L’infezione letale: il dottor Demo trova chi lo uccise

“So che devo morire. Per questo ho voluto raccogliere le prove di quello che è successo, per aiutare la mia famiglia e le altre persone che si sono ammalate. Perché voglio che siano individuati i responsabili e che nessun altro si ammali”, è questo il messaggio di Paolo Demo, il medico vicentino ucciso da un batterio killer. Altre cinque persone sarebbero morte per la stessa causa. Il testamento del dottor Paolo sono due faldoni pieni zeppi di analisi, cartelle cliniche e di un fascicoletto scritto in formato word, fitto fitto. È il frutto di un’inchiesta personale andata avanti due anni, nonostante il male che lo consumava. Un diario della malattia, dal gennaio 2016 a oggi.

Demo è morto il 2 novembre a 66 anni. Dopo poche ore i suoi famigliari hanno consegnato migliaia di pagine agli avvocati Pier Carlo Scarlassara e Raffaella Di Paolo che hanno presentato un esposto alla Procura di Vicenza. Subito è partita l’inchiesta: i decessi sospetti sono 6, le persone infettate sarebbero 18 (tutte in Veneto). L’ipotesi di reato è omicidio colposo. Tra gli indagati due ex direttori della Asl. Il colpevole? È il batterio chimaera, che si sarebbe annidato nelle apparecchiature del reparto cardiologia. In particolare in quella che serviva per scaldare il sangue quando, durante gli interventi, viene praticata la circolazione extracorporea. Un batterio terribile, il chimaera: si insedia nel cuore, resta latente per mesi, anni, poi all’improvviso esplode in una specie di ascesso. Il rischio di morte, ricordano gli specialisti, può arrivare al 50% dei casi.

Tutto comincia nel gennaio 2016, quando Demo viene operato per la sostituzione della valvola aortica all’ospedale San Bortolo dove lavora. L’intervento pare riuscito, ma dopo sei mesi Demo comincia a stare male e compie le analisi. È un medico esperto, molto stimato, per trent’anni ha fatto l’anestesista nello stesso ospedale. E adesso deve occuparsi di un paziente molto particolare: se stesso. Dolore ai muscoli, rossore, tremiti notturni. E la nausea. Demo capisce: ha contratto il batterio chimaera in una forma particolarmente severa. E non si fa sconti: “So che non ce la farò”, diceva così questo medico dall’aspetto distinto, il fisico asciutto, i capelli brizzolati e i baffi. Ma non si è arreso: da quel giorno comincia la sua indagine personale, compiuta su se stesso, sul proprio corpo. Demo annota sintomi, produce analisi e cartelle cliniche. Non solo: nonostante la malattia che avanza riesce a rintracciare i nomi degli altri possibili pazienti del San Bortolo infettati dal batterio (vivono tra Vicenza, Padova e Treviso). È tutto racchiuso in quei faldoni, insieme con le delibere dell’ospedale. Tutto. Perché il punto adesso è capire se qualcuno a Vicenza sapeva e non ha preso provvedimenti. È dal 2011 infatti che l’allarme per il batterio killer era scattato nel mondo.

La ditta produttrice, LivaNova, aveva invitato gli ospedali in possesso dell’apparecchio per la circolazione extracorporea a sanificarlo. Non era stato ritenuto necessario il ritiro dell’apparecchio. “Gentile cliente, negli ultimi due anni LivaNova e la comunità cardiochirurgica hanno appreso molto su un rischio recentemente identificato per i pazienti operati a cuore aperto di contrarre infezioni da microbatteri non tubercolari”, scriveva la società produttrice. Aggiungeva: “I micro batteri sono diffusi in natura, nel terreno, nei sistemi di distribuzione dell’acqua, specialmente negli impianti di ricircolo dell’acqua calda di ospedali e condomini. Solitamente non sono dannosi, ma in rari casi possono causare infezioni in pazienti con patologie gravi o con sistema immunitario compromesso”.

Sarebbe successo questo al San Bortolo: “Ora dobbiamo capire – riferiscono gli investigatori – se l’azienda ospedaliera fosse stata avvertita e se avesse preso precauzioni”. Ma gli inquirenti nel loro lavoro hanno accanto un investigatore in più: è il dottor Demo che è riuscito a investigare perfino su se stesso. A compilare febbrilmente quel rapporto “perché non capitasse a nessun altro”. ‘Invio’, ha schiacciato sulla tastiera del pc dieci giorni prima di morire: la denuncia-testamento era pronta.

