Brexit, May fa la “piazzista” e incassa l’ok degli industriali

Determinata a far approvare il suo piano per Brexit, ora Theresa May è in piena modalità pubbliche relazioni. Mentre a Bruxelles i ministri del Consiglio affari generali dei 27 danno un via libera, lei deve “vendere” l’accordo al paese, convincere settori produttivi, creare una pressione dell’opinione pubblica che persuada i parlamentari a votare per il suo deal. Ieri ha incassato l’appoggio – con qualche riserva – della Confederation of British Industry, che raccoglie più di 190 mila imprese che chiedono un clima politico ed economico meno incerto. Ai delegati CBI ha garantito un’immigrazione basata solo sul merito, senza corsie preferenziali per gli europei nella ricerca del lavoro: “Non potranno più saltare la fila”.

Intanto i cronisti politici riferiscono di spaccature fra i falchi Brexiters, che da giorni minacciano di sfiduciare la premier come leader del partito conservatore. Se non si trovano i voti per spodestare la May, continuano a mancare anche quelli necessari ad approvare l’accordo da lei raggiunto con Bruxelles. Per questo crescono le adesioni bipartisan all’ipotesi di un secondo referendum, con l’opzione di restare nell’Ue.

Sindacati, attrazione fatale per i gilet gialli

I giubbotti gialli stanno preparando il secondo atto della loro protesta. Un nuovo appello a riunirsi a Parigi sabato 24 novembre, circola sui social e da ieri ha raccolto diverse migliaia di adesioni. All’origine dell’appello c’è Éric Drouet, 33 anni, di Melun, comune della periferia sud di Parigi, conducente di automezzi: uno dei volti che emerge nel movimento nato su Facebook, insieme a quello di Jacline Mouraud, 51 anni, bretone che, in un video visto milioni di volte, chiama in causa Emmanuel Macron. “Bisogna infliggere il colpo di grazia e salire tutti a Parigi, camionisti, tassisti, agricoltori…”, si legge sulla pagina Facebook Acte 2 Toute la France à Paris.

Nel primo giorno di blocco nazionale sabato scorso, sono stati registrati 2.300 punti critici e 288 mila manifestanti in tutto il Paese. Alcune migliaia di giubbotti gialli sono rimasti mobilitati domenica, talvolta passando la notte ai caselli autostradali o sui raccordi delle città.

Ieri hanno bloccato i depositi e le raffinerie di petrolio, a Vern-sur-Seiche, vicino Rennes, Lespinasse, a nord di Tolosa, a Fos-sur-mer, presso Marsiglia. Anche l’accesso ai porti di La Rochelle e Dunquerke è stato intralciato, mentre a Sens si è creata una fila di centinaia di tir. Blocchi anche in punti strategici a Bordeaux, Calais, Caen. La polizia ha contato ieri più di 350 picchetti e 27 mila giubbotti gialli. Il movimento, nato con la simpatia dei francesi, che lo comprendono al 74%, viene però anche guardato con sospetto. I primi a essere scettici sono i sindacati che, usciti indeboliti dalle ultime mobilitazioni contro la riforma del codice del Lavoro e dello statuto dei ferrovieri, imposte dal governo nonostante gli scioperi, restano per la prima volta fuori da un movimento che, solo grazie ai social e senza leader nazionali, riesce a mobilitare nelle strade così tante persone. Philippe Martinez, segretario del sindacato CGT (Confédération Générale du Travail) che ha chiesto il governo di aumentare il minimo salariare, resta a distanza di sicurezza e non prevede di allinearsi al movimento che l’estrema destra di Marine Le Pen e di Nicolas Dupont-Aignon, presidente di Debout la France, stanno tentando di recuperare: “Non manifesteremo mai accanto al Rassemblement national”, ha detto. Ancora più sospettoso Laurent Berger del sindacato “moderato” Cfdt (Confédération française démocratique du travail) che si preoccupa per la “rabbia confusa, contraddittoria e per certi versi pericolosa” esplosa sabato e che gli ricorda una “certa forma di totalitarismo”.

