Trombe d’aria,torrenti in piena, alberi abbattuti dal vento. Il maltempo continua a sferzare l’Italia e si registrano danni da nord a sud. Ieri la prima tromba d’aria ha investito il treno locale Catanzaro Lido-Crotone: le raffiche di vento hanno violentemente scosso il convoglio. Sono rimasti feriti alcuni passeggeri e diversi finestrini sono andati in frantumi. Due le trombe d’aria in Salento, una delle quali ha scagliato un grosso tronco di pino sui binari. Una tromba d’aria marina a Salerno ha causato nel pomeriggio il ribaltamento di alcuni container nello scalo portuale. A Caserta un forte nubifragio ha causato il distacco di una porzione di capitello dalla facciata sud della Reggia borbonica. E ancora tetti divelti a Trieste, dove è tornata la bora, e acqua alta a Venezia, con un picco di 97 cm sul medio mare. Nel Frusinate due ragazzi sono stati tratti in salvo dall’esondazione di un torrente. Intanto i primi fiocchi di neve sono caduti sull’Alto Mugello e nel Modenese. Strade allagate a Roma, con forte intralcio alla viabilità, e a Isernia, dove il fiume Volturno ha rotto gli argini. L’ondata di maltempo è destinata a proseguire nelle prossime ore.
Msf, indagine sullo smaltimento rifiuti – Msf sotto inchiesta per lo smaltimento rifiuti
C’è un’altra inchiesta della Procura di Catania sulle Ong, stavolta però non riguarda il presunto favoreggiamento dell’immigrazione irregolare ma i rifiuti, lo smaltimento dei vestiti dei migranti soccorsi in mare e di materiale sanitario, da parte di Medici senza frontiere. “Cannule, garze, tamponi, bende con tracce ematiche”, sarebbero state mischiate con “indumenti contaminati indossati dagli extracomunitari” e “scarti degli alimenti”, per essere “conferiti e smaltiti come rifiuti solidi urbani o speciali non pericolosi”. Questa l’accusa dell’ufficio diretto da Carmelo Zuccaro all’equipaggio di Medici Senza Frontiere, che fra gennaio 2017 e maggio 2018, nel corso di 44 sbarchi in tutta Italia con le navi Aquarius e Vos Prudence, avrebbero smaltito rifiuti “infetti” e “pericolosi” in modo illecito. Tra le dodici persone coinvolte anche Francesco Gianino, titolare della Mediterranean Shipping Agency, e Giovanni Ivan Romeo dell’agenzia marittima Romeo Shipping, che si sarebbero occupati del recupero e dello “smaltimento indifferenziato dei rifiuti pericolosi a rischio infettivo” a “ una tariffa molto più vantaggiosa”. Circa 24 tonnellate di rifiuti pericolosi sarebbero stati declassati, con un risparmio di 460 mila euro, somma sequestrata insieme alla nave Aquarius, al momento a Marsiglia. Secondo Msf, nel corso delle operazioni Sar si sono riscontrati casi di “scabbia, infezioni del tratto respiratorio e urinario, tubercolosi, meningite e sepsi”, patologie che sarebbero potute essere veicolate “per contatto indiretto attraverso i propri effetti personali ed oggetti materiali”. Per i magistrati ci sarebbe “un rischio infettivo” anche nei “rifiuti alimentari rappresentati dagli scarti”, e per “scongiurare pericoli per la salute pubblica”, il “trattamento e raccolta di tali rifiuti”, non può essere “assimilabile a quelli dei rifiuti urbani”.
In un’intercettazione del 12 dicembre scorso Gianino spiega a un responsabile Msf: “Per i vestiti l’abbiamo già fatto altre volte. Li classifichiamo come rifiuti speciali, come fossero stracci della sala macchine”, mostrando “consapevolezza”, scrive il giudice, della “natura pericolosa dei rifiuti”. “Il rischio non esiste. Tbc, meningite, Aids, e non si trasmettono tramite un indumento o avanzi di cibo, è una fesseria”, spiega al Fatto Gianfranco De Maio, medico di Medici senza frontiere. “Siamo tornati agli anni 80, si fomentano le paure. Da anni siamo impegnati per debellare nel mondo le epidemie, come l’ebola. Non siamo qui per diffondere il rischio di possibili contagi”. Msf ha impugnato il sequestro. Per Karline Kleijer, responsabile emergenze Msf, “è l’estremo, inquietante tentativo di fermare a qualunque costo la nostra attività di ricerca e soccorso in mare”.