E adesso pure i Comitati civici! (o del simbolismo rivelatore)

E dunque, se ci è permesso maramaldeggiare con un’abusata citazione di Marx, viene fuori che la storia si manifesta una prima volta come Luigi Gedda e la seconda come Ivan Scalfarotto. Abbiamo appreso infatti ieri, grazie a un’intervista del Corriere della Sera, che l’ex sottosegretario dei governi Renzi e Gentiloni lavora alla fondazione di nuovi “Comitati civici”, stesso nome di quelli che aiutarono la Dc a vincere le elezioni del 1948 messi in piedi – addirittura su mandato papale – dall’allora vicepresidente dell’Azione cattolica Gedda, genetista non proprio estraneo alla cultura che giusto ottant’anni fa produsse le leggi razziali. “Di comitati ne sono nati 380 in tre settimane, sparsi un po’ in tutta Italia”, ci informa Scalfarotto – già “deluso dell’Ulivo” da Londra e persino candidato di Libertà e Giustizia alle primarie dell’Unione nel 2005 – il cui dante causa non è però Pio XII, ma più modestamente Matteo Renzi. Persino sul Corriere, purtroppo, non si capisce che dovranno fare questi comitati a parte aspettare di capire se l’ex premier riesce a farsi un partitone dei moderati, ammesso che ce ne siano ancora. La cosa interessante, però, è un’altra: il simbolismo politico che vanno costruendo è deliziosamente rivelatore. E i Comitati civici che teorizzavano l’alleanza con l’Msi contro le sinistre; e la marcia anti-operaia dei 40 mila nel 1980; e il pareggio di bilancio e la deflazione cari al governo degli anni Venti (sì, quello di Lui)… Insomma, ma che devono fare? Mettersi un cartello con scritto “forze della reazione” per farvelo capire?

Le disavventure del Pd, antidoto contro il malumore

Nei giorni bigi, con i primi freddi e il buio che arriva presto, si può sempre contare sul Pd per un po’ di buonumore gratis. Ieri sul nostro giornale Fabrizio d’Esposito ci ha intrattenuti sulla sindrome da scissione dell’atomo che affligge Pd e quel che si agita nei suoi dintorni: l’imitazione di Corrado Guzzanti, alias Fausto Bertinotti ha, e non da oggi, il sapore della profezia.

Lunedì sera, come di consueto, Matteo Renzi ha inviato la e-news che propaga alle folle digitali il suo verbo. Verso la fine c’è un pensierino anche per il congresso del suo partito, di cui lui, sappiatelo, si disinteressa quasi completamente: “Non ho mai voluto organizzare una corrente e non lo farò adesso. Opportunamente Marco Minniti ha sottolineato come la sua storia sia una storia di autorevolezza e indipendenza. Bene! Mi sembra che adesso si possa fare il congresso sulle idee, non su di me”. È incredibile come, anche per iscritto, non riesca a dissimulare la rosicatura. Attenzione perché poi viene il bello: “Io ho rinunciato a correre per la segreteria del Pd ma non ho rinunciato a combattere contro la cialtronaggine fatta governo”. Bontà sua, ha “rinunciato” a correre per la segreteria del Pd, dopo che grazie alla sua segreteria il partito è precipitato nei voti e continua a precipitare nei sondaggi: è un talento comico. Ma mica è finita: “Per questo ogni giorno lavoriamo in Senato e lavoriamo tra la gente sui comitati d’azione civile di Ritorno al futuro”. (E qui la domanda sorge spontanea: si sentirà più Marty McFly o Emmett Brown?)

Se non siete cultori della materia e non avete ben capito che cosa sono i Comitati civici, lo spiega, diciamo così, l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Ivan Scalfarotto al Corriere. Allacciate le cinture: “Sono 380 comitati, nati in tre settimane e sparsi un po’ in tutta Italia”. Nati come? Per partenogenesi? Per gemmazione? Sotto il cavolo? Alla domanda se i comitati sono “compagni di viaggio” del Pd, Scalfarotto risponde: “Direi di sì, ma guardano anche ad altri partiti. C’è una differenza: la politica si divide sui contenuti, il civismo si unisce sulle regole, a prescindere da come la si pensi. I cittadini che hanno messo mano al portafoglio per pagare la mensa di Lodi ai bambini extracomunitari o il gesto della signora Rosaria che ha difeso quell’immigrato sulla circumvesuviana non sono gesti di parte. Prima di questo governo le regole erano condivise e poi ci si divideva sui contenuti, ora non è più così”. Se siete ancora confusi non preoccupatevi. Poi non migliora. È un modo per superare la forma partito? “Ormai non basta più dire: ‘Vieni al Pd, vieni a Sel, prenditi la tessera…’. Probabilmente le persone che erano in piazza a Torino nemmeno l’avrebbero voluta la tessera del Pd oppure avevano tessere diverse in tasca. Il civismo va al di là delle appartenenze politiche. Si può essere del Pd e aderire ai nostri comitati ma si può venire anche da altre esperienze politiche”. Questi comitati sono un po’ di facili costumi: “È un movimento che può parlare con persone di tutte le opinioni. E non è un partito perché come comitati non ci vogliamo sostituire alle tradizionali forze politiche. Siamo pronti ad avere rapporti con tutti”. La Meloni sì, Berlusconi Sì, ovviamente LeU o quel che ne resta dopo l’ennesima scissione, tutti “tranne Lega e Cinque Stelle”.