I blocchi inquietano la grande distribuzione, con i disagi provocati ai centri commerciali extra urbani, e la Federazione degli autotrasportatori che chiede al governo di “negoziare” per non danneggiare l’economia del paese. In tre giorni, una donna di 63 anni è morta, investita da un’auto a Pont-de-Beauvoisin, e più di 500 persone sono rimaste ferite, di cui 17 sono gravi. Ieri mattina un ragazzo, 25 anni, è stato ricoverato con diverse fratture in tutto il corpo dopo essere stato investito da un tir a Saint-Dizier, nel nord. A protestare contro il caro-petrolio e il caro-vita in generale, è la Francia periferica rimasta da troppo silenziosa: agricoltori, operai, lavoratori, schiacciati dal peso delle tasse, che sbarcano il lunario con stipendi che non aumentano mai e rivendicano ora un movimento apolitico e pacifico.

Ma alcuni episodi sono degenerati. Dei giubbotti gialli sono stati filmati mentre insultavano una donna al volante della sua auto vicino Cognac perché di colore. Nel nord un’automobilista musulmana è stata costretta a ritirare il velo e sono stati registrati attacchi a coppie gay. La protesta investe in pieno Macron, la cui popolarità ha subito un nuovo colpo, scendendo al 25% nell’ultimo sondaggio Ifop. La portavoce dei giubbotti gialli del Val-d’Oise, dipartimento della regione parigina, Laëtitia Dewalle, ha persino lanciato un appello per un referendum popolare che decida sulla legittimità del presidente. A Bruxelles ieri, in visita ufficiale, Macron ha rifiutato di reagire sulla protesta. Per ora lascia la parola al suo premier, Edouard Philippe che, da un lato dice di essere disponibile ad ascoltare i francesi, dall’altro non intende ritirare le tasse sul carburante.

Uccise tre familiari con il tallio, assolto per “vizio di mente”

Il gip lo ha ritenuto “totalmente incapace di intendere e di volere al momento dei fatti”. Per questo Mattia Del Zotto, il giovane id 28 anni di Nova Milanese (Monza) che nell’estate del 2017 aveva avvelenato con solfato di tallio nove membri della sua famiglia, uccidendone tre, è stato assolto e sarà rinchiuso per dieci anni in una struttura psichiatrica. Sul suo caso si è espressa ieri Patrizia Gallucci, gip del Tribunale di Monza, che ha preso atto delle perizie su Del Zotto, in cui lo si definiva “affetto da un disturbo delirante, totalmente incapace di intendere e volere al momento dei fatti perché affetto da vizio totale di mente”. Sul giovane pendeva l’accusa di omicidio volontario plurimo premeditato e lesioni plurime. Il gip ha dunque sposato la tesi del suo consulente, analoga a quella della difesa, assolvendo Del Zotto per totale vizio di mente e respingendo la richiesta di condanna all’ergastolo del pm Carlo Cinque, il cui perito aveva invece giudicato il 28enne solo parzialmente incapace di intendere e volere. I familiari sopravvissuti del giovane, come riferito dall’avvocato di parte civile Stefania Bramati, “hanno preso bene la sentenza, sapendo perfettamente che il giovane abbia bisogno di essere curato”.

Asl, la carica dei manager con lo sponsor politico

C’è Mario Paino, manager all’ospedale Papardo di Messina, sponsorizzato da Francantonio Genovese, condannato a 11 anni per associazione per delinquere, frode fiscale e truffa. E c’è Vincenzo Barone, che va a guidare l’ospedale Piemonte-Neurolesi, sempre a Messina, in quota Udc, indicato (pare) da Lorenzo Cesa, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per corruzione e poi salvato dalla prescrizione introdotta dal governo Berlusconi.

Tra familismo e clientele, cambiano i nomi ma non i padrini, così i criteri del governo Musumeci per le nomine dei manager della sanità in Sicilia obbediscono ancora una volta al manuale della spartizione partitica: meritocrazia vicina allo zero e riciclaggio anche di fedelissimi dell’era Cuffaro, Lombardo e anche Crocetta.

