Ecco la “signora della droga”: adora Salvini e odia i vaccini

C’è una foto di un paio d’anni fa, uno dei tanti selfie scattati accanto a Matteo Salvini, in cui Jona Mullaraj cita in modo piuttosto profetico una massima di Sun Tzu: “La strategia è la via del paradosso”. Con quelle parole l’antico generale-filosofo cinese invitava “chi è abile a mostrarsi maldestro, e chi è utile a mostrarsi inutile”, suggerendo insomma che è sempre una buona tattica fingere di essere ciò che non si è per ingannare i propri interlocutori. E così sembra aver fatto anche la protagonista di questa vicenda. La facciata era quella di una militante leghista, architetto, ovviamente contro ogni droga, assidua frequentatrice della sezione del Carroccio di Saronno. Seguono stereotipi quasi scontati: il cavallo di battaglia del “prima gli italiani”, il sostegno alle politiche law and order, e a campagne contro gli immigrati (pur essendo lei stessa di origini albanesi), ultimamente anche convinta no-vax. Nell’ombra, anzi sarebbe più preciso dire in un box, nascondeva 450 chili di hashish e gestiva una rete di spacciatori radicati nell’hinterland milanese. Per la Procura di Monza non era insomma una semplice spacciatrice, ma una vera e propria signora della droga locale.

I carabinieri di Desio, guidati dal maggiore Luigi Perrone, hanno chiuso ieri il cerchio di un’operazione che aveva portato allo smantellamento di un’organizzazione in grado di muovere mezza tonnellata di droga alla volta. E se ai livelli più bassi della piramide i militari hanno ricostruito una galleria di facce piuttosto note, l’ultimo passaggio, dice un investigatore, è stato quello più sorprendente: “Quella donna era una vera propria insospettabile”. C’era lei dietro all’affitto di un garage a Cesano Maderno, reperito nel marzo scorso appositamente per far spazio al carico. Era convinta di aver pensato a tutto Jona Mullaraj, 36 anni: non compariva il suo nome nemmeno sul contratto, intestato a una prestanome che per la Procura di Monza non sapeva niente di tutta la vicenda. Ciò che la donna non è riuscita a prevedere è stato il tradimento di un complice: il custode del carico che a un certo punto ha provato a far sparire il “fumo” simulando un furto. A osservare le mosse dell’organizzazione c’erano già i carabinieri, che pezzo dopo pezzo hanno ricostruito anche il ruolo apicale della Mullaraj.

La notizia dell’arresto ha cominciato a rimbalzare nelle chat del Carroccio nel pomeriggio di ieri, creando non è pochi mal di pancia. E nel partito è subito scattata la corsa a prenderne le distanze: “Era una sostenitrice, e non una militante”, tiene a dire con un certo zelo burocratico l’ex sindaco leghista Alessandro Fagioli, che ha governato Saronno fino al 2020. Sarà. Ma questa distinzione non è colta all’interno della sezione della Lega di Saronno: “C’è stato un periodo in cui partecipava in modo molto assiduo alle attività politiche”, ammette un attivista storico. Il quale aggiunge anche: “C’è da dire che l’abbiamo mandata via in tempi non sospetti”. Non vuole spingersi a spiegare oltre, ma qualche indagine ulteriore porta a scoprire il motivo: Jona Mullaraj non era poi così ligia alle regole nemmeno quando faceva l’architetto. Aveva costruito un bagno abusivo nella casa popolare in cui alloggiava. Allora la giunta era ancora a guida leghista, e qui si può capire l’imbarazzo creato anche all’interno del partito. Certo, da un abuso edilizio alla gestione di un traffico internazionale di droga la distanza non è poca. Ma qui forse si può richiamare un’altra citazione celebre esposta fieramente su Facebook dall’insospettabile leghista-narcos: “Memento audere semper”. Ricordati di osare sempre, motto di Gabriele D’Annunzio che ha ispirato la Decima flottiglia Mas, il reparto di incursori d’élite di Mussolini che tanto piace ancora oggi ai nostalgici del Duce.

