La Lega vota contro il M5S Sì all’emendamento per salvare i ladri di Stato

Alle otto della sera, il governo gialloverde esplode dentro Montecitorio. Salta sulla più classica delle mine, il voto segreto, e su un emendamento che è uno schiaffo, sul peculato. Con decine di leghisti che s’improvvisano cospiratori. E chissà se c’era anche qualche dissidente a 5Stelle.

Una delle mille domande, dietro il pasticcio che è una festa per Forza Italia: l’alleato messo da parte dal Carroccio, che a voto ancora caldo scandisce “onestà, onestà” per canzonare i grillini, mentre i lavori si bloccano. Tutto fermo, perché la maggioranza in Aula è andata sotto, per 284 voti a favore e 239 contrari su un emendamento a un totem del Movimento, il disegno di legge anticorruzione. Le agenzie riferiscono di 36 franchi tiratori, nell’emiciclo con tanti assenti. E i dettagli dell’agguato raccontano una nemesi: perché l’emendamento annulla di fatto le sanzioni per il reato di peculato, come avrebbe voluto la Lega con proposta quasi identica, bloccata dal Movimento.

E a presentarlo è stato un deputato eletto proprio dal M5S, ma sospeso ancora prima delle urne perché iscritto a una loggia massonica, l’avvocato campano Catello Vitiello. Doveva essere un nome da esibire nel carnet di candidati per i collegi uninominali, ma nella sera di un piovoso novembre fa da specchio delle contraddizioni dentro il governo. Non protetto neppure dalla dinamica dello scambio, il mastice di questa maggioranza. Eppure lo schema era semplice: se il Carroccio non avesse fatto scherzi sull’Anticorruzione, facendolo approvare senza modifiche entro oggi, nel fine settimana il M5S avrebbe votato il decreto sicurezza, ovvero il dl Salvini. E “senza modifiche” come aveva ribadito anche ieri Luigi Di Maio, ossia con la fiducia. Necessaria anche per cautelarsi da eventuali dissidenti: cautela urgente, dopo la lettera al loro capogruppo Francesco D’Uva di 18 deputati malpancisti a 5Stelle, che auspicavano modifiche al decreto sicurezza e invocavano “discussione interna e collegialità”.

Poi ieri la bomba, che deflagra sul Consiglio dei ministri in corso. Ed esplode innanzitutto in faccia a Salvini: il leader del Carroccio, già pronto a brindare alla trasformazione in legge del suo decreto. Ma è successo qualcosa, tra i leghisti. E se non è una rivolta, è un avvertimento. Lo conferma lo stesso ministro dell’Interno: “Il voto in Aula è stato assolutamente sbagliato. La posizione della Lega la stabilisce il segretario, e il provvedimento arriverà alla fine come concordato”. Tradotto, qui comando io. E non Giancarlo Giorgetti, per esempio, il sottosegretario a Palazzo Chigi che i 5Stelle accusano da settimane di remare contro, per far saltare il banco. A dispetto anche di Salvini. E a incidente in Aula appena avvenuto, un ministro del M5S lo fa notare: “Questa mattina c’era l’inaugurazione dell’anno accademico della Guardia di Finanza, e della Lega c’era solo il ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno. Mentre dei nostri erano cinque. Ci è parso brutto”. Forse un segnale. O forse no. Di certo c’è che il capogruppo dei 5Stelle D’Uva ottiene la sospensione dei lavori. Poi commenta: “Quello che è accaduto oggi in Aula è un fatto gravissimo. Così non si va avanti”.

Il suo omologo della Lega, Riccardo Molinari, schizza a Chigi per riferire a Salvini, ma lungo la strada assicura: “Non siamo stati noi a mandare sotto il governo”. Però un anonimo deputato del Carroccio rivendica il golpe sull’Ansa: “Abbiamo voluto mandare un segnale ai 5Stelle”. Invece a microfono aperto c’è Igor Iezzi, capogruppo leghista in commissione Affari costituzionali. E sono ginocchiate: “Sono stati i ‘fichiani’ che hanno mandato un segnale, cercano una scusa per non votare il dl sicurezza”. Botte per rilanciare sospetti.

Negati come offese da tutto il Movimento. E respinge ogni cattivo pensiero anche il presidente della Camera Roberto Fico, a cui sono vicini alcuni dei 18 malpancisti. Intanto la capigruppo fissa la ripresa dei lavori in Aula per le 11 di stamattina. Tornare in commissione per correggere l’emendamento non pare possibile, si finirebbe a gennaio. E allora si potrebbe completare in Aula, e poi togliere la norma sul peculato in Senato. Ma dentro Chigi c’è un ministro infuriato, il Guardasigilli Alfonso Bonafede, padre dello spazzacorrotti. È riunito con il premier Giuseppe Conte, Di Maio e Salvini, e ripete che così non si può proseguire. Mentre il leghista giura di non sapere nulla dell’incidente: “Non l’ho organizzato io, non voglio far saltare il governo, ora dobbiamo andare avanti”.