E l’assessore alla Sanità Razza, che aveva promesso un’inversione di trend, si ritrova attaccato frontalmente dal sindacato dei medici ospedalieri Cimo: “Avevamo ripetutamente chiesto criteri di competenza e non di appartenenza, – dice il vice segretario Angelo Collodoro – a oggi sono prevalsi ancora una volta quelli della rodata affidabilità al sistema di potere che mostra solo disastri in campo sanitario”. Sistema che oggi premia “gli uomini che hanno attraversato l’era cuffariana e poi lombardiana, fino all’ultima crocettiana’’, come dice Collodoro, che nel suo profilo Facebook li ha definiti “highlander’’, indistruttibili, professionisti delle appartenenze, capaci di superare qualsiasi barriera ideologica o partitica per ottenere l’ambita poltrona.

Come Salvo Giuffrida, capace di realizzare all’Asp di Messina nel 2011 un deficit di 26 milioni – ben 18 milioni in più della cifra prevista dal piano di rientro dell’allora assessore della Salute Massimo Russo e costretto a dimettersi – e riproiettato al vertice del maggiore ospedale catanese, il Cannizzaro, dopo una virata verso Fratelli d’Italia.

L’unico che arriva da fuori Sicilia è Walter Messina, palermitano, che ha lavorato in Toscana, in Calabria e in Sardegna e oggi va a guidare Villa Sofia. All’ospedale etneo Garibaldi arriva invece Fabio De Nicola, cognato di Michele Cimino, ex deputato forzista liberato da un’archiviazione dopo sette anni di indagini per voto di scambio mafioso, mentre un altro cognato “eccellente’’, Francesco Iudica, parente di Raffaele Lombardo, viene dirottato all’’Asp di Enna.

L’ex ragioniere generale di Catania (chiamato dalla Regione a dichiarare il default dopo la pronuncia in appello della Corte dei conti), Giorgio Santonocito, è stato spedito ad amministrare l’Asp di Agrigento in quota, si dice, di Roberto Di Mauro, leader dell’Mpa e vicepresidente dell’assemblea regionale, e l’ingegnere Alessandro Caltagirone (già dirigente del settore tecnico al Policlinico di Messina) è finito all’Asp di Caltanissetta, sembra grazie ai buoni uffici di Saverio Romano, già ministro delle politiche agricole fedelissimo dell’ex ggovernatore Totò Cuffaro.

E se quattro candidati (Giacomino Brancati, Giampiero Bonaccorsi, Maria Furnari e Maurizio Montalbano) sono stati bocciati direttamente dal ministero della Salute, che non ha riconosciuto i requisiti presentati, adesso si attendono le nomine nei Policlinici Universitari, che per legge devono ottenere il concerto dei rettori: sono nomine di “consolazione – dice Collodoro – se si continuerà con questi criteri non ci saranno speranze di risollevare le sorti della sanità siciliana già in fondo alla classifica nazionale come risulta dagli ultimi dati ministeriali sui Lea”.

Sanatoria sulle case vendute. “Conflitto d’interessi al Mit”

C’è un’altra puntata nella guerra delle case vendute che ha stravolto la vita di centinaia di famiglie a Roma. Oggi si discute in commissione Finanze al Senato l’emendamento al decreto fiscale, presentato dal relatore M5S Emiliano Fenu, che dovrebbe facilitare l’affrancazione e cioè il versamento al Comune che consente di vendere gli immobili di edilizia agevolata, costruiti su suolo pubblico con forti incentivi (leggi del 167/1962 e del 865/1971 sui Piani dei zona), a prezzi di mercato. Gli acquirenti che ritengono di aver pagato troppo sollevano il presunto “conflitto di interessi” del professor Gino Scaccia, che era stato consulente dei notai, convenuti in diverse cause sulle compravendite impugnate, e oggi è capo di gabinetto del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti competente sulla materia.

