Scarpellini, l’ex “fornaretto” pieno di amici

Una volta si descrisse alla perfezione: “Sono l’imprenditore delle larghe intese”, confidò al Fatto Quotidiano Sergio Scarpellini, l’immobiliarista romano morto ieri a 81 anni dopo una lunga malattia. In considerazione delle sue precarie condizioni di salute, nel luglio scorso, la sua posizione era stata stralciata nell’ambito del processo in cui era imputato di corruzione per la vendita di un immobile Enasarco insieme all’ex capo del personale del Campidoglio, Raffaele Marra, ascoltato consigliere della sindaca Virginia Raggi fino al momento dell’arresto avvenuto 2 anni fa. Per non lasciare niente al fraintendimento, Scarpellini specificò pure che lui i partiti li aveva sempre pagati tutti (“600 mila euro”, precisò), con lo stesso spirito ecumenico che ci metteva con il calcio: la lupa della Roma nel cuore, ma senza osteggiare l’aquila laziale per essere amico di tutti, attento a farsi vedere in tribuna anche quando giocavano i biancoazzurri.

Somigliando in questo come un gemello a un altro grande imprenditore e grande vecchio che ha impresso la sua impronta alla città, Manlio Cerroni, il Supremo, il Re della monnezza, che con la sterminata discarica di Malagrotta e il monopolio sul trattamento dei rifiuti, per un trentennio ha impresso il marchio alla politica ambientale capitolina. Senza forzature né imposizioni, ma con il garbo astuto di chi mentre blandisce i politici di tutti i colori, dal centrosinistro Francesco Rutelli al nero Gianni Alemanno, dagli stessi politici e amministratori pubblici è ingrassato in un rapporto simbiotico che a suo modo ha pure funzionato salvando Roma dal pattume.

Se per Cerroni l’emblema del potere era la concretissima discarica di Malagrotta, le fortune di Scarpellini erano frutto di un sogno: lo Sdo. Il Sistema Direzionale Orientale, l’ambizioso progetto urbanistico che avrebbe dovuto liberare il centro di Roma dalle servitù della politica spostando i centri del potere, dai ministeri alla sede del governo, dalla Camera al Senato, in un non meglio precisato altrove che alla fine è rimasto un luogo che non c’è. Se ne cominciò a parlare quando in Campidoglio si davano il cambio i sindaci democristiani e la solfa è andata avanti fino a quando nel 2008, fu approvato il Piano regolatore che consegnava lo Sdo ai libri di storia. Scarpellini si inserì svelto proprio tra il dire e il fare della politica: mentre cresceva la fame immobiliare del potere, sempre alla ricerca di nuovi comodi spazi e nuovi eleganti uffici, l’ex fornaretto diventato nel frattempo immobiliarista si mise a disposizione. Diventando il locatore della politica senza dover sottostare alle noie di un bando pubblico di gara, lo spicciaguai del mattone che ristrutturava e dava in affitto i più bei palazzi del centro di Roma tra piazza Navona e il Pantheon, da via dell’Umiltà a Fontana di Trevi. Ricavandone a partire dal 1987 un fiume di soldi, 50 milioni di euro l’anno circa. I famosi “affitti d’oro” secondo i magistrati che cinque anni fa lo misero sotto inchiesta per la prima volta.

Eyu e la ricerca per Parnasi “Da 39 mila a 150 mila euro”

In principio era la Cassa Nazionale del Notariato. L’ente che commissiona nell’estate del 2015 una ricerca alla Fondazione Eyu per analizzare le proprietà degli italiani. Cifra da contratto: 39 mila euro, anche se, come si vedrà, sarà pagato poco meno della metà. È la stessa opera intellettuale venduta tre anni dopo alla Pentapigna Immobiliare, riconducibile a Luca Parnasi, che però sborsa 150 mila euro, Iva inclusa, con due bonifici, uno da 100 mila euro del primo marzo e un altro per altri 50 mila del 5 marzo 2018. Siamo a cavallo delle scorse elezioni. Questi 150 mila euro però finiscono sotto la lente della Procura di Roma, che nel frattempo aveva indagato Parnasi per associazione a delinquere finalizzata a vari reati contro la Pubblica amministrazione nel fascicolo sullo stadio dell’As Roma. I pm sospettano infatti che si tratti di un finanziamento illecito e indagano il presidente della Fondazione Eyu, il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi.

Nell’ambito di questo filone d’inchiesta (ancora in corso) la Finanza il primo ottobre scorso bussa alla porta di Eyu. E sono proprio i collaboratori della Fondazione a consegnare tutti i contratti stipulati per la ricerca. A partire da quello concluso il 29 luglio 2015 con la Cassa Nazionale del Notariato. La ricerca era intitolata “Casa, ma solo di proprietà?” e prevedeva un corrispettivo di 39 mila euro, oltre all’Iva.