Se vi siete detti che non sta succedendo niente, è solo Renzi che sottocoperta prova a fare il suo partito in attesa di vedere che capita al congresso del Pd, sappiate che l’intervistato ha negato con forza. Ma voi avete capito giusto.

Gilet, migranti, socialisti: quanto sono poetiche le proteste degli altri

Incredibile quanto ci piacciono le rivolte quando le fanno gli altri, una passione, proprio. Leggendo le cronache dalla Francia, anche quelle più “legge & ordine”, traspare una sorta di invidia non detta, di ammirazione sottaciuta, come un’inconfessabile stima per una mobilitazione così spontanea e tenace. Non tanto per gli obiettivi della protesta dei gilets jaunes (che restano molto francesi e assai trasversali), quanto per la loro tenacia. Ci piace insomma il pensiero dei francesi che si incazzano, come da canzone del Maestro, ma ogni volta quel che si ammira è che lo fanno seriamente. Già capitò ai tempi del grande sciopero dei mezzi pubblici, quando si magnificò la solidarietà dei parigini, pur azzoppati nel loro spostarsi, con i lavoratori in lotta. Non scioperanti e utenti divisi, ma cittadini uniti, si disse, cronache che scaldavano il cuore, mentre se succede qui, anche un minimo sciopero dei treni, ecco le grida di allarme sull’Italia “paralizzata” e la prepotenza sindacale.

Insomma, ci piacciono molto la protesta, la rivolta e persino la sommossa (specie se ceto medio-oriented), a patto che non succeda qui, e se un qualsiasi movimento di protesta si azzardasse qui da noi a occupare strade e autostrade o depositi di carburante, si griderebbe – destra, sinistra, sopra, sotto – all’eversione (non a caso il decreto Sicurezza contiene gravi inasprimenti di pene per blocco stradale, per esempio).

È un bizzarro strabismo politico-culturale, tutto italiano, molto ipocrita, che abbraccia il pianeta. La marcia dei migranti dall’Honduras agli Stati Uniti è un altro caso di scuola. Una migrazione in piena regola, che riscuote ammirazione e pressoché unanimi consensi, almeno a sinistra. È una cosa biblica, contiene molto Garcia Màrquez, migliaia di persone che vanno a piedi, coi trolley e le valigie, i bambini e i nonni fino a Tijuana, e lì cominciano a bussare al muro per avere una vita migliore. Muy sentimiento, eh! Se invece succede qui la musica cambia un po’, niente più flauti andini e canzoni di protesta, cominciano i cori del non-possiamo-accoglierli-tutti, gli aiutiamoli-a-casa-loro (cfr: Salvini), e aiutiamoli-davvero-a-casa-loro (cfr: Renzi). Insomma, gli opposti minnitismi, e magari, come già si fece, accuse di “estremismo umanitario” a chi crede nell’accoglienza e magari la pratica. Ci piacciono i migranti degli altri, insomma, pieni di rimandi letterari, soddisfano un nostro bisogno di etica e ci ricordano vagamente cosa sarebbe la giustizia sociale. Perfetti, finché stanno dall’altra parte del mondo, fuori dai coglioni.

Ci piacciono molto anche i socialisti degli altri. Il caso di Alexandria Ocasio-Cortez conferma in pieno. Con grande attenzione, i media italiani hanno seguito l’ascesa della giovane democratica, fino all’arrivo al Campidoglio di Washington. Hanno persino lodato il suo dichiararsi esplicitamente socialista. Che brava, che coraggio, bene! Che bella la copertina del New Yorker! Tacendo però il dettaglio che se qui, qui da noi, emergesse una voce dichiaratamente socialista – più diritti economici, meno rendite, meno profitti, più reddito da lavoro più diritti agli immigrati, più scuola pubblica – verrebbe trattata come un appestato, affetto da novecentismo, bacucco, via, sciò, come si permette, lasci fare ai mercati, che la sanno lunga. Se dici “socialista” a New York sei un’esotica benedizione per i tempi nuovi che verranno, ma se lo dici qui ti lapidano perché “non aiuti le imprese” e qualunque idea di conflitto sociale pare obbrobriosa.

