La settimana incom

 

Bocciati

Ma belle? É uscita l’autobiografia della ex first lady Usa Michelle Obama. Del primo incontro con il marito (lui era stagista, lei la sua tutor in uno studio legale) dice: “Il primo giorno di lavoro Barack Obama è arrivato in ritardo. Io ero seduta nel mio ufficio al quarantaseiesimo piano, e un po’ lo aspettavo e un po’ no. Come molti avvocati al primo anno in uno studio, avevo un sacco di lavoro da sbrigare”.
E poi: “Fu silenzioso e deferente”. Lei pensò che sarebbe stato al massimo il suo stagista. Ma fare meno, no?

 

Promossi

Acqua azzurra ”A Roma nella Metro c’è un problema, specie sulla linea A: tante persone prendono il mezzo pubblico senza farsi la doccia, è una moda vera e propria. Bisognerebbe fare una nuova legge che impone di farsi una doccia prima di prendere i mezzi pubblici a Roma! Io a dire il vero preferisco farmi il bagno invece che la doccia, anche se consuma”. Così Ilenia Pastorelli a un Giorno da Pecora su Rai Radio1, nel corso di una puntata che ha ospitato anche il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa (tema: inquinamento olfattivo). Ilé pure a Milano, nun te crede.

Amici nemici Bellissima intervista del Corriere a Pippo Baudo, in occasione dell’uscita del memoir per Solferino. Mille aneddoti, tra cui abbiamo scelto questo: “La stampa si divertì a creare una rivalità. Ovviamente era falsa, eravamo amici e ci stimavamo. Però stavamo al gioco. Quando Mike faceva gli spettacoli di piazza, e sapeva che dopo qualche giorno sarei passato io, diceva sempre: “Mi raccomando, quando arriva Pippo Baudo ditegli che ho parlato male di lui”. E io facevo lo stesso. Ma quando arrivai in Fininvest, fu l’unico a dimostrarsi mio amico”.

Vita meno (a)maraMara Maionchi è la dimostrazione che l’età è un fattore decisamente trascurabile. La settimana scorsa al quarto live di X Factor si è talmente appassionata all’esibizione di Anastasi (si esibiva in una versione rap di Another Brick in the Wall dei Pink Floyd) da non riuscire a contenere l’entusiasmo: Sono tornata indietro di tanti anni, mi sono divertita! Si cazzo, che musica, che musica, forte forte: mi sembra di aver compiuto ieri 27 anni, ma vaffanculo, viva i Pink Floyd!”, ha urlato come una ragazzina.

Laura c’è La Pausini nazionale è la prima cantante italiana a vincere il Latin Grammy Award nella categoria “Best traditional pop vocal album”. La consegna del riconoscimento è avvenuta a Las Vegas durante la giornata dedicata ai più importanti riconoscimenti dell’industria della musica latina. Laura ha vinto per il disco “Hazte Sentir”, versione spagnola dell’album “Fatti sentire”. Olè.

Ci voleva Grittani per far vedere come si usa la voce narrante

Davide Grittani, nel suo terzo romanzo, La Rampicante (LiberAria Editore), evita con bravura un rischio che ha pesato su molti scrittori di talento: la bella voce. Grittani ha una voce coinvolgente e benevola. Ma ha elaborato una tecnica narrativa più tipica del racconto anglosassone che del romanzo italiano. Sa, ma non partecipa, anticipa ma non giudica, osserva i suoi personaggi fino all’estremo margine di ciò che deve accadere, ma ci dice subito che non dipende da lui la buona e la brutta fine. Esemplare la parte in cui ci racconta di un multiplo trapianto di organi, di cui il chirurgo si vanta, benchè tutto avvenga e riesca per caso. É un racconto perfetto in sé. E nello stesso tempo una metafora del groviglio di legami (di rampicanti) che legano un individuo agli altri, spesso lungo percorsi seguiti per caso. Una trovata di montaggio (le prime parole del libro sono uguali alle ultime parole) mette i lettori in grado di essere coinvolti con il cast familiare che circonda i due protagonisti, un adulto e una bambina, Edera e Riccardo, sfiorati per caso, uniti per sempre e dispersi nel vuoto chiamato destino.

Questo espediente (le stesse parole che sono rivelatrici e consegnano al lettore la chiave in anticipo ma, nello stesso tempo, lo vincolano a non usarla) svela un altro rischio di questo scrittore: il virtuosismo. Grittani apre, conduce e chiude un gioco straordinario di situazioni, frasi, parole. Questo gioco si porterebbe via il racconto, se la voce narrante non si prendesse il compito della regia in questo libro-spettacolo di cui ti senti spettatore più che lettore.