L’emendamento è il risultato della pressione dei venditori, gettati nella disperazione dalla sentenza 18135 del 2015 delle Sezioni Unite della Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che il prezzo fissato dalle Convenzioni edilizie si applica sempre, anche alle vendite successive alla prima. Ne è nato a Roma, dove le Convenzioni erano meno chiare che altrove, un gigantesco contenzioso: migliaia di case (su 250 mila circa) sono state vendute a prezzo di mercato, i notai hanno rogitato e spesso il col via libera del Comune; ora, però, dopo anni, gli acquirenti chiedono ai venditori, che spesso a loro volta avevano già acquistato a prezzi di mercato, di restituire parte del prezzo, fino a 100 o anche 200 mila euro per appartamenti in periferia pagati 2-300 mila euro ma che, per i giudici, dovevano essere venduti a molto meno. Dal 2011 la legge consente l’affrancazione, che rimuove i vincoli col pagamento di qualche decina di migliaia di euro al Comune. Ma chi ha venduto prima o comunque senza affrancare si vede ora costretto a restituire i soldi. Un dramma, c’è chi minaccia il suicidio. A Roma pendono 350 cause, per lo più gli acquirenti le vincono.

Il Comitato venditori ha chiesto aiuto al M5S in Campidoglio, alla Regione Lazio, alle Camere e al Mit, il cui capo di gabinetto è appunto il professor Scaccia. Ne è venuto fuori l’emendamento che estende le possibilità di affrancazione e chiude, non è chiaro come, i contenziosi. L’avvocato Vincenzo Perticaro e il leader degli inquilini di Asia Usb Angelo Fascetti, che hanno presentato decine di denunce e di ricorsi sui Piani di zona contro costruttori e dirigenti comunali, osservano: “Il 7 maggio 2018 l’attuale capo di gabinetto del Mit, prima di essere nominato, ha partecipato ad un convegno sui piani di zona organizzato dal Consiglio notarile di Roma sollevando illegittimità delle norme in contestazione. Poi il 25 maggio 2018 ha persino redatto un parere pro veritate sollevando contestazioni molto simili a quelle riportate nell’emendamento proposto dai 5 Stelle”. Per loro è “un problema politico, con un possibile conflitto di interessi”. Così anche Giuseppe di Piero presidente di Area 167 che si oppone al cosiddetto condono: “L’emendamento proviene dal governo, e in particolare dal Mit. Lui è capo di gabinetto e il 28 di maggio, pochi giorni prima di diventarlo, ha redatto un parere per il Consiglio notarile, ripreso in maniere identica dall’emendamento”.

Il professor Scaccia al Fatto non risponde. Dal Mit dicono che non si è occupato dell’emendamento e la consulenza l’aveva fatta prima di insediarsi al ministero. Inutile chiedere quanto sia stato retribuito dai notai, alcuni dei quali rischiano grosso. Anche dal M5S in Senato escludono conflitti di interessi: “L’emendamento l’abbiamo preparato noi del gruppo insieme al governo, ministero dei Trasporti e dello Sviluppo. Lo stiamo modificando. Scaccia? No, non se n’è occupato”, assicura il senatore Emanuele Dessì.

Le donne in marcia per la ricostruzione post-sisma in Abruzzo

Più di 50 chilometri a piedi in due giorni, camminando dal piccolo paesino di Campotosto fino al centro de L’Aquila. Così decine di persone hanno manifestato contro le lentezze della ricostruzione in Abruzzo, mettendo insieme i disagi di chi ha subito danni nella forte scossa del 2009 a chi ha perso tutto nei terremoti del 2016 e del 2017. A organizzare la lunga passeggiata a piedi sono state – tra le altre – la sindaca di Cagano Amiterno, Iside Di Martino, e l’ex sindaca di Montereale, Lucia Pandolfi. “La marcia delle donne” – così l’hanno ribattezzata gli ideatori, vista la forte componente femminile – si è mossa nonostante la neve: “Per l’Alto Aterno (una parte estesa della provincia de l’Aquila, nda) non è stata approvata nessuna pratica di ricostruzione delle case danneggiate – si lamentano gli organizzatore – dal sisma più recente, mentre per quello di dieci anni fa tutto procede molto lentamente”. Pandolfi auspica che la marcia possa sensibilizzare il governo a intervenire: “Speriamo che il leader della Lega e vicepremier Salvini possa conoscere dai media nazionali l’emergenza che stiamo vivendo e decida di farci visita”.

