Merlusconi

Nel 2003 mi chiama Cesare Garboli e mi chiede un articolo per la sua raffinata rivista letteraria Paragone. Rispondo che sono onorato, ma non sono in grado. Insiste: “Solo lei può farmi a pezzi, col suo archivio, quel… (beeep, per carità di patria, ndr) di Francesco Merlo, che prima sul Corriere e ora sulla mia Repubblica, attacca i pochi antiberlusconiani rimasti”. Accetto e il mio articolo esce col titolo: “Merlo e Tabucchi e altri mappamondi”. Un’antologia di merlosità sull’“ossessione” che affliggerebbe gli “apocalittici” e “girotondini” della sparuta opposizione a B.. Merlo ne è del tutto immune. Infatti, anziché con B. e i suoi servi che fanno strame dell’Italia, se la prende con i quattro gatti che si oppongono. Giuliano Ferrara accusa Antonio Tabucchi di essere, con Furio Colombo, “il mandante del mio futuro omicidio” (naturalmente mai avvenuto)? Merlo attacca il grande scrittore e difende il direttore del Foglio: “Tabucchi è berlusconiano e Ferrara è comunista… Tabucchi è berlusconiano nella maniera più sostanziale” solo perché chiama col suo nome il regime berlusconiano. Infatti è costretto a scrivere solo su Le Monde, oltreché sull’Unità di Colombo e Padellaro, perché qui nessun grande giornale pubblica le sue invettive. Ma per Merlo ha la “sindrome dell’esule”, “gioca a fare il Gramsci e a cingersi la testa con l’aureola dell’eroismo civile”, “spaccia l’astio per pensiero critico”, è “petulante e noioso”, “deforma”, “farnetica”. Ferrara invece è “la storia vitale della sinistra”, rappresenta “una generazione che è vissuta negli ideali”, tant’è che “ha creduto in Craxi e ora consiglia Berlusconi sempre per passione e mai per calcolo”. Anche quando faceva la spia della Cia e otteneva seggi, prebende e programmi tv da Craxi e poi da B. Vi risparmio, per motivi di spazio, le pennellate salivari del Merlo a Marina Berlusconi e poi a Monti, Renzi&Boschi, infine Draghi.

Ieri m’è tornata alla mente la telefonata di Garboli quando ho letto, sempre su Rep, l’attacco (di bile) merlaiolo alla nostra petizione che pretende financo di negare il Colle a B. “a furor di popolo”. E poi il suo tentativo di trattenere gli eventuali lettori dall’ennesima fuga: “Noi siamo stati i più decisi e i più lucidi nella denuncia dell’anomalia berlusconiana” con le memorabili “stroncature che gli dedicammo”. “Noi” chi? Lui no di certo. Però “oggi” – spiega – non bisogna “fare chiasso”, sennò si disturba “l’accordo di larga maggioranza che si sta faticosamente cercando”. Insomma, chi osa attaccare B. sono “antichi compari”. Perché “oggi” per B. “la sola vera condanna capitale è quella del silenzio”. La stessa che Merlo gli infligge da 27 anni, combattendolo – temerario e solitario – a bocca chiusa.