Il primo ottobre 2015 così la Fondazione si affida a due ricercatrici dell’Università di Bologna per analizzare “l’evoluzione della proprietà della prima casa” ma anche i “canali attraverso cui le famiglie italiane sono entrate in possesso della casa di residenza e il rapporto degli italiani con la seconda casa”. Il tutto per 3.500 euro a testa lordi, pagati il 23 dicembre 2015.

Ma come mai la Cassa che svolge attività previdenziali per la categoria dei Notai decide di affidarsi alla Eyu? “La Cassa Nazionale del Notariato – spiega l’ente contattato dal Fatto – periodicamente richiede a società e fondazioni di prestigio studi statistici sulla società civile e in particolare sul mercato immobiliare. La ricerca era parte di un progetto più ampio che prevedeva la redazione dello studio e la presentazione dello stesso nell’ambito di un convegno da organizzare con la Fondazione. Dal momento che il Convegno non venne più organizzato, l’importo realmente pagato per lo studio è stato di 19.800 euro”. Per l’ente non è una cifra esorbitante: si tratta, spiegano, di una somma “mediamente richiesta per studi di equivalente complessità”.

Tre anni dopo, quella stessa ricerca risorge. Ma con un nome diverso: “Casa: il rapporto degli italiani con il concetto di proprietà”. In questo caso, la Fondazione riesce a guadagnarci un bel po’: Parnasi infatti paga 150 mila euro (Iva compresa) per quelle 50 pagine, con dati neanche troppo aggiornati. “Il dato più recente preso a riferimento della ‘ricerca’ – scrive la Finanza – riguarda il ‘Tasso di proprietà’ (anno 2014). Le altre tabelle, dimostrazioni/elaborazioni si fermano al 2012”.

Nicola Ciardiello, all’epoca rappresentante pro-tempore della Immobiliare Pentapigna, sulla ricerca spiega: “I rapporti con la Eyu sono stati tenuti esclusivamente da Luca Parnasi. (…) Mi disse di firmare il contratto per l’affidamento del progetto di ricerca in quanto già concordato dallo stesso con i rappresentanti della Fondazione Eyu. Per quanto a mia conoscenza, il progetto acquistato, anche a seguito degli eventi giudiziari che hanno riguardato il gruppo, non è stato utilizzato e/o impiegato dalla Immobiliare”.

Sempre la ricerca è stata oggetto di alcune domande poste dai pm a Parnasi durante l’interrogatorio del 27 giugno 2018: “Mi fu offerto questo rapporto sulla casa, è un volume piuttosto corposo – dice l’immobiliarista –. Per onestà intellettuale io non avrei mai comprato questo volumotto sulla casa se non fosse stato legato al rapporto con il Partito democratico”. Il pm Paolo Ielo chiosa: “È un modo per far arrivare soldi al Partito democratico.” E Parnasi: “Esattamente”. Circostanza smentita dalla Fondazione, che ha sempre sostenuto la regolarità dell’operazione.

Rotture e scissioni, i mille coriandoli a sinistra del Pd

Se li si mette in fila, uno per uno, i simboli di quel che resta della sinistra sembrano coriandoli. E, come quelli, volano leggeri sul tavolo della politica. Alle ultime elezioni, a sinistra del Pd, la maggior parte dei commentatori ricorda due liste: Liberi e Uguali, guidata da Pietro Grasso, con il 3,4% e Potere al popolo, guidata da Viola Carofalo, con l’1,1. A essere pignoli, però, le liste furono almeno quattro perché si presentarono anche il Partito comunista, guidato da Marco Rizzo, 0.33%, e la lista Per una sinistra rivoluzionaria, formata dal Pcl di Marco Ferrando e da quelli conosciuti meglio come Falce e Martello, 0,09%.

Da questi soggetti, però, si rischia di passare a nuovi coriandoli. Vediamo più in dettaglio.

Liberi e Uguali. La lista formata dagli ex Pd di Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani, uniti a Sinistra italiana, a sua volta formata dalla ex Sel di Nichi Vendola e dai fuoriusciti dal Pd, Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre, ma anche a Possibile di Pippo Civati, sta per dare vita a tre nuove gemmazioni.

Da una parte, gli ex bersaniani intendono dare vita a una “cosa rosso-verde” e si riuniranno in assemblea “aperta” il 16 dicembre. Sinistra italiana, guidata da Nicola Fratoianni, si dichiara pronta a ricostruire un progetto a sinistra, ma a condizione che non abbia come riferimento il socialismo europeo, cui aspira Mdp, ma il Gue, la sinistra alternativa europea. Da Sinistra italiana, però, nel frattempo è uscito Stefano Fassina che ha formato Patria e Costituzione, associazione che punta a rappresentare un sovranismo di sinistra.

Prima di loro era uscito anche Possibile che ora ha in Beatrice Brignone il segretario e si muove da piccolo partito in attesa di nuovi progetti a sinistra. E i due ex presidenti delle Camere?