Di certo c’è che è difficile ignorare quella galleria di scatti con i rappresentanti politici leghisti che campeggia ancora oggi sul profilo di Jona Mullaraj. Con il Capitano ce ne sono svariati, anche a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, particolare che tradisce una militanza assidua. In una foto di gruppo la donna sorride durante una visita di Roberto Calderoli. Mentre in un’altra immagine posa felice a un raduno a Pontida. Dalla sezione di Saronno dicono che l’allontanamento è datato a due anni fa. Ma un’altra foto di questo settembre, a un banchetto per il referendum sulla giustizia promosso tra le altre forze politiche proprio dalla Lega, fa pensare che forse la passione politica della militante non si era mai davvero spenta. Anche se negli ultimi tempi si era dedicata di più a un’opposizione incessante ai vaccini: faceva parte della rete di manifestanti che ogni sabato scende in piazza a Milano, e in un’occasione aveva anche denunciato la presunta repressione della polizia.

Papa Francesco nell’isola divisa: “I muri della paura non servono”

Il Papa ieri in visita a Cipro, si è rivolto alle autorità dell’isola per ricordare quanti hanno perso il diritto di fare ritorno alle loro case: “La ferita che più soffre questa terra è data dalla terribile lacerazione che ha subito negli ultimi decenni. Prego per la vostra pace. Non saranno i muri della paura ad aiutarne il progresso”. Cipro, attraversata da un muro di quasi 200 km, rimane divisa in due dal 1974, anno in cui le forze turche hanno preso il controllo della parte settentrionale dell’isola, rendendola inaccessibile alla comunità di origine greca. “Risanare la società” servirà a garantire uno sviluppo solido e duraturo, ma l’impegno dovrà essere rivolto soprattutto compiendo “una decisa lotta alla corruzione, alle piaghe che ledono la dignità, al traffico di esseri umani”, ha detto il Papa che adesso farà tappa in Grecia, e infine, a Lesbo, isola simbolo della crisi migratoria.

Modi, botte ai cristiani e inviti al Papa

Non sono solo i cittadini indiani di religione islamica la prima minoranza religiosa del subcontinente, a subire da tempo la violenta deriva sovranista-induista del governo di Narendra Modi. Alla fine di ottobre il primo ministro indiano (cresciuto nelle file della gioventù del partito nazionalista induista Bjp di cui ora è leader), incontrando Papa Francesco in Vaticano lo ha invitato in India, ma è indubbio che la sua retorica incendiaria contro le altre confessioni religiose sia la causa dell’aumento esponenziale delle violenze contro i cristiani. Che sono milioni in India (su un miliardo e mezzo di abitanti) e rappresentano la seconda popolazione cristiana in Asia. Negli ultimi nove mesi sono stati registrati soprattutto negli Stati del Nord della Federazione indiana ben 300 attacchi a strutture o a preti cristiani. Anche molti coniugi di religione mista sono stati oggetto di intimidazioni da parte della popolazione induista.

Poco prima della visita al pontefice, il mentore ideologico di Modi, Mohan Bhagwat, a capo del gruppo di estrema destra religioso Rss, ha messo in guardia gli indù anche sulle conversioni religiose e sui presunti cambiamenti demografici e religiosi negli Stati nordorientali, dove vivono i cristiani. Subito dopo il discorso di Bhagwat le chiese sono state attaccate sotto lo sguardo indifferente della polizia, talvolta addirittura complice.

Tre giorni dopo il discorso, Rameshwar Sharma, un legislatore del Bjp dello Madhya Pradesh, ha incitato la folla che stava seguendo il suo comizio a liberare l’ India da musulmani e sacerdoti cristiani anche attraverso la decapitazione. Domenica scorsa, nel sud del Karnataka, estremisti indù hanno interrotto un incontro di preghiera cristiano accusando la comunità di fedeli di praticare conversioni religiose forzate. Lo stesso giorno a Nuova Delhi, un magazzino trasformato in chiesa è stato vandalizzato e la messa domenicale è stata interrotta dallo stesso gruppo, i cui membri hanno gridato “sparate ai traditori”. Il mese scorso circa 250 vigilanti indù armati di sbarre di ferro hanno saccheggiato una chiesa a Roorkee, nello stato settentrionale dell’Uttarakhand, governato dal Bjp. Pearl Lance, figlia del prete della chiesa, è stata anche molestata e aggredita da alcune donne e Rajat Kumar, un membro dello staff, è stato colpito più volte con una sbarra rimanendo gravemente ferito a un occhio. Lance ha sottolineato di aver segnalato attività sospette alla polizia almeno quattro volte prima dell’attacco e mostrato una email minatoria ricevuta. Anziché fornire gli aiuti promessi, la polizia ha persino sporto denuncia contro la famiglia del prete, accusandola di conversioni forzate, promozione di disarmonia religiosa, cospirazione criminale e persino rapina.