Ma Di Maio è fuori di sè, e gli lancia accuse: “Come facevi a non sapere?”. È un confronto durissimo. Ma dopo le 22 Salvini esce dal Palazzo, e affronta le agenzie: “Nascondersi dietro il voto segreto è vigliacco, la Lega farà di tutto per accelerare sul ddl anticorruzione”. E pare un riferimento al voto di fiducia. Di Maio lo ripete ai suoi: “Questa legge è troppo importante per noi, ora si deve rimediare”. Ossia si cerca una “soluzione” per approvarla senza modifiche, ripetono dal M5S. E per salvare il governo, che è già malato grave.

Il bacio della morte

La Caporetto di Salvini nella campagna campana sugli inceneritori è stata ovviamente oscurata dai giornaloni, dei cui padroni il Cazzaro Verde è l’idolo incontrastato. E infatti la dice lunga su di lui e sulla cosiddetta informazione. Dal crollo del ponte di Genova e poi ancor più chiaramente dalla marcetta di madamine e umarell Sì Tav a Torino, si è ricomposto attorno alla Lega quel partito trasversale degli affari che per vent’anni aveva puntato tutto su B. e negli ultimi quattro su Renzi. Rovinandoli entrambi. Non il partito degli imprenditori, che sono gente seria, ma quello dei prenditori all’italiana, quei questuanti straccioni che non hanno mai avuto un’idea né rischiato un euro in vita loro. E infatti sono sempre lì con la mano tesa sotto i palazzi della politica a chiedere elemosine sotto forma di appalti, sussidi, provvidenze, grandi opere, Tav, inceneritori, discariche, cliniche convenzionate, giornaletti assistiti, purché sia tutto a carico dello Stato tranne i guadagni (nella migliore tradizione del “privatizzare gli utili e socializzare le perdite”). Ora questi parassiti della società, dopo l’estinzione dei loro santi patroni Pd&FI, si aggrappano a Salvini come all’ultima àncora di salvezza. E lui gli dà corda, immemore della fine miseranda di chiunque li abbia assecondati. B. li prese sul serio con la famigerata Legge Obiettivo e il Ponte sullo Stretto, e finì seppellito da un’omerica risata. Renzi raccolse il testimone, diventando il trombettiere di Confindustria, Confcommercio, Confqua e Conflà, tagliando su misura per loro il decreto SbloccaItalia e la controriforma costituzionale, che dovevano velocizzare le procedure e velocizzarono solo il suo tramonto.

Ora il bacio della morte tocca a Salvini che, non avendo alcun progetto di gittata superiore alle 24 ore, si fa dettare la linea da questi amorevoli portajella nella speranza che la gente ci caschi. Soprattutto da quando s’è accorto che i migranti non tirano più. Così frena sulla revisione delle concessioni pubbliche, da Autostrade in giù. Poi delira di “completare la Tav Torino Lione”, senza sapere bene cos’è (un treno merci: il Tav) e che non c’è nulla da completare, perché i lavori non sono neppure iniziati (se avesse interpellato i suoi deputati piemontesi Alessandro Benvenuto ed Elena Maccanti, l’uno presidente della commissione Ambiente e Lavori pubblici e l’altra capogruppo in commissione Trasporti, gli avrebbero ripetuto ciò che han detto un mese fa: “Vanno sospesi i bandi di gara per l’appalto del tunnel di base in attesa dell’analisi costi-benefici: se dimostrerà che i costi superano i benefici, ne trarremo le conseguenze”).

Infine i suoi ultimi acquisti in Campania, tutta brava gente che stava con Giggino ’a Purpetta e Cosentino, gli raccontano che c’è un’emergenza rifiuti e va risolta in quattro e quattr’otto con nuovi inceneritori (che, anche cominciando subito i lavori, sarebbero pronti fra 7-8 anni). E lui ripete a pappagallo, citando il modello di Brescia (il più grande e più cancerogeno inceneritore d’Italia) e scordandosi il contratto di governo che s’ispira al modello opposto di Treviso. Lì nel 2010 il primo consigliere dei 5Stelle in un capoluogo, David Borrelli, fece approvare alla Lega un ordine del giorno anti-inceneritori. Con risultati strepitosi. Treviso ha chiuso i due termovalorizzatori e produce 386 kg di rifiuti pro capite (contro una media italiana di 497 ed europea di 477), con una differenziata dell’85% e una tassa rifiuti di 185 euro pro capite (la media nazionale è 304). Merito della Lega, che seguì sulla strada dei “rifiuti zero” i neonati 5Stelle, quando la Provincia era guidata da Luca Zaia, ora governatore del Veneto. E anche di Laura Puppato, allora sindaca Pd di Montebelluna, e della sua consulente Paola Muraro (poi assessore della giunta Raggi, costretta alle dimissioni da una campagna di stampa oscena e da un’inchiesta della Procura di Roma basata sul nulla).

