Il “vigile” Toninelli: l’uomo inadatto nel posto sbagliato

Orange is the new black, Toninelli is the new Nardella. Lanciato a bomba contro se stesso, Danilo Toninelli è una sorta di Bignami dell’insipienza: tutto quel che non andrebbe fatto in politica, lui lo fa. Persino Beppe Grillo ha detto che parlare di lui “è come sparare sulla Croce rossa”. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è più Paperino che Disastro, ma quando sei a capo di un dicastero – purtroppo – sempre più centrale, non puoi permetterti neanche mezzo inciampo. E lui, di inciampi, vive. Senz’altro onesto e brava persona: e non è poco. Ma non basta. Parafrasando Marco Travaglio, che ne ha scritto settimane fa, potremmo dire che quando Toninelli non scrive, non parla, non si muove e non sta sui social, qualcosa di buono lo indovina. Un po’ poco, però. E la sua presenza nel Salvimaio finisce col sabotare il governo dal suo interno. Venerdì scorso, sempre sul Fatto, Pino Corrias ne ha vergato un ritratto mitologico. Raccontandone anche gli inizi: “Come molti della premiata lotteria Cinquestelle, Danilo Toninelli viene dal quasi nulla della provincia, paese di Soresina, dove nasce il 2 agosto 1974. Babbo salumiere, madre casalinga, un fratello, una villetta. Fino ai vent’anni, dopo i compiti, aiuta in bottega al bancone. Qualcuno lo ricorda ancora in camiciola bianca e cappello tra i cotechini, già allora adornandosi i polsi con i bracciali colorati, dettaglio d’anticonformismo paesano che ancora coltiva. Finito il liceo e il capocollo, studia Giurisprudenza a Brescia, si laurea, e quando gli tocca il militare, anno 1999, si arruola carabiniere, ufficiale di complemento: ma l’Arma non è ancora il suo destino”.

Assicuratore, matrimonio, figlie. Le prime candidature stitiche (84 e 9 preferenze) col M5S. Poi l’elezione nel 2013. “Secchione” esperto di legge elettorale, inventa il cervelloticissimo “Toninellum” e lo propone in streaming a Renzi. Al tempo la Diversamente Lince di Rignano è all’apice del suo regno tragicomico e Toninelli ne esce zimbellato il giusto. Ora: se ti fai mettere sotto da uno come Renzi, è bene che tu smetta. Subito. Ma lui non smette mica.

Si fa rieleggere nel 2018 e diventa addirittura ministro. Da allora è una slavina. Sensibilizza sul Codice della Strada, ma nella foto non mette la cintura. Si fa ritrarre con sguardo ora “concentrato” e ora “con occhio sempre vigile”, anche se a guardarlo sembrerebbe al massimo soffrire di stipsi. Posta scatti al mare, sorridente muscoloso e piacione, mentre imperversa l’emergenza Genova. Sorride con Vespa davanti al plastico del Ponte Morandi. In un crescendo mesto di tafazzismo bulimico, si rivela poi nell’ordine: sognatore di rosticcerie nelle stazioni e bimbi che giocano sui ponti autostradali; uomo che sussurra a tunnel inesistenti; e da ultimo “esultatore” col pugno chiuso (destro, però) lanciato al cielo dopo una votazione solo per lui storica. “Ischia il vento”, compagno Toninelli! Dopo quell’esultanza da Tardelli moscio ha pure fatto l’inchino zen, mentre la “pianista” Bernini si travestiva da pasionaria posticcia. Uno spettacolo ingigantito dai media, che trasformano ogni minuzia grillina in reato da ergastolo, ma pur sempre mediamente pietoso. Pare si sia arrabbiato pure Di Maio, e non per la prima volta. Nulla di personale, ma non è proprio il lavoro suo: in quel ruolo lì, Toninelli è ontologicamente inadatto. Durante il “caso manina”, mentre Salvini si difendeva dicendo che “Conte leggeva e Di Maio scriveva”, il collettivo Spinoza chiosò così: “Conte leggeva. Di Maio scriveva. E Toninelli colorava”. Geniale. Ma forse non era una battuta.

Merkel e l’Europa unita (contro Trump)

Mentre i giornali italiani si affannavano, e si affannano, a seguire le baruffe chiozzotte di casa nostra, Angela Merkel teneva al Parlamento europeo (non a una riunione di partito, non al Bundestag) un importante discorso sulla linea politica che, a suo dire, dovrebbe seguire l’Europa, una sorta di “testamento morale”. Questo discorso è finito a pagina 15 del Corriere della Sera che peraltro è stato l’unico a essersene occupato.