Harris a pezzi e neppure il suo team sta tanto bene

Kamala Harris perde i pezzi: se ne va la sua portavoce, e consigliera di fiducia, Symone Sanders, due settimane dopo l’uscita di scena della responsabile della comunicazione Ashley Etienne. È segno che qualcosa non funziona nella squadra della vice di Joe Biden. Sanders, 39 anni, nera, lascerà la Casa Bianca a fine anno: prima di lavorare per Harris, era stata in campagna con Biden. Fonti di stampa prevedono altre partenze nel ‘team Kamala’: sarebbero in uscita Peter Velz, direttore dei rapporti con la stampa, e Vince Evans, direttore di un ufficio di coordinamento.

La raffica di addii, ufficiali o ipotetici, rilancia le indiscrezioni sulla frustrazione di Kamala, che si sentirebbe messa in ombra nell’Amministrazione e incaricata di dossier francamente impossibili, come l’immigrazione: è però vero che la pressione ai confini cresce ed è su livelli record. Ma c’è pure chi enfatizza la delusione di Biden nei confronti della sua vice, poco efficace nel comunicare gli obiettivi dell’Amministrazione e poco incline a condividerne le difficoltà, ad esempio nel caos del ritiro dall’Afghanistan tra agosto e settembre. Harris è stata presidente per neppure due ore, la prima volta d’una donna, quando Biden le ha ceduto i poteri venerdì 19 novembre, il tempo d’una colonscopia di routine con anestesia per un check-up alla vigilia del suo 79° compleanno. Ma l’effimera parentesi presidenziale non è bastata a ridare smalto a una vice offuscata dalle chiacchiere (tante) più che dai fatti (oggettivamente pochi). Un anno da vice le ha tolto smalto. Il resto lo fanno le manovre dei potenziali rivali a Usa 2024. Lei smentisce, ma non può fare altro: dice di non essere frustrata e di non sentirsi sotto-utilizzata; e nega di non avere rapporti facili con la Casa Bianca. Del resto, il destino di divenire invisibili è proprio dei vicepresidenti: devono essere trasparenti, non fare mai ombra al capo e, se qualcosa va male, fare da parafulmini. Nel dopoguerra, solo Bush padre riuscì a essere eletto presidente subito dopo essere stato vice, mentre Richard Nixon e Biden hanno prima dovuto decantarsi e rigenerarsi. Due volte esponente di minoranza etnica – madre indiana e padre giamaicano –, Harris, 57 anni, pareva promessa alla Casa Bianca, nelle cronache della vittoria elettorale del novembre 2020: quattro anni da numero due; poi il vecchio Joe si fa da parte e Kamala gli dà il cambio. Le cronache delle ultime settimane raccontano una storia diversa, col tasso di gradimento della vice sceso al 28%, e quello del boss non è molto più alto, al 32%. Anche se Biden fa dire di puntare alla conferma, i Democratici pensano al piano B. Una indagine rilevamento di The Hill mostra un campo frammentato con due donne battistrada: Harris con il 13% dei consensi e Michelle Obama, il sogno proibito, con il 10%.

L’emittente Fox, che non perde occasione di seminare zizzania fra i Democratici, ipotizza che Biden, imbarazzato da gaffe ed errori della sua vice, voglia dirottarla alla Corte Suprema – dove, però, non ci sono posti liberi – e sostituirla con Michelle. Nessun altro dei nomi proposti da The Hill va oltre il 5%, che siano Pete Buttigieg, Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Cory Booker, Michael Bloomberg, Andrew Yang o altri – una sfilata degli sconfitti nelle primarie 2020 –. Nella serie a volte spariscono e a volte ritornano, fanno di nuovo parlare di sé Beto O’Rourke, l’enfant prodige dei Democratici del Texas, che gode di ottima stampa, nonostante negli ultimi due anni abbia collezionato solo sconfitte, e Stacey Abrams, l’attivista della Georgia candidata a tutto e mai vittoriosa: entrambi puntano a diventare governatori del loro Stato.

