi comuni). Ma secondo alcune fonti, dopo l’ammissione alle quotazioni sui mercati italiani è scattata un’operazione di “scarico” per cui molti investitori istituzionali hanno iniziato a cedere i bond che possedevano: prima ai fondi comuni e altri strumenti collettivi di investimento direttamente controllati e poi anche ai risparmiatori. Secondo alcune fonti raccolte dall’associazione dei risparmiatori Aduc i piccoli investitori oggi deterrebbero bond Astaldi per 250 milioni, un terzo del totale. La sola Aduc ha ricevuto segnalazioni da risparmiatori che ne possiedono una cinquantina di milioni.

La storia dell’obbligazione è paradigmatica. Il 4 dicembre 2013 Astaldi emette il prestito obbligazionario senior high yield con scadenza primo dicembre 2020 per un primo ammontare di 500 milioni. Le banche che collaborano alla raccolta degli ordini sono Deutsche Bank, Bbva, Bnp Paribas, Credit Agricole Cib, Credit Suisse, Hsbc, Ing, Natixis e alle italiane Banca Imi (gruppo Intesa SanPaolo) e UniCredit. L’offerta ha un tale successo (la richiesta supera di ben quattro volte l’offerta) che nei giorni successivi Astaldi emette una seconda tranche (il 9 dicembre 2013, da 100 milioni) e poi una terza, il 14 febbraio 2014, raccogliendo altri 150 milioni.

Ma a cosa serve il bond? Lo indicano i prospetti (in inglese), lo conferma il bilancio 2013 della società romana: i fondi raccolti furono usati per rimborsare integralmente un finanziamento da 325 milioni organizzato da UniCredit, Bnp Paribas, Intesa SanPaolo e Royal Bank of Scotland, e anche un altro da 250 milioni concesso da un pool di istituti di credito.

Nonostante la riuscita dell’operazione negli anni successivi la situazione debitoria di Astaldi restava pesante (circa 2 miliardi) ma la società era sostenuta dalle banche perché le sue commesse erano valutate circa 35 miliardi. Il debito è in gran parte in mano a UniCredit, Intesa SanPaolo, Bnl – Bnp Paribas e Banco Bpm. Ma nell’autunno dell’anno scorso la società era costretta a far emergere una maxi-svalutazione da 200 milioni dei crediti vantati in Venezuela. A quel punto in Borsa l’azione perdeva un terzo del valore in pochi giorni e il prezzo del bond crollava da circa 102 a meno di 63. Il 14 novembre 2017 Astaldi prevedeva un aumento di capitale da 200 milioni. A dicembre 2017 il corso del bond si riportava intorno a 80 e la cedola semestrale veniva regolarmente pagata.

A gennaio scorso, però, le banche finanziatrici di Astaldi chiedevano una verifica sui conti e in seguito spingevano perché l’aumento di capitale salisse a 300 milioni. A maggio la società annunciava di aver trovato un “cavaliere bianco” nel gruppo giapponese Ihi, il quale legava il proprio intervento alla cessione da parte degli italiani della loro concessione per realizzare il terzo ponte sul Bosforo a Istanbul per almeno 185 milioni (a libro era valutata 350). Ma a luglio la lira turca crollava e ai primi di settembre le agenzie di rating declassavano Astaldi a livelli da default. Si iniziava a parlare di ristrutturazione del debito e il bond crollava sotto quota 30, valore intorno al quale si trova tuttora (l’ultimo prezzo è sotto quota 23). Il 27 settembre la società deliberava la richiesta di accesso al concordato preventivo in continuità. Il patron Paolo Astaldi cerca ancora di far entrare i giapponesi di Ihi e di vendere la concessione di Istanbul per dare spinta al piano di salvataggio che potrebbe essere presentato a metà febbraio e intanto va in cerca di prestiti ponte da 150 milioni che evitino la chiusura dei cantieri. Ma al piano servirà il via libera dei creditori senza il quale la società potrebbe finire in procedura fallimentare. Salini Impregilo, il colosso internazionale delle grandi opere, nelle scorse settimane si era fatta avanti per “salvare” Astaldi ma la sua proposta nei giorni scorsi è stata rivista.

Migliaia di risparmiatori che hanno comprato l’obbligazione ora tremano e cercano informazioni per organizzarsi. Se tutto andrà per il meno peggio, potrebbero essere chiamati in assemblea a decidere su un sostanzioso taglio del valore dei loro bond. L’alternativa che nessuno vuol menzionare è il default.