Negli ultimi anni la Procura di Catania sotto la guida di Zuccaro indaga per dimostrare l’esistenza di possibili legami tra le Ong impegnate nel soccorso in mare e i trafficanti libici, vicenda poi archiviata. Lo stesso procuratore ha chiesto di archiviare l’accusa nei confronti del ministro Matteo Salvini per il caso Diciotti.
Libia, proiettili di gomma sui migranti della nave Nivin
Dieci feriti, la prospettiva del carcere, l’accusa di pirateria. Quel che è accaduto ieri nel porto di Misurata è l’ennesima prova che non basta rifornire di motovedette la Guardia costiera nordafricana, né è sufficiente addestrare i militari, perché nessuno potrà mai convincere i migranti che l’inferno libico sia un “porto sicuro”. Se lo fosse, i militari libici non avrebbero dovuto sparare proiettili di gomma e lacrimogeni, per convincerli a scendere dalla Nivin, la nave di bandiera panamense che tredici giorni fa ha soccorso 79 migranti a circa 80 miglia dalla costa libica. Per dodici giorni si sono barricati nel mercantile poi attraccato a Misurata. Per dodici giorni si sono rifiutati di sbarcare in Libia. Finché non li hanno sgomberati con la forza. Circa dieci feriti – 5 secondo fonti Unhcr – ricoverati in ospedale, persone intossicate dal gas e colpite dai proiettili in caucciù, il resto trasferito nel centro di detenzione di Kararin e destinati al carcere, con l’accusa di pirateria. Dopo giorni e giorni di trattative, dei 94 migranti somali, eritrei, sudanesi e bengalesi, soltanto in 18 di loro avevano accettato di scendere dalla Nivin.
Due giorni fa uno dei migranti a bordo della nave mercantile ha spiegato in un video, pubblicato dalla giornalista Francesca Mannocchi, il motivo per cui aveva deciso, con i suoi compagni, di non sbarcare: “Vengo dall’Eritrea”, dice Cristin Igussol, “e sono in Libia dal 2016. Mi hanno venduto tre volte, mi hanno punito, mio fratello è morto tra le mie braccia. Se sbarco da questa nave mi ammazzano. Come posso sbarcare? Possono fare quello che vogliono, ma io non scendo. Anche se non mi danno da mangiare. Ho deciso così. Non è solo la mia decisione. È quella di tutti i 79 migranti che sono a bordo. Non scenderemo. Fino alla morte.
Ci serve una soluzione. Una soluzione in fretta perché siamo in cattive condizioni. se vedeste in quali condizioni, anche per un microsecondo… nessuno può vivere in questo paese”. Nessuna soluzione. Ieri è arrivato l’intervento dei militari libici. Credevano di essere fuggiti dal loro inferno, quando la Nivin li ha soccorsi dal barcone che rischiava l’affondamento: “Quelli della Nivin – hanno riferito i sopravvissuti – ci hanno detto che ci avrebbero portato in Italia, non a Misurata. Abbiamo avvistato Malta.
Poi ci hanno riportato indietro”. L’organizzazione Mediterranea – alla quale partecipano la Ong Sea Watch, Arci, Ya Basta Bologna, e parlamentari eletti con Leu Erasmo Palazzotto e Nicola Fratoianni – il 16 novembre ha segnalato che le “autorità italiane, fin dall’inizio, sono state coinvolte nel caso, ordinando alla Nivin di deviare dalla sua rotta, operare il salvataggio e contattare la Libia attraverso il centralino del centro di coordinamento italiano ubicato a Roma”. Niente di irregolare, considerato che la Libia s’è vista riconoscere una propria zona di salvataggio – Sar zone – ed è legittimata a intervenire. Il punto è che, per quanto possa esserlo sulla carta, nella realtà non è considerata un porto sicuro né dai migranti né dall’Onu che, in più di un’occasione, ne ha denunciato i crimini – stupri, rapine e torture – sulle persone, perpetrati nei centri di detenzione gestiti dalle milizie.