“Grazie per la fiducia”. Merkel si congeda tra valzer e note punk

Nel cortile del ministero della Difesa battaglione della Guardia delle forze armate tedesche sfila con le torce in fiamme. La banda militare suona le note scritte da Nina Hagen, la regina del punk tedesco. Angela Merkel ha scelto personalmente tre brani per il suo commiato alle forze armate. Il Großer Zapfenstreich (Gran Tattoo) è la cerimonia militare e il più importante manifestazione che la Bundeswehr offre a un civile. Ai cancellieri dimissionari viene concessa la possibilità di indicare tre brani che verranno eseguiti dalla banda militare. Helmut Kohl scelse la nona di Beethoven, l’inno alla gioia, Gerhard Schröder indicò My Way di Frank Sinatra. Merkel ha avuto richieste più difficili da interpretare. La cancelliera e il marito Joachim Sauer sono assidui frequentatori di sale da concerto e opera. Ogni anno Merkel presenzia al Festival di Bayreuth, totalmente dedicato al compositore Richard Wagner.

Davanti al presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier e ad altri 200 ospiti, 52 di questi erano gli ex ministri dei quattro governi Merkel, ieri sera la banda musicale dell’esercito ha eseguito i tre brani scelti dalla cancelliera. Il primo è stato Grosser Gott, wir loben dich (Gran Dio, noi ti lodiamo) un inno cristiano del 18° secolo composto da Ignaz Franz, probabilmente legato all’infanzia della cancelleria figlia di un pastore. Poi il valzer della cantante Hildegard Knef Fuer mich soll’s rote Rosen regnen (Per me pioveranno rose rosse). Ma è il terzo brano che ha attirato l’attenzione Du hast den Farbfilm vergessen (Hai dimenticato la pellicola a colori) di Nina Hagen. La cantante, quasi coetanea di Merkel, è nata in Germania Est dove a inizio anni 70 aveva già raggiunto la notorietà. Venne invitata a Ovest e non fece più ritorno dall’altra parte del Muro. Negli anni la sua musica passò dal rock al punk fino a farla diventare un’icona tedesca sulla scena internazionale. La canzone suonata ieri sera al ministero della Difesa racconta la storia di una coppia di fidanzati. La ragazza si lamenta che senza la pellicola a colori, dimenticata dal compagno, non potrà raccontare di quanto è stato divertente il loro viaggio “adesso nessuno crederà, quanto è bello qui”. Era il 1974 e Hagen aveva solo 17 anni, viveva ancora in Germania est, la canzone venne letta come una satira del regime socialista. Non è semplice capire il messaggio che Merkel vuole lanciare con la scelta di questo brano, alcuni osservatori rivendicano la matrice femminista, per altri è una critica e un ricordo di quello che fu la Ddr. Merkel e Hagen si sono anche incontrate, e scontrate, nel 1992 in uno studio televisivo. La cancelliera, da poco nominata ministro alla Famiglia del quarto governo Kohl, siede composta vestita di bianco e con i capelli corti.