Vorrei far notare che in questo testo, che dipende moltissimo dalla descrizione di persone e di luoghi, gli aggettivi sono pochi, usati con estrema sobrietà. Solo dopo ti accorgi che ti sei immaginato la bambina Edera bella come il personaggio di una fiaba e pericolosa come una piccola strega. L’autore non te lo ha mai detto. Semplicemente te la ha affidata. Avete capito che questo libro è come un Lego magico. I pezzi sembrano liberi ma non vedi che cosa li attrae e li respinge.

E quando alla fine il protagonista Riccardo, trova la morte “per caso” in un caso che lui stesso ha creato, i lettori sono colti di sorpresa, come è giustamente colta di sorpresa la vittima. Eppure lo sapevano fin dall’inizio. E qui ti accorgi che, con innegabile bravura, l’autore dalla bella voce narrante ha bloccato il rischio al virtuosismo e lasciato tutto lo spazio a un romanzo bello e importante.

L’evaso da Alcatraz è tornato: Cugia ridà voce a Jack Folla

“Rispetto a vent’anni fa oggi non ci sono più argini alla bestialità interiore, ciascuno tende a essere il peggio di quel che è. La generazione che giocava con i mostri da piccola lo è diventata”. Giornalista, scrittore e autore tv, Diego Cugia sul finire dei Novanta ottenne un grande successo con il programma radiofonico Alcatraz e il suo protagonista Jack Folla, il dj evaso dal braccio della morte, cui Roberto Pedicini prestò la voce. Jack Folla, tornato in Italia da clandestino, si rivolgeva ai suoi “albatros” – le migliaia di fratelli e sorelle che lo seguivano su Radio2 – in un flusso di coscienza da cui scaturivano sogni, progetti e un lungo fiume di parole. Cugia, dietro un’esigenza morale assoluta di onestà, attraverso il suo alter ego Jack Folla, è stato per più d’una generazione un fratello maggiore, anzi il Morpheus della “pillola rossa o pillola blu”, prim’ancora del film Matrix. E invitava, contro le definitive salvezze al rischio delle scelte, alla responsabilità della vita, alla serietà contro la retorica, alla saggezza contro la violenza.

Dopo vent’anni di silenzi, Diego Cugia è da poco tornato a farsi sentire con Il Libro Nero col quale prova a riannodare i fili di un discorso che era rimasto in sospeso. Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora e l’analisi del Dj latitante è impietosa: “Vent’anni fa, se avevi un fondo razzista, o se eri una bestia da terza elementare, un po’ te ne vergognavi. Oggi ne sei orgoglioso. Hai tre lauree? Sei un professore, scrivi libri, hai competenza nel tuo settore? Ti accuseranno di essere compromesso col ‘vecchio potere’, colluso con i corrotti, un privilegiato. E questo anche se sei un intellettuale senza soldi e senza lavoro. Perché i mediocri hanno vinto, hanno occupato tutto, come profetizzava Jack Folla, siamo comandati da un esercito di fronti basse convinte di avere sempre diritto anche se non hanno fatto nulla per meritarsi la poltrona. È una delle più sconvolgenti illusioni ottiche della storia recente”.

Cugia scrive queste pagine di getto in due mesi, dal 29 giugno al 24 agosto, e lo fa in modo ancora più indipendente (è distribuito solo via Amazon) e ribelle. Ma questa volta sembra Jack stesso a lanciare un Sos ai suoi fratelli albatros. E lo fa dal fondo di un pozzo, senza pc, senza penna e senza carta, senza radio e senza un microfono. Quel pozzo, scrive, “sono io, l’anima mia, che se ti affacci sul bordo, lontano mille miglia, puoi scorgerne appena un bagliore residuo, una scintilla a cui serve ossigeno per diventare fuoco che scalda”. E Cugia? “Era benestante, è diventato un mendicante. Era famosetto e oggi non se lo ricorda quasi nessuno. Ha avuto una fortuna sfacciata quel tipo”, dice di sé ironicamente. “Precipitare nel silenzio, nella solitudine, nel nulla. È qui che gli uomini si giocano le grandi partite. Bisogna ringraziare il proprio destino avverso. Non c’è propulsore più potente per slanciarsi verso il cielo”. Jack, l’Albatro, invece vola ancora libero. “Mi ha detto: ‘Tenetevi le vostre gabbie. Ché io preferisco morire in volo’”.