È uno strabismo anche sentimentale, perché, insomma, almeno a sinistra piace ancora l’impianto, chiamiamolo così, ideal-romantico della rivolta e della reazione all’ingiustizia, dei deboli che si ribellano al potente, ma solo in cartolina, e più è spedita da lontano e meglio è.

La maturità a prova di costituzione

“Professore, nell’alternanza scuola-lavoro sono stato a fare fotocopie negli uffici di un cantiere che da quasi trent’anni prepara il traforo di una montagna per farci passare un treno veloce per spostare verso un pascolo alpino merci che non ci sono. Mi pare che tutto ciò sia un po’ insensato, e anche contro l’articolo 9 della Costituzione, che tutela l’ambiente. Ho imparato che si possono avere contratti (e dunque diritti) diversissimi per fare lo stesso, identico lavoro: ho il sospetto che questo violi l’articolo 3, quello che mi piace di più perché dice che tutti siamo uguali. A proposito, anche il professore di matematica, che è un precario, mi pare trattato come uno schiavo: gli articoli 1 e 4 forse non valgono più? E, con tutto il rispetto, perché c’è il crocifisso in aula, nonostante l’articolo 7? Ho poi un dubbio: un mio compagno di classe (che ha il padre che ha la residenza fiscale a Montecarlo) ha usato il bonus cultura per comprare i dischi dei neomelodici, vedersi Vacanze di Natale 14 e comprarsi il biglietto del Motor Show: non sono sicuro di aver capito se è l’attuazione dell’articolo 34, che dice che i capaci e meritevoli privi di mezzi possono raggiungere i gradi più alti degli studi. Infine: ma lo sa che il cugino del mio compagno di classe Ibrahim è appena arrivato su un barcone dalla Libia, è stato espulso e trova che questo sia contro i suoi diritti, ma non ha più tre gradi di giudizio perché uno glielo ha tolto l’ex ministro dell’Interno (sì, il predecessore di questo che sequestra le navi con dentro i neri), uno che ora vuole guidare il suo partito per aiutare ‘i più deboli’? Ho sentito dire che quel ministro era contento di avere la scrivania di Mussolini: ho paura che in quei cassetti la Costituzione non ci fosse…”.

Chissà se alla prossima maturità sentiremo qualche colloquio di questo tenore: teoricamente è finalmente possibile, perché da quest’anno scolastico entra in vigore il decreto 62 del 2017 (governo Gentiloni) che riforma le materie d’esame introducendovi anche “Cittadinanza e Costituzione”. Solo a gennaio sapremo come l’attuale ministro Bussetti deciderà di organizzare in pratica l’esame, e soprattutto come vorrà sostenere l’insegnamento di una materia cruciale, per la quale il suddetto decreto non stanziava alcun finanziamento. Come sempre, una riforma a costo zero: e dunque inattuabile. È evidente che, perché venga presa sul serio e sia seriamente insegnata e studiata, anche “Cittadinanza e Costituzione” avrebbe bisogno di chiarezza su quali siano i docenti di riferimento, sul numero delle ore, sui programmi, sull’esame stesso: e sui soldi con cui pagare tutto questo.

Se l’aspetto pratico è cruciale non lo è tuttavia di meno quello teorico: cosa significa insegnare la Costituzione? Di solito si risponde: il rispetto delle istituzioni, il senso civico, la legalità. Giusto: ma è come dire che insegnare la storia dell’arte significa insegnare la cronologia degli stili, la tecnica dell’affresco, gli ordini architettonici. Sacrosanto. Però insegnare davvero la storia dell’arte significa dare ai ragazzi il desiderio, prima ancora dei mezzi, per riappropriarsi del tessuto vivo del Paese in cui vivono ogni giorno: del rapporto tra città e campagna, di quello tra città storica e periferie, del senso della bellezza dello spazio pubblico. Sapere chi era Giotto, certo: ma anche sentire perché Giotto è vivo e urgente per la loro vita.

