I giubbotti gialli stanno preparando il secondo atto della loro protesta. Un nuovo appello a riunirsi a Parigi sabato 24 novembre, circola sui social e da ieri ha raccolto diverse migliaia di adesioni. All’origine dell’appello c’è Éric Drouet, 33 anni, di Melun, comune della periferia sud di Parigi, conducente di automezzi: uno dei volti che emerge nel movimento nato su Facebook, insieme a quello di Jacline Mouraud, 51 anni, bretone che, in un video visto milioni di volte, chiama in causa Emmanuel Macron. “Bisogna infliggere il colpo di grazia e salire tutti a Parigi, camionisti, tassisti, agricoltori…”, si legge sulla pagina Facebook Acte 2 Toute la France à Paris.
Nel primo giorno di blocco nazionale sabato scorso, sono stati registrati 2.300 punti critici e 288 mila manifestanti in tutto il Paese. Alcune migliaia di giubbotti gialli sono rimasti mobilitati domenica, talvolta passando la notte ai caselli autostradali o sui raccordi delle città.
Ieri hanno bloccato i depositi e le raffinerie di petrolio, a Vern-sur-Seiche, vicino Rennes, Lespinasse, a nord di Tolosa, a Fos-sur-mer, presso Marsiglia. Anche l’accesso ai porti di La Rochelle e Dunquerke è stato intralciato, mentre a Sens si è creata una fila di centinaia di tir. Blocchi anche in punti strategici a Bordeaux, Calais, Caen. La polizia ha contato ieri più di 350 picchetti e 27 mila giubbotti gialli. Il movimento, nato con la simpatia dei francesi, che lo comprendono al 74%, viene però anche guardato con sospetto. I primi a essere scettici sono i sindacati che, usciti indeboliti dalle ultime mobilitazioni contro la riforma del codice del Lavoro e dello statuto dei ferrovieri, imposte dal governo nonostante gli scioperi, restano per la prima volta fuori da un movimento che, solo grazie ai social e senza leader nazionali, riesce a mobilitare nelle strade così tante persone. Philippe Martinez, segretario del sindacato CGT (Confédération Générale du Travail) che ha chiesto il governo di aumentare il minimo salariare, resta a distanza di sicurezza e non prevede di allinearsi al movimento che l’estrema destra di Marine Le Pen e di Nicolas Dupont-Aignon, presidente di Debout la France, stanno tentando di recuperare: “Non manifesteremo mai accanto al Rassemblement national”, ha detto. Ancora più sospettoso Laurent Berger del sindacato “moderato” Cfdt (Confédération française démocratique du travail) che si preoccupa per la “rabbia confusa, contraddittoria e per certi versi pericolosa” esplosa sabato e che gli ricorda una “certa forma di totalitarismo”.
I blocchi inquietano la grande distribuzione, con i disagi provocati ai centri commerciali extra urbani, e la Federazione degli autotrasportatori che chiede al governo di “negoziare” per non danneggiare l’economia del paese. In tre giorni, una donna di 63 anni è morta, investita da un’auto a Pont-de-Beauvoisin, e più di 500 persone sono rimaste ferite, di cui 17 sono gravi. Ieri mattina un ragazzo, 25 anni, è stato ricoverato con diverse fratture in tutto il corpo dopo essere stato investito da un tir a Saint-Dizier, nel nord. A protestare contro il caro-petrolio e il caro-vita in generale, è la Francia periferica rimasta da troppo silenziosa: agricoltori, operai, lavoratori, schiacciati dal peso delle tasse, che sbarcano il lunario con stipendi che non aumentano mai e rivendicano ora un movimento apolitico e pacifico.
Ma alcuni episodi sono degenerati. Dei giubbotti gialli sono stati filmati mentre insultavano una donna al volante della sua auto vicino Cognac perché di colore. Nel nord un’automobilista musulmana è stata costretta a ritirare il velo e sono stati registrati attacchi a coppie gay. La protesta investe in pieno Macron, la cui popolarità ha subito un nuovo colpo, scendendo al 25% nell’ultimo sondaggio Ifop. La portavoce dei giubbotti gialli del Val-d’Oise, dipartimento della regione parigina, Laëtitia Dewalle, ha persino lanciato un appello per un referendum popolare che decida sulla legittimità del presidente. A Bruxelles ieri, in visita ufficiale, Macron ha rifiutato di reagire sulla protesta. Per ora lascia la parola al suo premier, Edouard Philippe che, da un lato dice di essere disponibile ad ascoltare i francesi, dall’altro non intende ritirare le tasse sul carburante.