Cosa ha detto Angela? “Il tempo in cui potevamo contare sugli altri è finito: oggi noi europei dobbiamo prendere il destino nelle nostre mani”. Quegli “altri” sono gli americani come Angela aveva detto in modo più esplicito qualche mese fa in un’occasione meno solenne. La prima cosa da fare, secondo Merkel, è “costruire un vero esercito europeo”. Di questa intenzione, per la verità di lunga data perché già negli anni Ottanta tedeschi e francesi avevano cercato di costituire un primo nucleo di un esercito europeo, tentativo bloccato dagli Stati Uniti, si è accorto, preoccupandosene, anche il Washington Post per la firma di un suo autorevole editorialista, David Ignatius. Adesso, col discorso di Merkel, questo tentativo è diventato ufficiale. Per i soliti motivi (80 basi militari americane, anche nucleari, in Germania, 60, in parte atomiche, in Italia) Merkel non ha potuto dire a chiare lettere che i Paesi europei che fanno parte della Nato dovrebbero denunciare questo Trattato che è uno degli strumenti con cui gli Stati Uniti hanno tenuto in stato di minorità l’Europa dal punto di vista militare, politico, economico. E, alla fine, anche culturale: per rendersene conto basterebbe guardare i programmi dei film che si danno da noi quasi monopolizzati dalle grandi major yankee. Questa minaccia sottintesa di lasciare la Nato è stata invece avvertita dal Washington Post. Dovrebbero rendersene conto anche gli altri Paesi europei. E Trump ce ne ha dato il destro come scrive lo stesso Washington Post: “Dal giorno in cui si è insediato Trump ha fatto vacillare la Nato”. Questa occasione poteva, e ancora può, essere colta al volo dall’Unione europea.

Merkel ha anche difeso la sua politica di austerity (“ogni Paese membro rispetti a casa propria le regole di stabilità finanziaria”) tanto contestata da una parte dell’Europa, in particolare dall’Italia. In un intervento a Sky Tg-24 Federico Rampini, di Repubblica, ha lodato la politica economicamente espansiva, basata sul gonfiamento del debito e del credito, degli Stati Uniti. Peccato che nessuno gli abbia fatto notare che proprio questo tipo di politica (il debito che finanzia il credito o viceversa) abbia portato nel 2008 alla crisi della Lehman Brothers di cui tutta l’Europa, ma non solo l’Europa, ha pagato e ancora sta pagando le drammatiche conseguenze. Quello che Merkel vorrebbe evitare è proprio di creare una nuova bolla speculativa le cui conseguenze sarebbero ancora più devastanti. Ma se gli americani continuano nella politica tanto lodata da Rampini, e da tutti i Rampini del pianeta, immettendo nel sistema, come hanno fatto, 3 trilioni di dollari nella forma del credito, la giusta e saggia politica di Merkel rischia di essere inutile. Come se ne esce? Creando una limitata autarchia europea. L’Unione europea ha popolazione, mercato, potenzialità di consumo e in parte anche risorse per fare da sé. Per quelle che ci mancano, soprattutto nel settore energetico, potremmo rivolgerci alla Russia e all’Iran fottendocene dei diktat unilaterali di Trump. E del resto tutta la politica di Angela Merkel molto poco ben vista dalla Casa Bianca va nella direzione di trovare una posizione di equidistanza fra Stati Uniti e Russia.

Per arrivarci l’Europa deve trovare un’unità politica molto più forte di quella che ha ora ed è questo il senso di un’altra frase pronunciata da Angela Merkel al Parlamento europeo: “Per fare qualcosa insieme occorre che ogni Paese ceda un pezzetto di sovranità nazionale”. I deliri “sovranisti” di Salvini and company (e tutte le accuse quotidiane ai “burocrati” della Ue) sono privi di senso. Nessun Paese europeo, tantomeno l’Italia, può resistere da solo ai grandi agglomerati politici, economici, militari, dagli stessi Stati Uniti alla Russia alla Cina all’India e persino al Brasile e al Sudafrica, e alle grandi organizzazioni speculative governate da mani anonime, i famosi “mercati” che possono non solo condizionare pesantemente le politiche nazionali ma spezzare in un sol giorno, con un improvviso spostamento di enormi capitali finanziari, le reni a un Paese. Quindi come ha detto Merkel: o l’Europa si salva insieme o perisce insieme.