La bufala del Sisu: l’antistress che funziona solo in Finlandia

Se per caso, in una buia sera d’inverno, incontrate qualcuno che cammina sulla neve in accappatoio e ciabatte, non pensate di essere di fronte ad un folle: al contrario, potrebbero essere un uomo o una donna ricolmi di sisu, quel particolare tipo di resilienza e di tenacia tipiche della gente del nord. Anzi, precisamente, dei finlandesi, come racconta la giornalista canadese Katja Panizar in Sisu. La via finlandese al coraggio, al benessere e alla felicità (Sonzogno editore).

Nel libro, la giovane Katja parla della sua trasformazione: dalla vita dissoluta in Canada – drink e aperitivi e persino il gelato per cena! – ad una pratica esistenziale sbocciata tra i boschi del nord Europa e fatta sostanzialmente di bagni in acqua ghiacciata (un vero toccasana per il corpo ma anche per lo spirito), dieta frugale composta da cereali integrali, verdura, proteine e bacche e frutti di bosco a gogo, naturalmente sauna e poi bicicletta sempre e dovunque.

Tutto ciò, secondo l’autrice, svilupperebbe appunto la sisu, ovvero quella capacità di lottare proprio quando gli altri si arrendono, di abbracciare le sfide piccole e grandi, uscendo dalla propria zona di comfort. Un’arte in cui i finlandesi sarebbero maestri, grazie alla loro frugalità, alla capacità di sconnettersi da web e tv quando serve, al loro contatto con la natura.

Insomma tutto, in Finlandia, fa sisu: raccogliere le bacche e i funghi, pescare, rastrellare le foglie secche (magari usando il rastrello per fare stretching per le spalle), organizzare banchetti per vendere cose usate. E ovviamente pieni di sisu sono anche i bambini finlandesi, resilienti ed energici, sempre fuori tutto l’anno, con il sole o con il ghiaccio.

Per tutto il volume l’autrice si chiede, e va in giro a chiedere, se questa strabiliante capacità nordica sia culturale o meno, per decretare, alla fine, che tutti possiamo conquistare uno stato di sisu, giacché questa è una specie di muscolo che va solo allenato. Ma qui sorgono i dubbi, aumentati dalle statistiche e report, di cui il libro è punteggiato, sui primati della Finlandia in ogni campo: dall’educazione all’eguaglianza, dalla pulizia dell’aria e dell’ambiente alla classifica della felicità.

Insomma (e qui sta tutto il limite di questi manuali che vorrebbero importare nel mondo stili e pratiche nate non a caso altrove), a ragionare con un po’ di lucidità appare evidente che raggiungere la sisu a Roma o a Crotone è assai complicato. E non solo perché a buttarsi nel Tevere si finisce male – mentre sarebbe ben difficile trovare bacche e funghi a Crotone – ma soprattutto perché esercizio fisico, nuotate rinvigorenti, saune e dieta frugale sono giusto la ciliegina sulla torta di un sistema politico e sociale che funziona, di un ambiente ricco di foreste, laghi e mari non avvelenati, di un welfare che sostiene tutti, anche chi è svantaggiato.

Perché se sei povero e vivi in una periferia inquinata sarà ben difficile trovare la tua sisu. E i consigli per raggiungerla, più che aiutarti, non faranno che misurare la tua enorme distanza dal benessere e dalla felicità.

“Sono un nerd che ha superato i 51 e non farò mai il conduttore in tv”

Per trovare qualcuno che ce l’abbia con Max Pezzali bisogna metterci dell’impegno. I colleghi lo stimano, chi ci lavora è contento, chi lo presenta sa che basterà un “la” per farlo parlare minuti interi. Sta in tv, ma non è un animale televisivo. È il nerd che ce l’ha fatta senza nemmeno essersi premurato di fare l’hipster. È il giudice del talent show (The Voice) che non se la prende (e poco importa, se questo giovi o meno allo spettacolo). È quello che al tavolo di Che fuori tempo che fa (Rai1) non sgomita mai, anche se avrebbe “spiegoni” che niente dovrebbero invidiare a molti altri del piccolo schermo. Tutti misteri imperscrutabili, raggiungere così tanti diversi livelli di pubblico musicale, senza l’ombra di un effetto speciale o stratagemmi poetici. L’anno scorso, ripercorrendo i venticinque anni di carriera, raccontava gli esordi con Mauro Repetto (883) a scriver brani in cantina, quasi ingenuamente. A Rolling Stone ha detto: “Eravamo naif”.

Oggi si potrebbe ancora usare questa parola, “naif”, per un emergente? Ci crederebbe qualcuno?

L’etica del Do It Yourself è valida oggi come allora. Anzi di più, perché c’è una latitanza di cercatori di talenti. Per superare però la soglia del già visto tocca avere un’attitudine alla promozione. Devi essere un content creator e capire in maniera consapevole come attrarre il tuo pubblico.