Motori termici via dal 2035? Per i costruttori è troppo presto

La sentenza di morte per le auto con motori termici che l’Unione europea ha proposto per il 2035 nel pacchetto Fit for 55 continua a far discutere. L’ultimo dubbio, in ordine di tempo, lo hanno espresso gli stessi costruttori attraverso la loro associazione continentale, l’Acea, che in un position paper è tornata a criticare gli obiettivi fissati a Bruxelles. Ovvero la riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030, per arrivare al 100% entro il 2035. Un target ambizioso quanto poco realistico secondo le aziende che operano nel settore, le quali hanno fatto presente che a oggi i due terzi delle nuove immatricolazioni riguardano vetture “tradizionali” e che dal 2010 ad oggi i livelli di inquinamento delle auto si sono ridotti del 22,4 per cento. Nondimeno, sebbene il numero delle stazioni di ricarica sia raddoppiato nel triennio 2017-2020, quello dei veicoli elettrici venduti si è addirittura sestuplicato nello stesso arco di tempo. Un mismatch che non gioca a favore bensì contro la loro diffusione. Il nodo, dunque, continua a essere proprio quello delle infrastrutture, inadeguate a sostenere la transizione verso una mobilità in teoria meno impattante sull’ambiente. Per questo, i costruttori hanno chiesto all’Europa di rimandare la decisione definitiva sul bando ai motori endotermici fino al 2028, anno in cui si potrà fare un punto più preciso sui progressi delle reti di ricarica. Tenendo a mente, si può aggiungere, che le auto circolanti in Europa valgono appena l’1% delle emissioni mondiali di CO2. La palla passa ora a Bruxelles.

Auto e mobilità “green”, lo speciale sul sito

Come altri comparti industriali, anche quello dell’automotive sta attraversando un momento complicato. Alle conseguenze negative dell’emergenza sanitaria, in questo caso si sommano anche quelle del difficile approvvigionamento dei semiconduttori, che con ogni probabilità durerà fino alla fine del prossimo anno.

Una congiuntura nefasta, che non solo contribuisce ad affossare il mercato italiano dell’auto (-24,6% a novembre), ma crea confusione in chi acquista e mette in seria difficoltà la transizione energetica verso l’elettrificazione che faticosamente (e con l’aiuto sporadico degli incentivi) cerca di farsi strada.

Come raggiungere l’obiettivo di una mobilità più sostenibile, dunque? Che ruolo ha lo Stato nella suddetta transizione e come aiutare gli automobilisti a scegliere la tecnologia giusta? A queste domande ilfattoquotidiano.it proverà a dare una risposta oggi, venerdì 3 dicembre, con una lunga diretta (dalle 15 alle 18) che sarà possibile seguire sia sul sito, sia sui nostri canali social di Facebook e YouTube.

Saranno tre i panel di discussione, dopo l’intervento d’apertura del direttore Peter Gomez. Il primo, dal titolo Tecnologie e mobilità. Quanto è davvero sostenibile l’auto?, analizzerà le soluzioni tecnologiche disponibili sul mercato, evidenziandone pro e contro.

Il secondo, intitolato Incentivi e bonus auto sono la strada per la transizione?, si concentrerà sulle motivazioni e sui processi politici che attivano gli incentivi statali, mentre il terzo (Mobilità integrata, c’è vita oltre l’automobile nell’ecosistema urbano?) sarà dedicato alla mobilità alternativa, che potrebbe rappresentare una soluzione per le grandi città.

Ad animare il dibattito, moderato dal responsabile dei Motori del Fatto Quotidiano , Marco Scafati, saranno il sottosegretario al ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile Giancarlo Cancelleri, l’assessora alla Mobilità del Comune di Milano, Arianna Censi, il presidente dell’Unrae, Michele Crisci, il direttore di Quattroruote, Gianluca Pellegrini, e la direttrice di Donne in Auto, Monica Secondino.

La strategia elettrica della Cina obbliga l’Europa in un angolo

Da gennaio a settembre, sono state vendute circa 3 milioni di auto elettriche in tutto il mondo: una crescita del 149% rispetto al volume registrato nello stesso periodo del 2020, peraltro a fronte di una crescita complessiva del mercato contenuta in un +11%. La quota delle elettriche, quindi, è passata dal 2,6% nel 2020 al 5,8% del settembre 2021. Delle suddette 3 milioni di unità, il 60% sono state assemblate in Cina, Paese che ha in mano la filiera produttiva delle batterie. Tanto che, secondo i dati di Jato Dynamics, i soli brand cinesi rappresentano il 45% delle vendite globali di vetture a elettroni. Attualmente, il 95% delle elettriche Made in China finisce sulle strade di quel Paese. Ma la combinazione di prezzi concorrenziali e sete occidentale per le automobili alla spina – più quella delle amministrazioni che della clientela, che latita, nonostante i super incentivi statali – potrebbe comportare un’invasione di prodotti a quattro ruote cinesi sui nostri mercati; e mettere in difficoltà i già “acciaccati” costruttori europei, alle prese coi postumi del Covid e la crisi dei semiconduttori.