Laura Boldrini, nel frattempo, ha aderito all’associazione Futura, promossa dall’ex Sel Marco Furfaro e sostenuta attivamente dal vicepresidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio che in recenti elezioni ha dimostrato un radicamento elettorale. Pietro Grasso, invece, ha cercato di frenare la rottura di LeU promuovendo dei comitati di base, ma finora senza successo.

Se Mdp sta aspettando Nicola Zingaretti, la cui vittoria alle primarie potrebbe aprire un nuovo rapporto con gli ex Pd, Sinistra italiana si prepara all’ipotesi di un nuovo rassemblement con Luigi De Magistris che riunirà un’assemblea nazionale il 1 dicembre con l’ida di formare una nuova lista alle Europee. Dopo la Sinistra arcobaleno, la lista Ingroia, l’Altra Europa per Tsipras e LeU, sarebbe il quinto tentativo. Auguri.

Potere al popolo. Dopo le elezioni di marzo la formazione sembrava in crescita. Poi si è suicidata. Lo scontro, tutto su questioni procedurali relative alle modalità di approvazione dello Statuto, ha visto fronteggiare due anime: Rifondazione comunista, oggi ridotta ai minimi termini e guidata da Maurizio Acerbo, e il centro sociale di Napoli Ex Opg, di cui fa parte Carofalo, alleati a Eurostop in cui si muove parte del sindacato Usb e personaggi noti come Giorgio Cremaschi.

Rifondazione ha abbandonato Potere al popolo, dopo che già lo avevano fatto Sinistra anticapitalista di Franco Turigliatto e il Pci fondato a suo tempo da Oliviero Diliberto (tornato all’università) dando vita a un manifesto intitolato Compagne e compagni mentre PaP ha comunque approvato online il suo Statuto, con circa 4000 votanti. Rifondazione ora si appresta a convergere su De Magistris, Pap si vedrà.

Tornano i verdi? Anche la Federazione dei Verdi sembra essere di nuovo in movimento. Galvanizzati dai risultati in Germania, i Verdi di Angelo Bonelli, usciti malconci dall’alleanza con il Partito socialista e Area civica, 0,58% lo scorso 4 marzo, vorrebbero ripresentarsi alle Europee. Si è notato però anche l’attivismo dell’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio che alcuni vedono come possibile candidato del Movimento 5 Stelle a cui vorrebbe portare “in dote” proprio la Federazione ecologista. Lui smentisce, ma le voci circolano.

Sandro Curzi e noi Quando il Tg3 divenne Telekabul

Ci sono delle stagioni che possono essere definite brillanti, e quella di Curzi lo è stata sicuramente. Tutti noi che abbiamo lavorato a Telekabul, pur essendo diversi (chi comunista, chi socialista, chi democristiano, chi niente…), abbiamo questo ricordo: una stagione brillante, irripetibile, unica per un telegiornale.

Curzi apriva il sommario, potevano entrare tutti, oltre ai caporedattori, e ognuno poteva dire la sua, una specie di collettivo dove si tiravano le fila di tutti i problemi del mondo: operai, cassaintegrati, pensionati, invisibili e non. Le telefonate che gli arrivavano dai politici sicuramente erano tante, ma forse le peggiori quelle del suo partito, il Pci. Un partito che non lo aveva messo sopra quella sedia, ma che aveva tanto da dirgli, suggerirgli, rimproverargli. E che faceva Curzi? Lui era l’uomo dell’opposizione al Caf (Craxi, Andreotti, Forlani) e andava per la sua strada. C’era un solo parlamentare leghista a quei tempi: tal senatore Umberto Bossi, del gruppo misto perché essendo il solo eletto del suo partito non poteva far gruppo parlamentare. “Intervistiamolo!”, ci diceva Curzi. Diamo spazio alle opposizioni! E anche Bossi era una opposizione. Ed eccoci incuriositi a dar voce al lumbard che girava tutto solo tra i corridoi di Palazzo Madama. E Rauti dove lo mettiamo? Anche lui è contro lo strapotere del pentapartito! Intervistiamolo!

Voce a tutti, ma soprattutto a chi voce non ne ha. Questo abbiamo imparato da Curzi, pelato, e per questo soprannominato Kojak, con pipa in bocca e cappello di panno per non prendere freddo alla capoccia.

“C’è la guerra? E noi ci mandiamo un democristiano pacifista, così vediamo se ci possono dire qualcosa!”. E così l’inviato del Tg3 fu mandato in onda dalla Cnn perché un gruppo di iracheni si arrese davanti all’operatore esterrefatto, sperando così di mettersi in salvo. “Gli americani fanno la voce grossa? E noi gli scateniamo Manisco!”. Ed ecco che il corrispondente del Tg3 a New York scova un senatore illuminato che afferma che le bombe non sono intelligenti, e che quella era la solita sporca guerra.