Emanuela Orlandi, ossa troppo vecchie per essere sue

Le ossa ritrovate il 30 ottobre sotto il pavimento della dependance di Villa Giorgina, sede della Nunziatura Apostolica, risalirebbero a un periodo antecedente agli anni 80. È quanto emerge da un’analisi preliminare, condotta dai due laboratori di genetica forense che operano congiuntamente sotto la direzione del Dottor Gianni Arcudi, consulente tecnico del Vaticano, e Enza Livieri, dirigente medico della polizia. Il lavoro sulla datazione – portato avanti sia sul terreno che sui resti umani – e sull’estrazione del Dna è partito subito dopo la scoperta choc, avvenuta durante la ristrutturazione dei locali di via Po’ 27. L’analisi prevede anche l’utilizzo del metodo del Carbonio 14. Il risultato, se dovesse essere confermato, escluderebbe il collegamento tra il ritrovamento delle ossa e i casi Orlandi e Gregori. Emanuela Orlandi e Mirella Gregori sono infatti scomparse, a distanza di quaranta giorni l’una dall’altra, nel 1983. Intanto, in attesa dei risultati del Dna, la famiglia Orlandi ha nominato un consulente tecnico di parte per l’identificazione dei resti: è Giorgio Portera, già consulente della famiglia di Yara Gambirasio.

Come Gomorra e Suburra: droga, tigri e cavalli d’oro

Ènascosto in cima a una collinetta tra la fitta vegetazione del vicino parco di Tor Fiscale uno dei “feudi” cittadini del clan Casamonica. In fondo alla popolare via del Quadraro, periferia Est di Roma, lontano da occhi indiscreti, nei primi anni 90 una delle famiglie criminali più temute della città – negli ultimi decenni diversi appartenenti hanno accumulato denunce e processi soprattutto per spaccio di sostanze stupefacenti ed estorsione – ha costruito una piccola enclave occupando 2 mila metri quadri di terreno. Con il tempo sono state tirate su 8 villette, grandi dai 150 ai 400 metri, completamente abusive, la prima determina del Municipio VII che ne chiede l’abbattimento risale al 1997, l’ultima al 2017. Ci sono voluti 20 anni per sanare questa ferita urbanistica e ripristinare la legalità.

A giudicare solo dall’esterno non ci si aspetterebbe di essere in un luogo sfarzoso: una serie di palazzine di due piani con un cortile e le inferriate di fronte, disposte a ferro di cavallo. Le mura perimetrali sono scrostate, ogni casa ha un colore differente e bisogna fare attenzione a non inciampare negli oggetti sparsi tra un’abitazione e l’altra. Una volta entrati però l’atmosfera cambia completamente, tra arredamenti barocchi, bagni e testiere dei letti in marmo, lampadari di Murano e soprammobili dal gusto kitsch. Tutto ordinatissimo, nonostante il blitz che ha svegliato i residenti all’alba. Girando tra i corridoi assieme agli agenti della Polizia locale ci si imbatte in un susseguirsi di tigri in ceramica, grandi statue di cavalli dorate, pesanti tendaggi e soffitti del soggiorno affrescati con angioletti.

Il color oro, come quello del denaro da ostentare, sparso ovunque, dalla tappezzeria alle pareti. Tutto il repertorio di arredamento e oggettistica già ritrovato nelle altre roccaforti del clan, nei vicini quartieri di Romanina e Porta Furba, sequestrate negli anni scorsi dalle forze dell’ordine. In un angolo di una casa gli agenti hanno trovato anche un modulo con la richiesta di assegno familiare da parte di uno dei residenti.

In un crescendo di abusi edilizi era stato colonizzato anche l’acquedotto Felice, costruito alla fine del Cinquecento, dato che alcune delle case sono state costruite praticamente a ridosso. Un fornice del monumento trasformato in un magazzino per utensili e chiuso con una porta. Uno sfregio anche al patrimonio artistico che si aggiunge alle violazioni edilizie.