Conti correnti sempre più cari, sale a 80 euro l’anno la spesa media

Per il secondo anno consecutivo sale la spesa media per la gestione di un conto corrente, attestandosi a 79,4 euro. Ammontava, infatti, a 77,6 euro nel 2016 e 76,5 nel 2015. È quanto emerge dalla consueta indagine condotta dalla Banca d’Italia sul costo dei conti correnti. Un rincaro che non risparmia neanche i conti bancari online, la cui spesa è cresciuta di 0,6 euro nel 2017. In particolare sono aumentate le spese fisse che ammontano a 52,8, principalmente per effetto dei canoni di base che in un anno sono aumentati di 3 euro. In aumento anche i canoni per le carte di credito e di debito (complessivamente 0,8 euro); sono, invece, diminuite di 2,1 euro le spese legate a servizi residuali quali ad esempio la tenuta dei dossier titoli o la liquidazione periodica degli interessi.

Anche sul fronte dei conti correnti postali si sono registrati incrementi nel 2017: la spesa di gestione è balzata di 2,1 euro per arrivare a 49,8 euro. Un aumento legato, analogamente ai conti bancari, prevalentemente ai maggiori oneri per i canoni di base (0,5 euro) e le carte di debito (0,8 euro); è aumentata pure la spesa legata alla tenuta dei dossier titoli o alla liquidazione periodica degli interessi.

“Leggi deboli, da noi l’avrebbe fatta franca”

Procuratore Antonio De Nicolo, a Tokyo è stato arrestato il presidente di Renault-Nissan Carlos Ghosn per evasione fiscale. Fantascienza in Italia…

Diciamo che è estremamente improbabile, pura illusione e non solo per le alte soglie di punibilità. È comunque difficile ipotizzare un arresto dato che i reati finanziari vengono scoperti parecchi anni dopo. Più il tempo passa più l’arresto è improbabile. Pensi che mediamente le procure ricevono le segnalazioni dell’Agenzia delle Entrate quattro/cinque anni dopo il fatto compiuto.

E gli evasori, soprattutto i grandi evasori sono i primi a saperlo…

C’è un fenomeno che si verifica non raramente: più uno ha redditi consistenti più è portato a occultarli.

Spieghiamo perché in Italia è così facile farla franca.

Quando si presenta la dichiarazione dei redditi non basta che siano omessi dei redditi. È necessario che siano commessi comportamenti fraudolenti altrimenti è un illecito soltanto fiscale e non è reato. Vuol dire che c’è una sovrattassa, una multa e la fedina penale resta immacolata. Inoltre, nel caso dei comportamenti fraudolenti non solo è necessario raggiungere determinate soglie di imposta evasa – una delle tante è di 150 mila euro, se l’aliquota è del 30 per cento, per esempio, vuol dire che hai guadagnato 400 mila euro non dichiarati – ma anche che gli elementi non dichiarati superino il 10 per cento di quelli ufficiali.

In soldoni?

Se uno ha dichiarato 2 milioni di euro, anche se ha omesso di versare 150 mila euro va bene perché rappresentano meno del 10 per cento dei 2 milioni dichiarati. Cioè aver omesso 150 mila euro in casi come questo non è reato.

Ammettiamo che ci siano le condizioni per muovere l’accusa di dichiarazione infedele, che succede?

Se dovessimo pensare di processare per dichiarazione infedele la pena va da uno a tre anni e, quindi, non è possibile chiedere misure cautelari personali. Si procederà a piede libero.

Dunque l’ipotetico indagato sa già che non rischierà mai il carcere e che potrà contare sulla salvifica prescrizione?

Purtroppo è così. Come dicevo, le segnalazioni arrivano ai pm a distanza spesso di cinque anni dalla commissione di un fatto, l’accusa ha un solo anno per esercitare l’azione penale, verifica e chiusura indagini. Per il processo, compresa l’udienza preliminare, restano 18 mesi poiché la prescrizione è di 7 anni e mezzo. Conclusione: prescrizione garantita.