Accanto a lei c’è la cantante dalla chioma bionda, orecchini fucsia e vestito nero. Merkel parla, Hagen attacca e poi urla. Si confrontano su tossicodipendenza e liberazione delle droghe leggere. Una terza donna interviene chiedendo a Hagen di non alzare la voce. “Io urlo quanto voglio” dice la rocker intanto si alza, toglie il microfono e lascia la trasmissione a metà. Ieri sera prima che iniziasse la musica, Merkel ha fatto un breve discorso. “Sento gratitudine per l’ufficio che ho avuto così a lungo” ha detto ricordando chi l’ha affiancata negli ultimi quattro governi. Poi si è detta preoccupata per la pandemia e la crisi economica che viviamo. La cancelliera delle crisi non ha fatto riferimento a momenti particolari: “Sono stati 16 anni pieni di eventi e che a livello personale mi hanno messo alla prova” ma rivolgendosi a chi prenderà il suo posto ha lasciato una linea guida: “Guardate o al mondo con gli occhi degli altri, cercate sempre la giustizia. Sempre guidati dalla luce, come io ho fatto durante la mia permanenza nella Germania est”. Prima di sedere a godersi della banda militare ha concluso: “A Scholz e al governo che verrà, auguro tutto il meglio”. Merkel lascerà la cancelleria la settimana prossima, probabilmente mercoledì 8 dicembre quando Olaf Scholz verrà eletto dal parlamento. Questo fine settimana i congressi di Spd e Fdp voteranno il via libera definitivo alla formazione del nuovo esecutivo. Ma per Merkel gli ultimi giorni da cancelliera sono ancora molto densi. Ieri mattina con Scholz ha incontrato, telematicamente, i governatori dei Länder. Hanno deciso di imporre un confinamento per i non vaccinati che avranno accesso solo ai negozi di essenziali. “Abbiamo parlato di solidarietà nazionale” ha detto Merkel durante la conferenza stampa che è seguita alla riunione. Ci saranno misure anche per limitare la socialità durante le feste di Natale, ma la strategia federale si basa sull’introduzione della vaccinazione obbligatoria tra febbraio e marzo. Punto che sembrava impossibile fino a poche settimane fa. Ma sembra un passo tipico di questi ultimi 16 anni di governo: ritardare il più possibile una decisione e poi imporre misure dure. Pressata dai giornalisti, la cancelliera ha espresso supporto alla scelta di Scholz per la vaccinazione obbligatoria: “Se fossi in Parlamento voterei sì”. Ma Merkel non si è ricandidata, non sarà più al Bundestag.

Mail box

 

C’è per caso dell’ansia per la vostra Juventus?

Capisco che Travaglio e Vendemiale, essendo juventini, assistano con un po’ di ansia agli sviluppi delle ormai plurime inchieste giudiziarie sull’ultima gestione della loro squadra del cuore. Ma a pronunciare una chiamata di correo tanto generica quanto il “così fan tutti” di craxiana memoria, saranno fischiate le orecchie a più di qualcuno. Forse il calcio gode – anche gli occhi del Fatto Quotidiano – di una extraterritorialità per cui le responsabilità personali o aziendali non valgono? Davvero pensate che tutti colpevoli, nessun colpevole, e chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, e scordiamoci del passato?

Domenico Maddaloni

Caro Domenico, lei è il primo lettore che mi accusa di filo-juventinismo. Tutti gli altri mi muovono l’accusa opposta.

M. Trav.

 

La “monnezza” nascosta sotto un tappeto di foglie

Bravo Gualtieri per aver spazzato via alla prima riunione, come ai bei tempi del tuo Municipio Roma X, tutte le paure degli “amici balneari”, mentre il tuo piano per la pulizia straordinaria è un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto, così come i cassonetti bruciati sotto un tappeto di foglie. Tipo quelli in questa foto, che si trovano a 50 metri dalla sede del Municipio X.

Maurizio Contigiani

 

Mattarella abbandonerà davvero il Quirinale?

Mi chiedo da cosa le derivi la certezza che il presidente Mattarella non accetterà di rimanere al Quirinale. Mi ricordo di quando “eravamo” convinti che Mario Draghi, invocato da tanti, avesse ben altri progetti per la sua vita e invece accorse subito. Dubito fortemente che non si stesse preparando già da tempo, proprio mentre “noi” ribadivamo le nostre certezze in un suo gran rifiuto. Ragion per cui, adesso, non mi convince nemmeno la ricerca di una casa in città.

Nives Mariani

Cara Nives, finora Mattarella è stato di parola. Se dice no al bis, siamo obbligati a credergli. Se poi dirà di sì, avremo un altro presidente bugiardo.

M. Trav.

 

A Rai1 sono più sadici oppure più incapaci?

Si può tagliare il finale di un film giallo? Ecco, si può. L’hanno fatto quei geni di Rai1 con La stagione della caccia, tratto dal libro di Camilleri. La magia del film si interrompe sul finale e appare il faccione sorridente di Bruno Vespa. Più sadici di così.