L’ente Parco vuole abbattere il capannone della “first lady”

In Campania su cento immobili oltre la metà sono abusivi. Legambiente ha contato 362.646 domande di sanatoria in tutta la regione. E mentre a Ischia ci penserà il decreto Genova a sanare le 28.000 richieste di condono, nel Cilento a Marina di Camerota (Salerno) tocca al Comune guidato dal sindaco Mario Salvatore Scarpitta trovare il modo per sanarli. Finanche i presunti abusi imputabili a sua moglie Antonia Tartaglia. Il primo cittadino sembra non temere ordinanze di demolizione e verbali di accertamento dei carabinieri e fila dritto per la sua strada. Scarpitta è un convinto sostenitore del “re delle fritture” Franco Alfieri, capo staff del governatore Vincenzo De Luca e da lui indicato ad esempio, alla vigilia del referendum costituzionale di renziana memoria, come uno che sa fare “la politica clientelare come Cristo comanda”.

La sua storia comincia qualche anno fa, quando era consigliere di opposizione ma già titolare di un’azienda a Marina di Camerota che fornisce cibo e bevande ai locali della zona. In una zona vincolata dal Parco Nazionale del Cilento c’era, e c’è tuttora, un capannone adibito a deposito. I capannoni, con il passare degli anni, sono diventati due. Già nel 2011 il Raggruppamento dei carabinieri Parco della stazione di San Giovanni a Piro riscontrò che il primo manufatto realizzato era privo di permesso a costruire e avviò l’iter che portò il Comune a ordinarne la demolizione. Demolizione che non fu mai fatta, tanto che il Parco acquisì l’area incriminata. La signora Anna Tartaglia, ancora ignara del suo futuro da first lady del paese, vinse al Tar nel 2014. Ma l’ente Parco continuò a rivendicarne la proprietà, l’ufficio Urbanistica del Comune di Camerota ordinò una seconda demolizione e il futuro sindaco scese in campo rivolgendosi direttamente al Tribunale amministrativo: era il 2015. Due anni dopo Scarpitta vinse le elezioni e diventò sindaco e subito un esponente dell’opposizione, Orlando Laino, sollevò una questione di incompatibilità: Scarpitta non avrebbe potuto ricoprire la carica perché aveva un contenzioso in corso con il Comune. Non restava che scegliere: continuare a fare il sindaco o rinunciare al ricorso? Scarpitta optò per la seconda via, ma non per la demolizione. Anzi, nell’area spuntò un secondo capannone e ad accorgersene furono di nuovo i carabinieri. Questa è storia recentissima. Lo scorso aprile, un sopralluogo dei carabinieri riscontra ulteriori irregolarità. Un mese dopo i tecnici comunali di Scarpitta vanno nella proprietà del sindaco e nel verbale scrivono che “al momento non ci sono lavori edili in corso”. Nell’archivio dell’ufficio comunale non si trova neanche il fascicolo sul primo abuso edilizio, quello del 2011. Mistero. Ma la documentazione fotografica dei carabinieri c’è ancora e il confronto è facile.

Stavolta, però, il sindaco non si può esporre in prima persona e interviene la first lady che, a giugno scorso, fa richiesta al Comune di conformità urbanistica e compatibilità paesaggistica. Dal nuovo sopralluogo viene anche fuori che la zona ricade in un’area a pericolosità elevata di rischio idrogeologico. L’ufficio Urbanistica freme di lavoro. Si riunisce la commissione locale per il paesaggio, si interpella la Soprintendenza Archeologica delle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino. I pareri sono positivi e la signora Scarpitta può tenersi il capannone pagando una sanzione di 2.000 euro. C’è solo uno scoglio da superare per perfezionare il tutto e sanare i capannoni: il nullaosta postumo del Parco nazionale del Cilento che, però, il 6 novembre scorso risponde picche. E ora il sindaco cosa farà? “È una storia vecchia di 20 anni, figlia di un modo di far politica altrettanto vecchio e di una speculazione fine a se stessa. C’è un ricorso pendente al Tar e deciderà la giustizia”, dice. Ovviamente è firmato da sua moglie.