Sicché, sembra un blando palliativo che alcuni marchi occidentali – fra cui colossi come Tesla, Volvo, Polestar e BMW – possiedano già linee di produzione all’ombra della Grande Muraglia: non solo perché, per più di qualche analista, l’auto elettrica azzererà il peso del blasone dei singoli marchi, mettendo sullo stesso piano quelli storici e quelli giovani o giovanissimi: esempio lampante è il fenomeno Tesla. Ma, soprattutto, perché, sul lungo termine, difficilmente l’industria occidentale riuscirà a essere competitiva come quella cinese.

E se è vero che Tesla continua a essere il car maker numero uno per elettriche prodotte (23% di quota di mercato) – seguita dalla joint venture cinese tra SAIC, General Motors e Wuling – è anche vero che nel 2021 la metà delle sue vendite globali sono state generate da veicoli fabbricati nella Gigafactory di Shanghai; la maggior parte delle Model Y vendute in Europa sono state prodotte lì, in Cina. Tutto questo mentre procede lo sbarco europeo di marchi come Great Wall e della sua Ora Cat (compatta con batteria da 63 kWh e 400 km di autonomia), piuttosto che di brand come Nio, Xpeng o Aiways, pronti a stregare la clientela con un ventaglio di Suv, crossover, sportive e berline per tutti i gusti e tasche.

È da sottolineare, però, che la quota detenuta dalla Cina nel mercato globale delle autovetture, includendo tutti i tipi di alimentazione, ammonta ad appena il 15% del totale. Eccolo, quindi, il miracolo cinese: aver spinto il mondo a competere su un campo da gioco, quello dell’auto elettrica, dove è la Repubblica Popolare a fare da arbitro.

“Recito tutto Dante a memoria, ma ho il complesso del bastardo”

Conosce La Divina Commedia a memoria. La conosce tutta e la recita al teatro Argentina di Roma. “Ho iniziato a studiarla nel 2006 come esercizio e ho impiegato quattro anni per completarla”.

Giorgio Colangeli è una delle belle anomalie del teatro e del cinema: è diventato tardi un nome da cartellone, solo nel 2006, ma da allora ha vinto premi, ottenuto riconoscimenti e ha continue chiamate da registi di punta ed esordienti; da allora naviga nel mare dei riflettori con un atteggiamento misto tra orgogliosa consapevolezza e piacevole stupore.

Di Dante cosa le piace maggiormente?

L’Inferno perché è quello che si conosce di più; al suo pari giusto la Preghiera della Vergine (Paradiso); nello spettacolo non aggiungo una parola, così diventa una full immersion nell’italiano del Trecento, tanto da rendere famigliari certi termini.

Dopo si sbaglia nel linguaggio corrente?

Da qualche tempo mi risulta difficile pronunciare “senza” perché in altri contesti mi viene più facile “sanza”, magari quando sono su un set.

Il pubblico anticipa mai le strofe?

È successo nei primi canti del Purgatorio, nei versi di Pia de’ Tolomei, per me una sorpresa. Ed è stato come a un concerto.

Si è scocciato?

No, anzi; è accaduto pure con il Conte Ugolino “fatti non foste”; (pausa) alcune frasi sono entrate nel linguaggio comune, un po’ come i proverbi.

Utilizza il gobbo?

No, vado nudo, anche perché sono un attore che, per formazione, non è in grado di utilizzare bene il suggerimento.

Rischierebbe l’effetto inverso.

Sì, e purtroppo; un tempo il suggeritore era una necessità: prima la compagnia possedeva in sé una specie di repertorio, aveva diversi testi, e quando si arrivava in una grande città magari alternava i testi. Così il gobbo era obbligatorio.