Ogni mese una novità: “Facciamo la rassegna stampa!”. Non c’erano i computer ognifacenti e io fui obbligata a fare la rassegna stampa scritta a mano. Telefonavo alle redazioni centrali dei quotidiani e mi facevo dettare i titoli. E poi li leggevo in chiusura di telegiornale della notte. Sembra tutto facile ora con le prime pagine online, ma la rassegna stampa di notte nei tg, ragazzi, ve lo assicuro che l’ha inventata Curzi. “Facciamo Roma-New York”! Telegiornale a metà: la parte italiana ed europea da Saxa Rubra, l’altra parte dell’oceano da New York. E come lo chiamiamo? Il tg delle 22 e 30, così tutti si ricordano a che ora c’è: e per ricordarlo meglio, Curzi ci mise una sveglia con tanto di lancette sulle 22.30 sul tavolo dello studio. Una sveglia? Direte… sì proprio una sveglia e quel tg fece ascolti da favola. E poi ci faceva sentire tanto internazionali…

“La mafia ha ucciso ancora? Si apre da Palermo! Voglio il conduttore a Palermo!”. Era così Curzi, pensava, aveva idee, provava, sperimentava e ci metteva impegno e cuore. Tolse gli speaker, voleva i giornalisti, dovevano leggere i loro servizi, anche con le loro inflessioni dialettali. “Niente gobbo, se il conduttore legge non è un giornalista, deve andare a braccio”. E così a scuola da Curzi ci si trovava bene, perché chi ha vissuto quel tg sa andare a braccio, e se succede l’imprevisto non si fa prendere dal panico. “Abbiamo meno soldi, pochi rispetto agli altri? Andiamo avanti uguale!”. Scomparivano penne, fotocopie, materiale di cancelleria, per pagare quella troupe che ci avrebbe permesso il servizio. Poi le botte, gli attacchi. Quando ci misero nello scantinato del palazzo che ospitava il congresso del Partito socialista italiano, non ci importò più di tanto, ma quella parola… Telekabul, pronunciata dal palco del secondo partito di governo. Sì, arrivò il momento in cui ci chiamarono quelli di Telekabul. E poi arrivò il momento in cui sul Popolo, il quotidiano della Dc, ci chiamarono i nipotini di Stalin. Erano schiaffi in faccia, brutti schiaffi, ma Curzi sembrava più alto. Ci sfidava con lo sguardo, come dire: non ve la prendete, fate i giornalisti e tutti vi rispetteranno, i politici possono chiamarvi come vogliono ma quel che conta è la gente. Anzi, la ggente. Quante volte lo abbiamo sentito dire: la ggente dice che, la ggente vuole sapere, la ggente chiede di essere informata su questo e quest’altro. Poi, tra di noi malignavamo, che la ggente con cui parlava Curzi era rappresentata innanzitutto dal suo barbiere, con il quale scambiava le prime chiacchiere mattutine.

Che dire ancora? Quando si parla di una persona che non c’è più, se ne parla sempre bene. Ma quello che vi racconto lo penso davvero, e so che i giornalisti che sono arrivati dopo Sandro al Tg3 volevano respirare quell’aria, quella di Curzi, quella di Telekabul.

L’ultima volta che ho sentito la voce di quello che oramai era il mio ex direttore fu per telefono; mi chiamò per dirmi che era orgoglioso di me (ci avevano appena fatto un assalto quelli di CasaPound perché avevamo mandato in onda immagini di giovani di destra che picchiavano con le cinte dei ragazzi che forse per la prima volta andavano a una manifestazione). Curzi era così, sempre in battaglia. Aveva la voce flebile, e dopo poco se ne andò. Quasi non ce la faceva a parlare, ma ci teneva a dirmi anche che si sentiva in colpa, perché molti dei suoi redattori non erano riusciti a farsi una famiglia o, se ce l’avevano, a mantenersela. Si sentiva in colpa perché aveva chiesto tanto. Duro, cattivo da far paura quando c’era da dirti che avevi sbagliato, ma dolce e tenero se avevi bisogno di qualcosa, o stavi in difficoltà. “Non stai bene con quei capelli ricci, me lo ha detto la Bellonzi”, così mi apostrofò dopo la mia prima conduzione al tg della mezzanotte. “E chi è la Bellonzi?”, gli risposi affranta. Non sapevo che era la moglie, non sapevo tante cose del mio direttore, ma sapevo che anche a mezzanotte era lì, a controllare tutto, le notizie, noi, il suo tg…

Governo. I 5Stelle devono chiudere l’alleanza con Salvini?

Ieri Il Fatto, dopo settimane di tensioni tra i due partiti che hanno dato vita al governo, ha pubblicato in prima pagina una lettera del nostro collega Pietrangelo Buttafuoco e la risposta del direttore Marco Travaglio sul futuro della strana maggioranza gialloverde. I pareri sono in sostanza opposti. Buttafuoco sostiene che non c’è alternativa all’alleanza tra Lega e 5 Stelle perché fuori da quella c’è solo il ritorno del vecchio regime “degli attivi di bilancio grazie ai tagli, ai contratti a termine e alla macelleria sociale”. Travaglio ritiene, invece, che alla prova dei fatti la Lega si sia dimostrata eccessivamente permeabile alle vecchie lobby degli utili privati e delle perdite pubbliche: da Genova agli inceneritori passando per il condono fiscale. Meglio, insomma, che i 5 Stelle stacchino la spina al governo prima che “l’Ammucchiata dei Gattopardi” sia in grado di produrre un esecutivo alternativo. Eccovi sei pareri sul tema.