Mail Box

 

Tav e fonti energetiche fossili, uniti sulla via del declino

Cosa accomuna i gilet gialli francesi alle madamine torinesi? L’impossibilità di accettare la realtà dei fatti, che non ammettono più di continuare sulla strada perversa segnata dal totem della crescita infinita. Sono loro i conservatori e i luddisti, con lo sguardo rivolto a un passato che non può più essere. E non ci riferiamo solo alle “madamin di paglia”.

Loro, come i gilet gialli che si battono per la libertà di consumo delle fonti energetiche fossili come se fossero infinite, non hanno compreso che occorre cambiare il paradigma dello sviluppo se si vuole garantire futuro alle generazioni che verranno. C’è un debito pubblico anche per le risorse del pianeta. E lo abbiamo già superato. Anche chi, fino a ieri, inneggiava alle “magnifiche sorti e progressive” delle liberalizzazioni a oltranza e alla globalizzazione, sembra oggi costretto a ricredersi. L’attuale crisi economica globale è dovuta anche a una imprenditoria che, abbandonati gli investimenti che comprendono i “rischi” d’impresa, si è gettata sulla speculazione finanziaria. Il tempo delle cicale è finito. Il futuro non può più essere quello che invocano; l’innovazione non è più quella, pesante, che vogliono. A Torino hanno portato in piazza l’effigie di Cavour (uno che per stare al tavolo internazionale non esitò a mandare al massacro i soldati italiani…), ma sono loro a essere rimasti – Chiamparino in testa – al 1871 del tunnel del Frejus. Bisogna fare i conti con il presente che non è quello di trent’anni fa, quando la fantasmagorica linea Lisbona-Kiev solleticava suggestioni ma, soprattutto, appetiti più o meno clientelari, più o meno in odore di mafie… E che oggi non ha né il capo né la coda… E alla bufala della inventata “via della Seta” è proprio difficile credere. Oggi occorre fare i conti con uno scenario molto mutato, a cominciare dal confronto sul debito pubblico (che di certo non hanno causato i 5S). Oltre ai danni della globalizzazione, anche qualche problema ambientale denunciato dalla febbre del Pianeta con i cambiamenti climatici pronti a metterci in ginocchio a ogni pioggia. Ignorare questi fatti significa non avere neppure l’accortezza di praticare politiche di resilienza che ne attutiscano gli effetti. Imperterriti vorrebbero proseguire sulla disastrosa via del declino reale, per sempre, aspettando il Godot delle loro illusioni di crescita infinita per un pianeta finito. La miopia politica delle giacche verdi francesi e delle madamin torinesi sono un segnale di allerta per chi non si fa accecare dalla propaganda, non ha consegnato il cervello all’ammasso e ha ancora speranza nella razionalità della nostra specie.

Melquiades

 

SSN: in 40 anni gli italiani lo hanno creato e distrutto

Noi italiani siamo un bel popolo, capace di mettere su un sistema sanitario all’avanguardia (1978) e altrettanto capaci di assistere inerti alla sua disarticolazione, cominciata subito mettendo a capo di tale sistema ministri del partito liberale che erano stati strenui avversari della riforma. Nel corso degli anni governi di destra e di sinistra hanno ridotto i finanziamenti al SSN destinandolo inevitabilmente al fallimento e alla marginalità. Prova ne è oggi la nascita sempre più diffusa e numerosa di strutture private (che spesso non hanno dato e non danno buona prova di sé) che offrono, a pagamento naturalmente o al massimo in convenzione, prestazioni che il SSN non è più in grado di fornire in tempi decenti. Sicuramente alla distruzione del SSN ha contribuito e sta contribuendo una politica poco attenta ai bisogni e molto attenta alla gestione visto che la Sanità impegna 2/3 dei bilanci regionali e naturalmente suscita attenzioni ed appetiti non sempre leciti. Stiamo assistendo quindi senza reagire alla fine di una delle riforme più avanzate che il nostro Paese ha partorito e oramai non ci indigna nemmeno constatare che molte delle prestazioni erogate dal SSN, attraverso la presa per i fondelli del ticket, sono quasi a totale carico dell’utente che già paga la Sanità con le tasse.

