Come si svuota il Comitato

Una rivoluzione. La riforma firmata dal sottosegretario Giorgetti (e fortemente voluta dal M5S) propone di svuotare di soldi e potere il Coni, in favore di una società statale chiamata Sport e salute Spa, indipendente dal Comitato e controllata direttamente dal governo (che nominerà i vertici). Oggi il Coni gestisce l’intero finanziamento pubblico allo sport di 410 milioni di euro, da cui distribuisce i fondi alle Federazioni (secondo suoi criteri) e appalta a Coni servizi (partecipata del Tesoro e suo braccio operativo) le attività commerciali e di gestione degli impianti. In futuro il ruolo dell’ente verrà limitato alle attività istituzionali e alla preparazione olimpica, con un budget di appena 40 milioni; tutto il resto passerà a Sport e salute, che prenderà il posto di Coni Servizi e avrà a disposizione i restanti 370 milioni per varie attività (tra cui il finanziamento delle Federazioni). Il provvedimento, inserito in manovra, deve passare in parlamento. Il governo sembra disponibile solo a piccole aperture al Coni sulla condivisione delle nomine della nuova società ma è determinato a portar via la “cassa”, che invece Malagò vuole mantenere in nome dell’autonomia dello sport. Di qui la rottura nella trattativa.

Il terrore di Malagò: il potere che tramonta con una pagina

Una pagina, che ingiuria. Anzi, che miseria. Il governo archivia l’epopea di Giovanni Malagò al Coni con una pagina nella legge di Bilancio, un testo nel più volgare burocratese, così inelegante e sprezzante che i garbati tesserati del circolo canottieri Aniene inorridiscono, saldata l’iscrizione da trentamila euro e la quota fin troppo piccina – al massimo cinquemila – per una stagione di salutare attività ginnica e sociale.

E giammai arresi, i garbati tesserati, supplicano il presidente, il bello e bravo presidente, di resistere, di combattere, di salvare l’onore di tiro al volo, caccia al frullo, lancio del rulletto, corsa campestre, boccette, capoeira, trottola, carambola – cioè di circa quattrocento discipline sportive distribuite in decine di federazioni – e soprattutto di proteggere la cassa di 410 milioni di euro all’anno di finanziamento che quel barbaro leghista del sottosegretario Giancarlo Giorgetti – fautore del “popolo contro élite” – ha intenzione di scippare al Coni e assegnare nientemeno che al governo. Fascista, anche se Malagò non ha definito fascista il governo, ma ha rammentato che neppure il fascismo, regime e non governo, era talmente sfacciato col Coni imperlato di una tradizione lunga un secolo, più di un secolo. E l’autonomia sportiva, al tempo d’oggi, dove finisce?

Malagò ha chiamato Gianni Letta, gli amici renziani, gli amici di centro, di destra e di sinistra. Ha rovistato tra la Lega che fu del Nord e vuole entrare a Roma – e all’Aniene, inteso il circolo, dovrà citofonare – e tra i Cinque Stelle. Ha schierato la nuotatrice Federica Pellegrini. Ce l’ha una campionessa pluridecorata, Giorgetti? Ha scomodato Daniele Lupo, medaglia d’argento, impegnato a discettare di riforme e di orgoglio sportivo. E poi quel gesto di scarsa considerazione, una pagina buttata lì. Una pagina per Malagò: è una frase priva di senso e di senso del pudore, una becera provocazione. Va spiegato a Giorgetti che in una pagina Malagò non riesce a fornire neanche le generalità. Giovannino o Megalò o Piccolo Malagò o Piccolo Piccolo Malagò o Porfirio Rubirosa o il Megalò dei Parioli – il contributo è di Gianni Agnelli, l’avvocato che l’ha allevato con le telefonate all’alba per gli aggiornamenti sulla mondanità romana – è un venditore di macchine, non di utilitarie o familiari, ma di auto di lusso. Maserati o Ferrari, un tempo di Bmw, finché la Bmw non ha rilevato la concessionaria perché nessuno ha l’ardire, dentro o fuori il raccordo anulare, di competere con Malagò. A Silvio Berlusconi, un piazzista di professione, ha rifilato una cinquantina di Mini.