 

Sarebbe un atto irresponsabile: l’unica alternativa sono i tecnici

Staccare la spina al governo sarebbe da irresponsabili. Per tre motivi almeno. Primo: pur sotto la tempesta spread, la tenuta dei conti pubblici si basa, come non si stanca di ripetere Mario Draghi, sulla stabilità dell’attuale maggioranza, che resta l’unica concreta garanzia per gli investitori sull’orlo di una crisi di nervi. Secondo: il consenso intorno al 60% di cui, malgrado i ripetuti scazzi, continua a godere l’alleanza gialloverde si basa soprattutto sul timore del vuoto che seguirebbe a una crisi di governo. E con un’alternativa inesistente, se non quella del ritorno dei tecnici lacrime e sangue. Terzo: gli italiani, anche quelli che non hanno votato M5S e Lega, chiedono sentitamente di non finire nel fossato per i litigi della strana coppia. I problemi legati a un contratto che non regge più, Di Maio e Salvini devono sicuramente affrontarli, ma dopo l’approvazione della manovra in Parlamento. A quel punto un rimpasto di governo, per sostituire alcune conclamate nullità ministeriali, sarebbe cosa buona e giusta. Ma adesso, per cortesia, calma e gesso. Altrimenti verranno a prendervi coi forconi.

Antonio Padellaro

 

Politicamente non gli conviene: alle elezioni stravince la destra

La valutazione è difficile: malgrado sia fondato su un contratto e invochi la trasparenza, questo è uno dei governi più opachi di cui abbia memoria. L’impressione è che l’alleanza stia portando i 5Stelle verso la decadenza a vantaggio della Lega. La crisi sarebbe una risposta? Da un punto di vista ideale, forse sì: se il Movimento vuole mantenere un’identità deve considerare questa possibilità. Politicamente, non credo sia conveniente. Quella del Movimento è un’identità difficile da tradurre, ha raccolto un po’ tutto da sinistra e da destra: bisognerebbe capire quanti degli elettori M5S di destra confluirebbero nella Lega e quanti resterebbero dove sono. È chiaro che se la Lega cresce significa che una parte di quegli elettori possono senza problemi andare con Salvini. Aprire una crisi in questa situazione ambigua significa andare a votare, e la destra avrebbe un grande risultato. Non me lo auguro. E quindi spero che questo governo vada avanti. La durata del governo potrebbe indebolire la Lega se i 5stelle rifiutassero di esserne il predellino.

Nadia Urbinati

 

Adesso Di Maio non può sfilarsi, ma se ne riparla l’anno prossimo

In questo momento per i 5Stelle è impossibile staccare la spina al governo. Farlo significherebbe non approvare la legge di Bilancio e il pacchetto di norme Anticorruzione, rinunciando pure alla riforma del codice civile e alla revisione di quello sugli appalti. Cioè alle uniche norme in grado di sbloccare i 140 miliardi di investimenti già stanziati dai precedenti esecutivi che nessuno è stato finora in grado di spendere a causa della nostra elefantiaca burocrazia. Inoltre far saltare ora l’esecutivo equivale a rinunciare al reddito di cittadinanza e dare il via a settimane di incertezza politica che verosimilmente aumenterebbe la speculazione sul nostro debito. Se poi, come è probabile, non nascesse un nuovo governo (il Pd è ancora troppo diviso per solo pensare che si possa sostituirsi alla Lega e altre maggioranze mancano troppi voti) l’effetto sarebbe uno solo: nuove elezioni. Con altri consensi regalati a un Matteo Salvini al quel punto premier in pectore. Meglio quindi per i 5 Stelle resistere e rimandare il dibattito sul governo al prossimo anno.

Peter Gomez

 

Devono fermare Salvini subito: è questione di sopravvivenza

Credo che per i Cinque Stelle mettere fine alla bulimia di Salvini sia una questione di vita o di morte. Nonostante siano loro l’azionista di maggioranza del governo – hanno il doppio dei seggi – è l’altro che fa la parte dell’amministratore delegato, e ogni settimana che passa si mangia un po’ del loro consenso. Questo perché ha fin da subito contato su un “secondo forno” – il centrodestra – mentre anche per la sciagurata politica del Pd i 5S sono rimasti nell’angolo. È chiaro che la Lega cercherà, dopo le Europee, di andare a nuove elezioni per fare un governo di destra radicale. È chiaro anche che chi facesse cadere il governo prima di allora ne sarebbe travolto. Per questo sarebbe interesse dei 5 Stelle contrastare colpo su colpo le oscene politiche securitarie di Salvini e alzare il tiro su quelle sociali (lo spazio di una sinistra assente), lasciando all’altro le responsabilità di un’eventuale rottura. Penso però che l’assoluta inaffidabilità del loro personale politico renda assai improbabile questa ipotesi.