Ecco, la stessa cosa vale per la Costituzione. Si può e si deve insegnarne l’architettura formale, ma soprattutto si deve fare capire che la “Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società. Perché quando l’articolo 3 vi dice: ‘È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana’, riconosce con ciò che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto, e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione! Un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani”. Sono parole di Piero Calamandrei, tratte dal celeberrimo discorso del 1955 con cui spiegò proprio agli studenti quale fosse il senso profondo della Costituzione che aveva collaborato a scrivere. “La Costituzione è un pezzo di carta – diceva ancora – lo lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere quelle promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo”. Una scuola che formi cittadini sovrani capaci di attuare il progetto di giustizia della Costituzione: questa è la sfida.

Mail box

 

Dall’assemblea sono emerse le pessime condizioni dei dem

L’Assemblea del Pd di sabato 17 novembre è stata un bagno di sangue e di vergogna per i suoi dirigenti. Dopo l’intervento di apertura del suo segretario dimissionario Martina, ha preso la parola Katia Tarasconi consigliera regionale, che ha subito esordito dicendo ai vari dirigenti: “Ritiratevi tutti. Avete fallito. Siete proprio sicuri che, se dovesse fallire questo governo, la gente tornerebbe a votarci? Io dico di no! Il Pd ha bisogno di ossigeno e non di sentirsi ostaggio di qualcuno – ovvio riferimento al bullo toscano che puntualmente era assente – . Noi siamo il partito che dovrebbe stare in mezzo alla gente? Invece io qui, anche in Assemblea, vedo un cordone che divide noi dai dirigenti big di partito”.

La platea applaude, tranne la Boschi, Delrio, Calenda e tutti gli altri big che in prima fila nemmeno la guardano, non sanno proprio dove volgere lo sguardo dalla vergogna. E aggiungiamo anche il giovane candidato alla segreteria Dario Corallo che, rivolto ai dirigenti che lo attaccano, risponde: “I dirigenti del Pd vivono sui social e si comportano come dei Burioni qualsiasi” (anche in questo frangente l’arroganza del Partito democratico e dei renziani , sui social è stata vergognosa). E giù attacchi pesantissimi nei confronti del giovane candidato con le peggiori offese, volte a paragonarlo a un personaggio macchietta di Verdone. Tutto questo la dice lunga sulle condizioni di questo partito che ormai ha perso qualsiasi accenno di dignità. Io credo che, dopo lo scioglimento di LeU, il Pd non possa che prendere la medesima decisione. Si risparmierebbe l’umiliazione più grande, la batosta finale alle Europee di maggio 2019.

Massimo Testa

 

Nomina Pucciarelli: la Lega continua a oscurare i 5Stelle

Quando ho letto sul Fatto del 15 novembre che Stefania Pucciarelli, “salviniana al cubo” nonché “devota alla sacra effigie della ruspa”, ma soprattutto di orientamento decisamente di destra, è stata nominata presidente della Commissione per la Tutela dei Diritti umani, ho strabuzzato gli occhi e per poco non svenivo per lo schifo assoluto che suscita questa scelta assurda.

Signori, va a sostituire Luigi Manconi ed è stata preferita a Emma Bonino!

Ma com’è possibile che si arrivi a così tanta spudoratezza e tracotanza? E al Movimento 5 Stelle va bene così? Possibile che si stiano lasciando spianare così bene dalla Lega? Ma alla fine della legislatura (se si arriverà) si troveranno col sedere per terra. Hanno “portato” (è vero, obtorto collo) la Lega al governo e la Lega li ringrazia da una parte triplicando i propri voti e dall’altra oscurandoli nella compagine governativa, come se ci fosse solo Salvini &C. Ma il piccolo Di Maio, sempre così perfettino in giacca e cravatta, riesce a capirlo da solo o ha bisogno che qualcuno glielo spieghi?

Silvana Capurso

 

La fattura elettronica viola l’articolo 41 della Carta

Sono felice che il Garante della Privacy si sia espresso contro la fatturazione elettronica.

Si tratta né più né meno di un nuovo strumento di controllo messo in atto da un’Agenzia delle Entrate alla quale è stato concesso troppo potere, e che l’attuale governo – che ha preso impegni precisi in termini di fisco – dovrebbe iniziare a ridimensionare.

Il sistema di fatturazione elettronica dovrebbe essere usato unicamente per comunicare (eventualmente e non so con quale diritto) dati contabili come imponibile e Iva. Nulla più. Cosa ho comprato e cosa ho venduto all’Agenzia delle Entrate non dovrebbe interessare, sarebbe una violazione dell’articolo 41 della Costituzione Italiana. Oltretutto, quanti dipendenti dell’Agenzia delle Entrate saprebbero come comportarsi leggendo all’interno della descrizione di una fattura il codice 2N3055?