Pure Malagò ha un’età indefinita e una pletora di donne, mogli, amanti, fidanzate, confidenti: Polissena di Bagno e Lucrezia Lante della Rovere, Valeria Marini e Claudia Gerini, Monica Bellucci e Carla Bruni, Anna Falchi e Flavia Vento. Una pagina, che follia. Come fai in una pagina a descrivere le peripezie universitarie di Malagò. La Corte d’appello ha annullato la laurea in Economia e Commercio alla Sapienza di Roma perché ha ritenuto non validi tre esami. Libretti contraffatti, bidelli corrotti e solite manine. Però Malagò si è sempre dichiarato innocente: “Quel processo, che coinvolse duecento persone, fu subito prescritto perché le contestazioni sono arrivate dodici anni dopo”. Non è rimasto orfano di titolo, s’è laureato a Siena, che poi – sottolinea Malagò – è la più antica università del mondo. Quello che riguarda Malagò è spesso abbondante e prolisso, la pagina del governo è un affronto ingiusto. Malagò ha una sfarzosa Jacuzzi a Sabaudia che quasi si confonde con l’acqua in una villa che rasenta la battigia. La Guardia forestale l’ha scovata con gli elicotteri e, un paio di anni fa, l’ha sequestrata per un mese.

Per mestiere, Malagò non frequenta soltanto fuoriclasse sportivi che arruola al circolo Aniene (per esempio, Francesco Totti ha smesso con la Roma, ma ha vinto il torneo all’Aniene). Malagò è un fuoriclasse sportivo: tennista, sciatore, nuotatore, cestista, tre volte campione d’Italia e nazionale azzurro ai Mondiali brasiliani ‘86 di calcetto, eccezionale spalla di poker di Luca Cordero di Montezemolo ai danni di Gianni Agnelli e Jas Gawronski. Il secondo mandato al Coni l’ha conquistato in trionfo, il primo l’ha strappato – era il 2013 – punto su punto con il sostegno dei leghisti, all’epoca di Bobo Maroni: “Ti cambio il rapporto della Lega con lo sport, io ho cinque milioni di iscritti, io valgo il cinque per cento del Prodotto interno lordo”, illustrava al telefono – con modestia – a Isabella Votino, allora portavoce di Maroni. Malagò è la metropolitana veloce che non esiste e unisce Roma, che va a braccetto con Walter Veltroni e Gianni Alemanno, che piace a Matteo Renzi e Gianni Letta, che gestisce i fallimentari Mondiali di nuoto di Roma 09 e neppure la pochette si macchia.

La classe dirigente non passa per le università, le aziende o la politica, passa per il circolo di Malagò. Anche il riservato Luigi Gubitosi, amministratore delegato di Telecom, è un cliente dell’Aniene, meglio ospite che cliente fa rozzo. Pure l’imprenditore Luca Parnasi, il costruttore dello stadio della Roma, arrestato e accusato di corruzione, s’è rivolto a Malagò per i suoi affari (e Malagò gli ha raccomandato il fidanzato della figlia). Più che di una pagina, Malagò ha bisogno di un monumento, di una consacrazione. Ha sofferto, quando il Comune di Roma con Virginia Raggi ha bloccato la candidatura di Roma per le Olimpiadi estive. Ha sperato, quando s’è composta la coppia Milano-Cortina per le Olimpiadi invernali. Va bene, l’evento è tra otto anni, nel lontano 2026. Malagò vi aspetta qui, pronto a battervi al lancio del rulletto oppure al simpatico curling.