C’è chi sostiene che il problema non sia penale…

Un po’ è vero e un po’ no. Se noi avessimo verifiche fiscali efficientissime, a tambur battente, magari non sarebbe così importante la sanzione penale, ma la realtà è diversa. Abbiamo una macchina fiscale inceppata, l’Agenzia delle Entrate ha vistose carenze d’organico che portano a degli accertamenti con grandissimo ritardo. Dunque, lo spauracchio penale è utile, ma se restano queste soglie alte è un’arma spuntata.

Quindi è d’accordo con la proposta di legge che vuole diminuirle e inasprire così le pene?

Sono d’accordo, ma occorre allo stesso tempo ideare un sistema integrato. Non basta una normativa più severa senza il rafforzamento dell’Agenzia delle Entrate. Senza questo potenziamento ci troveremmo di fronte a grida manzoniane, a sanzioni sbandierate ma in pratica inappliccate perché inapplicabili.

Evasione e falso, in carcere il capo di Nissan-Renault

“Quando vado al lavoro il lunedì arrivo con buone idee perché sono diventato più forte dopo essermi ricaricato”. Ma questo lunedì Carlos Ghosn, il presidente di Nissan, non potrà più dimenticarlo. Le anticipazioni del quotidiano giapponese Asahi Shimbun non sono state smentite: il super manager potenzialmente accreditato come erede di Sergio Marchionne alla guida di Fca o di Mary Barra in Gm è stato arrestato per violazioni fiscali. Avrebbe utilizzato fondi della società per il proprio tornaconto e ridotto sistematicamente nelle comunicazioni ufficiali l’ammontare del proprio stipendio: dal 2011 avrebbe nascosto al fisco 38,5 milioni di euro con la complicità del consigliere di amministrazione Greg Kelly, anch’egli in arresto.

Un colpo clamoroso che coinvolge l’uomo che ha traghettato il settore automobilistico da una galassia di singoli marchi in lotta tra loro a una nuova dimensione di relazioni commerciali e industriali al cui centro posizionare la sua creatura più ambiziosa: l’alleanza Renault-Nissan. Due aziende capaci di integrarsi senza perdere la loro indipendenza, senza la necessità di una fusione che avrebbe scontentato la politica sia francese che giapponese. L’arte ennesima di gestire il potere in bilico, l’autoritratto migliore del 64enne manager brasiliano di origini libanesi. Entrato in Renault nel 1996, diventa amministratore delegato di Nissan Motor in Giappone nel 1999, dopo che la compagnia automobilistica francese si impossessa del 44% delle azioni del secondo marchio di auto nipponico dietro a Toyota Il successo ottenuto gli serve come trampolino per ottenere lo stesso incarico nel gruppo Renault e Nissan nel 2005. Poi, quando nell’ottobre 2016, Nissan acquisisce il 34% delle azioni Mitsubishi Motors, Ghosn ne diventa presidente. Dall’aprile 2017 si concentra sull’alleanza Nissan-Renault, diventata leader fra i costruttori mondiali nel 2017, superando Volkswagen e Toyota. Ghosn è riuscito a creare un colosso industriale, con 470.000 dipendenti, vendendo lo scorso anno 10,6 milioni di veicoli. Troppo in alto per voler discutere e, forse, per difendersi.

“Concentrare il potere su un solo individuo per così tanto tempo non è stata l’unica causa dello scandalo, ma è stata una delle principali”, ha commentato l’attuale numero uno di Nissan Hiroto Saikawa dopo l’arresto, confermando l’esistenza di un’indagine interna avviata da lungo tempo” e la volontà di licenziarlo.

Molto più sfumata la presa di posizione del consiglio d’amministrazione Renault che resta “in attesa di precise informazioni”. La notizia dell’arresto ha fatto precipitare in Borsa il titolo delle società dell’alleanza cedendo l’8,4%. Ghosn, soprannominato le Cost Killer in Francia per la sua attitudine alle ristrutturazioni dolorose, sconta oggi perfino il cedere di quella sponda politica che da Parigi non gli è mai mancata. Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato che “lo Stato, in quanto azionista della Renault, sarà estremamente vigile per la stabilità dell’alleanza e del gruppo”. L’Eliseo ha già dimenticato Ghosn, lui vorrebbe solo dimenticare questo lunedì.

Ue pronta a bocciare la manovra. L’asta del Btp Italia è un flop

La commissione europea è pronta a bocciare la manovra dell’Italia. Ma il programma del governo non cambia e il dialogo con la Ue proseguirà anche dopo l’apertura della procedura, il cui iter inizierà domani con la pronuncia della Commissione. Tanto che il premier Giuseppe Conte incontrerà sabato a cena, prima del vertice europeo di domenica, il presidente della commissione Jean-Claude Juncker.