Quanti sanno che si tratta di un transistor e che se venisse acquistato da una pasticceria avrebbe poca attinenza con l’attività, mentre se venisse acquistato da un’azienda elettronica sarebbe perfettamente coerente con quella che è la sua produzione?

Sono informazioni che non solo potrebbero essere cedute senza il consenso di noi cittadini ma potrebbero essere usate per accertamenti infondati. Dal canto mio, non intendo implementare la fatturazione elettronica. Mi avvalgo del mio diritto alla disobbedienza civile, sono anche disposto a cessare la mia attività e iniziare a generare Prodotto interno lordo solo all’estero se non si pone un freno a chi si arroga il diritto di controllare la nostra vita in ogni momento, quasi fossimo tutti al 41-bis.

Osvaldo Stano

 

Sul Tav i giornali hanno spesso diffuso fake news

In effetti quello del Tav Torino-Lione è un caso evidente di manipolazione dell’informazione. Per anni ho creduto che la linea fosse quasi ultimata e fosse destinata al trasporto di passeggeri. Poi, invece… Sembra quasi una psicosi collettiva, ma questo giochino tanti giornali lo fanno spesso e mi chiedo come funzioni. Tanta è la fatica che si impiega a scovare e smentire la bufala quotidiana.

Lettera non firmata

La corsa al consumo che fa gongolare solo Mister Amazon

Sono una nonnaromana più che settantenne. I miei nipoti sono riusciti negli anni, senza troppi sforzi, a coinvolgermi nella celebrazione di ricorrenze bizzarre (vedi Halloween). Quello che proprio non riesco ad accettare senza riserve è la corsa forsennata agli acquisti nel cosiddetto “Venerdì Nero”. Non solo sono poco avvezza agli acquisti online, preferendo di gran lunga lo shopping nei negozi “fisici”, ma mi riesce difficile comprendere le basi del meccanismo di vendita promozionale (leggo di prodotti scontati fino 70%) che richiama ogni anno milioni di persone. Mi chiedo prosaicamente: chi ci guadagna?

Susanna Portinai

 

“In alto le carte di credito e che si dia inizio allo shopping!”. Cara nonna Susanna, immagino che in questi giorni abbia sentito riecheggiare in casa sua molto spesso questa frase da parte di figli e nipoti. Ma se per lei suona come una minaccia (per l’integrità del suo portafoglio), è Jeff Bezos, patron del colosso delle vendite online Amazon, a gongolare. Anche grazie al Black Friday è diventato l’uomo più ricco del pianeta e il primo a superare nella classifica di Forbes il patrimonio di oltre 150 miliardi di dollari. Basta pensare che in Italia solo lo scorso anno Amazon ha proposto 5.000 offerte ricevendo ordini per 2 milioni di prodotti, vale a dire il doppio del 2016. Del resto il gioco vale la candela: grazie alla “febbre degli sconti”, gli italiani in pochi anni sono diventati habitué di questo shopping selvaggio che consente di dare il via alla corsa ai regali per non arrivare in ritardo sugli acquisti per Natale risparmiando un po’ rispetto ai prezzi applicati nei negozi “reali”. Si dice che è “la tecnologia, bellezza!” e ai più poco interessa se dopodomani si consacrerà l’ennesima festa dei consumi, mentre fino a poche settimana fa si discuteva sulla chiusura domenicale dei negozi.

Così tra una polemica e un’altra si continua ad alimentare questo evento senza neanche il bisogno di pubblicizzarlo, visto che a farlo ci pensano già stampa e tv, ricordando le giuste accortezze da prestare se si decidesse di partecipare a questa maratona di acquisti online per evitare di cadere nelle truffe. Ma signora Susanna, non disperi. Se dopodomani non riuscirà a salire sul treno del Black Friday, c’è sempre il ritardatario Cyber Monday da giocare sulla ruota delle vendite online. Non si chieda cosa sia. L’importante è avere a portato di mano i numeri della carta di credito.