Il che crea pubblico verticale, più che trasversale.

Oggi ci sono due tipi di rischi: quello generazionale, che lascia indietro chi non ha dimestichezza con certi mezzi. Ho un figlio piccolo, e per lui esiste un solo mezzo di comunicazione, internet: Youtube per l’audio video, Instagram per il resto. Il secondo tipo di rischio è che la sovrabbondanza di offerta porti un appiattimento della domanda. Rischi di avere un successo di sei mesi e non avere la possibilità di andare oltre. Se fai una cosa che suona molto “2017”, sei fottuto.

Un bel rischio per una serie di trapper dell’ultima ora.

La trap è un genere che ho scoperto anni fa, nasce da una sperimentazione interessantissima con la dub e offre grandi spunti. Ora, avendo elementi sonori estremamente riconoscibili e stilemi molto precisi, rischia di diventare la parodia di se stessa. Sarà interessante capire invece, come si evolverà.

Fuori i nomi.

Mi piace il lavoro da producer che fa Charlie Charles. Sfera Ebbasta è destinato a rimanere, perché ha una sua cifra anche a livello comunicativo. E poi, anche se non è un trapper in senso stretto, Ghali è da mainstream. Ha il physique du rôle, un’eleganza e un modo di porsi che potrebbe stare ovunque, dal ballo di fine anno a Vienna al centro sociale.

E Pezzali che fa?

Lavoro a canzoni nuove senza l’incubo della scadenza. È il vantaggio di aver superato i 51.

E avere alle spalle una carriera solida. Bisogna poterselo permettere.

È anche una questione di età: quando hai vent’anni, hai l’ansia da prestazione di voler dire qualcosa. Cambia il tempo percepito. Vorrei che i prossimi brani fossero contemporanei, ma non troppo legati al qui e ora.

Una riappropriazione del tempo. Anche in tv sembra avere un ritmo tutto suo.

Sono molto lontano dalla tempistica della tv moderna, che ha subito e subirà lo spauracchio della soglia dell’attenzione che dura pochi secondi. La forza di Fabio Fazio è proprio la capacità di gestire gli spazi: lascia agli ospiti assoluta libertà. Dà la possibilità di fare la tv, come dire, alla francese, con un tavolo, senza passaggi obbligati. Il filo rosso lo scopri strada facendo.

La calma in tv è merce rara.

Il più grande errore che fa la televisione è imitare la rete. Sono linguaggi diversi ed è giusto che lo siano. Se tu già progetti in ottica di frammentazione, lotterai con i mulini a vento. Fabio ha una cultura umanista e ha capito che ci si può riappropriare dell’approfondimento anche con temi meno seri. Lì, paradossalmente, è la rete che ti viene dietro con format simili.

Se le offrissero la conduzione di un programma?

Non sarei in grado e credo che la televisione oggi abbia bisogno di chi la sa fare.

Cosa ne pensa dei numerosi padri fondatori che alzano le mani dicendo “non doveva finire così”?

Faccio una necessaria retrospettiva: mi sono collegato a internet per la prima volta nel 1994 con modem che sarebbero preistoria industriale e ho salutato la rete come la grande equalizzatrice dell’umanità, come abbiamo fatto tutti all’epoca. In quella metà degli anni Novanta mai avrei potuto immaginare che potesse diventare così presente nella vita di tutti. Ma non solo la nostra, ché ci paghiamo il parcheggio via app, ma anche quella di mio padre che è del ’42 e senza la procedura online passa 52 giorni in fila all’Inps per i conteggi. Ora, però, tocca essere seri: la ragione per cui è diventata di tutti è meramente commerciale.

Bene, premessa ricevuta.

Come fai a pensare che qualcuno ti metta a disposizione gratuitamente una tecnologia costata miliardi di dollari di sviluppo e altrettanti di mantenimento? Non importa a nessuno di farti arrivare in orario dal punto A al punto B, ma davvero. Quello che vogliono fare è ridurre al minimo il divario tra ipotesi e realtà dei tuoi gusti di consumatore. È sempre stato così, è solo una logica estremizzata e con mezzi diversi. È però evidente che quando metti una tecnologia così potente nelle mani di tutti se ne perde la coscienza d’uso.

E gli hater brindano.

Il vecchio nerd è snobisticamente disincantato da quello che è diventato il web in sé.

Quindi, c’è speranza?

Dipenderà tutto dal ritorno dei nerd, quelli che prima erano sfigati e poi sono diventati eroi. Zuckerberg, Bezos, Jobs che è stato il profeta della nostra era. Quando la classe da movimentista diventa governo, perde gran parte del proprio fascino, e questo vale per tutto. Non voglio fare il pasionario della rete, ma dovremmo tornare alla tecnologia fine a se stessa, a quel gusto lì, alle basi dell’informatica. Credo che dopo i contraccolpi degli ultimi anni, siamo sulla buona strada.