Nella Napoli

 

Qualche dubbio sul fatto che siano questi i Migliori

Mi sembra stiano peggiorando: Dad sì poi Dad no, di concreto poco o nulla; un 84enne prenotato per la terza dose tramite sms a 50 chilometri di distanza dalla residenza, recatosi poi alla Usl e prenotato in altra data e presso la città di residenza. Ma la cosa che mi preoccupa è il super generale plurimedagliato che non vedo più: era presente in tutti i tg, dal mattino a notte fonda, ora sembra sparito. Ho una certezza: erano Migliori quelli di prima, e non avevano i vaccini.

Giancarlo Picci

 

Cause e ragioni per cui il M5S sta cambiando

Ho letto i commenti di due lettori che, nella rubrica Piazza Grande, si lamentavano che il M5S abbia accettato il sostegno economico derivante dal 2xmille. L’impressione che mi hanno fatto è che queste persone si sono formate nei momenti radiosi della nascita del M5S, con tutta l’emotività e l’idealismo che l’accompagnava. Per esempio, si sarebbero potuti chiedere perché le posizioni “gloriose” dell’inizio non sono riuscite a garantire la disgregazione che il M5S ha subìto in questi ultimi anni. Interrogandosi sulle cause di questo decadimento, suggerisco: l’assenza di qualsiasi struttura interna; l’assenza di qualsiasi forma di democrazia; il complottismo “interno” fino al parossismo (una quantità incredibile di faide interne); la castrazione della base del Movimento a opera di Fico e Di Battista (2015); assenza di dialettica e di progetti politici. Di cos’altro hanno bisogno questi signori per aprire gli occhi e aggiornarsi su ciò che è veramente accaduto?

Eugenio Girelli Bruni

Booster in Piemonte. “Qui sono in ritardo e i miei sono a rischio”

Sono una cinquantaduenne di Vercelli, caregiver di genitori ultraottuagenari e severamente malati. Vi scrivo per denunciare il caos in cui versa la Regione Piemonte per quanto riguarda il richiamo del vaccino contro il Covid, almeno nella mia provincia. Non si riesce a capire neanche se noi residenti aventi diritto, essendo nella fascia anagrafica aperta alle prenotazioni ed essendo scaduti i termini dei 6 mesi, verremo contattati o invece dovremo continuare a interrogare quotidianamente la piattaforma internet regionale Piemontetivaccina. Per ora non si riesce a dedurlo a causa delle indicazioni confuse e in continuo cambiamento riportate online. Mi rendo conto che sono tanti i cittadini ai quali è scaduta la vaccinazione, ma la necessità di una terza dose è nota fin dallo scorso settembre. La Regione aveva modo di organizzarsi, invece ciò non è accaduto mettendo in pericolo i più fragili perché se noi caregiver non veniamo vaccinati di nuovo per tempo, qualora contraessimo il Covid potremmo infettare i nostri cari malati anche se loro hanno già ricevuto il richiamo. È il caso di mia madre, che essendo sotto chemioterapia, ha il sistema immunitario di fatto azzerato e pertanto deve avere attorno a sé solo persone non contagiose. Se è vero che i caregiver non fanno più parte di una categoria prioritaria come in passato, è altrettanto vero che i cittadini sottoposti a vaccinazione oltre 6 mesi fa devono poter ottenere il booster. Per quanto mi riguarda il termine è scaduto 6 mesi e 22 giorni fa. Mercoledì scorso ho appreso via piattaforma che potevo rivolgermi all’hub vaccinale del Comune di Caresanablot, pochi chilometri fuori Vercelli. Una volta arrivata mi è stato detto che non ne avevo diritto perché stavano ancora vaccinando i fragili, ultrasessantenni e “debuttanti”, quindi ho riprovato a collegarmi con il sito regionale il 25 novembre e poi il 27 senza poter ottenere un appuntamento “non essendoci date disponibili”. Il 1º dicembre invece dopo aver aperto il sito ho letto che “la regione si sta attivando per aprire nuovi hub” e che verremo contattati via sms. Quando? E se contraessi il virus, chi baderebbe ai miei genitori? È profondamente iniquo che in altre regioni persone della mia stessa età e con la seconda vaccinazione fatta addirittura meno di 6 mesi fa possano avere la terza dose, mentre noi vercellesi dobbiamo aspettare a data da destinarsi. Siamo forse cittadini di serie B? O forse sono le autorità della Regione Piemonte a non essere in grado, ancora una volta, di organizzarsi e ottemperare ai propri doveri nei confronti dei cittadini?