Patrizia De Rubertis

Abuso d’ufficio, il pm Padalino indagato a Milano

L’ipotesi di reato è abuso d’ufficio. Il sostituto procuratore di Torino Andrea Padalino, da un anno distaccato alla procura di Alessandria, è stato iscritto nel registro degli indagati dai colleghi della procura di Milano. Padalino, assistito dall’avvocato Massimo Di Noia, potrebbe essere interrogato nei prossimi giorni. La vicenda che coinvolge uno dei più noti pm della procura torinese nasce da un’inchiesta coordinata dai suoi colleghi su un presunto giro di favori all’interno del palazzo di giustizia. Un avvocato, Pier Franco Bertolino, e un carabiniere, Renato De Matteis, sono indagati di corruzione per atti contrari al dovere d’ufficio: in cambio di alcuni favori il militare indirizzava al primo alcuni denuncianti, trattava le sue denunce – assegnate a Padalino a volte in violazione delle norme interne alla procura – e rivelava notizie riservate. Bertolino è accusato anche di favoreggiamento per aver spifferato a due presunti trafficanti di droga l’esistenza di un’indagine su di loro. All’appuntato, invece, sono contestati anche quattro episodi di corruzione in atti giudiziari in concorso con altri indagati.

“Corruzione nei concorsi sanitari. Tutti sapevano e nessuno parlava”

Il mondo della psicologia e della psichiatria di Torino è al centro dell’inchiesta “Argante 2” della Procura su sei concorsi pubblici degli ultimi due anni. Venticinque persone indagate a vario titolo per corruzione, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e falso ideologico in atti pubblici. Tra quei nomi ci sono personaggi importanti come Riccardo Torta, professore di psicologia clinica del Dipartimento di Neuroscienze “Rita Levi Montalcini” dell’Università, Flavio Boraso, direttore dell’Asl Torino 3 (che copre l’area ovest della provincia) ed Enrico Zanalda, responsabile del dipartimento di salute mentale di quella stessa azienda sanitaria e da poco presidente della Società italiana psichiatria. Le accuse e gli episodi specifici contestati ai tre non sono noti. Ieri mattina i carabinieri del Nas di Torino, guidati dal comandante Antonello Formichella, hanno eseguito 23 decreti di perquisizione e sequestrato documenti e materiale informatico su bandi di gara svolti in questo settore negli ultimi anni.

In due anni di inchiesta i militari, coordinati dai pm Gianfranco Colace e Laura Longo, hanno scoperto un “sistema clientelare” di cui, nel settore medico e universitario torinese, tutti parlavano, ma nessuno denunciava.

Sono stati rilevati scambi di favori, agevolazioni e raccomandazioni nei concorsi per ruoli medici dirigenziali delle specialità di psichiatria e psicologia clinica. Al vaglio degli inquirenti sei concorsi per l’assunzione di personale medico strutturato, borse di studio, bandi per l’ingaggio di liberi professionisti e per l’arruolamento di personale medico ambulatoriale. All’interno di questo contesto di omertà, dove nessuno denunciava per evitare di mettersi contro il sistema, i protagonisti della vicenda erano talmente tranquilli nel predisporre i bandi su misura che al telefono parlavano delle procedure chiamandole col cognome del vincitore: “Il bando di Tizio”, “il concorso di Caio”.

Questa nuova “Sanitopoli” nasce approfondendo altre vicende. Tra il 2015 e il 2016 la Procura di Torino e i Nas indagavano sulle false certificazioni predisposte per ottenere pensioni di invalidità. In questo contesto aveva destato interesse un caso estraneo: quello di Pierino Santoro (qui non indagato), ex direttore generale dell’Azienda territoriale per la casa di Asti, l’ente case popolari. Nell’autunno 2015, dopo aver patteggiato quattro anni e due mesi di carcere per un peculato da ben 8,6 milioni di euro, Santoro ottenne dalla commissione medica dell’Asl Torino 1 il parere positivo alla pensione di invalidità (280 euro al mese) per via di una forma di ansia e depressione. Ad Asti questa vicenda aveva destato molto scalpore al punto che il deputato M5s Paolo Nicolò Romano aveva denunciato tutto in parlamento. Poi a Torino qualcuno ha deciso di andare a fondo.

Scusi, che danno stasera? Consip. Ah, beeeneee…. – I segreti dell’amico di Tiziano nelle mani dei periti tedeschi

I segreti di Carlo Russo sono custoditi nella memoria dei suoi cellulari. Ora un tecnico di una società specializzata in Germania, su ordine dei pm, potrebbe svelarli. A questo ragazzo di 34 anni che andava a fare pellegrinaggi con Tiziano Renzi e sua moglie Laura sono stati presi dai carabinieri tre pc, due iPad e cinque telefonini: un iPhone 5c verde, un iPhone 6 champagne, un iPhone 6s grigio, un iPhone 7 nero e pure un Samsung GTE 1200.