Paese vassallo o satellite dell’Ue, la vera Brexit non è quella promessa

La rivolta contro la bozza di accordo sull’uscita del Regno Unito dalla Ue ed il relativo regime transitorio, è solo l’ultimo effetto di un problema ad oggi intrattabile. Da un lato vi è l’ipotesi, che Theresa May vorrebbe scongiurare, di una Hard Brexit disordinata in cui il Paese, dal 30 marzo 2019, finirebbe nel regime tariffario di base della Wto; dall’altro, la permanenza in un’orbita ravvicinata alla Ue ma come destinatario di direttive elaborate altrove, quella che molti politici britannici hanno definito una condizione di vassallaggio. Il tentativo di evitare una dogana fisica tra Repubblica d’Irlanda ed Irlanda del Nord, è l’elemento di più visibile criticità. Nelle more della scrittura di un trattato di libero scambio, Ue e Regno Unito potranno accordarsi su una proroga della transizione, di durata oggi non determinabile, durante la quale il Regno Unito resterebbe assoggettato alle norme comunitarie ed alla Corte di Giustizia europea, pagando contributi aggiuntivi al bilancio dell’Unione. Terminata la transizione, se non fosse attuabile un commercio senza dogana fisica, l’Irlanda del Nord resterebbe integrata in unione doganale e mercato unico mentre il resto del Regno sarebbe in una unione doganale in teoria più lasca ma in realtà con vincoli imposti da Bruxelles su aiuti di Stato, standard su prodotti e ambiente, norme su lavoro e fiscalità, e non potrebbe firmare nuovi trattati commerciali extra Ue sulle merci.

É dura accettare una simile condizione per un Paese che aspira a “riprendere il controllo”, come sosteneva il claim della Brexit, lanciato sul mercato elettorale assieme ad altri raggiri come i famosi 350 milioni di sterline a settimana che l’exit avrebbe riportato al dissestato servizio sanitario nazionale. Non sappiamo se Theresa May riuscirà a sopravvivere politicamente a questo esito tossico che congela a tempo indeterminato una sovranità nazionale fortemente attenuata; beffarda nemesi per chi viveva con insofferenza i vantaggi ed il potere di interdizione derivanti dall’appartenenza alla Ue. Nella spazzatura della storia finiscono i proclami su “Brexit vuol dire Brexit” o su “nessun accordo è meglio che un cattivo accordo”, come anche l’illusione di negoziare da posizioni di forza a causa del forte deficit commerciale con la Ue o patetiche tattiche negoziali come la minaccia di creare una “Singapore d’Europa”. Ora May mette in guardia da un’uscita caotica che metterebbe in ginocchio il Paese, amputandone il settore finanziario e le catene di fornitura manifatturiera, ma che sarebbe l’unica ed autentica Brexit, cioè la pars destruens del divorzio. Il Labour di Jeremy Corbyn cerca la spallata per arrivare a Downing Street ma a sua volta resta ambiguo sull’exit, perché sul tema è nel caos proprio come i Tories. Questa ipotesi di “uscita” e transizione calcia la lattina lungo la strada, per evitare la catastrofe. Il “controllo” può attendere.

L’abuso di antibiotici e i batteri killer

L’incubo dei superbatteri resistenti agli antibiotici continua a minacciare i nostri ospedali. Perché è qui che i batteri killer si trasmettono da un paziente all’altro. L’Italia è tra i Paesi europei con i maggiori livelli di resistenze batteriche: abbiamo usato troppo gli antibiotici, anche quando non ce n’era bisogno, e male (molecola sbagliata o tempo di terapia insufficiente). “Il governo deve necessariamente prevedere nel Def 2019 investimenti dedicati e vincolati alla gestione dell’antibiotico-resistenza”: è il messaggio di Mario Tinelli, della Società italiana di malattie infettive e tropicali, in occasione della giornata europea sull’uso degli antibiotici (18 novembre). Tinelli è stato uno dei redattori del Piano nazionale di contrasto ai superbatteri multiresistenti, varato nel 2017, ma ancora inefficace perché senza soldi non si può assumere personale per il monitoraggio dei microbi e per debellarli. I numeri fanno paura: ogni anno in Europa ci sono 33mila morti per infezioni da batteri killer e uno studio appena pubblicato su Lancet dimostra che il peso di queste infezioni è paragonabile a quelle dell’influenza, tubercolosi e Hiv/Aids combinati.