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ieri a Bruxelles per l’Eurogruppo ha ribadito che l’Italia non cambia linea e continuerà a difendere le ragioni economiche di un deficit più alto ma che comunque non sfora i parametri. Anzi, “è tra i più bassi della storia italiana e più basso anche di quello che Francia e Spagna hanno avuto per molti anni”. Ragioni che molti Paesi contestano, spiega il ministro, forse non per convinzioni economiche ma per “opportunità politica visto che sono in campagna elettorale e in difficoltà a casa loro. A differenza del governo italiano che gode di un forte appoggio”.

In vista di domani si sono riacutizzate le tensioni finanziarie, con lo spread che ha chiuso in rialzo a 322. Segnali di fatica anche dalla prima giornata di collocamento del nuovo Btp Italia: la prima emissione da quando è entrato in carica il nuovo governo raccoglie solo 481,3 milioni di euro, segnando il peggior risultato dopo il flop (218 milioni) di giugno 2012. In tutte le altre dodici edizioni, al debutto le sottoscrizioni non sono mai scese sotto il miliardo di euro, con un picco di 16,8 miliardi nel novembre 2013. Finora i piccoli risparmiatori hanno sottoscritto circa la metà dei 140 miliardi raccolti con il Btp Italia, decretandone il successo.

Intanto, a Roma i due vicepremier si preparano al verdetto Ue di mercoledì. Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno ribadito che i numeri della manovra non cambieranno. Nell’Eurogruppo dedicato alle riforme, Tria si è detto in generale favorevole al bilancio dell’Eurozona, proposto da Francia e Germania e per ora contrastato solo dall’Olanda. Salvini, poche ore prima, aveva invece espresso la sua riserva: “Se danneggia l’Italia, come pare, ovviamente non ci sarà il nostro consenso”. Ma, per ora, sull’idea c’è stato solo un primo giro di tavolo. Mancano ancora tutti i dettagli, che arriveranno nei prossimi mesi.

Digitale e ossessione blockchain: i progetti, i rischi e i soldi nella strategia del governo

Basta fare due conti per capire quanto pesi oggi in Italia parlare di blockchain e perché, da settimane, Camera, Senato e la stessa Casaleggio associati ospitino convegni e siano molto attivi su questa tecnologia (l’ultimo ieri dal titolo “Blockchain: tecnologie e innovazione per l’Italia di oggi” organizzato dal gruppo M5S alla Camera) ma anche su Intelligenza Artificiale e Internet delle Cose: la partita di governo sul digitale e sulla blockchain, una sorta di registro digitale distribuito, vale 100 milioni, ci sono 45 milioni in manovra, 15 per tre anni, e 45 che arrivano dal Cipe, il comitato interministeriale per la programmazione economica. Si tratta di metà dei soldi spostati dal 5g (l’altra metà per completare il progetto Wifi Italia per le zone rurali) dopo che alla delibera di giugno non era mai seguito né bando né richiesta e che hanno fatto infuriare il deputato dem, nonché ex sottosegretario Mise, Antonello Giacomelli per la scomparsa di 15 milioni alla sua Prato. Il governo aspira poi a una parte dei 300 milioni dell’Ue (fino al 2021) e a una quota dei 9,2 miliardi che potrebbero essere destinati all’innovazione nel nuovo bilancio comunitario. Tanti soldi, quindi, sotto la regia del ministero dello Sviluppo economico dove c’è l’ufficio del consigliere giuridico di Luigi Di Maio, Marco Bellezza, avvocato esperto di tematiche digitali, ex socio dello studio Portolano Cavallo. Si dice che abbia nel portafogli la carta d’identità estone, di cui è cittadino digitale. Fonti del ministero spiegano che si cerca di velocizzare i tempi: si smistano i 270 curricula arrivati, soprattutto da docenti universitari, per il tavolo per la blockchain che avrà un ruolo chiave nelle scelte dei prossimi mesi. Si contano anche i Cv per il tavolo sull’intelligenza artificiale.