Ieri, sul Fatto, Ferruccio Sansa ha rinfrescato ai leghisti la loro memoria corta. Ancora il 10 marzo 2017 Salvini elogiò pubblicamente i suoi consiglieri regionali umbri Fiorini e Mancini, che si battevano “contro l’inceneritore di Terni voluto da Renzi”, con mega-manifesti (“Ambiente e salute, non mandiamoli in fumo”); “Grazie per quello che state facendo dentro il palazzo, da fuori mi arrivano tante testimonianze di fiducia e solidarietà. Grazie Lega, perché sulla salute non si scherza, ci sono in ballo posti di lavoro, c’è in ballo la salute di tanti figli”. Lo stesso accadeva l’anno prima in Lombardia, dove l’assessore all’Ambiente, la leghista Terzi, si batteva non solo contro la costruzione di nuovi termovalorizzatori, ma addirittura per smantellarne di già esistenti (“rivedere tutta l’impiantistica”). Idem in Toscana, col no dei leghisti agli inceneritori di Firenze e Grosseto. E pure in Liguria, dove Edoardo Rixi, oggi viceministro delle Infrastrutture, tuonava contro il progetto dell’inceneritore Scarpino a Genova: “La decisione dei politicanti di centrosinistra sul termovalorizzatore vuole aiutare i compagni Bassolino e D’Alema a risolvere i problemi delle discariche sature nel Mezzogiorno. Ma non tiene conto delle decine di migliaia di cittadini che subiranno danni alla salute”. Naturalmente negli ultimi giorni, mentre Salvini cancellava dieci anni di battaglie, nessuno di questi impavidi combattenti ha fiatato. Ma l’han fatto per loro migliaia di militanti, tempestando di proteste i suoi social. I suoi bravi comunicatori gliel’han fatto notare. E lui, che ne è succube, ha prontamente rinculato, cedendo a Di Maio e Conte e tornandosene a Roma con la coda fra le gambe. Il che dimostra che non bisogna mai sopravvalutare nessuno, neppure Salvini. E che gli elettori sono sempre più avanti degli eletti, persino nella Lega.

Urus St-X Concept, quando il suv è da gara

Il marchio di Sant’Agata Bolognese riesce in un colpo solo a invertire i ruoli, sotto il comune denominatore delle prestazioni. Primo colpo: affidare alla sua Squadra Corse l’allestimento di una One-Off come la SC18 Alston da 770 Cv, derivata dalle competizioni ma omologata per l’utilizzo su strada. Poi la seconda bordata che demolisce i luoghi comuni: l’Urus St-X Concept, un super suv da usare solo in gara, anche se si tratterà di competizioni su tracciati misti appositamente allestiti in Europa e Medio Oriente, con tratti di asfalto e sterrato per esaltare entrambe le anime della vettura. Un campionato monomarca, anche se finora imprevedibile, che nelle intenzioni Lamborghini dovrebbe prendere il via nel 2020, ma già ha riscosso interesse da parte dei gentleman driver di mezzo mondo “costretti” finora a sportive ben più classiche. Inevitabile che finisca per essere St-X Concept la fotografia più vivida del mondo automobilistico che cambia. Urus è già un successo oltre ogni previsione, capace da solo di raddoppiare la produzione dell’azienda nonostante un prezzo da 208 mila euro. Spingersi oltre sembrava impossibile, ma con St-X è divenuto una realtà: meccanica derivata dal modello di serie con motore V8 biturbo 4 litri da 650 Cv e trazione integrale permanente, abbinati però a una aerodinamica da competizione con un nuovo cofano di fibra di carbonio con prese d’aria maggiorate, scarichi laterali racing, ala posteriore e inediti cerchi monodado da 21 pollici con specifici pneumatici Pirelli. Il peso della vettura è sceso del 25%, ma il cambiamento di prospettive resta di peso.

Volkswagen fa all-in. Dal dieselgate all’auto elettrica

Ciò che non uccide fortifica. Dopo aver speso oltre 25 miliardi di euro nell’affaire Dieselgate, Volkswagen lancia un maxi piano di investimento in veicoli elettrici, digitalizzazione, guida autonoma e servizi di mobilità. Asset su cui il colosso di Wolfsburg è pronto a spendere ben 44 miliardi di euro da qui al 2023. Una cifra astronomica, pari a circa un terzo del bilancio quinquennale del gruppo. “Volkswagen deve diventare più efficiente, più produttiva e più redditizia al fine di finanziare gli ingenti investimenti e rimanere competitiva”, ha dichiarato Herbert Diess, al vertice della multinazionale tedesca.