Interessi su interessi, la sottile linea rossa dell’”anatocismo”

Si scrive anatocismo, si legge calcolo degli interessi sugli interessi maturati su una somma dovuta. Anche se nel 1999 la Corte costituzionale ha segnato lo spartiacque di questa pratica sancendone l’illegittimità con due sentenze – subito dopo che il governo D’Alema l’ha inserita nel Testo unico bancario – negli ultimi 18 anni non si è fatto altro che alimentare un acceso dibattito con una raffica di sentenze di tribunali, Cassazione e perfino Consulta che l’hanno bocciata, mentre la politica di fatto dall’ottobre 2016 l’ha resuscitata. Per capire che cosa sia questa pratica, facciamo un esempio: se io chiedo un prestito al 2%, su una somma di 1.000 e non restituisco nulla, dall’anno successivo gli interessi si calcolano non più su mille euro ma su 1.200 euro. E dall’anno successivo, il calcolo non sarà più sui 1.200 ma su 1.440 e così via. Praticamente una montagna di quattrini che hanno fatto la fortuna delle banche e che hanno strozzato migliaia di famiglie e imprese in difficoltà.

Tutto questo è stato possibile perché il sistema bancario ha sfruttato le interpretazioni giurisprudenziali dell’articolo 1.283 del Codice Civile che disciplina proprio il conteggio degli interessi quando si va in rosso, sia che si tratti di un conto corrente, di prestiti o fidi. Con le banche che, addirittura, fino al 2014 sono riuscite a tartassare i clienti conteggiandogli gli interessi ogni tre mesi. Quattro anni fa, infatti, grazie a una norma infilata nella legge di Stabilità, si è fatta un po’ di chiarezza almeno su un punto: stabilire un limite oltre il quale ritenere gli interessi usurai. Ma le banche nei fatti hanno continuato ad applicare l’anatocismo anche dopo il 2014 accampando una scusa: era prevista una delibera attuativa del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (Cicr), che ha sede al ministero dell’Economia. Fino a quando nel 2016, grazie a un emendamento al decreto sulla Riforma del Credito Cooperativo, è arrivata l’ultima modifica alla norma che ha confermato il divieto di produrre altri interessi su interessi debitori maturati “salvo quelli di mora”, quelli applicati ai correntisti in rosso sui quali agisce l’anatocismo. Da allora le banche devono necessariamente adeguarsi al disposto del decreto n. 343 del 3 agosto 2016 del ministro dell’Economia che attua l’articolo 120 del Testo unico bancario che, a sua volta, contiene i principi direttivi per la disciplina dell’anatocismo bancario: al 31 dicembre di ogni anno conteggiare gli interessi passivi maturati su un prestito o un mutuo su base annua. Mentre il debitore ha due alternative: impegnarsi a corrispondere quegli interessi entro 60 giorni, oppure autorizzare l’addebito sul proprio conto corrente. In questo secondo caso gli interessi si aggiungeranno al capitale e scatterà appunto l’anatocismo: a partire dal primo marzo successivo (ovvero alla scadenza del termine massimo di 60 giorni), cominceranno poi a maturare gli interessi sugli interessi.

Tutto chiaro? Ovviamente no. Tant’è che nel novembre 2017, l’Antitrust ha inflitto 11 milioni di multa a Unicredit, Bnl e Intesa Sanpaolo, perché hanno messo in atto pratiche commerciali scorrette. Mentre il quadro normativo cambiava – ha spiegato l’Authority – il cliente con il conto in rosso veniva spinto ad accettare di trasformare il debito in capitale su cui calcolare gli interessi (e dunque nel tempo gli interessi sugli interessi) invece che saldare l’ammanco.

Insomma, due anni di “buco” durante i quali le banche hanno continuato a ad applicare gli interessi anatocistici, così come confermato anche dalla sentenza arrivata pochi giorni fa dal tribunale di Milano che ha accolto le domande del Movimento consumatori accertando che il mantenimento e l’uso – dal 1° gennaio 2014 e fino al 14 aprile 2016 – delle clausole di capitalizzazione inserite nelle condizioni generali di alcuni contratti di Banca Ubi e nelle condizioni generali di contratto del conto corrente della Banca Widiba (del gruppo Montepaschi) costituiscono un comportamento scorretto nei confronti dei consumatori. Il tribunale ha, quindi, inibito alle due banche di dar corso a qualsiasi ulteriore forma di capitalizzazione degli interessi passivi nei contratti a partire dal 1° gennaio 2014 fino al 14 aprile 2016 incluso. In altre parole, il tribunale ha riconosciuto il diritto dei clienti al ricalcolo del saldo di conto corrente, eliminando ogni addebito per gli interessi anatocistici pagati. Le due banche dovranno, quindi, comunicare ai correntisti di aver violato i loro diritti consentendogli di richiedere indietro i soldi. “Si tratta di una sentenza che – spiega Alessandro Mostaccio, segretario del Movimento consumatori – dimostra come tutto il sistema bancario italiano abbia deciso per oltre 2 anni di non rispettare le regole che vietavano l’anatocismo, incassando in poco più di 2 anni oltre 2 miliardi di euro che devono essere restituiti a famiglie e piccole imprese”.