Mentre per lei.

Per formazione devo avere tutto in testa e se qualcuno interviene perdo il filo; però in un’impresa di questo tipo dovevo comunque risolvere il problema, perché può capitare il vuoto su una parolina.

Soluzione?

Abbiamo teatralizzato il suggerimento con Marco Maltauro: oltre ad avermi aiutato nella costruzione dello spettacolo, è in cabina di regia e quando arriva il vuoto ripeto l’ultima frase, alzo il dito al cielo e lui al microfono, con un po’ di riverbero, completa la strofa.

In carriera ha mai vissuto dei vuoti seri?

Due e talmente grossi da lasciarmi il panico; una volta, in scena con Piera Degli Esposti ho vissuto un vuoto psichiatrico: ero solo davanti al pubblico e non mi ricordavo nemmeno perché stavo lì; ho solo sentito Piera, dietro le quinte, rammaricarsi: “Povero Giorgio”.

E lei?

Piano piano è riemerso il perché stavo lì e il senso di ciò che dovevo recitare; me la sono cavata.

Finito lo spettacolo?

Resta il senso di insicurezza e dura qualche giorno; è andata peggio un’altra volta: inizio la prova tecnica della memoria e pure lì niente. Neanche una battuta. Mentre pensavo a come comunicare al pubblico il problema, incontro per caso un commilitone, una persona che non vedevo da quarant’anni, e questo strano input mi ha forse smosso qualcosa; poi arrivano gli altri attori, in particolare Francesco Montanari, ed è stato di una generosità rara.

Cioè?

Con lui insistevo: “Non posso andare in scena”. “Non ti preoccupare, mi piacciono queste situazioni”. Durante lo spettacolo è riemerso tutto.

Dopo la pausa per la pandemia, come è stato il ritorno sul palco?

Meraviglioso, emozionante. Ed è la mia prima vera volta all’Argentina. Mi dispiace solo perché c’è meno pubblico di prima, solo tanti colleghi…

Non è contento dei colleghi?

Certo, ovvio. Ma oggi vado io da te, domani vieni tu da me e diventa un circuito chiuso, mentre il teatro deve mantenere un respiro più ampio.

Farà mai il regista?

Non è per me.

Ha recitato per alcuni big della macchina da presa…

Lo sa che mi mettono un po’ soggezione? Sono entrato in questo mondo gradualmente, partendo da un hobby, quindi mi è rimasto il complesso del bastardo.

Impietoso.

Sono nel costante timore che anche uno studente dell’Accademia possa dirmi “non si fa così”; temo di conoscere solo le eccezioni, non le regole.

Come la trattano sul set?

Bene, mi chiamano maestro, e ogni volta mi viene da girarmi convinto che stiano parlando con un tizio alle mie spalle; so di valere, ma i maestri veri sono altri.

Chi è lei?

Un attore. Sono molto un attore ed è un mestiere che non puoi svolgere a orario, ma risponde a un’esigenza che negli anni ho imparato a riconoscere: molti aspetti del mio lavoro sono parte del carattere.

 

Alemanno stella della Nba? Un tag sbagliato e il web esplode

“The Score”, sito Usa specializzato in basket a stelle e strisce, seguito da milioni di persone, ieri mattina ha taggato per errore l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, al posto del ben più noto (oltreoceano) Giannis Antetokounmpo, reduce dai 40 punti che hanno permesso ai suoi Milwaukee Bucks di battere i Charlotte Hornets dell’altro fuoriclasse LaMelo Ball. Impazziti gli utenti: quelli Usa alla ricerca della pagina wikipedia di Alemanno, quelli italiani divertiti che taggavano “La Melo-ni”. L’ex sindaco all’Adn ha detto, scherzando: “Mi candido alla Casa Bianca!”.