Leonardo gentile

 

I 5Stelle stacchino la spina prima di ingoiare troppi rospi

Attenzione, troppi sono i rospi da ingoiare, Salvini sta tirando troppo la corda, credo sia necessario mettere barriere invalicabili. La conseguenza sarebbe un arretramento politico pericoloso. Come cittadino attendo la schiena dritta sul conflitto d’interessi, prescrizione, corruzione, senza rinvii e dilazioni. La Lega al momento opportuno molla tutto e va a elezioni anticipate. Che cada il governo su cose mai cambiate da sempre è bene lo intimino seriamente i 5 stelle.

Roberto Ghisotti

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’intervista a Maria Grazia Mazzola pubblicata sul Fatto del 18 novembre abbiamo per errore riportato che la giornalista fosse a conoscenza della presenza di una camera mortuaria nei pressi della casa della moglie del boss Caldarola. In realtà a lei, prima che fosse aggredita mentre si allontanava, era stato riferito soltanto di un lutto. A riguardo, precisiamo che la Procura ha costruito l’impianto accusatorio nei confronti di Monica Laera sull’aggravante mafiosa. Dell’errore ci scusiamo con l’interessata e con i lettori.

FQ

Montecitorio. L’Aula compie 100 anni e tiene ancora in vita la democrazia

 

Ho letto dei cent’anni compiuti dalla Camera dei deputati, delle celebrazioni, della glorificazione estrema (sicuramente doverosa) e un brivido di ipocrisia (loro) mi ha avvolto: celebrate cosa? Quali sono i fatti, qual è la sostanza, quale la partecipazione a questo Parlamento? Qualcosa mi sfugge.

Gabriele Perugini

 

Gentile Perugini, innanzitutto una precisazione: a compiere cent’anni non è la Camera dei deputati ma l’aula di Montecitorio così come la vediamo e conosciamo oggi, progettata dall’architetto Ernesto Basile e inaugurata il 20 novembre del 1918. Un doppio evento ché quel giorno si celebrò anche la vittoria nella Prima guerra mondiale, cui il presidente della Camera, Giuseppe Marcora (liberale giolittiano dopo essere stato nell’estrema sinistra radicale) dedicò il suo discorso. Questo l’incipit: “Onorevoli colleghi, l’Italia è compiuta. Il voto di Vittorio Emanuele II, che, raccogliendo il grido di dolore dell’Italia intera, fu iniziatore della nostra redenzione, è, per virtù di Vittorio Emanuele III, soddisfatto. Nessun piede straniero calpesta più, né più calpesterà, né il Trentino nostro, né Trieste figlia di Roma, né altra nostra terra”. E vengo quindi al senso della sua domanda che è più che mai attuale in questi tempi che si vogliono dominati dalla post-democrazia. Intendiamoci, fra trasformismo e vitalizi, il Parlamento della Seconda Repubblica è stato il palcoscenico principale di quella che poi è stata chiamata la Casta, tesa all’arroccamento e all’autoconservazione. Non solo, la fine alle scorse elezioni del bipolarismo centrodestra-centrosinistra e prima ancora il tracollo del regime democristiano e dei suoi satelliti testimoniano l’incapacità del sistema di autoriformarsi. Aggiungiamo, infine, a tutto questo la mortificazione dell’istituzione causata dallo svuotamento fatto con il ricorso regolare al voto di fiducia (da tutte le forze, sia chiaro) e finanche all’invenzione renziana del canguro nella scorsa legislatura. Epperò, nonostante tutto, il Parlamento è ancora l’unica possibilità per tenere in vita la democrazia. Non è poco in un’era in cui gli amici di Salvini (dal putiniano Dugin all’ungherese Orbán) teorizzano l’autoritarismo della democrazia illiberale. Senza dimenticare che Berlusconi voleva sostituire il Parlamento con una sorta di conferenza permanente dei capigruppo. Forse c’è poco da festeggiare, d’accordo, ma Camera e Senato teniamoceli stretti.