Russo è accusato da aprile scorso di essere un millantatore. Inizialmente i pm di Roma lo avevano iscritto per traffico di influenze con Tiziano Renzi e Alfredo Romeo ma ora hanno cambiato idea presentando la richiesta di archiviazione per lui e i presunti complici. Resta in piedi così per i magistrati solo il millantato credito, contestato al solo Carlo Russo. Secondo l’impostazione della Procura, ora al vaglio del Gip, nell’estate 2016, Russo trattava un compenso per sé (100 mila euro) e per il padre di Renzi (30 mila euro al mese), nel frattempo ignaro delle promesse fatte a suo nome all’imprenditore Romeo di influenzare l’allora ad della Consip Luigi Marroni.

I magistrati romani però finora non sono riusciti a penetrare il mondo di Carlo Russo. L’amico di Tiziano non ha mai risposto alle domande dei pm. Il padre di Matteo non ha mai criticato duramente l’uomo che lo ha messo nei guai con le sue parole in libertà. Russo insomma resta un rebus. Solo lui sa perché è andato più volte da Luigi Marroni in Consip e da Silvio Gizzi, Amministratore delegato di Grandi Stazioni. Solo lui sa se il 16 luglio 2015, alle ore 15, a Firenze si sono incontrati davvero Alfredo Romeo e Tiziano Renzi.

Soprattutto il contenuto del suo Iphone 7, potrebbe aiutare a capire qualcosa degli ultimi mesi della vita di Russo. Quell’Iphone è stato comprato infatti a fine settembre del 2016. Lo sappiamo perché Russo se ne vanta con Romeo mentre è intercettato. I messaggi e le conversazioni in chat, anche quelle custodite negli altri telefonini più datati, potrebbero essere un asso nella manica. Però Russo si è guardato bene dal consegnare all’autorità giudiziaria il codice di sblocco. La Procura, così, con la consulenza dell’ingegner Sergio Civino, ha consegnato gli apparecchi a un’azienda in Germania. La risposta non è ancora arrivata ma le tecnologie attuali permettono ai pm di sperare.

Russo è consapevole dell’importanza di questa partita. Intercettato da una cimice installata sulla propria auto, il 21 marzo 2017, parla proprio di quell’Iphone 7 sequestrato: “Carlo – annotano i carabinieri – dice che non farà la richiesta e non solleciterà la restituzione dei telefoni in quanto non vogliono far capire agli investigatori che loro non sono interessati a partecipare agli accertamenti irripetibili. (…) Carlo dice che l’avvocato non sta facendo richiesta di restituzione dei telefoni nella speranza che facciano le operazioni non ripetibili sui cellulari dimenticando di darne notizia a loro in modo che sia tutto inutilizzabile anche se è un’ipotesi molto remota. E dice che più probabilmente stanno prendendo tempo in attesa che esca il Jailbreak (software di sblocco) per l’Iphone 7. Carlo dice che però il jailbreak non è certificato e quindi il suo tecnico lo potrà contestare”.

Russo con la moglie si vanta di essere uno che non si fa fregare dalle intercettazioni. Quando la donna gli dice “Se poco poco tu parlavi diversamente t’avrebbero rovina… vero?” lui replica tranquillo, “Vedi anche io parlavo con Alfredo… mezzi modi di dire, mezze cose dette, mezze non dette, mezze scritte. Io lo faccio con tutti, sempre. Cioè, se mi senti parlare con qualcuno, dici: ‘Ma che cazzo dice?’. Non si capisce nulla”. Un professionista insomma. In un’altra intercettazione dice di andare in giro con il rilevatore di cimici: “Me lo porto sempre dietro, tanto è un cazzettino, dovunque vada, qualsiasi ufficio, in qualsiasi posto”.

Il 14 aprile 2017 viene captata un’altra conversazione nella quale Russo spiega così la battaglia in corso sul suo Iphone 7. La Procura ha già dato la delega a un perito per cercare di accedere al telefono.

L’interlocutore di Russo, un tal Simone, a un certo punto dice anche di aver seguito un corso tenuto proprio dal perito dei pm di Roma: “Simone dice (…) che sa che il tecnico che sta analizzando il telefono è Sergio Civino dice che ha partecipato a una sua lezione qualche tempo fa dicendo che ha partecipato a vari casi tra cui quello Scazzi, Marra e il caso Consip”. Annotano i Carabinieri: “Stanno aspettando che venga fatto il software per sbloccare l’Iphone 7 e se lo utilizzano il tecnico di parte di Russo, Papini, lo contesterà”.