“Siamo profondamente rattristati – è la posizione dell’Unhcr interpellata dal Fatto – dalle notizie che giungono da Misurata dove si contano feriti dopo l’uso della forza. La riluttanza dei migranti a lasciare le condizioni di sicurezza a bordo della nave, la paura di essere destinati alla detenzione, è una reazione umanamente comprensibile. Non conosciamo le loro singole storie. Ma sappiamo che alcuni di loro potrebbero avere bisogno di protezione internazionale. Seguiremo i loro casi e ribadiamo la nostra richiesta alle autorità di istituire strutture d’accoglienza che offrano, per chi è sbarcato in Libia dopo un salvataggio in mare, un’alternativa alla detenzione”.
La discesa in campo di Confindustria per camini e Tav
Non solo la manovra, la trincea di Confindustria contro la politica anti-impresa passa oggi anche per lo scontro nel governo sui rifiuti in Campania e rilancia la battaglia per aprire e non chiudere i cantieri. “Si parte dalla Torino Lione e si parlerà dell’importanza delle infrastrutture” a Torino, “un simbolo”, dove Boccia riunirà il 3 dicembre i circa duecento industriali che reggono le fila del sistema di rappresentanza di via dell’Astronomia: il Consiglio Generale, con i presidenti delle associazioni territoriali di tutt’Italia e delle categorie. “Questo Paese deve domandarsi in futuro cosa sarà e cosa vuole essere – spiega – l’Italia che vogliamo immaginare: una Italia centrale tra Europa e Mediterraneo, aperta a Est e Ovest”. E “servono infrastrutture che colleghino le periferie al centro e l’Italia al mondo”. Nessuna voglia “di piazza”, “per adesso no”, se accadrà “vorrà dire che siamo proprio alla frutta e speriamo di non arrivarci”. E il caso dei rifiuti in Campania? “Io sto con gli inceneritori – dice – e mi meraviglia che la parte politica che vuole fare valutazioni sulle infrastrutture per gli sprechi non si renda conto che mettiamo l’immondizia sulle navi, la mandiamo ai termovalorizzatori in altri Paesi e paghiamo”.
“Area sud Milano”: qui lo smaltimento dei rifiuti è nelle mani di un ex postino
In tempi di polemiche sui rifiuti, da Milano arriva una strana vicenda in tema di monnezza. Con società partecipate al tracollo finanziario, costi esorbitanti per le aziende private e strane nomine. Un vero precipizio amministrativo. Giocato tutto sotto l’ombrello del Pd. Succede a Rozzano a ovest del capoluogo lombardo. Sul piatto, la gestione dell’azienda Area sud, società a partecipazione pubblica che gestisce il ciclo dei rifiuti per diversi Comuni.
In tasca un fatturato di 13 milioni all’anno. E un particolare: da luglio sulla poltrona di presidente del Cda di Area sud siede un 56enne sul cui curriculum si legge: “Addetto senior” di Poste italiane. Tradotto: postino. Perché è questo che fa da sempre Mauro Caraccini, perito elettrotecnico con la passione per la politica. Tra i soci pubblici di Area sud i Comuni di Corsico, Pieve Emanuele, Locate Triulzi, Cesano Boscone. La società ha come partner privato la Daneco, impresa del gruppo di Francesco Colucci in concordato preventivo.
Area sud, che non ha presentato il bilancio 2017, è controllata da Ama (Azienda multiservizi ambientali), la municipalizzata di Rozzano. Il buon Caraccini finito su una poltrona così prestigiosa non molla l’osso. Ma consapevole del ruolo complicato si dice abbia chiesto aiuto all’ex direttore generale con il quale divide lo stipendio da 43 mila euro. Una situazione surreale che si allarga se si va a vedere chi è stato il predecessore di Caraccini sulla poltrona di presidente del Cda di Area sud.
Si tratta di Gianfranco Sgambato, 60enne di Saviano (Napoli). Lui di professione fa l’insegnante di ginnastica. Rispetto al portalettere, Sgambato presenta qualche voce in più nel suo curriculum. Anche un incarico da amministratore delegato di Sfera la società che controlla le farmacie comunali. Oggi Sgambato è dirigente procuratore di Ama. Un colosso locale da 21 milioni di euro di ricavi e che con il 41% delle quote controlla Area sud.