Dem, il nodo tessere: “Facciamole on line o il voto sarà truccato”

E ora nel Pd si torna già a litigare sulle tessere. Dopo che Marco Minniti ha ufficializzato la sua candidatura alla segreteria (mentre Maurizio Martina lo farà a brevissimo) a rilanciare il tema è un altro dei candidati, Matteo Richetti: “Io aprirei un tesseramento online dove tutti possono accedere, non solo quelli che col blocchetto degli assegni vanno a farsi le tessere e poi vediamo quale sarebbe l’esito del congresso. Sono stato in Sicilia, Abruzzo, Piemonte e diverse persone mi hanno detto che tentano da quattro mesi di prendere la tessera, ma non viene data loro”. E questo sarà uno dei temi che verrà affrontato oggi dalla commissione per il Congresso dem, dove dovranno tenere conto di altri suggerimenti sul regolamento. Perché Nicola Zingaretti chiede di abolire i 2 euro per votare alle primarie. Mentre Minniti vorrebbe che la sede del Pd fosse la “casa comune” di tutti gli sfidanti: “Sarebbe molto bello se i candidati non avessero sedi dei propri comitati elettorali ma che ognuno avesse una propria stanza nella sede del Pd”. Ma il primo nodo resta la data delle primarie. La prima data utile pare quella del 17 febbraio, ma restano le ipotesi del 24 e del 3 marzo.

La sinistra e la sindrome da microrganismo

Il declivio batterico appare inarrestabile. Come la profezia di Fausto Bertinotti camuffato da Corrado Guzzanti o viceversa, di otto anni fa. La ricordate? Tragicamente irresistibile.

La sinistra per continuare a esistere deve scindersi in “tanti microrganismi invisibili” perché “i grandi animali non fanno più paura”. Ergo “bisogna sparire dal mondo visibile per innescare l’offensiva contro la destra”. “Scindetevi e moltiplicatevi”.

Il declivio, appunto, è quello. A partire dal Pd e non solo. Bertinotti travestito da Guzzanti, o viceversa, diceva anche che era ora di finirla con il classico “uniti nella diversità”. Meglio dividersi se la si pensa allo stesso modo. È il caso dei candidati generati dalla fine del renzismo nel Pd. La maggior parte degli aspiranti segretari nasce infatti dalla maggioranza vasta che sosteneva l’ex Rottamatore. Prendiamo i principali, senza contare l’ex renzianissimo Matteo Richetti. Cioè: Nicola Zingaretti, Marco Minniti, Maurizio Martina.

Ex veltroniani, ex dalemiani, ex bersaniani, ex renziani. Tutti riformisti, mai radicali o massimalisti. Sino a oggi tra loro non sono emerse distinzioni da urlo e il loro programma sembra più complicato del tremendo teorema di Fermat: recuperare il popolo di sinistra che ha votato Cinquestelle ma senza avere a che fare con l’odiato movimento grillino. Un po’ come teorizzare la masturbazione senza mani, dimenticando le più elementari regole del realismo togliattiano. Non a caso l’ultimo vero comunista, come metodo e come tattica, resta quel Massimo D’Alema tuttora evocato come il peggior spauracchio per i candidati in corsa alla segreteria del Pd. Eppure l’ex premier è reduce, insieme a Pier Luigi Bersani, dal fallimento di Liberi e Uguali, il rassemblement che ruotava attorno a Pietro Grasso, da un lato, e ai demoprogressisti di Articolo 1, dall’altro. Un altro microrganismo, ahinoi, che rievoca l’analisi bertinottian-guzzantiana.

La sinistra come un nugolo di virus invisibili: è davvero questo il gramo destino che si prospetta, aspettando persino il partitino centrista di Renzi? Ché il padre di tutti i problemi è stato finanche denunciato nell’assemblea democratica di sabato scorso, grazie agli interventi valorosi di dirigenti qualunque contro questa classe dirigente del Pd. Bertinotti-Guzzanti fece anche l’elenco dei mali gestionisti della sinistra tout court: le poltrone, le feste, i salotti. Il distacco dal Paese reale e la rottura della connessione sentimentale con il popolo post-comunista. “Perché vi hanno visti così?”. E Bertinotti-Guzzanti: “Ci hanno fotografato”. Ultime immagini, quindi, dell’appartenenza al mondo animale. Le grandi bestie non fanno più paura.