Fabrizio d’Esposito

Le differenze tra madamine e madames

A babbo ampiamente morto (una settimana dopo la manifestazione di piazza Castello) le eleganti organizzatrici della piazza torinese si sono dotate di un vademecum di punti programmatici, in risposta a chi aveva criticato la bizzarra posizione espressa da una di loro a Otto e mezzo (riassumibile in “non abbiamo le competenze per giudicare il Tav, ci fidiamo dei governi precedenti a questo”). Del resto le agit prop arancioni di mestiere fanno le pr, le copy, le cacciatrici di teste mica insegnano Economia dei trasporti.

Così l’edizione torinese di Repubblica ieri dava conto del manifesto del Sì con “tanto di fonti opportunamente citate” (apperò). Si comincia con l’affermare che “La linea Alta Velocità Torino-Lione è destinata al trasporto di passeggeri e merci”, dichiarazione piuttosto impegnativa (per rendere economicamente sensata un’Alta velocità merci e passeggeri, ci vorrebbe una giornata di 56 ore e relative corse). E si finisce con una mozione degli affetti (“Costruire gallerie, ponti, strade e ferrovie favorisce l’amicizia e l’incontro fra i popoli. Conoscersi è una forma di scambio, di cultura, un valore in più, oltre alle opportunità commerciali, turistiche ed economiche che la linea rappresenta per l’Italia”). Le madamine di Sì, come sono ormai universalmente chiamate, in settimana avevano risposto no a un invito della sindaca Appendino che voleva incontrarle dopo la manifestazione. Motivo? Preferivano parlare con il più cool presidente Mattarella. Il quale tuttavia ha declinato la richiesta, motivando con il suo dovere di “astenersi da qualunque comportamento che possa apparire come inserimento in decisioni che non competono al presidente della Repubblica ma a governo e Parlamento”. Nemmeno a Torino l’Italia è una Repubblica parlamentare, cose dell’altro mondo signora mia.

Intanto anche Oltralpe, sempre per questioni di trasporto, le piazze sono animate da donne come Jacline Mouraud, 51 anni, leader dei gilet gialli, movimento che si oppone alla tassa sui diesel (tassa che ha non trascurabili ragioni ecologiche). Al fondo della protesta, e di questo ci vogliamo occupare, c’è un disagio economico molto forte: Jacline per mettere insieme 800 euro al mese fa tre lavori (“suona la fisarmonica nelle sagre popolari, fa l’ipnoterapeuta e nei mesi di magra l’agente di sicurezza anti-incendio”, come spiega La Stampa). Tra i 300 mila che hanno bloccato le strade francesi nel weekend (purtroppo c’è stata anche una vittima) e i 30 mila di piazza Castello c’è la differenza che passa tra i gilets jaunes, i gilet gialli degli automobilisti, e le pashmine arancioni, tra les madames e le madamine. “Fra noi” ha detto Jacline, “ci sono disoccupati, ma anche tante persone che lavorano. C’è chi ha un impiego ma non i soldi per affittare un appartamento e dorme in macchina”. Chi non lavora riceve un reddito minimo garantito di poco più di 500 euro, “ma con quei soldi non ci vivi, è solo perché i ricchi stiano bene con la loro coscienza”. A chi li accusa di pujadismo perché la protesta ora procede per corporazioni, la donna ha risposto: “Quando il popolo si esprime, deve essere solo fascismo! Che disprezzo di classe”.

Ora le piazze sono sempre benvenute perché così le democrazie funzionano: le organizzatrici di Torino hanno tutto il diritto di manifestare le loro opinioni e portare avanti le loro politiche (è auspicabile con meno approssimazione). Le due proteste sono antropologicamente speculari, esattamente come lo sono i governi di Francia e Italia. Fa specie però che da questa parte delle Alpi, le signore di Torino siano diventate il simbolo della soi-disant sinistra.