Per questo nei prossimi anni Volkswagen prevede la razionalizzazione di 120 fabbriche sparse nel mondo: il target è aumentare la produttività del 30% entro il 2025, rendendo le linee di montaggio capaci di sfornare modelli appartenenti a diversi brand (come Audi, Vw Seat o Skoda), riducendo le spese del 6% grazie pure all’ottimizzazione delle economie di scala. La strategia prevede un programma di conversione degli impianti di Zwickau, Emden e Hannover, dove verranno costruite le vetture a batteria: i lavori a Zwickau, in particolare, sono iniziati circa un anno fa ed il gruppo stima che il polo fabbricherà circa 330 mila veicoli elettrici all’anno.

Cuore dell’offerta di prodotto sarà la nuova famiglia di modelli ID, fatti sulla base di una piattaforma modulare appositamente progettata per le zero emissioni, denominata Meb Ev: il primo arriverà nel 2019, ed avrà dimensioni e sembianze da Golf. Secondo le promesse della marca, potrebbe arrivare sul mercato a un prezzo di circa 23-24 mila euro, come un’auto diesel di pari segmento: un listino invitante, che potrebbe mettere alle corde la concorrenza. Sulla Meb Ev Volkswagen conta di costruire circa 15 milioni di elettriche negli anni a venire (di cui un milione già entro il 2025), mentre le Ev di alta gamma verranno assemblate sulla piattaforma Premium platform electric (Ppe), sviluppata da Audi e Porsche. Senza contare che Diess ha già anticipato di voler raggiungere al più presto un accordo di cooperazione con Ford per condividere i costi di ricerca e sviluppo su auto elettriche e senza conducente. Ma, nonostante i “buoni propositi”, il piano spaventa i sindacati, convinti che la razionalizzazione degli impianti avrà delle pesanti ricadute sul piano occupazionale, visto che le auto elettriche (che hanno mediamente 200 parti) sono più semplici da produrre rispetto alle endotermiche (che hanno 1.400 parti). E attualmente in Germania sono 436 mila i posti di lavoro legati alla realizzazione di veicoli a combustione interna.

Brexit e crisi di nervi: è la “Merrie Land”

Dopo averli tenuti in naftalina per 12 anni, Damon Albarn, voce e volto dei Blur, tira fuori dai cassetti impolverati dal tempo il progetto The Good The Bad & The Queen, pubblicando il secondo disco intitolato Merrie Land. La band, che vede impegnati oltre ad Albarn, Paul Simonon dei Clash, Simon Tong dei Verve e il leggendario batterista di Fela Kuti, Tony Allen, mentre nel primo lavoro accompagnava gli ascoltatori in un viaggio nella tradizione musicale inglese, in Merrie Land appare turbata e a esclusione del titolo c’è poco di allegro, i toni, infatti, sono cupi e le atmosfere malinconiche, talvolta sinistre. Composto da 10 brani (su tutti Drifters&Trawlers e Gun to the head) è stato ispirato dal divorzio che si sta consumando fra Gran Bretagna e Ue: ne esce un Paese in preda a una crisi di nervi, definito da Albarn “piccola isola indisponente”, il quale invita la premier May a scongiurare il pericolo Brexit per evitare che anche la musica inglese finisca in una “prigione culturale” oltretutto autoimposta.

“I Pooh? Ancora insieme, ma solo per beneficenza”

Ah, i Pooh! La band simbolo dell’applicazione sul lavoro! Senza mai una sosta! “Beh, il primo giorno no”, sghignazza Dodi Battaglia, oggi alle prese con un tour e un disco live da solista.

Che accadde?

Stavano già in giro da due anni quando mi ingaggiarono. Partii con la valigia di cartone da Bologna, inguainato nel mio giubbotto di pelle, dentro un furgone surriscaldato dai vetri anche sul tetto. Era settembre. Viaggiai in direzione Campiglia Marittima, in Toscana. Un amico di Riccardo Fogli aveva messo a disposizione un cascinale in campagna per le prove. Insomma, si fa mezzogiorno, si va al bar, un panino al salame, un bicchiere di vino… Io e quel lavativo di Valerio Negrini ci sdraiamo sotto un albero per la pennichella… ci prese un abbiocco….

Ma in qualche modo il test andò bene.

Quarantotto ore dopo ero sul palco con i Pooh. Mi sorprese l’alchimia tra il suono della mia chitarra e quello dell’organo Hammond di Roby Facchinetti. Una pasta magica.

E da lì tutta discesa.