I 5 Stelle “rivogliono” il blog di Beppe Grillo

L’idea era quella di tornare a coinvolgere il blog di Beppe Grillo, un tempo voce unica del Movimento, poi andato per la sua strada, ma tuttora “marchio di grande diffusione e rilevanza”. Riattivare la “partnership” però avrebbe costi non indifferenti (ci lavorano attualmente 8 persone) e nonostante il gruppo parlamentare del Senato si fosse detto disponibile a contribuire, Beppe Grillo ha detto di no. Il blog resta autonomo, e l’annuncio scatena nuove voci di gelo tra lui e il leader M5S Giuseppe Conte. Voci smentite da una nota firmata 5 Stelle e rilanciata dal blog del fondatore: “Le discussioni in corso non si sono ancora concluse, tutte le decisioni saranno per migliorare l’efficacia comunicativa del Movimento”.

Tirrenia, Cin perde il lodo e dovrà pagare 160 milioni

Per l’acquisizione dell’ex compagnia marittima Tirrenia, nel 2012, la Compagnia italiana di navigazione, del gruppo Moby dell’armatore Vincenzo Onorato, deve ancora 159,15 milioni alla bad company statale che ereditò i passivi della società di bandiera. Lo ha stabilito un lodo parziale della Camera arbitrale di Milano, dopo la vertenza promossa nel 2020 dai commissari straordinari, mentre Cin, appellandosi ad alcune clausole, sperava di evitare l’esborso. Nell’estate 2020 Moby e Cin, per fronteggiare la crisi finanziaria innescata dal debito per comprare Tirrenia, chiesero un concordato. Il credito della bad company è stato riconosciuto anche in seno a questa procedura: giorni fa il Tribunale di Milano ha autorizzato il sequestro di 20 milioni a Onorato Armatori, holding di Moby e Cin, nella convinzione che il concordato, su cui i creditori voteranno in primavera, potrà soddisfarli sul resto della somma. Presumibile che il lodo definitivo terrà conto di ciò oltre che dei 180 milioni più interessi vantati dalla bad company.

Coni, il concorso di Malagò rischia il flop. Agli ex dipendenti il rientro non conviene

Giovanni Malagò lotta da tre anni per ricostituire il suo impero. Smontando la riforma dell’ex sottosegretario Giorgetti ha riconquistato potere, risorse, autonomia. Ma cosa se ne fa di un Coni vuoto, senza uomini? In teoria ha riavuto indietro il personale, ma rischia di restare senza dipendenti: il bando di concorso appena pubblicato potrebbe essere illegittimo e, peggio ancora, andare deserto. I dipendenti in passato erano assunti dalla vecchia Coni Servizi, ma quando è stata trasformata in una partecipata governativa (“Sport e salute”), il Coni è rimasto senza risorse umane, restituite lo scorso gennaio per decreto dal governo Conte.

Dopo mesi persi in burocrazia, il caso sembrava essersi risolto col via libera al concorso, grazie al quale i dipendenti sarebbero tornati all’ovile. Su una pianta organica di 165 persone, la legge autorizza il Coni a bandire un concorso pubblico da 100 posti, col 50% riservato al personale di Sport e salute. Il Comitato olimpico invece ha pubblicato un bando per i soli 50 posti riservati. L’incongruenza non è passata inosservata a Palazzo Chigi e potrebbe prestare il fianco ai ricorsi: “Nella normativa non c’è spazio per un concorso per soli interni, la legge che autorizza il concorso è chiara”, conferma Santi Delia, esperto dello studio Delia-Bonetti. Al Foro Italico volevano capire l’esito di questa procedura (oltre che del passaggio degli altri 65 assunti ante 2002) per poi rimettere a bando le posizioni vacanti e assicurano di avere il conforto della Funzione pubblica. Ma il macigno che rischia di affondare il concorso è il transito da un’amministrazione privata a una pubblica. Solo il mantenimento dello stipendio è garantito nel passaggio, tanti dipendenti rischiano di perdere scatti e posizioni. Sono uomini preziosi per il Comitato olimpico, che hanno mandato avanti per anni. Ma non sono disposti a sacrificare la carriera per una battaglia politica (lo scontro fra Coni e governo) che non è la loro.