Ama, però, ha un indicatore di redditività negativo per circa 600 mila euro. Non a caso, visto che nel 2006 dà vita a un’altra società. Si tratta di Api, altro mostro pubblico, nata per gestire il patrimonio immobiliare del Comune e dichiarata fallita nel 2017 con un buco di 30 milioni. Tutto questo avviene sotto l’ombrello del Partito democratico. Oggi in sella c’è la sindaca Barbara Agogliati. Prima di lei, con casacca Pd, Massimo D’avolio, ex consigliere regionale, a processo per trame legate alle municipalizzate. D’avolio pochi giorni fa a Rozzano ha partecipato al corteo di protesta inscenato dal pregiudicato Gennaro Speria, sfrattato da un capannone dove ha gestito l’associazione Area 51. Solidarietà a Speria anche da Umberto Palomba, ex figura criminale, oggi ripulito e in sella a una cooperativa che fa lavorare ex detenuti. Risultato: dirigenti improbabili, tasse dei rifiuti alle stelle per rientrare dalle perdite, partecipate fallite e rapporti con il crimine locale.
Nanoparticelle e fallimenti: bruciare inquina e costa caro
Non sono indispensabili, inquinano e sono strategicamente sbagliati: qualsiasi altra valutazione sugli inceneritori o termovalorizzatori (la distinzione è solo sul fatto che i secondi prevedono il recupero energetico) è basata su calcoli piegati alla necessità di smaltire in fretta rifiuti, senza considerare conseguenze né contesto. Senza una visione strategica sostenibile.
“Non inquinano”. C’è un fondo di verità alla base del pensiero di chi sostiene che gli inceneritori non inquinino: il progresso tecnologico e l’introduzione di filtri, negli anni, hanno di fatto ridotto la concentrazione degli inquinanti nelle emissioni. È cambiata, però, la quantità di rifiuti che arrivano all’impianto e quindi la quantità di emissioni: se prima erano poche decine di tonnellate, oggi sono centinaia di migliaia. “I limiti ambientali presi come riferimento per determinare se un impianto inquini oppure no, sono però le concentrazioni”, spiega il presidente di medici per l’Ambiente, Agostino Di Ciaula. Inoltre, i filtri e le nuove tecnologie hanno modificato il tipo di emissione: si diffondono particelle molto sottili, nanometriche, impossibili da trattare (motivo per cui manca una normativa di riferimento) e sulle quali non si è mai aperta una discussione seria a livello legislativo. E le correlazioni con le malattie? Per ogni studio accreditato che ne esclude, ne esiste un altro altrettanto attendibile che le identifica.
Salute. Cosa c’è quindi di certo? Che ciò che si brucia non è mai un toccasana per l’uomo e i problemi respiratori possono essere vari: “Patologie croniche, cancro ai polmoni, bronchiti croniche, enfisemi, asma – spiega Roberto Del Negro, pneumologo, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Pneumologia della Ulss22 del Veneto –. Tutti i fumi, i gas, le diossine, gli ossidi di azoto, l’anidride solforosa e i derivati degli idrocarburi, anche quelli emessi dalle auto, sono nocivi. Inoltre, più sono piccoli di diametro, più è facile che penetrino nei polmoni e superino la barriera del cuore per entrare in circolazione nel sangue”.
Lo chiede l’Europa. Falso. Costruire nuovi inceneritori è in contrasto con l’agenda europea sull’economia circolare. La Comunicazione della Commissione del 26 gennaio 2017 sul ruolo del recupero energetico segnala il potenziale paradosso tra l’aumento progressivo dei tassi di riuso e riciclo, previsti dal Pacchetto Economia Circolare, e la necessità di assicurare il ritorno degli investimenti agli inceneritori. Quando si pianifica un inceneritore si deve assicurarne la sostenibilità, l’ammortamento dell’investimento, con il suo ritorno energetico: va quindi “nutrito” di immondizia per fargli produrre energia. Questo significa che se ne entra meno rispetto alla sua capacità, l’impianto va in perdita e diventa antieconomico. Eventualità più che probabile in uno scenario di incremento dei livelli di raccolta differenziata (e quindi di riduzione di rifiuto da incenerire). In Versilia i Comuni si ritrovano a subire penali per avere introdotto la raccolta differenziata intensiva (in linea con gli obiettivi di legge) generando però una carenza di rifiuti urbani residui da spedire all’inceneritore, necessari per rispettare gli obblighi contrattuali.