Mica vero. Prima che entrassi nel gruppo loro avevano già avuto una hit clamorosa come Piccola Katy. Non vorrei dire che ci campassero di rendita, ma insomma, chi compra la macchina nuova, chi si sposa, rischiavamo di tirare i remi in barca. Cominciavamo a vendere meno dischi, a fare meno serate. Per fortuna il nuovo produttore, Giancarlo Lucariello, convinse la CGD a farci un contratto. Avevamo due pezzi che i precedenti discografici avevano bollato come ‘cazzate’.

Quali erano?

Pensiero e Tanta voglia di lei.

La lungimiranza degli addetti ai lavori.

Li avevano scartati senza appello. Il successo tornò, e ce lo tenemmo stretto. Facendoci un gran mazzo, sempre. Abbiamo venduto cento milioni di dischi, incidendo più di trecento canzoni. Abbiamo fatto più di tremila concerti, fino all’addio del dicembre 2016.

E quanti chilometri, in mezzo secolo di live?

Escludendo navi e aerei, su strada circa 125mila chilometri l’anno.

Più di centocinquanta volte il giro della Terra. Poi lo stop definitivo. Lei però si è detto disponibile per una reunion, a patto che…

Che sia per beneficenza. Se qualcuno mette a disposizione due milioni di euro da devolvere interamente per una buona causa, io ci sono. Non voglio neanche i soldi per la benzina. Mi si dica dove e se gli altri Pooh ci stanno. Sarebbe un grande evento.

Intanto lei, Battaglia, ha celebrato il suo personale cinquantenario.

Sì, perché nel 2016 io ero “solo” alle prese con i 48 anni di carriera. Così il primo giugno scorso ho celebrato i 50, e il mio compleanno, a Bellaria-Igea Marina, assieme a 26mila persone. Con me sul palco molti amici: da Mario Biondi a Luca Carboni, da Gigi D’Alessio a Marco Masini, da Silvia Mezzanotte a Mietta, da Enrico Ruggeri a Maurizio Solieri, e la direzione di Fio Zanetti. Ne ho ricavato un disco live, Dodi Day, che mi lusinga per la sua compiutezza. E mi emoziona.

Non contento, è ora partito per un tour, “Perle-Mondi senza età”, in cui scava nel repertorio meno conosciuto dei Pooh.

Tesori che forse noi abbiamo accantonato, ma il pubblico no. Nei concerti della band proponevamo giocoforza i nostri grandi successi, eppure in tanti continuavano a chiederci i pezzi esclusi dalle scalette. E quanti ce ne sono di magnifici. Il lavoro poetico di Valerio Negrini e Stefano D’Orazio apriva scenari che parevano video ante-litteram. E che dire delle nostre sortite progressive? Di Parsifal? Riporto queste perle sulla strada.

La sua sapienza di strumentista le valse l’acclamazione come miglior chitarrista europeo da parte della critica.

Sì, ma io amo considerarmi solo il miglior chitarrista dei Pooh. E se il mio lavoro ha avuto un senso, è stato nell’innestare la chitarra rock nel pop italiano, che la considerava estranea. L’abbiamo fatto io, Franco Mussida, Maurizio Solieri, Ricky Portera.

Da ragazzo non le mancava sfrontatezza. Come quella volta di fronte a Hendrix.

Sarà stato il ‘67, era prima dei Pooh e io suonavo ancora maluccio. Una gara di complessi a Bologna, in apertura del concerto di Jimi. Salgo sul palco e attacco Foxy Lady. Mi gridano: sei matto, dopo c’è Hendrix! Infatti arriva lui e ci spettina. Quella sera ce ne andammo tutti con le orecchie abbassate, gli apprendisti e gli orchestrali provetti. Jimi aveva spostato in avanti di trent’anni il tempo della chitarra.

Anthony Bourdain, operazione ribollita

Non si butta via niente, nemmeno di un morto: meglio, però, affrettarsi a riesumarlo perché la fama – post mortem – ha vita breve e i pettegolezzi – after suicide – ancora meno. C’è un cadavere in libreria: Anthony Bourdain, ammazzatosi nemmeno sei mesi fa e resuscitato nemmeno dieci giorni fa grazie a una sciagurata, pelosissima, sgradevole operazione commerciale di Rizzoli.

La casa editrice milanese ha pensato bene (male) di ripubblicare uno dei due romanzi gialli dello chef-personaggio-attore-voltotelevisivo-scrittore-rockstar dopo quasi vent’anni dall’uscita: Gone Bamboo risale, infatti, al 1997 e nel 1999 arrivò in Italia con Mondadori e il titolo Un mestiere difficile. Anche di quella versione non si è buttato via niente, o quasi, mantenendo persino la traduzione di Ranieri Carano: meno si spende, meglio è; basta un furbo trucco e parrucco del titolo (e della copertina) per ridare freschezza e sex appeal alle pagine.