Piuttosto restano in Sport e salute, che così si ritroverebbe un bagaglio inaspettato di competenze (ma anche un alto costo del lavoro). Mentre il Coni, rimasto con poche decine di dipendenti, dovrebbe rivolgersi a un concorsone, con tempi ed esiti incerti. Anche per questo Malagò continua a chiedere al governo una “Coni Spa” che risolverebbe il problema. Altrimenti si ritroverà solo alla guida del suo impero. Senza nemmeno una segretaria.

I padroni dei dati e la scusa Covid

Recentemente il senatore Mario Monti ha affermato che è necessario trovare delle modalità meno democratiche nella “somministrazione” dell’informazione: questo poiché in una situazione “di guerra” si devono accettare delle “limitazioni alle libertà” adottando anche una politica della comunicazione opportuna.

In pratica, secondo il senatore, è necessario un “dosaggio” dall’alto della informazione da parte del governo “ispirato e istruito” dalle autorità sanitarie. Sia pure in modo piuttosto maldestro il senatore Monti ha sollevato un problema chiave nella gestione dell’epidemia, quello legato all’informazione e dunque ai dati scientifici che ne descrivono lo sviluppo. Questo problema si inquadra nel nuovo tipo di scienza delle previsioni che si è sviluppata negli ultimi due decenni grazie alla disponibilità di nuove tecnologie, big data e modelli computazionali e il cui scopo è elaborare politiche pubbliche. Le moderne tecnologie consentono, infatti, il monitoraggio costante di fenomeni atmosferici, geologici, sociali, epidemie, ecc. con la speranza di prevedere, prevalentemente sul corto periodo, catastrofi naturali e limitarne gli effetti con piani di prevenzione. Questa nuova situazione richiede la comprensione della relazione tra scienza e politica, per chiarire l’affidabilità delle previsioni scientifiche in base alle conoscenze disponibili per mettere a punto protocolli di intervento. Anche il rapporto tra scienza e opinione pubblica diventa un passaggio molto delicato per assicurare una corretta trasmissione dei messaggi dagli esperti al cittadino. Proprio su questi temi, con il focus sul problema dell’epidemia Covid e per fornire una base di conoscenze per il piano digitalizzazione nell’ambito del Pnrr, è stato dedicato un convegno al Senato (https://bit.ly/3I6gH7g) che ha avuto l’obiettivo di mettere a confronto illustri scienziati ed esperti con i decisori politici.