Marco Revelli

 

Per i grillini c’è una sola strada: tornare se stessi. All’opposizione

Il M5S si trova nella situazione nota in Teoria dei giochi come “dilemma del prigioniero”. Qualunque mossa faccia, nuoce a se stesso. Se fa cadere il governo, gli verrà rinfacciato di non saper governare. Se lo tiene in vita, è destinato a lavorare per la Lega snaturandosi e perdendo elettori. È il paradosso che il M5S ha accettato con l’alleanza di governo tessuta con sopraffino cinismo da Salvini e negata dietro la fredda burocrazia del contratto: era ovvio che ogni eventuale misura illiberale del governo “del cambiamento” avrebbe nuociuto alla loro immagine e fatto crescere la Lega della tolleranza zero; mentre le battaglie care al Movimento (v. anticorruzione) avrebbero trovato nella Lega, che ha addentellati nella vecchia politica mentre si autonarra come partito ostile alle élite, non un alleato ma un ostacolo. La mossa di minor danno per il M5S è interrompere questa relazione insana e cercare di recuperare la propria natura “sentimentale”, segnalandosi come unica forza di opposizione non a se stesso, come adesso, ma al ricostituentesi partito unico Lega-FI “contro” FI-Pd.

Daniela Ranieri

 

Il M5S è in trappola, ma serve una sponda Pd per rompere

I Cinque Stelle sono nei guai: per le resistenze della Lega non riescono a imporre i loro punti simbolici – lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, tagli a grandi e piccoli sprechi – e non hanno competenze e squadra per gestire i dossier più complessi (a parte Ilva, in economia è caos). Il reddito di cittadinanza si annuncia un patema: ci vorrebbero tre anni, non tre mesi per preparare la Pubblica amministrazione. Una volta avviato, comunque, ai Cinque Stelle non resta alcuna grande idea da offrire al proprio elettorato. La frenata dell’economia e lo scontro con l’Ue sui conti fanno presagire un 2019 drammatico. Rompere con la Lega significherebbe ammettere il fallimento e rassegnarsi a un’opposizione sterile. Difficile poi pensare che ci possa essere una maggioranza per un governo tecnico: Salvini non lo voterebbe, resterebbero M5S e Pd. Tanto vale sfruttare la stagione congressuale dei dem per costruire un vero centrosinistra che ha i voti del M5S e le competenze del Pd (ce ne sono, nonostante il renzismo). Questo richiede una nuova leadership nel M5S. Forse Fico, certo non Di Maio.

Stefano Feltri

 

E allora le foibe? e Berlusconi?

La Camera compie cent’anni di vita – l’inaugurazione dell’aula si tenne il 20 novembre 1918 – e li celebra con una cerimonia solenne a Montecitorio. I partiti, il presidente della Repubblica Mattarella e l’emerito Napolitano, tutti insieme per festeggiare la centralità del Parlamento nella nostra sudata democrazia. Tutti? No. Qualcuno se n’è andato per protesta. La proiezione del documentario realizzato dalla Rai per l’occasione ha fatto alzare i tacchi a ben due gruppi politici. I post camerati di Fratelli d’Italia si sono lamentati perché la cerimonia “faziosa” preparata dal presidente Fico era macchiata da odiose omissioni sulle foibe, sulle responsabilità di comunisti e sui crimini delle Brigate rosse. Ma a lasciare l’aula è stata anche Forza Italia: la narrazione dell’ultimo secolo italiano – sostengono – non ha riconosciuto la grandezza del ventennio berlusconiano, miseriosamente rimossa dal documentario. Alla faccia del senso delle istituzioni: l’immagine plastica del Parlamento vuoto per un terzo proprio nel giorno della sua festa, restituisce con discreta efficacia l’idea di quanto sia condivisa la storia d’Italia dagli italiani. E dai loro rappresentanti.

L’Anm a Bonafede: “Bene la prescrizione se velocizza le cause”

Magistrati soddisfattie avvocati in sciopero per la riforma della Giustizia firmata dal ministro Bonafede. Ieri, l’Anm, il sindacato delle toghe, durante un incontro con il Guardasigilli ha detto di essere d’accordo con la prescrizione bloccata dopo il primo grado, ipotesi che si dovrebbe realizzare nel 2020. “Abbiamo, però, sottolineato la necessità che si intervenga in maniera più complessiva sul sistema processuale – ha detto il presidente Francesco Minisci – perché la sola riforma della prescrizione non basta. Occorrono interventi che snelliscano le procedure e accelerino i processi per arrivare in tempi rapidi alle sentenze definitive. Siamo molto soddisfatti dell’esito dell’incontro perché il ministro si è mostrato particolarmente aperto al dialogo e attento alle criticità”. Gli avvocati penalisti, invece, sono in sciopero fino al 23 , giorno di una mobilitazione nazionale contro la riforma della prescrizione. A Roma si vedranno al teatro Manzoni. E per effetto dello sciopero oggi è saltata anche l’udienza del processo a Roma a 5 carabinieri per l’omicidio Cucchi.