Nella roccaforte della Romanina altri 6 immobili sequestrati alla famiglia da alcuni anni attendono di essere assegnati dall’Agenzia per i beni confiscati alla criminalità organizzata, ma la “presenza” ingombrante del clan sul territorio sembra rendere difficile per chiunque convertirli ad altro uso. Un muro di omertà scalfito dai titolari del Roxy Bar, che ad aprile hanno subito un raid nel loro locale, per il quale il mese scorso sono stati condannati per lesioni e violenze private, con l’aggravante del metodo mafioso, tre componenti della famiglia Di Silvio, legata al clan. L’operazione avviata ieri dai vigili urbani del Campidoglio richiederà almeno 30 giorni di tempo per arrivare a conclusione per via della fragilità del contesto circostante.

Le ruspette, a partire da questa mattina, abbatteranno progressivamente gli immobili facendo attenzione a non causare danni al vicino acquedotto e alla linea ferroviaria che passa poco distante dalle abitazioni. Prima è stato necessario che i residenti portassero via tutti i mobili, le suppellettili e i vestiti. A pagare l’intervento è il Municipio VII, che ha stanziato circa 600 mila euro per far abbattere i manufatti abusivi e poi rimuovere le macerie.

Abbattono le case dei Casamonica

L’avvio dell’operazione della Polizia locale del Campidoglio che entro Natale porterà all’abbattimento di otto ville della famiglia Casamonica in zona Quadraro, a Roma, segna un atto tangibile nelle politiche del Campidoglio di contrasto alla criminalità organizzata. Ma rappresenta anche un nuovo passaggio della contesa a distanza, che prosegue da quest’estate, tra Virginia Raggi e Matteo Salvini sulla gestione della Capitale.

Ieri mattina all’alba 600 agenti dei vigili, guidati dal comandante Antonio Di Maggio, hanno avviato lo sgombero delle abitazioni, dove vivevano circa 40 persone, in esecuzione di un’ordinanza del Municipio VII, in previsione della loro demolizione visto che si tratta di un complesso di case abusive. Inizialmente i membri del clan, svegliati dall’arrivo delle pattuglie, hanno pensato che si trattasse di una perquisizione di routine, poi gli è stato comunicato che si trattava di uno sgombero, come preannunciato dalla notifica dei giorni precedenti. “È da un anno che lavoriamo a questa operazione, gli abitanti non hanno opposto resistenza, sono stati trovati circa 7 grammi di sostanze stupefacenti, si suppone cocaina, una persona è stata fermata”, spiega il comandante dei Vigili.

All’avvio delle operazioni e fino a metà mattinata è presente sul posto anche la sindaca Raggi, che parla di “giornata storica per Roma e i romani”. Poi sottolinea: “Alcuni procedimenti erano conclusi ma poi sono rimasti chiusi in un cassetto, silenti, nessuno ha fatto niente, probabilmente la volontà politica impediva si procedesse”. Il primo provvedimento del Campidoglio che chiede la demolizione dei manufatti risale al 1997, era in carica la seconda giunta comunale di Francesco Rutelli. Nel frattempo sono passati altre tre sindaci e le ville dei Casamonica al Quadraro sono rimaste in piedi.

Poco prima delle 8 di mattina ad assistere allo sgombero arriva anche il ministro dell’Interno, che rilancia: “È un ottimo segnale, e siamo solo all’inizio. Per i delinquenti la pacchia è finita”. Niente ringraziamenti pubblici però al Campidoglio a 5 Stelle. Quasi a sottolineare un disappunto, visto che l’operazione di ieri anticipa quella prevista per il 26 novembre, quando Salvini avvierà la demolizione, a opera della Regione Lazio, di una mega-villa dei Casamonica nel quartiere della Romanina che verrà sostituita da un parco di 2.700 metri quadri.

Quasi uno “scippo” della ruspa tanto cara al leader della Lega. A fare da pontiere ci pensa il premier Giuseppe Conte: “Ringrazio l’amministrazione comunale che ha deciso di voltare pagina e anche il vicepresidente del Consiglio Salvini per aver supportato questa iniziativa”. Che però, a differenza del suo ministro, aggiunge i “complimenti a Virginia Raggi, che con coraggio sta lavorando per riportare legalità e rispetto delle regole”.