Ieri il Belice, oggi le alluvioni: la Sicilia si rassegna a stare sempre in ginocchio

Sull’edizione veneta del Corriere della Sera, in prima pagina, a due settimane dal flagello del maltempo – con i boschi letteralmente strappati e frullati dal vento – c’era una doppia foto della località di Sospirolo, col prima e col dopo: “La montagna veneta è di nuovo in piedi”. Ieri e oggi, dunque: “Strade liberate dai tronchi, case ripulite dal fango, tonnellate di ghiaia portate via con le ruspe ma pure grazie al viavai delle carriole”. La foto di Luca Zaia, nelle pagine interne, è sorridente: “Siamo fatti così”, dice il Governatore regionale. E così il Veneto, racconta il giornale, “si è già rimesso in piedi, deciso a non farsi trovare impreparato per l’inizio della stagione invernale”. Su questo giornale oggi al Veneto è dedicata la storia di copertina, che racconta la fatica di chi si rimbocca le maniche.

Ho fatto visita al cimitero di Leonforte, in Sicilia, dove di fronte alla tomba di famiglia c’è quella di un mio cuginetto morto a otto anni, ucciso da un’alluvione più di vent’anni fa, dall’abitacolo della macchina dove viaggiava con mamma e papà risucchiato dall’acqua in un tratto di strada dell’entroterra facile a trasformarsi in torrente oggi come ieri, come sempre, tant’è che niente e nessuno – dal giorno di quella tragedia – ha saputo porvi rimedio perché lì, quando piove forte, tutto diventa melma e ogni cosa, fossero pure le anime, riaffiora molti chilometri dopo, dalle ondine del fiume Simeto.

Appena due settimane fa, poi, il fiume Milicia, straripando, trovando sul proprio letto una casa abusiva, ha fatto strame e strage di due famiglie. La catastrofe del maltempo, in Sicilia, ha contabilizzato dodici morti, ben più pesanti sulla bilancia della vita di un intero bosco, eppure non c’è verso di fare una doppia foto col prima e col dopo: “Strada immelmata”, recita la segnaletica e non si sente il cigolio delle carriole dei volontari – come è accaduto in Veneto – né tantomeno il ruggito delle ruspe se come ieri, come oggi e come mai domani, viaggiando, quel che resta della frana caduta nell’ottobre 2015 sull’Autostrada Catania-Messina – fino a cancellarne una corsia – ancora lì sta. E perfino degli alberelli – l’abbiamo amaramente costatato col casellante, all’uscita – vi sono cresciuti sopra.

“La Sicilia resta sempre in ginocchio”. Così potrebbero titolare i giornali. E il presidente della Regione, Nello Musumeci, come il suo collega, dovrebbe ripetere l’esatta frase –“siamo fatti così” – ma a capovolgerne il senso, giusto a stringersi nelle spalle, a supplicare il Cielo di darci finalmente la santa rabbia contro noi stessi se proprio nella città dello Stretto ancora ci sono, e ancora sono abitate, le baracche del terremoto del 1908.

Leggo le cronache venete perché mio compare Baldo Licata – sangue di Castelvetrano, residente a Padova – me le segnala. E mi dice: “Ancora non m’è passata la rabbia al ricordo del terremoto del Belice, arrivavano i camion con gli aiuti per i superstiti e già al bivio di Campobello, i soliti malacarne se li fottevano”.

Arriva la suocera di Natale. “Odio le feste con i suoi, non sopporto quella vecchia”