E qui arriva il macabro colpo di scena: Un paradiso da morire, così è stato ribattezzato il libro di un autore che si è da poco impiccato. Ma guai a ricordarlo al lettore; la morte è solo un’esca pubblicitaria, buona giusto per la sovraccoperta, dopodiché va subito insabbiata, specie se violenta e autoprocurata: nell’aletta riservata alla biografia si apprende solo che Bourdain “è scomparso l’8 giugno del 2018 a Kaysersberg, vicino a Strasburgo”, mentre nell’altra lo si definisce un “cultore del cibo e divulgatore di fama mondiale, capace di soddisfare (con questo crime dissacrante) anche i palati più esigenti”. Intanto in copertina il romanzo viene sponsorizzato come una favolosa “black comedy”, piena di “emozione e suspense”. La commedia, però, non è pervenuta.

Sa anzi di tragedia, o di farsa, l’intera – penosa – manovra editoriale, ai limiti dello sciacallaggio, forse inconsapevole, ma peggio mi sento. Non bastassero le gaffe (eufemismo) succitate, ci si mette la “nuova” prefazione ad annegare nel macabro l’opera e il suo creatore: si tratta infatti di una annotazione garrula del 2000, scritta da un ironico Bourdain a mo’ di introduzione, per spiegare che questo è “un libro da spiaggia con un che di sociopatico… Volevo un eroe e un’eroina pigri, venali, lussuriosi e privi di qualità redentrici, proprio come mi sento io a volte”. La redenzione, però, non è pervenuta.

La trama è alcolico-godereccia, e protagonisti sono un ex sicario e sua moglie, che decidono di mollare lo stressante tran tran dei morti ammazzati per rifarsi una vita e una verginità e spassarsela (la vita!) ai Caraibi, tra “sole, spiagge bianche, tanti cocktail e buon sesso”, salvo poi vedersi raggiungere da uno spietato boss mafioso: davvero Un paradiso da morire. E non è l’unico dettaglio di cattivo gusto: a ravanar nel torbido le coincidenze si trovano sempre. “Non torneremo mai indietro” è questa la battuta finale del romanzo, sbozzato in una camera d’albergo, ovvero lo stesso set del suicidio reale.

“All’interno della mia cucina so come comportarmi (diversamente da quanto mi accade nella vita di tutti i giorni, dove mi trovo su un terreno meno solido)”, appuntava – ancora nel 2000 – un lucidissimo Bourdain a margine di Kitchen Confidential, arrivato in Italia con Feltrinelli nel 2002: fu quello il bestseller che lo consacrò in mezzo mondo, lanciandolo dalla padella alla brace dell’intellighenzia internazionale, lui che pure vantava la firma sul pretenzioso New Yorker (con l’articolo Don’t Eat Before Reading This), era una star indiscussa delle serie tv e si era già felicemente cimentato nella narrativa nel 1995, col noir Bone in the Throat, uscito in italiano, come Un osso in gola, solo nel 2007 per Marsilio.

Un osso in gola, Un mestiere difficile, Kitchen Confidential, Il viaggio di un cuoco, Les Halles Cookbook, Avventure agrodolci: l’americano (1956 – 2018) può essere a buon diritto annoverato nel pantheon degli scrittori in preda al “dio selvaggio” (© W. B. Yeats), condannati a morte volontaria dal “vizio assurdo” (© Cesare Pavese). Non a caso la sua ex – e ultima – compagna Asia Argento ha scomodato per lui il “male oscuro”, nobilitando la depressione a categoria letteraria. E forse è proprio così.

Sylvia Plath, Thomas Chatterton, Gérard de Nerval, Virginia Woolf, Paul Celan, Marina Cvetaeva, Ernest Hemingway… il catalogo degli autori suicidi è lungo, ma, dalla vestaglia rossa di Romain Gary alla cintura dell’accappatoio di Anthony Bourdain, il passo è breve, per nulla incerto. “E, per favore, niente pettegolezzi” (© Majakovskij).

The Donald contro i G-men: solo su Showtime

Donald Trump diventa il protagonista solo nel quarto e ultimo episodio della mini-serie tv Enemies: The President, Justice & The Fbi, che gli Stati Uniti hanno scoperto domenica sera, all’inizio della settimana della Festa del Ringraziamento, quando tutti pensano al tacchino di giovedì in famiglia e alla partita di football nel pomeriggio. Ma, senza Trump, la ‘mini-serie’ di Showtime non sarebbe mai nata: lo spunto e il pretesto per questo documentario romanzato attraverso i contrasti che, nel tempo, hanno opposto Casa Bianca, magistratura e polizia federale è la guerra che il magnate conduce ai ‘g-men’ (e viceversa): conflitto che The Daily Beast giudica “senza precedenti, pericoloso e una minaccia per la democrazia”.