E Copenaghen? L’inceneritore di Copenaghen, Amager Bakke, è stato citato da Matteo Salvini come modello di sostenibilità e inclusione per la pista da sci che dovrebbe nascere sul suo tetto. Ha però lo stesso problema della Versilia. Lo spiega il giornale finanziario danese finans.dk (ripreso ieri da l’Ecodellecittà): non c’è abbastanza spazzatura da bruciare nell’impianto, la struttura ha una capacità complessiva di circa 500 mila tonnellate all’anno, ma i cinque Comuni che lo possiedono non ne producono abbastanza. E neanche farne arrivare altra dalla Gran Bretagna è servito. Un anno fa era stato elaborato un primo piano di ripresa economica, fallito. Ora, la società pubblica che gestisce l’inceneritore, ne ha proposto un altro il cui esito è incerto.
La crisi. Pianificare un inceneritore, infine, risolve poco nell’immediato: per essere pienamente operativo dovrebbero trascorrere circa 8 anni, durante i quali è possibile modificare ampiamente la strategia sulla raccolta e lo smaltimento dei rifiuti arrivando all’obiettivo dell 65 % di materiali riciclati (e all’80% di differenziata) previsto dall’Ue per il 2030. Le scelte di oggi, insomma, possono modificare la strategia futura. Se la Provincia di Treviso ha il più alto tasso di raccolta differenziata è anche perché negli anni Novanta si decise di realizzare solo uno dei due inceneritori in discussione.
Contrabbando di petrolio, Maxcom attacca Report
La società MaxCom Bunker e il suo manager di punta, Marco Porta, minacciano Report, annunciando una querela contro la trasmissione giornalistica della Rai. Al centro della vicenda c’è l’inchiesta trasmessa dal programma su un presunto traffico di carburante che dalla Libia – via Malta – arriva fino ai mercati europei e su cui sta indagando la Procura di Catania. L’indagine – come riportato da Report – ha scoperto che il traffico coinvolgerebbe anche il gruppo italiano MaxCom. Nell’inchiesta era stato arrestato lo stesso Porta, amministratore delegato della MaxCom Bunker spa, controllata del gruppo che fa capo alla famiglia Jacorossi. In manette sono finiti anche alcuni capi delle milizie libiche e il catanese Nicola Orazio Romeo, che secondo alcuni collaboratori di giustizia sarebbe legato alla famiglia mafiosa degli Ercolano.
Porta e MaxCom Bunker, difesi dallo studio Gentiloni Silveri (il fondatore, Michele, è cugino dell’ex premier) hanno diramato un comunicato in cui parlano di “notizie false e già smentite in sede processuale” e annunciano che procederanno in sede giudiziaria contro Report.
Creare l’emergenza, la storia si ripete
Campania e rifiuti. Ci risiamo. La crisi in realtà non è stata mai superata. La polvere è stata soltanto spostata sotto il tappeto. La raccolta differenziata è lontanissima dal 70 per cento promesso a Napoli e gli impianti di compostaggio, che consentirebbero un ciclo più ordinario, sono al di sotto della necessità. Per non parlare delle ecoballe. Le indicazioni europee verso il modello “rifiuti zero” non hanno mai preso piede. E chi rilancia oggi i termovalorizzatori rimpolpa una polemica ampiamente superata nel vecchio continente e appetibile solo per qualche gruppo industriale allergico all’innovazione. Nel 2018, a dieci anni dalla crisi, Napoli e la Campania restano lo specchio dell’Italia: aspettare l’emergenza e renderla un’occasione per affaristi e criminalità.