Ai tempi della Prima Repubblica, Giampaolo Pansa definiva il Pci come l’Elefante Rosso. Uno degli animali in assoluto più visibili. Quasi trent’anni dopo dilagano microrganismi impossibili a vedersi. Virus per muovere una guerra arcigna al gigante populista dei gialloverdi. E non è un caso, supremo contrappasso di questa fase, che uno dei protagonisti renziani di questa fase sia il più noto virologo italiano, Roberto Burioni. Se diventasse lui il leader della sinistra italiana, la profezia di Bertinotti-Guzzanti sarebbe completa.

Pd, i dirigenti della prima fila sono sordi. E resteranno soli

All’assemblea del Pd di venerdì scorso, mentre la giovane consigliera dell’Emilia Romagna, Katia Tarasconi, chiedeva al gruppo dirigente un atto collettivo di generosità: “Vi prego, ritiratevi tutti”, in prima fila il gruppo dirigente era occupatissimo a parlottare, a deambulare, a messaggiarsi, a farsi i cavoli propri con la stessa beata indifferenza dell’ora di ricreazione.

Una scenetta su cui i numerosi custodi del galateo politico, in servizio permanente effettivo, potrebbero utilmente interrogarsi. Se, per esempio, sia più maleducato dare della puttana a qualcuno, o girare fisicamente le spalle a una ragazza che cercava di scuotere con una richiesta estrema la “squadra” in cui non si riconosce più.

Secondo questo diario, l’insulto, anche il più volgare, è tutto sommato una forma di attenzione: non mi piaci, mi disturbi, ma so che esisti. A Katia, invece, non è stato concesso neppure un gesto di fastidio, un ‘piantala cosa stai dicendo’, un graffio polemico negli interventi successivi. Niente. Nell’album delle figurine, tanto caro alla sinistra accogliente e plurale (un attore, uno scrittore, un calciatore, un fesso) lei non ci sarà mai perché non esiste. Come (per quelli della prima fila) sembra non esistere la sua generazione. Malgrado il Pd, come ogni esercito reduce da una Caporetto, avrebbe avuto un gran bisogno dei suoi ragazzi del ‘99. Al massimo vengono concessi cinque burocratici minuti per farsi ignorare. O per farsi massacrare (Dario Corallo) per aver citato impropriamente il virologo Burioni. Il fatto è che il famoso gruppo dirigente non sembra affatto preoccupato dai problemi che assillano i tanti Dario e Katia. A cominciare dal congresso. Per le nuove leve forse l’ultima occasione per “ripartire da zero, dalle idee, dai valori e non dalle persone”.

Parole al vento: perché alla fine (come sempre) in campo scenderanno soltanto quelle “persone”, e tutti gli altri resteranno a guardare.

È stato detto e scritto tante volte che l’arrogante Pd renziano ha rotto il rapporto sentimentale con il proprio popolo. Che ha cominciato ad andarsene. L’altro giorno, però, Matteo Renzi era assente, ma l’andazzo non è cambiato. A nulla è servita la lezione dell’altro Matteo, Salvini, che ha costruito la sua crescente popolarità nel contatto diretto con la gente, a cui non fa mai mancare un selfie o una stretta di mano. Uno spot permanente che ha dietro un’analisi di mercato: nell’era della solitudine le persone chiedono alla politica un po’ di calore, anche attraverso il contatto con i capi. Mentre nel Pd la temperatura umana è più vicina a quella di un obitorio.

Adesso Marco Minniti teme che nei gazebo nessuno dei candidati avrà il 51% e che il nuovo leader sarà espressione dei compromessi di corridoio. Tutto sembra andare in quella direzione, a cominciare dalla pletora di candidature minori (Boccia, Richetti, Damiano), e dalla inevitabile dispersione dei voti. Cara Katia, a ritirarsi non ci pensa nessuno. Almeno quelli delle prime file. Che un giorno voltandosi potrebbero non trovare anima viva.