Significativamente, il quarto episodio s’intitola You’re fired, cioè “Sei licenziato”, come il reality televisivo condotto per molti anni dallo showman ora presidente, e s’articola intorno al modo in cui Trump si sbarazzò, nel 2017, di Jim Comey, il direttore dell’Fbi che non voleva saperne di ammorbidire le indagini sul Russiagate: l’intreccio di contatti tra la campagna di Trump ed emissari del Cremlino, prima e immediatamente dopo le Presidenziali 2016.

L’episodio finale di Enemies è programmato il 9 dicembre: nelle tre settimane di qui ad allora, ci si aspettano sussulti nel Russiagate, che, dopo essere entrato in una fase carsica durante la campagna per il voto di midterm, torna a vibrare di sviluppi e indiscrezioni. E il presidente è tentato di mettere il bastone fra le ruote al procuratore speciale Robert Mueller, che conduce l’inchiesta. Lui non interverrà – assicura Trump alla Fox –, se il suo segretario alla Giustizia ‘ad interim’ Matthew Whittaker dovesse intromettersi nel lavoro di Mueller e intralciarlo. C’è chi pensa che Whittaker sia stato messo lì proprio per questo, tant’è che tre senatori democratici hanno avviato un’azione legale per fare dichiarare “incostituzionale” la nomina, non confermata dal Senato. Whittaker è stato designato ‘pro tempore’, dopo le dimissioni, sollecitate da Trump, di Jeff Sessions, ma il presidente non ha fretta di designare il nuovo segretario, perché Whittaker gli dà garanzie. Pure repubblicani come Lindsay Graham, senatore della Florida, considerano la chiusura dell’inchiesta “un disastro per il partito”, in proiezione 2020, e chiedono che non avvenga.

Per il momento Whittaker afferma che le indagini di Mueller vanno avanti, ma Trump non perde occasione per delegittimare l’azione del procuratore speciale, il cui lavoro sarebbe “nel caos totale”, nonostante abbia acquisito collaboratori eccellenti come l’ex legale del presidente Michael Cohen – quello che comprava con soldi in nero il silenzio della pornostar Stormy Daniels e di una ex coniglietta di Playboy -, l’ex capo della campagna Paul Manafort e il suo ex numero due Rick Gates. Indiscrezioni che circolano a Washington dicono che Mueller starebbe per emettere nuovi rinvii a giudizio; ma non trova nessuna conferma la voce, già messa in circolazione sotto forma dubitativa da Politico.com a fine ottobre, che il procuratore abbia già citato il presidente. Trump, intanto, esclude di sottoporsi a interrogatorio: il presidente ha già risposto a domande scritte del procuratore – le risposte stanno per essere trasmesse – e ritiene chiuso qui il suo coinvolgimento nell’indagine.

“Prima vengono i messicani”. Guerra tra poveri a Tijuana

“Prima noi!”. Prima ancora che la Carovana dei migranti partita un mese fa da San Pedro Sula, Honduras, obiettivo Usa, incontrasse Trump – semmai questo possa avvenire – sono stati i cittadini messicani a prendere in prestito il motto di The Donald e a manifestare il loro disappunto per la presenza delle oltre 4 mila persone arrivate a Tijuana, frontiera tra Messico e Usa.

Al coro di “Migranti sì, invasori no!”, o “Fuori, fuori!”, i cittadini di Tijuana domenica non hanno riservato ai migranti l’accoglienza solidale a cui durante il tragitto erano stati abituati.

A tenere il punto è stato per primo il sindaco della città, Juan Manuel Gastelum, che in conferenza stampa ha provveduto a pacificare gli animi accusando i migranti di essere “un’orda di drogati e ubriaconi” per i quali, ha avvisato, ci saranno diritti solo se si comporteranno come si deve. Tutto questo mentre i migranti si preparano a passare mesi accampati nel centro sportivo Benito Juarez, in attesa di ricevere risposta dagli Usa alle migliaia di richieste d’asilo. Ma questa non è certo la prima volta che “la città imbuto” come viene definita Tijuana si trova ad affrontare questo genere di emergenze. La città è storicamente un’enclave migratoria di 1,8 milioni di abitanti e come altre città di frontiera lavora in simbiosi con il governo della Bassa California, dove si dirigono molti migranti alla ricerca di una nuova vita negli Stati Uniti. “Il tijuanese è generoso, è cresciuto con la cultura dell’immigrazione, ma allo stesso tempo teme per la sua sicurezza”, ha dovuto ammettere Francisco Rueda, segretario Generale del Governo della Bassa California. Come a dire che generosi sì, ma fino a un certo punto. E il punto è che le autorità locali hanno ammesso di essere in grado di fornire accoglienza a 3 mila persone per un paio di mesi. Questo nel caso in cui il governo federale garantisca 80 milioni di pesos, cioè 4 milioni di dollari per reggere questa situazione. Peccato che il solo stadio Juarez attualmente ospiti più di 4 mila persone tra cui un migliaio di bambini, in condizioni igieniche precarie e con una prospettiva di permanenza di almeno sei mesi, che è il tempo necessario perché le richieste di asilo che ora si appuntano all’ingresso del campo su un quaderno, vengano per lo meno inoltrate alle autorità statunitensi. Di tutta risposta Trump si è affrettato a installare una nuova barriera mobile per prevenire eventuali afflussi di massa attraverso la frontiera chiudendo per diverse ore il traffico verso nord e uno dei due attraversamenti pedonali al varco di San Ysidro al confine.