I dati riguardanti la sanità pubblica non servono solo a fornire la base razionale per i modelli previsionali, ma anche per facilitare le scelte dei cittadini. È ormai assodato che l’unica maniera di contrastare il dissenso vaccinale che si è diffuso tra i cittadini è attraverso una informazione indipendente dalle fonti governative ufficiali, ma basata sullo stato dell’arte delle conoscenze fornite dalla comunità scientifica, che possa far superare la percezione di un pensiero unico che discende dall’autorità politica. Soprattutto la democrazia e la pacifica convivenza si fondano sulla controllabilità delle asserzioni di chi esercita il potere: il consenso si genera perché pensiamo che stiamo lavorando su una base razionale condivisibile e lo Stato democratico si basa sul principio di pubblicità, ovvero di un potere visibile basato su un dato trasparente; l’adesione alle proposte di prevenzione dipende soprattutto dal consenso sui dati oggettivi. Per questo l’attenzione ai dati è il primo e cruciale elemento per contrastare il dosaggio dell’informazione nella distopica realtà immaginata da Monti. In Italia durante l’emergenza Covid i dati sono stati gestiti dalla Protezione civile che ha emanato un’ordinanza per stabilire il flusso informativo, creato ex novo perché quelli usuali non erano in grado di affrontare l’emergenza. In particolare, la sorveglianza epidemiologica è stata affidata all’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che ha predisposto una piattaforma in cui le Regioni hanno riversato le informazioni sanitarie che dunque hanno viaggiato in una unica direzione, dalla periferia al centro, mentre non è stato previsto l’utilizzo aperto e trasparente dei dati da parte della comunità scientifica. L’analisi indipendente presuppone infatti la riproducibilità dei risultati, pilastro fondamentale del funzionamento della ricerca. Dunque, non c’è stata la possibilità di consentire e coordinare l’accesso ai dati: a esempio, una singola regione ha potuto avere accesso solo ai propri dati e non a quelli delle altre regioni e dunque non c’è stata una possibilità di confronto e controllo reciproco. Le conoscenze sono state dunque proprietà di una singola autorità e questo ha generato una sfiducia nell’opinione pubblica relegando in un ruolo marginale la comunità scientifica. L’ordinanza che ha istituto la sorveglianza epidemiologica da parte dell’ISS non ha definito modalità di diffusione delle informazioni alla comunità scientifica ma solo verso soggetti istituzionali. Per questo motivo la modalità di condivisione dei dati ha dovuto passare i criteri stabiliti dal responsabile della protezione dei dati dell’ISS stesso, che dovrebbero essere basati sulle norme emanate dal Garante della Privacy. In particolare, i dati pubblicati dal ISS sono giornalieri e aggregati a livello regionale. Il rilascio dei dati a livello aggregato regionale è dunque dovuto all’interpretazione della norma sulla privacy da parte del responsabile della protezione dei dati dell’ISS, secondo cui i dati disaggregati, anche a livello provinciale, non avrebbero salvaguardato la riservatezza del singolo caso.

In Francia, pur avendo le stesse norme sulla privacy, che sono emanate a livello europeo, le cose sono andate in maniera diversa. L’Agenzia di Salute pubblica francese rende disponibili in forma aperta e online i dati sanitari sulla pandemia utilizzando una piattaforma già esistente dal 2018 e dunque non improvvisando ex novo la raccolta dati. Inoltre, i 145 indicatori relativi al Covid sono disaggregati per classi di età, per zona geografica, ecc. Se il dato italiano è stato fornito a livello delle 21 regioni, nella sola Francia continentale la definizione spaziale è molto fine: 50.100 frazioni di comuni. Nel momento in cui si aumenta la definizione spaziale, per ragioni legislative legate alla privacy, è necessario aggregare in maniera mirata su altri elementi come l’incidenza o le classi di età, cosa che si può fare senza inficiare la qualità dell’informazione. La definizione spaziale è un dato chiave per mettere in relazione il tasso di incidenza in un certo territorio con le sue caratteristiche socioeconomiche, geografiche, ecc. e dunque per mettere a punto delle misure d’intervento focalizzate. La differenza nella condivisione dei dati tra Italia e Francia non è dunque dovuta alle norme sulle privacy, che rispettano la stessa direttiva europea (il regolamento generale sulla protezione dei dati personali e sulla loro libera circolazione), quanto invece alle diverse politiche scelte dalle due agenzie che si occupano della loro diffusione. Essendo la cornice normativa europea la stessa, quello che è stato fatto in Francia può essere fatto in Italia: quando i dati non circolano è perché questi sono fonte di potere per chi li detiene. Il dovere alla protezione dei dati è infatti spesso l’alibi per non cedere i dati a terzi da parte di chi li ha raccolti, anche se per motivi istituzionali e in quanto ente pubblico di ricerca. Per questo motivo la distopica realtà immaginata da Monti alla fin fine è molto più vicina alla realtà di questi anni nel nostro Paese di quanto possa sembrare a prima vista e tale lo rimarrà finché non ci sarà uno sforzo politico e deontologico per emanare un regolamento appropriato per disciplinare la diffusione dei dati in questo ambito, come in altri, per le agenzie finanziate con soldi pubblici.