Il gruppo Stop biocidio contesta il Carroccio: “Basta inceneritori”

Hanno cantato cori contro la Lega e contestato il segretario Matteo Salvini, fuori dalla prefettura di Caserta. Lì sono confluiti i manifestanti di diversi centri sociali e associazioni ambientaliste, tenuti a distanza dal vertice politico dagli agenti in tenuta antisommossa. Tra i contestatori, Domenico Laurenza, residente a Caivano, attivista di Stop Biocidio, se l’è presa soprattutto con il governo per non aver dato ascolto ai cittadini: “Siamo arrabbiatissimi perché non ci hanno in alcun modo coinvolto nella stesura di questo Protocollo, che non sappiamo cosa contenga. Intanto si continua a morire di tumori e loro parlano di inceneritori”. Gli attivisti del Comitato, che si definisce “una coalizione sociale di movimenti contro l’emergenza sanitaria e ambientale”, hanno esposto lo striscione: “Il tempo è scaduto , è l’ora delle risposte”, fischiando soprattutto il ministro dell’Interno Salvini. Presente con dei cartelli anche l’associazione delle “Mamme Vulcaniche”: “Siamo stufi, non vogliamo più morire di tumore”, ha protestato Elisa Scala.

M5S, l’onda dei dissidenti arriva alla Camera

L’onda della dissidenza a 5Stelle arriva alla Camera. Proprio nella settimana di due partite cruciali a Montecitorio, il disegno di legge Anticorruzione e il decreto Sicurezza. E anche se la email di protesta di 19 deputati serve soprattutto per reclamare attenzione e un po’ di voce in capitolo da Luigi Di Maio e dal governo, è un altro sintomo della febbre dentro i Cinque Stelle. Malattia che rende più sfibrante il corpo a corpo con la Lega, che ieri ha depositato otto emendamenti al ddl “spazzacorrotti”, anche se ha deglutito il tetto dei 500 euro oltre il quale saranno pubbliche le donazioni a partiti e fondazioni.

Di certo è un lunedì complicato per il M5S, aperto dalla lettera al capogruppo Francesco D’Uva di 19 deputati: in gran parte del Sud, tutti al primo mandato, e tutti critici rispetto al decreto sicurezza, che vorrebbero cambiare. “Un testo che in molte sue parti non è nel contratto di governo”, ricordano, con “molte criticità”. Certo, senza il dl Salvini la maggioranza rischia di saltare. Così giurano: “Non vogliamo complicare i già delicati equilibri di governo”.

Però si lamentano, perché tutto viene calato da Palazzo Chigi. “Ci sarebbe piaciuto confrontarci, purtroppo rileviamo una carenza di discussione interna che in molte sedi tanti di noi hanno espresso”. Per questo allegano otto emendamenti, e una chiosa bellica: “Non speriamo più in maggior collegialità e condivisione, le chiediamo con forza”. La mail arriva ieri al capogruppo D’Uva, ma tra i deputati in diversi ne conoscevano già l’esistenza. E uno dei 19 informa l’Adnkronos, mentre D’Uva incontra alcuni firmatari. “Non vogliamo la guerra, non siamo dissidenti” assicurano, spiegando che voteranno comunque il provvedimento. Ma Di Maio, in Campania per il protocollo sui rifiuti, non gradisce affatto. Aveva già fatto presentare otto emendamenti in commissione al decreto sicurezza, anche come strumento di pressione sulla Lega. Con chiaro sottotesto: niente scherzi sull’anti-corruzione, da approvare entro domani, altrimenti nel fine settimana tornerà in gioco anche il dl Salvini.

Ma la lettera complica i piani. Perché il ministro dell’Interno può infierire: “Il decreto va approvato in fretta”. E allora il capo del M5S deve promettere: “Auspichiamo che il testo venga approvato in ultima lettura alla Camera, andare oltre farebbe decadere il decreto. Mi aspetto lealtà”.