“Per la Commissione serve il semestre bianco”

Oggi sarà il giorno del muro, ossia del no definitivo della Commissione europea alla manovra del governo gialloverde. Ma i Cinque Stelle, per bocca dell’europarlamentare siciliano Ignazio Corrao, già rilanciano: “È ora di riflettere sul fatto che una commissione nominata nel 2014, in un altro contesto politico, possa avere il potere di decidere sulla manovra di un Paese membro, a pochi mesi dal suo mandato”.

I commissari europei sono stati nominati secondo le regole. Ed esercitano poteri sanciti da norme, accettate dai Paesi membri.

Io ricordo che Pierre Moscovici venne indicato dal presidente francese Hollande, in un’altra èra politica. E che quando era ministro in Francia sosteneva l’esigenza di fare deficit e di resistere alla linea dell’austerità della Ue.

Ma il tema di fondo rimane: ora esercita poteri legittimi, no?

Io credo che un commissario Ue, con le elezioni Europee ormai prossime, potrebbe anche utilizzare le sue prerogative a fine politici.

Sta lanciando un’accusa.

No, sto ponendo un problema. A nostro avviso, questa commissione non rappresenta più nessuno. E allora sarebbe il caso di valutare una sorta di semestre bianco anche per la commissione europea, ossia l’impossibilità di assumere decisioni di forte valore politico a pochi mesi dalle urne.

Andrebbero cambiati i trattati europei. Complicatissimo, non crede?

Non sarebbe facile, è vero. Ma il problema politico va posto, soprattutto ora che si sta discute di riforma dell’Eurozona.

Nell’attesa, la commissione boccerà la vostra manovra. E lo spread schizzerà di nuovo verso l’alto.

Questo non possiamo saperlo. Però di certo la Ue dovrebbe guardare alle nostre proposte con un’altra ottica, valutandone l’ampio respiro e la portata espansiva.

Tutti i Paesi membri sono contrari al vostro sforamento del deficit.

Noi restiamo fiduciosi sulla bontà della manovra. Tanti Paesi ci criticano, ma hanno fatto ricorso al deficit. Come la Francia, appunto.

Molte nazioni sono state più rigorose.

Io ho notato che tra Paesi i più critici c’è anche l’Austria, e su questo bisognerebbe chiedere a Matteo Salvini.

Potreste farlo voi, visto che governate assieme…

(Sorride, ndr) Ci governiamo in Italia. E tecnicamente gli austriaci sono quelli con cui ha forti rapporti.

@lucadecarolis

Da Rixi a Molinari: ecco i leghisti (e non) imputati

L’emendamento di Catello Vitiello – l’ineffabile deputato-massone eletto con i 5Stelle, ma cacciato già prima del 4 marzo per l’antica affiliazione al Grande Oriente Italia – riprende nella sostanza (e quasi nella forma) quello scritto pochi giorni prima da nove parlamentari leghisti. L’obiettivo è smantellare il reato di peculato, quello che ha fatto scattare decine di inchieste in tutta Italia per le “spese pazze” effettuate dai consiglieri regionali: acquisti privati con i fondi pubblici. I leghisti erano stati bloccati da Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia dei 5 Stelle: una questione di principio invalicabile. Poi, alla chetichella, è tornato sotto mentite spoglie e sotto la firma insospettabile di Vitiello, deputato del Misto.

Per la Lega il peculato è argomento molto sensibile. A guidare il gruppo alla Camera, dove si è consumato l’incidente, c’è Riccardo Molinari, fesco di condanna in appello a 11 mesi nel processo sulla Rimborsopoli della Regione Piemonte. Ma pure il capogruppo in Senato, il senatore Massimiliano Romeo, ha problemi simili: è uno dei 57 ex consiglieri lombardi a processo per le spese pazze al Pirellone.

A giudizio per peculato c’è un altro pezzo da 90 del partito di Salvini: il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi. Pure lui coinvolto in una Rimborsopoli, quella della regione Liguria: i pm hanno chiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi.

Ma non solo i “capi”, nel Carroccio, sono interessati personalmente all’emendamento Vitiello. Il voto di ieri alla Camera ha coinvolto anche Paolo Tiramani, Jari Colla e Fabrizio Cecchetti: il primo condannato in Piemonte, gli altri due a processo in Lombardia (sempre per il solito peculato). In Senato siedono gli imputati – ovviamente per spese pazze – Ugo Parolo e Francesco Bruzzone. E poi, fuori dal Parlamento, ci sono tra gli altri l’ex governatore piemontese Roberto Cota (condannato a 1 anno e 7 mesi), il Trota Renzo Bossi e l’eurodeputato Angelo Ciocca (entrambi a processo a Milano).

Sarebbe ingeneroso però sostenere che sia solo la Lega ad essere coinvolta. Il peculato colpisce quasi tutti i partiti.