Società come Ibm, Accenture, Poste, Unicredit e gruppo Sia da tempo sviluppano questo tipo di tecnologia. E anche l’identità digitale e la distribuzione dei servizi della Pa (incluso il “reddito di cittadinanza”) passa da qui. Buoni propositi: non è escluso che alla corsa possano partecipare anche piccole realtà visto che per accedere ai fondi le imprese dovranno partecipare a garecompetitive. Un esempio: potrebbe essere richiesto lo sviluppo di un sistema di smart contract (contratti intelligenti) certificati dal ministero nel settore della logistica, che ‘corrono’ su blockchain e per cui l’azienda che li utilizzerà non dovrà fare altri passaggi. Si sceglierà il progetto migliore e il servizio diventerà proprietà del ministero, che lo metterà a disposizione gratuitamente per le aziende. Per il made in Italy, il Mise sceglierà una filiera enogastronomica, selezionerà una piccola-media impresa italiana, e la doterà di un sistema di certificazione tramite blockchain. Uno dei punti d’arrivo potrebbe essere inserire su blockchain alcuni registri, come il catasto. Ancora buoni propositi: tutto questo, nella prima fase dovrebbe appoggiarsi sulla blockchain dei bitcoin, la più decentralizzata, e la promessa è comunque di utilizzarne sempre di non proprietarie. Anche perché questo governo non può commettere passi falsi, soprattutto in tema di trasparenza e conflitto di interessi (la Casaleggio – come rivelato dal Fatto – è interessata come consulente delle imprese). Il coinvolgimento dei privati, infatti, se mal governato può anche essere un problema, tanto che a inizio novembre il governo ha inviato alla Commissione Ue una lettera in cui, mentre si appoggia e condivide la strategia digitale dei prossimi anni, si condanna la scelta di far decidere ai privati – da Google a Ibm – i principi etici. “Vorremmo cogliere l’occasione – si legge – per esprimere alcune perplessità sulla metodologia adottata dalla Commissione per stilare le linee guida etiche sull’intelligenza artificiale: assegnare un tema così delicato a un gruppo di privati potrebbe alienare la simpatia dei cittadini se il loro lavoro non dovesse essere presentato e approvato dal Parlamento Ue”.

La bomba e-fattura che Palazzo Chigi non sa disinnescare

Nonostante le proteste dei professionisti e dei commercianti, che all’avvicinarsi della data fatidica sono sempre più preoccupati per la mole di adempimenti burocratici che sta per piombare loro addosso e i recenti rilievi del Garante della privacy, l’obbligo della fatturazione elettronica tra privati e verso i consumatori dovrebbe scattare come previsto dal primo gennaio prossimo. Il condizionale è d’obbligo, visto che anche su questo argomento si è riacceso lo scontro tra le varie anime della maggioranza di governo.

“I rilievi circa la tutela della privacy pongono un problema immediato e concreto”, sottolinea il presidente della Commissione Finanze del Senato, il leghista Alberto Bagnai. “Riteniamo quindi auspicabile – rincara il senatore del Carroccio – una riflessione più profonda, che non stravolga l’impianto della manovra, ma eviti di percorrere strade rispetto alle quali non solo le associazioni di categoria ma anche le autorità indipendenti hanno espresso un allarme che sarebbe irresponsabile trascurare”. A stretto giro arriva la risposta, trincerata dietro l’anonimato, di non meglio identificate fonti della maggioranza, ma presumibilmente lontane dalle posizioni di Bagnai. A margine dei lavori al Senato sul decreto fiscale si viene a sapere che l’obbligo di fatturazione elettronica previsto a partire dal primo gennaio resterà, nonostante i rilievi del garante della Privacy. Se non altro per ragioni di bilancio. Eliminare o rinviare la misura, si spiega, costerebbe infatti troppo per le casse dello Stato. Il recupero di evasione previsto è di 1,9 miliardi di euro in un anno e su questo introito si basa una parte significativa della manovra.

Per venire comunque incontro alle contestazioni, sempre le stesse fonti fanno sapere che si starebbero studiando alcuni ritocchi, a partire dall’esclusione di medici e farmacisti. Per questi ultimi è infatti già in vigore lo scontrino elettronico. Inoltre una proposta di sanatoria, questa volta firmata da Lega e 5stelle, congela le sanzioni, inizialmente previste con una sorta di moratoria di 6 mesi, per tutto il 2019. L’Agenzia delle Entrate, da parte sua, ha già messo sul piatto che nel primo semestre 2019, sarà consentito emettere tardivamente le fatture elettroniche entro il termine delle liquidazioni periodiche.