Tradotto: sul decreto Salvini sarà voto di fiducia. E non può far piacere a Roberto Fico, fautore del dibattito parlamentare. Tra i firmatari della lettera ci sono due deputate vicine al presidente della Camera, Doriana Sarli e Gilda Sportiello, assieme all’italo-tedesca Yana Chiara Ehm (attiva nella cooperazione, tra i più ostili al dl Salvini) e all’avvocato calabrese Giuseppe d’Ippolito, in ottimi rapporti con Dalila Nesci e altri ortodossi. Ma fonti vicine a Fico respingono legami con l’iniziativa: “Il presidente non controlla i parlamentari”. In serata uno dei 19, il 25enne Luigi Iovino, si sfila: “Mai sottoscritto alcun documento”. Intanto alla Camera piovono 300 emendamenti al ddl Anticorruzione. Otto sono della Lega e uno in particolare vuole abbassare le sanzioni per chi non rispetti il tetto dei 500 euro. Cinque emendamenti invece toccano le norme sulla lotta ai corrotti. “Hanno promesso che non ci saranno trappole”, sostenevano ieri sera dal M5S. Mentre un leghista ghigna: “Pensassero ai dissidenti”. Il clima, di governo.

“Pm poco sensibili ai reati ambientali: s’indaga poco e male”

L’assessore alla Legalità della Regione Campania Franco Roberti è stato procuratore nazionale antimafia, capo della Procura anticamorra di Napoli e procuratore di Salerno. Sulla materia dei reati ambientali collegati alla Terra dei Fuochi e al ciclo dei rifiuti in Campania ha qualcosa di interessante da dire. E sono riflessioni maturate sul campo.

Le conclusioni dell’ultima commissione parlamentare sui rifiuti contestano leggi scritte male che rendono quasi impossibile individuare i colpevoli dei reati ambientali.

Questo giudizio è ingeneroso. Da quando nel 1992 segnalammo i rifiuti come affare di camorra, ci abbiamo messo quasi 25 anni per avere delle buone leggi sugli ecoreati, finalmente tramutati da semplici contravvenzioni a delitti.

Però queste leggi non funzionano: poche condanne, molti ignoti mai catturati e molte prescrizioni. Perché?

Perché manca la sensibilità della magistratura sul tema. Ad esempio, nonostante dal 2010 il traffico illecito di rifiuti sia un reato di competenza della Dda, tutte le procure distrettuali, nessuna esclusa, hanno tardato a considerare questo reato degno della massima attenzione investigativa e della tempestività necessaria. Risultato: poche indagini, misure cautelari in ritardo, processi spesso finiti in cavalleria con la prescrizione anche per fatti molto gravi.

Può essere utile come antidoto la riforma disegnata dal ministro Bonafede, che sospende la prescrizione dopo la sentenza di primo grado?

Non la condivido. Anzitutto: la mia posizione è che la prescrizione non dovrebbe decorrere dal momento in cui il reato viene commesso, ma dal momento in cui viene accertato. Poi mi chiedo: il ministro Bonafede parla di sospensione. Ma che significa? La sospensione è un intervallo di tempo tra un inizio e una fine. Non può essere eterna. In un disegno di legge M5S della scorsa legislatura si parlava correttamente di cessazione della decorrenza dopo la sentenza di primo grado. E c’era un’ipotesi, che mi trovava d’accordo, di sospenderla fino al secondo grado solo in caso di condanna in primo grado. Con l’assoluzione che senso ha mandare alle calende greche un processo a un imputato riconosciuto innocente da un Tribunale? Sarebbe un’ingiusta afflizione.

Sì, ma le chiedevo se la riforma Bonafede aiuterebbe a combattere i reati ambientali.

Non funzionerebbe in maniera diversa rispetto agli altri reati. La riforma comunque va fatta, è necessaria. Ma lasciandola collegata a quella del processo penale. Altrimenti dovrebbe riguardare solo le sentenze di condanna.