Intanto i migranti denunciano le aggressioni notturne di bande di cittadini che lancerebbero pietre oltre il muro di cinta del campo al grido di “Tijuana si rispetta”. Per non parlare del disagio di essere stati ostaggio dei manifestanti per ore e lasciati nell’impossibilità di uscire dal campo a comprare del cibo. “Siamo chiusi qui, con la polizia in assetto antisommossa fuori pronta a intervenire al minimo scontro: ci sono bambini che non mangiano da ieri”, denunciava una giovane donna neonata al seguito. A preoccupare poi è anche la situazione sanitaria: “Presto potrebbero scoppiare epidemie”, ha spiegato ieri alle telecamere della tv messicana uno dei medici volontari che operano nel campo. “Ci sono soltanto poche docce e nonostante i servizi igienici in dotazione, la situazione non è affatto sotto controllo”. Quella di domenica inoltre è stata solo una delle manifestazioni destinate ad alzare il livello di tensione nelle città di frontiera. Ieri a Guanajuato, a quasi 400 chilometri da Città del Messico, altri 900 migranti sono stati sgomberati da un campo per uno spettacolo di lotta libera e sono ancora in attesa di essere ricollocati. Intanto nei prossimi giorni si prevede l’arrivo di una nuova carovana, la quarta, in partenza da El Salvador con l’intenzione di unirsi al resto dei migranti in Messico.

Daphne, i mandanti e lo scoop a orologeria

Il giorno dopo la “rivelazione”, grande appare la confusione sotto il cielo di Malta. Secondo quanto riportato domenica dal giornalista del Sunday Times of Malta Ivan Martin, gli investigatori a stretto contatto con quelli di Europol, avrebbero identificato i mandanti dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia: due o più persone di nazionalità maltese.

“Possiamo solo aspettare”, è il commento del blogger Manuel Delia, uno degli eredi della giornalista che prosegue le inchieste sull’intreccio di affari nell’isola. “Non so perché gli investigatori abbiano divulgato queste informazioni né se siano corrette. Ma anche se lo fossero, perché annunciare arresti prima di eseguirli?”.

La notizia, apparentemente, era stata confermata dal ministro degli Interni e della sicurezza nazionale Michael Farrugia, che domenica sera, al Tg3, aveva dichiarato: “Le indagini continuano. Europol ha importanti informazioni su cui stiamo lavorando e speriamo che al più presto i responsabili vengano arrestati”. Ma ieri il ministro ha assunto un tono più cauto, con un comunicato stampa in cui scrive: “A seguito della messa in onda del Tg3 il ministro chiarisce che gli arresti possono essere portati a termine solo dopo aver raccolto prove concrete, e conferma che l’indagine della polizia è in corso e che l’Europol se ne sta occupando attivamente”.

Lo scoop del Sunday Times, sarebbe, insomma, prematuro. E mentre né da Europol né dalla polizia maltese arrivano conferme ufficiali, qualcuno avanza dubbi sulla veridicità di quelle rivelazioni. Domenica Stephen Grey, giornalista della Reuters e membro del Daphne Project, il consorzio di giornalisti investigativi che prosegue il lavoro della giornalista uccisa, ha scritto sul suo account Twitter: “Una fonte autorevole mi dice che la notizia che i mandanti dell’omicidio di Daphne siano stati identificati NON è VERA: “Non abbiamo ancora trovato chi c’è dietro… stiamo seguendo tutte le piste”. Grey ha pubblicato una inchiesta sul presunto coinvolgimento di Konrad Mizzi, ministro maltese dell’Energia dal 2013 al il 2016, e Keith Schembri, capo-gabinetto del primo ministro Joseph Muscat, nella società 17 Black Limited (con sede a Dubai) da cui i due avrebbero ricevuto grosse somme di denaro per ragioni non ancora chiare. La coppia nega. È una delle inchieste che Daphne non ha fatto in tempo a concludere.

Il quotidiano d’inchiesta maltese The Shift sembra mettere in relazione le due notizie, suggerendo che le rivelazioni del Sunday Times potrebbero servire a distrarre l’opinione pubblica.