I roghi a orologeria degli impianti Stir nella Terra dei Fuochi sono parte di una strategia criminale. Dietro le parole di Salvini e le ambigue esitazioni dei Cinque Stelle, non ultimo il condono a Ischia, c’è qualche manina all’opera. Il nodo non è tecnico ma politico. La Lega impone l’ennesimo stress test al suo alleato di governo sul tema dove più è esposto, l’ecologia, nella regione in cui il M5S ha sfondato elettoralmente. La polemica sugli inceneritori è la classica buccia di banana su cui può scivolare il governo. Un pezzo della borghesia italiana sta puntando a gettare i dilettanti – incerti, confusi e intemperanti – fuori dal circuito del potere. Tra i “politici del fare” e i “signornò” va in scena uno scambio classico: caro Salvini, un po’ di autoritarismo lo accettiamo volentieri, ma lasciaci fare gli affari nostri, dacci il condono fiscale, meno tasse e più bonus. Soprattutto, lascia integri gli interessi del Nord, attraverso il regionalismo differenziato, nella prospettiva della secessione dei ricchi. Film già visti che aprono voragini nella democrazia.
La crisi dei rifiuti a Napoli, al netto degli errori del centrosinistra di dieci anni fa, fu un esempio da manuale di shock economy, dove con l’emergenza si restrinsero la partecipazione popolare, la vigilanza democratica, l’autonomia degli enti locali, a favore della verticalizzazione dei poteri nelle mani dei commissari di governo, della gestione discrezionale delle risorse, degli accordi sotterranei con la “società civile” che contava, ovvero la camorra. E lo sbocco fu a destra, sempre verso l’uomo che decide, che comanda.
Chi non ricorda Berlusconi con la scopa a Napoli per dimostrare che lui ripuliva quello che l’incapacità della sinistra aveva sporcato? La scopa del sistema, avrebbe scritto Edgar Foster Wallace. Eppure il piano rifiuti in Campania era stato scritto e voluto dalla destra, con il matrimonio d’interessi tra berlusconismo e Impregilo. Chi aveva creato l’emergenza si presentava come il risolutore. Venne giù nei fatti il governo Prodi, si esaurì il ciclo della sinistra a Napoli e in Regione, l’ambientalismo fu messo al bando e da allora i signori dei rifiuti continuano a governare anche dall’opposizione o persino dal carcere, capitanati da Nicola Cosentino.
I rifiuti, dunque, sono la biografia di una classe dirigente, come conferma l’inchiesta “bloody money” di Fanpage, troppo presto archiviata. Il primo sindaco “salviniano” in Campania è stato Ciro Borriello di Torre del Greco, arrestato per lo scandalo rifiuti appena un anno fa. Oggi, ci risiamo. I Cinque Stelle sono stati a loro modo un argine alla destra egemone, hanno vinto sulla lotta ai privilegi e su una domanda di giustizia sociale. Speranze largamente tradite dal contratto giallo-verde. Il caso Campania, diventa perciò il banco di prova di un tentativo di normalizzazione, di una rivoluzione passiva. E i rapporti di forza, anche per l’infantilismo pentastellato, si ribaltano a favore della destra leghista in tutta Italia. Il tema non è andare in soccorso di Di Maio e company, ma capire oggi dove si gioca la partita. Se Salvini chiama il banco per sbloccare il Paese dai veti e dagli ideologismi, sotto le macerie finisce anche quel che resta della sinistra. Su Napoli si prova a fare questo esperimento, ancora una volta. Leggere questo turning point
significa leggere quello che accadrà in Italia nei prossimi anni. E agire per aprire contraddizioni nel blocco di governo, destinato a rompersi, e presentare una idea radicale di Green New Deal. L’unica bussola per ricostruire un’alternativa alla Lega che muove alla conquista del Meridione.
Scorie nucleari verso Est. L’emendamento è pronto
Prima le riunioni tecniche al ministero dello Sviluppo. Ora un emendamento alla legge europea all’esame nelle prossime ore dell’aula del Senato. Si fa più concreto il progetto a cui sta lavorando il ministero dello Sviluppo economico per rendere possibile lo smaltimento all’estero dei nostri rifiuti radioattivi. La scorsa settimana abbiamo raccontato di due vertici, il primo a Palazzo Chigi convocato dal Dipartimento Affari europei per cercare di stoppare le procedure di infrazione sul nucleare che pendono come una spada di Damocle sull’Italia; l’altro, successivo, al Mise in cui si è affrontata più nello specifico la questione delle modifiche normative necessarie per l’allontanamento in altri Paesi delle scorie ad alta attività. Con lo stoccaggio definitivo delle stesse fuori del perimetro nazionale, in Slovacchia, a quanto si dice.