Quanto influisce la presenza della camorra negli ecoreati?

Si parla sempre di camorra sul ciclo dei rifiuti, come un mantra e con una sorta di rassegnazione. Molto spesso invece si tratta di imprenditori disonesti che smaltiscono i loro rifiuti in nero per risparmiare.

Secondo il M5S, la camorra è interessata alla realizzazione degli inceneritori. Lo dice il presidente della Commissione antimafia Nicola Morra.

La camorra non ha nessun interesse nei termovalorizzatori. Al contrario, ha interesse a mantenere situazioni di emergenza causate dalla mancanza degli impianti perché lucra sulle emergenze che si generano, approfittandone come agenzia di servizio.

Ma negli ultimi mesi in Campania sono andati a fuoco diversi siti di stoccaggio e di trattamento.

Si è scoperto un solo responsabile? I roghi sono più frequenti al Nord, tra l’altro. E vogliamo dire che la camorra brucia i siti anche in Lombardia? O piuttosto si dovrebbe indagare sulle imprese che appiccano i fuochi per risparmiare?

Come se ne esce?

Considerando il contrasto a questi reati come una priorità, affidando alle procure le risorse e le professionalità necessarie.

Il governatore contro il Capitano: “Sette giorni di propaganda”

Si è trattenuto fino a sera, poi ha dato inizio a una conferenza stampa solitaria che covava da tempo. Vincenzo De Luca non ha gradito, per così dire, le uscite di Matteo Salvini: “Da 7 giorni stiamo assistendo a una campagna propagandistica, mistificatoria e irresponsabile, che ha arrecato danni alla Campania: non c’è alcuna emergenza rifiuti e non siamo nel 2008”. Non solo: “È irrealistica l’ipotesi di realizzare altri termovalorizzatori in Campania e lo dice chi nel 2008 si candidò per realizzarlo” visto che “la regione ha già un proprio piano, con investimenti per oltre un miliardo di euro, che prevede 15 impianti di compostaggio e la rimozione di tutte le ecoballe”. Insomma, “al massimo è possibile realizzare una quarta linea del termovalorizzatore di Acerra, che possa servire in caso di manutenzione dell’impianto”. Pure Terra dei Fuochi è una definizione che non piace a De Luca: “Ci fanno un danno, perché in tutta Italia ci sono tante terre dei fuochi, intese come zone dove bruciano gli scarti industriali. Da noi invece bruciano gli Rsu (rifiuti solidi urbani) negli Stir o nelle aziende private. In Lombardia, tra gennaio e ottobre, ci sono stati 17 roghi. Qui da noi invece i roghi stanno diminuendo sensibilmente”.

“La Lombardia smette di smaltire il pattume delle altre Regioni”

“Se Di Maio dice che gli inceneritori inquinano, io rilancio con questa mezza provocazione e mezza proposta, dicendo che allora iniziamo a smettere di bruciare rifiuti di altre regioni. Chiederemo di cambiare la legge allo Stato che ci impone di accettare rifiuti di altre regioni e a quel punto non sarà più una provocazione”. Parole del presidente della Regione Lombardia, il leghista Attilio Fontana, che ha parlato di termovalorizzatori a margine di un convegno. Il governatore sposa la linea del capo del suo partito, Matteo Salvini. “Sui nostri inceneritori – aggiunge – viene fatta una quantità immane di controlli, quindi possiamo dire che non inquinano”. Ma al massimo, ammette Fontana, “si deve parlare della chiusura di quelli che sono obsoleti o superati” . L’ultima considerazione del presidente della Lombardia è sul rapporto tra termovalorizzatori e riciclo: “Non dobbiamo dimenticare che la raccolta differenziata della Lombardia è la più alta del Paese, quindi la quantità di rifiuti da bruciare è sempre minore. Bisogna andare avanti ad utilizzare quelli avanzati e tecnologici”.