E in particolare: i parlamentari di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli (deputata, condannata a Torino) e Franco Zaffini (senatore, indagato in Umbria); i forzisti Galeazzo Bignami (deputato, a giudizio in Emilia Romagna) e il Sandro Biasotti (senatore, a processo in Liguria); i dem Vito Vattuone (senatore, imputato in Liguria), Claudio Mancini e Bruno Astorre (entrambi parlamentari e candidati alla segreteria del Pd Lazio, tutti e due a giudizio nello stesso processo per le spese pazze alla Pisana).

Panico da spread prima del verdetto di Bruxelles

Difficile dare una spiegazione univoca dell’impennata dello spread di ieri, prima fino a 330 poi assestato a 326 punti. Ce ne sono almeno tre, nessuna indulgente per l’Italia e nessuna ottimistica. La prima: i timori per la frenata globale dell’economia, le fibrillazioni dei titoli tecnologici a Wall Street, la Borsa di Milano crolla dell’1,9 per cento ma per una volta non è la sola, scendono tutte in Europa, anche Francoforte (-1,6). Come sempre, quando il mondo frena, l’Italia inchioda.

Le altre due spiegazioni riguardano il verdetto che la Commissione europea pronuncerà oggi, la prima (quasi certa) bocciatura formale della legge di Bilancio 2019. Ipotesi minima: i mercati scontano l’annuncio dell’apertura di una procedura eccesso di deficit strutturale (cioè che esclude gli effetti del ciclo economico e le misure una tantum), che è ancora parte del “braccio preventivo” del patto di stabilità: l’Italia doveva ridurre quel parametro dello 0,6 per cento del Pil, lo farà aumentare dello 0,8. La Commissione potrà proporre al Consiglio (governi nazionali) di sanzionare l’Italia, per fermarle ci vuole una maggioranza di blocco. Pericoli concreti per l’Italia: pochi e non immediati. Ma per i mercati può risultare lo scenario peggiore, con il governo italiano che passerà i mesi di campagna elettorale pre-Europee ad attaccare Bruxelles, senza avere veri limiti sui conti.

L’altra possibile spiegazione del comportamento degli investitori ieri è che invece si stiano preparando a uno scontro molto più duro tra Italia e Commissione: l’apertura di una procedura d’infrazione per debito eccessivo. La scelta del governo Conte di sconfessare le promesse di riduzione del deficit strutturale dell’indebitamento fatte a luglio e, prima, dai governi Renzi e Gentiloni ha un effetto retroattivo: gli sconti concessi negli ultimi due anni si rivelano privi di basi (la promessa era: oggi non tagliamo, ma lo faremo presto). Per approvare le sanzioni in questo caso serve una maggioranza qualificata in Consiglio, difficile da ottenere ma a oggi l’Italia è isolata. In tanti cominciano ad auspicare la procedura per debito: l’Italia perderebbe il diritto a ogni flessibilità (negli anni di Renzi e Gentiloni ha ottenuto il permesso di fare deficit aggiuntivo per 40 miliardi) e dovrebbe impegnarsi a significativi sforzi di riduzione del debito. Per anni la nostra politica economica sarebbe appesa ai verdetti della Commissione, molto più di oggi.

Per chiarire il clima intorno all’Italia bastano le parole di Danièle Nouy, capo (a fine mandato) della vigilanza bancaria della Bce: “Sarebbe molto triste” se le banche italiane “fossero colpite dalle conseguenze del dibattito politico. Ma sono cose che succedono, i problemi delle banche greche sono cominciati con discussioni politiche, teniamo le dita incrociate”. In realtà qualche conseguenza sulle banche italiane si vede già: a parte i crolli di Borsa (Intesa Sanpaolo, la più sana, ha perso il 37 per cento in sei mesi), ci sono effetti anche sui prestiti. Secondo un report mensile dell’Abi, l’associazione delle banche, il tasso medio per i nuovi mutui è passato da 1,80 per cento di settembre a 1,87 di ottobre, i finanziamenti alle famiglie in un mese sono passati dall’1,45 per cento medio a 1,60.

La linea del governo è che si tratta soltanto di passeggera “speculazione” (Matteo Salvini). E il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti annuncia il blocco delle vendite allo scoperto, che permettono di vendere titoli che ancora non si posseggono scommettendo di comprarli quando il loro valore si sarà ridotto. Peccato che, lo ha dimostrato uno studio dello European Systemic Risk Board sugli anni 2008-2012, vietare la speculazione può addirittura peggiorare la volatilità: i mercati recepiscono il segnale che il governo è davvero preoccupato. E così cominciano a vendere non gli speculatori ma fondi e banche che hanno i titoli davvero in portafoglio. Anche i piccoli risparmiatori ormai si fidano poco: la domanda per i Btp Italia è stata ieri di 281,3 milioni, dopo i 481,3 di lunedì, il peggior risultato per questo tipo di titolo dal 2012.