Cara Selvaggia, ho letto una lettera che hai ricevuto qui sul Fatto su una suocera assurda e visto che sta arrivando quel periodo dell’anno annunciato dai primi articoli tipo “I dieci regali più belli da fare a tua moglie a Natale” o “I dieci piatti che non devono mancare al cenone di Natale”, ho qualcosa da dire pure io. Il problema di quel periodo, che come avrai potuto intuire è il Natale, è che nessuno scrive mai una guida su “I dieci modi per tenere tua suocera lontana da casa tua a Natale”. Spinti dalla solita pappardella della famiglia unita e che bello scartare i regali tutti insieme e adesso lo zio Pino, dopo la terza bottiglia di moscato, inizia a cantare le canzoni natalizie insieme al nipotino che da un anno prende lezioni di chitarra classica, io e mia moglie vediamo ogni anno, in questo periodo dell’anno, affiorare le fragilità della nostra coppia per colpa di sua madre. Mia suocera non mi ha rivolto parola per più di due anni di fidanzamento con la sua adorata figliola, che evidentemente per lei meritava almeno un amministratore delegato e non un caporeparto con un forte accento bresciano. Ha cercato di sabotare il nostro amore dalla prima ora ed è solo merito dell’incredibile resilienza di mia moglie se, appunto, adesso è mia moglie. Ha disseminato il nostro fidanzamento (eravamo molto giovani) di divieti di uscita, di punizioni lunghe settimane ufficialmente per il suo scadente rendimento scolastico ma, in realtà, per impedirle di vedermi. Io ero innamorato pazzo di lei e, nonostante sapessi di essere ricambiato, ho temuto infinite volte di perderla. È sempre stata una donna molto attaccata alla famiglia e io non ero certo che, tra me e l’approvazione della madre, avrebbe scelto me. Ora abbiamo due bambini che sono la mia gioia e la mia vita ma, per una cicatrice profonda che non sono mai riuscito a far rimarginare, ogni volta che quella mefistofelica vecchia varca la soglia di casa mia sono assalito dall’angoscia pensando che, per colpa sua, tutto questo avrebbe potuto non esistere. Per carità, ostentiamo anche dei rapporti cordiali, ma la sua presenza, nel momento in cui tutta la (mia) famiglia è felice e riunita a celebrare se stessa, mi mette addosso un’antica tristezza, come se ancora temessi di veder sparire tutta la mia vita all’improvviso, con un tocco di bacchetta di quella strega in borghese. Cerco di parlarne ogni anno con mia moglie, ma lei pensa sia uno scherzo, una boutade, e quando intravede serietà dentro i miei occhi s’incazza da morire, un po’ perché pensa che io sia pazzo, un po’ perchè mi trova egoista e insensibile con la mia proposta di inventarmi qualche scusa per lasciare a casa sua madre. Io forse pazzo lo sono, ma la presenza di quella donna mi fa davvero stare male. Che ci posso fare?

Michele

La tua follia, caro Michele, è ben più di una semplice probabilità. Tuttavia, rivendico con te il diritto di passare le feste comandate con chi più ci aggrada. Purtroppo Ryan Gosling non ha mai confermato la sua presenza al pranzo del venticinque, negli ultimi vent’anni, ma io non dispero.

 

“Buonista non è un insulto e siamo fieri di esserlo”

Cara Selvaggia, apprezzo le tue battaglie di civiltà, che trovo più corretto chiamare battaglie di umanità, non in qualità di fan o di partigiano di questa o quella corrente politica, ma da cristiano nel vero senso della parola. So che potrebbe risultare strano in qualche caso, mi riferisco in particolare al supporto alla campagna per l’eutanasia libera che non condivido infatti pienamente, ma preferisco non soffermarmi sul dettaglio quanto sull’insieme. È evidente a tutti che il vero problema dell’atmosfera che la politica dominante ora sta cavalcando e promuovendo non sia tanto l’ignoranza o la presunta superiorità della razza italica, quanto la de-umanizzazione come valore positivo. Mi spiego meglio, prendendo d’esempio una parola che da qualche anno è sulla bocca di tutti: buonismo. La Treccani lo definisce come “ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza”. In pratica, sembrerebbe definire la condizione permanente di chi è buono, o si comporta da buono. Ma dal momento che, come sappiamo, viene usato praticamente solo come insulto, allora io mi domando com’è possibile che la bontà sia diventato un disvalore. Qualcosa di cui tacciare un avversario, a cui invece di dare dello stronzo diamo del “buono”. Qualcosa per cui esser fieri di essere cattivi, qualcosa che assolva chi lascia annegare bambini in mare, per cui possa dire di se stesso “fare questo mi rende cattivo? E allora sarò cattivo” e giù scroscianti applausi. La possibilità di discernere il giusto dallo sbagliato è ciò che ci rende umani. Ed è per questo che, da cristiano come da premessa, trovo necessario sovvertire questa logica non in favore di un’altra parte politica, ma semplicemente in favore del bene, del moralmente giusto, della virtù.

Sergio

Ciao Sergio, se io avessi fede, anche una qualunque fede, sarei d’accordo con te. E pensa, pure da agnostica, sono d’accordo con te.

Inviate le vostre lettere a:

il Fatto Quotidiano
00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
selvaggialucarelli @gmail.com