L’intervista rosa che bada al sodo

Credevamo ci fosse un’apposita legge che impone di invitare nei talk show sempre gli stessi opinionisti (comma 1), ai quali rivolgere le stesse domande (comma 2), con cui scatenare le stesse liti (comma 3) prima dell’arrivo in studio di Pierpaolo Sileri (comma 4) e dell’apparizione in collegamento di Alessandro Sallusti (comma 5). Forti di questa certezza, siamo rimasti sorpresi vedendo lunedì su SkyTg24 una signora a noi ignota rispondere alle domande di Maria Latella per l’Intervista Versione D (ciclo dichiaratamente senza quote rosa: ci sono solo donne). Quella gentile signora “con un paio di occhialini rotondi alla Harry Potter” pareva provenire da un’altra dimensione, una marziana rispetto alla compagnia di giro dei salotti tv. In compenso, Gelsomina Vigliotti è stata nominata vicepresidente della Banca europea degli Investimenti. Ruolo delicato in un momento storico; stanno per partire finanziamenti per decine di milioni di euro, e di questo è stata invitata a parlare.

Maria Latella ha uno stile equidistante. Lontano sia dall’intervista-ring di Minoli, sia dall’intervista-manicure di Fabio Fazio. Mette a suo agio l’ospite, ma senza vellicarne l’ego; punta tutto sui fatti, sulle opere.

Figlia di un carabiniere, una carriera al Dipartimento del Tesoro, la vicepresidente Vigliotti ha spiegato i criteri e gli orizzonti dei finanziamenti Bei: innovazione digitale, ricerca, infrastrutture, welfare, soprattutto la sostenibilità ambientale e l’emergenza clima. Greta può sperare in lei. Tutto questo, senza dimenticare che lo zampino della Bei è già un po’ dovunque: “Stamani sono arrivata all’aeroporto di Milano, finanziato dalla Bei. Ho preso la metropolitana, finanziata dalla Bei. Poi ho preso il treno alta velocità per Roma, finanziato dalla Bei. Poi ho preso un taxi ad alimentazione ibrida, progetto finanziato dalla Bei”.

Chi l’avrebbe detto: questa Bei è presente nelle nostre vite più di Sileri nei talk show. E senza ripetere le stesse cose.

Lingua Fiorella: “Non sono più una sifilide”, “varietà Oregon”

La signora Fiorella Vastità fu tra le mie prime assistite quando iniziai a fare il medico di base. Dotata di un’inestinguibile e contagiosa gioia di vivere era un piacere vederla entrare nello studio, anche perché forniva indimenticabili siparietti. Non saprei dire in base a quali meccanismi neurochimici, ma aveva la capacità di usare termini irrintracciabili su qualsivoglia vocabolario: tant’è che di mia iniziativa la laureai, honoris causa, col titolo di “Neologista”, naturalmente senza dirglielo. Nel contempo però ho compilato un compendio delle sua uscite più stravaganti. Tra le tante, memorabile fu la volta in cui, avvicinandosi le vacanze estive, mi chiese un preparato che le facesse perdere in poco tempo quel po’ di chili che l’inverno le aveva messo addosso, affinché potesse rientrare in un vestitino che le piaceva tanto ma che adesso si ostinava a starle un po’ stretto. Vedendomi perplesso per la richiesta e toccandosi i fianchi mi avvisò che non chiedeva miracoli. “So bene – dichiarò – che non potrò tornare come a vent’anni fa, quando avevo una sifilide che tutte mi invidiavano”! Se, citandola, ho usato l’imperfetto è solo perché il fatterello appartiene al passato. Fiorella Vastità è ancora tra noi, continua a contagiare con la sua voglia di vivere e a sfornare le sue alchimie linguistiche. Tra le ultime, stante il periodo, mi ha recentemente detto che non si perde una trasmissione che sia una nelle quali si parla di Covid. La ragione è semplice e me l’ha spiegata: le piace, anzi, vuole essere “informatica” su tutto ciò che accade nel mondo, soprattutto in questi giorni nel corso dei quali è nata una nuova “varietà” del virus che, se non ha capito male, hanno chiamato “oregon”. Qualcuno potrebbe chiedersi cos’ho obiettato. Niente, come ho sempre fatto fin dalla prima volta che è entrata nel mio studio. La volta che… Ma questa è un’altra storia.