A 15 anni sequestrato e torturato: sono stati quattro coetanei

Legato a una sediae picchiato per ore. Un quindicenne di Varese è stato sequestrato e tenuto in un garage da una gang di coetanei. Quattro ragazzini lo hanno minacciato e torturato per ottenere informazioni su un amico che stavano cercando per un presunto debito di droga. La vicenda è stata denunciata alla squadra mobile della Questura di Varese dalla famiglia della vittima. Lo studente sarebbe stato immobilizzato con dei fili elettrici e colpito sui piedi con una spranga di metallo, oltre che minacciato con un coltello puntato alla gola e un bastone chiodato. Uno dei baby-sequestratori avrebbe postato su Instagram un video in cui strappa un orecchino alla vittima e lo indossa. Il ragazzo è stato liberato dopo tre ore di minacce e torture, ma gli è stato intimato di non rivelare a nessuno quanto accaduto, pena una ritorsione sul fratello minore. Il ragazzo ha comunque chiesto aiuto ai suoi genitori. La Procura dei Minori di Milano sta ora facendo chiarezza sulla vicenda. Secondo quanto dichiarato dal legale, il quindicenne è “sotto choc, fatica a parlare e presto sarà visitato da un neuropsichiatra infantile”.

Morbillo a Bari: contagio a catena di fake news

Questa è la storia di una “untrice” di morbillo, e di un lazzaretto. O così almeno è stata raccontata. Bambina di otto anni, ricoverata all’ospedale pediatrico di Bari alcune settimane fa, è bastato il titolo in prima pagina sul sito di un giornale per scatenare un contagio a catena di false notizie. È domenica 11 novembre e La gazzetta del Mezzogiorno, che per prima aveva lanciato la storia sul web, titola: “Bari, almeno 8 casi di morbillo. È un contagio a catena. Figlia di no-vax ha infettato pure un bimbo di 11 mesi”. La Repubblica: “Contagio partito da bimba no-vax”. Il Messaggero: “Morbillo, figlia di no-vax contagia l’ospedale”. Il Giornale segue l’onda: “L’untore è figlia di no vax”.

Facciamo un passo indietro. Lo scorso 23 ottobre, una bambina arriva al Pronto soccorso dell’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari con febbre alta. Dopo qualche giorno, la conferma da parte del personale medico del reparto infettivo: morbillo. Dopo pochi giorni vengono ricoverati per lo stesso virus anche il fratello di 11 anni, non vaccinato a causa di una terapia corticosteroidea ad alto dosaggio a cui era sottoposto, e due cuginetti. Il morbillo colpisce anche due neonati di 12 mesi e si 22 mesi, non ancora vaccinati perché troppo piccoli, ed entrambi ricoverati nello stesso ospedale in concomitanza con la bambina. Finisce in ospedale, tra gli altri, pure un 20enne: è uno dei vigilanti che lavora all’ospedale pediatrico, mai vaccinato. I contagiati – secondo gli esami epidemiologici – sono tutti riconducibili al caso indice, e cioè alla bambina di 8 anni, ma la trasmissione del virus è avvenuta in ospedale per almeno sette degli otto casi totali. Tutti “sedicenti no vax”? I genitori della bambina confermano di non averla sottoposta al vaccino MPR (morbillo, parotite e rosolia), ma, secondo quanto riferito dai medici della Asl di Bari, la piccola era stata invece sottoposta all’esavalente (difterite, tetano, pertosse, polio, Hib, epatite b) e al pneumococco. Per i media vengono etichettati come “genitori no vax”, nei fatti non lo sono. Questa notizia viene appena sussurrata dall’emittente tv Telenorba nei giorni successivi, nessuno la riprende.

Il panico da morbillo intanto cresce. Ma, se si guardano i dati, in Puglia l’incidenza del virus è oltre sei volte inferiore a quella nazionale, e la copertura vaccinale anti morbillo nei bambini è del 95%. L’ultima epidemia si è verificata in Italia nel 1997: 41mila casi notificati. Da allora la malattia è andata costantemente diminuendo, fino salvo un picco del 2002. La percentuale dei bambini vaccinati al Sud non raggiungeva il 60% (e i no vax non esistevano ancora). Nel 2018, fino al 30 settembre scorso, sono stati segnalati 2.295 casi.

Una indagine interna al Giovanni XXIII sta inatnto accertando i tempi della notifica del riconoscimento del virus, dall’ospedale al dipartimento di prevenzione della Asl di Bari. Sembrerebbe confermato il ritardo nella comunicazione del “caso indice”, e di conseguenza nell’applicazione dei relativi protocolli sanitari per limitare il diffondersi della malattia. Questa è la notizia.