Questa sera l’aula di Palazzo Madama vedrà materializzarsi in atti concreti questa ipotesi. Grazie a un emendamento presentato dal relatore della legge europea, il senatore sardo Ettore Licheri del Movimento 5 Stelle. Ma che dice questo emendamento? Si tratta di quattro comma in tutto che in teoria dovrebbero colmare le lacune riscontrate nella legge nazionale di attuazione della direttiva dell’Euratom del 2011. In realtà, in filigrana, emerge molto di più.
Il testo chiarisce innanzitutto che la responsabilità primaria della sicurezza nella gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito compete a chi li produce e ai titolari degli impianti dove sono custoditi. È anche previsto che quando si mandano le nostre scorie all’estero per renderle meno offensive, la responsabilità dello smaltimento “sicuro e responsabile” resta nostra. Poi c’è un passaggio dell’emendamento più scivoloso, specie per il mai domo popolo No Nuke sempre sul chi vive: si prevede che lo stesso principio valga anche nel caso in cui un Paese terzo o dell’Ue spedisca le sue scorie da noi, laddove fossimo in grado di trattarle. Ma fin qui si parla di ipotesi di trasferimenti tecnici provvisori improntati al principio di reciprocità. Alla fine dei quali è comunque previsto il rientro dei rifiuti radioattivi nel Paese produttore.
La faccenda si complica invece quando si parla dello smaltimento, o meglio dello stoccaggio definitivo: in ogni caso – si legge nella previsione – lo Stato ha la responsabilità ultima per la gestione dei materiali nel territorio nazionale. Ma non sempre: fanno eccezione i casi riguardanti “il rimpatrio di sorgenti sigillate dismesse al fornitore o fabbricante e la spedizione del combustibile esaurito di reattori di ricerca ad un paese in cui i combustibili di reattori di ricerca sono forniti o fabbricati, tenendo conto degli accordi internazionali applicabili”. Una dicitura ermetica, ma neppure troppo: si prevede in buona sostanza che alcuni materiali possano prendere la strada dell’estero senza obbligo di rientro in Italia. Come previsto dalla normativa Ue che impone che ogni Paese si tenga le proprie scorie.
Nella maggioranza gialloverde è aperto il confronto sulla gestione delle scorie nucleari. Finora si è registrata qualche frizione, ma ancora sotto il livello di guardia. Chi invece attacca a testa bassa contro l’opzione del trasferimento all’estero dei rifiuti nucleari è la Sogin, la società del Tesoro che dovrebbe realizzare il deposito nazionale delle scorie una volta che verranno smantellate le ex centrali atomiche. “Per me lo stoccaggio all’estero delle scorie nucleari sono soldi buttati”, ha detto ieri l’ad di Sogin, Luca Desiata. Il manager prossimo alla scadenza, che sulla questione ha avuto un moto liberatorio, pari solo a quello reso immortale nel Secondo Tragico Fantozzi, quando il ragionier Ugo si ribellò al mega direttore galattico all’ennesima replica della Corazzata Potëmkin nel cineforum aziendale.
Panorama, ricorso dei giornalisti contro il taglio degli stipendi
L’Associazione lombarda dei giornalisti (Alg) ha depositato il ricorso ex articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori, cioè per condotta antisindacale, contro le società editrici Mondadori e La Verità per la cessione della testata Panorama e dei suoi 24 giornalisti. “Non è possibile eludere la legge sul trasferimento di ramo d’azienda costringendo i lavoratori a tagliarsi lo stipendio appena prima di essere ceduti – scrive il sindacato –. Una vera e propria vendita ai saldi, che stravolge lo spirito della norma creata a tutela dei lavoratori i quali devono passare da una società all’altra mantenendo intatti i loro diritti e il loro stipendio. La norma sul trasferimento di ramo d’azienda prevede che il sindacato possa chiedere e abbia chiare tutte le condizioni del trasferimento per assicurarsi che il lavoratore venga garantito in pieno. Così non è stato per il tavolo Mondadori/La Verità”. “Queste clausole, come Alg e Fnsi hanno denunciato fin dall’inizio della procedura, non potevano non essere ufficializzate: o da subito o nel corso degli incontri formali. Cosa che, al contrario – conclude l’Alg – non è mai avvenuta. Clausole fondamentali per permettere una corretta valutazione a tutela dei lavoratori”.