Una firma per Sala: salvarlo dal pasticcio dello stadio San Siro

Miracolo a Milano. La denuncia di un piccolo gruppo di cittadini, sostenuta da un unico giornale (il Fatto), ora è diventata un tema di discussione cittadina, si è imposta come argomento di dibattito politico trasversale. San Siro, l’abbattimento del glorioso stadio Meazza, il cemento in arrivo sulle aree contigue: era un argomento di pochi, appassionati milanesi; ora è un problema per la nuova giunta di Giuseppe Sala. Il comitato “Sì Meazza” ha raccolto adesioni di peso in tutte le aree culturali e politiche, da Milly e Massimo Moratti a Luigi Corbani, da Gianfelice Facchetti a Sergio Scalpelli. Il Pd milanese resta silenzioso ed evita di sostenere il sindaco nelle sue gaffe (“Convincete voi Milan e Inter, io ci ho provato”; “Moratti vuole il Meazza? Se lo compri”). I Verdi cominciano a far sentire la loro voce. Scricchiola – non era mai successo prima – l’apparato bulgaro politico-mediatico che da anni sostiene ogni mossa di Sala e applaude voluttuoso ogni suo battito di ciglia. E perfino personaggi come Ignazio La Russa e Silvio Berlusconi si sono detti contrari all’abbattimento del Meazza.

Che cosa sta succedendo? L’affare San Siro si sta dimostrando più complicato di quanto Sala e i suoi spin doctor avessero previsto. Non diventerà forse il suo Vietnam, ma per la prima volta mette alla prova il suo consenso e rischia perfino di mostrare qualche ruga sulla fronte del Sistema Milano. Sta apparendo chiaro a tutti, in città, che la partita per lo stadio è solo un pretesto per sistemare i traballanti bilanci di due indebitatissime società, una americana e l’altra cinese, per il momento proprietarie di Milan e Inter, che un nanosecondo dopo la firma dell’accordo venderanno a chissà chi le squadre.

Sta apparendo chiaro a tutti che l’“interesse pubblico” dichiarato dalla giunta Sala è in realtà l’interesse privato, privatissimo, di un fondo Usa e di un imprenditore cinese. Sta apparendo chiaro che lo stadio Meazza potrebbe essere rinnovato con meno di metà dei soldi necessari a edificarne uno nuovo (300 milioni contro 650), costruendo una galleria invece del terzo anello (con 30 mila metri quadrati di spazi commerciali, ricreativi, ristoranti eccetera: gli stessi previsti nel progetto di nuovo stadio), con lo stesso rendimento per gli investitori, zero consumo di suolo, inquinamento da cantiere abissalmente inferiore. Lo dimostra il progetto Aceti-Magistretti.

Sta apparendo chiaro che il verde nell’area, che oggi è di 52 mila metri quadrati, dopo la realizzazione del progetto-cemento di Milan-Inter sarebbe di soli 26 mila mq (di verde profondo, sui 103 mila dichiarati, raggiunti calcolando i praticelli sui tetti e sul cemento). Sta apparendo chiaro che Milan e Inter non vogliono fare lo stadio, ma vogliono incassare dal Comune – e poi rivendere – i diritti volumetrici che scattano con la (discutibilissima) “legge sugli stadi”, che permette di costruire attorno allo stadio grattacieli, palazzi, centri commerciali, uffici e via cementificando. Con uno scandalo inedito: mentre in giro per l’Italia le squadre che vogliono costruire lo fanno almeno su terreni di loro proprietà, a Milano lo farebbero su terreni pubblici, del Comune, e pretendendo l’abbattimento di un bene pubblico, del Comune: lo stadio Meazza. Sta apparendo chiaro, infine, che i “Sì Meazza” questa battaglia la possono vincere: pretendendo il dibattito pubblico che Sala non vuole concedere sventolando cavilli da Azzeccagarbugli; e chiedendo il referendum abrogativo – vincolante, non consultivo – che cancelli la delibera del 5 novembre sull’“interesse pubblico”. Aiutiamo Sala a uscire dal pasticcio in cui si è messo: prepariamoci a firmare.