La complessità del sistema di fatto penalizza chi fattura. Un medico che emette in media circa 1500 fatture l’anno si è visto richiedere 800 euro l’anno dal suo commercialista che a sua volta si affida ai tanti gestionali specializzati offerti dalle maggiori software house e dalle banche. L’agenzia delle Entrate mette a disposizione un programma ad accesso gratuito, ma per registrare una fattura ci si può impiegare anche 20 minuti.

“Adesso a chi gioverebbe, davvero una proroga?”, si chiede il presidente dell’Unione giovani dottori commercialisti Daniele Virgillito, che vede in un rinvio dell’entrata in vigore per tutti della trasmissione telematica delle fatture (adesso è obbligatoria solo per tutti i rapporti verso la Pa) solo ulteriori costi ed adempimenti per i suoi rappresentati. A oggi, spiega Virgillito “i professionisti e le imprese, ignorati nei mesi precedenti, è presumibile siano già ampiamente attrezzati per gestire questo adempimento, più che una proroga, servirebbe flessibilità”, nonché “un totale e concreto azzeramento delle sanzioni per l’intero 2019”. Rimane a questo punto sul tavolo del ministero dell’Economia l’ingombrante pronunciamento del garante della Privacy che potrebbe avere conseguenze soprattutto a livello Ue, se dovessero fioccare ricorsi.

È la prima volta che il Garante esercita il nuovo potere correttivo di avvertimento, attribuitogli dal Regolamento europeo. Il nuovo obbligo di fatturazione, ha spiegato l’Authority, “presenta rilevanti criticità in ordine alla compatibilità con la normativa in materia di protezione dei dati personali” e per questo motivo ha chiesto all’Agenzia delle Entrate di “far sapere con urgenza come intenda rendere conformi al quadro normativo italiano ed europeo i trattamenti”. La fatturazione elettronica viene giudicata dagli 007 del fisco un importante strumento di contrasto all’evasione e l’elusione fiscale. Una quota significativa delle attuali fatture infatti viene emessa ma non entra nel circuito, perché sono fasulle o per occultare imponibile. Inoltre le preoccupazioni del Garante vengono considerate infondate da chi conosce a fondo il sistema di acquisizione dati dell’Agenzia.

Tutto quello che affluisce al sistema è riservato, non è utilizzabile per altri fini e non può essere ceduto a nessuno.

Costi dubbi e niente penalità. I veri numeri dietro Quota 100

Quota 100 costa davvero troppo? E i lavoratori che scegliessero di aderirvi sarebbero penalizzati? Da diversi giorni questo è il refrain che viene alimentato da diverse fonti, istituzionali e giornalistiche. La misura che, pomposamente, Matteo Salvini ha definito come “l’abolizione della legge Fornero”, che invece non viene abolita affatto, è nel mirino di chi teme un costo salato per le casse dell’Inps e una previsione ingestibile per la finanza pubblica. Ecco quali sono i nodi dietro la misura.

Quanto costa la riforma che per ora è solo una ipotesi?

La precisazione è d’obbligo perché non c’è al momento nessuna legge, ma solo una cifra stanziata nel Documento programmatico di bilancio inviato alla Commissione europea: per il 2019 è di 6,7 miliardi di euro, lo 0,37% del Pil. Cifra identica per il 2020 e il 2021.

Quali sono le cifre che vengono invece contrapposte al governo?

Siccome non esiste un testo di legge, d’ora in poi si entra nelle semplici stime. Alcune pubbliche, come quella dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) secondo il quale la misura potrebbe comportare un aumento della spesa pensionistica di “quasi 13 miliardi di euro”. Attenzione, però, si tratta di una cifra “lorda” che non tiene conto dell’effetto sulle entrate ed è basata su una pensione media annua, lorda, di circa 30 mila euro (1.600 euro netti al mese). Diversa è la stima fatta dalla Cgil che con il suo responsabile Welfare, Roberto Ghiselli, ipotizza con Il Fatto un costo complessivo al lordo delle imposte di 9 miliardi. Ghiselli si basa su una ipotesi di pensione media annua, lorda, di 22 mila euro, circa 1.200 euro netti al mese. Forse più realistica.

Quanti aderiranno?

Il vero rebus è costituito dalla risposta a questa domanda. Secondo l’Upb la platea dei potenziali aderenti è di 475 mila anche se gli attivi sono 437 mila. Quanti ignoreranno la nuova opportunità e quanti invece si getteranno sulla pensione anticipata? Non lo sa nessuno. Tito Boeri, in un’audizione alla Camera lo scorso 11 ottobre, ha stimato in 400 mila la cifra di coloro che andranno in pensione il primo anno. Poi scenderanno, probabilmente a 100 mila l’anno in quelli successivi. Sulla base di queste stime Boeri ipotizza un costo di circa 7 miliardi per il 2018 e di 11,5 miliardi a partire dall’anno successivo. Per questo dice “che i conti non tornano”. Ma, ripetiamo, alla fine dipende da quanti aderiranno alla misura e dalle sue caratteristiche. Che il governo, finora, non ha voluto specificare. Ieri Di Maio ha risposto a Boeri: “Eviterei allarmismi inutili. Quota 100 si farà”. Stessa linea di Salvini.

Un lavoratore che aderisse a quota 100 alla fine ci rimetterebbe?

L’ipotesi, ventilata sempre dall’Upb, che quota 100 potrebbe costare fino al 34% dell’assegno mensile, quindi un terzo della pensione, si è fatta strada nel chiacchiericcio mediatico e popolare tanto da far pensare a molti di essere stati truffati. In realtà, lo stesso Upb, oltre alla tabella che ipotizza una decurtazione del 34% – ma solo se si andasse in pensione sei anni prima di quando si avrebbe diritto – pubblica una seconda tabella in cui si calcola il beneficio ricevuto dai maggiori anni di corresponsione dell’assegno. Se si va in pensione prima, infatti, si gode dell’assegno Inps più a lungo. Fatta questa ponderazione, quindi, si scopre che la riduzione massima è dell’8,65% con sei anni di anticipo e solo dello 0,22% andando in pensione un anno prima di quando dovuto con le vecchie norme Fornero.

Ma è davvero una decurtazione?

Il problema è che non si può parlare nemmeno di decurtazione. Lo ammette lo stesso Boeri nell’intervista di ieri al Corriere della Sera: “Non sono penalizzazioni, ma correzioni attuariali sulla parte contributiva delle pensioni”. Ghiselli, della Cgil, è ancora più netto: “Parlare di penalizzazione è una scorrettezza, non c’è nessuna perdita per i lavoratori. Semplicemente, andando in pensione prima godono di un assegno tarato su minori contributi versati”. Cosa piuttosto ovvia. Se invece di andare in pensione a 67 anni, ci si andasse a 75, al contrario, l’assegno sarebbe più alto. Quello che è chiaro è che il montante contributivo, l’ammontare dei contributi versati e rivalutati nel corso della vita lavorativa, resta intatto e, anzi, andando in pensione prima si ha un risultato positivo: percepire la pensione per un periodo più lungo.

Un esempio concreto?

Una pensione a 65 anni con le attuali norme, con un misto di retributivo e contributivo e con la quota C prevista dalla Fornero, dopo 43 anni di contributi determina una pensione annua lorda di 32.190 euro. Con tre anni di anticipo, a 62 anni invece che 65, ne garantisce 29.930, 173 euro lordi al mese in meno, lo 0,53%. Nel primo caso, ipotizzando una speranza di vita di 85 anni, si cumuleranno 643.800 euro. Nel secondo, 688.390: 45 mila euro in più.

E intanto la Rai fa finta di nulla

Il sistema sportivo italiano viene rivoluzionato e il servizio pubblico non ne parla. Da mesi senza direttore, in attesa che Lega e M5S trovino un accordo, RaiSport naviga a vista in rigoroso silenzio per non scontentare nessuno. Da una parte c’è il governo gialloverde, che fa la riforma (e pure le nomine a Viale Mazzini), dall’altra il Coni che ha un canale privilegiato con la Rai (e tanti giornalisti). Nel dubbio, meglio far finta di nulla: non un approfondimento, giusto un paio di brevi servizi. Manca una guida: Gabriele Romagnoli si è dimesso a giugno, si va avanti con l’interim di Bruno Gentili ma la rete è allo sbando: RaiSport è anche l’unica testata Rai a non aver ripreso l’inchiesta di Report sulla curva della Juventus. La direzione sembra ipotecata dalla Lega che punta forte sullo sport: si era fatto il nome di Maurizio Losa, già vicedirettore, come Jacopo Volpi (altro papabile), ma lo stallo non si sblocca. Il tempo passa, e pure le notizie.