È il patriarcato: di giorno schifa le prostitute, di notte le cerca

Hanno salvato popoli, scritto vangeli, composto poesie, inventato mode, protetto le arti, consigliato potenti: poche categorie professionali possono vantare più meriti verso l’umanità delle puttane – sicuramente non i giornalisti, per i quali essere accostati alle sex workers dovrebbe essere un onore, non un’offesa. È molto più ingiusto che “puttana” sia usato come insulto, e se rivolto a una donna, sia l’Insulto per antonomasia. È la contraddizione ipocrita del patriarcato, che irreggimenta la sessualità femminile fra repressione (mogli e figlie) e sfruttamento (prostitute), per garantirsi sia prole legittima che sfogo alla libido: di giorno l’uomo disprezza la prostituta, di notte la cerca e la sogna. Per una mente laica, che rivendica per entrambi i generi il diritto di disporre di sé secondo la propria volontà, vendere prestazioni sessuali non dovrebbe essere più degradante che cucinare o esercitare la fisioterapia a pagamento.

Diventa riprovevole solo per chi, per mistica o ideologia, è convinto che il sesso fra esseri umani debba essere comunque finalizzato a un “fine superiore” (dimostrare amore, procreare, affermare o negare qualcosa) e per questo debba rimanere l’unica attività umana da svolgere sempre gratis. Economicamente assurdo, visto che, dalla notte dei tempi, è in assoluto quella più richiesta sul mercato, e le donne che sono riuscite ad esercitarla liberamente, con accortezza e stile, senza farsi sfruttare nei bordelli o schiavizzare dai papponi, se la sono passata (e se la passano) infinitamente meglio di tante mogli, per non parlare di operaie e lavoratrici “oneste”, sottopagate e vessate. In più, dicono le Scritture, le puttane hanno il pass per il Paradiso. Dove, peraltro, oggi arrivano prematuramente anche parecchi giornalisti, 65 uccisi sul lavoro solo lo scorso anno. Di politici, invece, lassù se ne sono sempre visti pochissimi.

Dobbiamo finirla di usare la parola “puttana” come insulto

Lo disse anni fa Daniele Luttazzi: “C’è una grande differenza tra una prostituta e certi giornalisti: ci sono cose che una prostituta non fa”. L’aforisma torna perfetto nei giorni delle polemiche tra (autodichiarata) stampa libera e vertici dei 5 Stelle, uno dei quali ha definito “puttane” i giornalisti, con conseguente ridda di dichiarazioni e contro-dichiarazioni al vetriolo. Ma se c’è qualcuno che dovrebbe scandalizzarsi sono soprattutto loro, le puttane. Chiamate in ballo ogni volta che c’è da screditare qualcuno nel modo più ingiurioso possibile perché “puttana”, ancora oggi, è sinonimo per antonomasia del “vendersi per denaro”. Peccato che ci sia una differenza abissale tra il mettersi al servizio di qualcuno per danneggiare altri e il fare sesso a pagamento: un atto di cui nessuno si scandalizza più, infatti, ma che le leggi considerano ancora riprovevole, se è vero che non può esserci una prostituzione tranquillamente legalizzata e, quindi, anche più sicura.

Non è retorica: prostitute ed escort impediscono che la violenza deflagri. Tengono bassi i livelli di stress di milioni di uomini, spesso prendendosi cura di loro, emotivamente oltre che fisicamente. Fanno sì che i loro fluidi si scarichino, abbassando la soglia della rabbia (e quindi facendo un favore ai politici e alla casta). Eppure, ironia della sorte, mentre le puttane metaforiche sono visibili, le vere puttane non esistono. Nessuno parla di loro, neanche quando vengono uccise, fatte a pezzi, soffocate: non hanno diritto a una pagina sui giornali, come le donne uccise dai mariti e dai compagni. Loro, che lungi dal traviare i nostri uomini sono quelle che – forse – i nostri uomini li rendono persino meno peggiori. E allora sarebbe forse ora di smettere di usare il termine “puttana” per insultare. Politici e giornalisti, per favore, troviamone uno migliore.

Il calcio va in malora. Per fortuna c’è Kanté

Premio “N’Golo Kanté”. Se fossimo nei panni di chi regge il Grande Circo del pallone, viste come vanno le cose nel loro sempre più scostumato carrozzone istituiremmo questo trofeo: per tornare a un calcio pulito, normale e a misura d’uomo. Per chi non lo sapesse: 27 anni, centrocampista, francese di origini maliane, N’Golo Kanté è un titolare e un punto di forza del Chelsea di Maurizio Sarri. Nel 2016 fu uno degli artefici del leggendario titolo conquistato in Inghilterra dal Leicester allenato da Claudio Ranieri: un po’ come se in Italia a vincere il campionato fosse oggi la Spal. Ancora: Kanté è un campione del mondo in carica. Con la Francia ha conquistato il mondiale in Russia e dopo la finale con la Croazia si parlò di lui perchè per timidezza non aveva nemmeno osato avvicinarsi alla coppa. Era stato Nzonzi, un suo compagno, ad accorgersene: ed era andato da lui, gliel’aveva messa in mano e aveva invitato i fotografi ad immortalare anche Kanté, titolare inamovibile in tutte e 7 le partite giocate dai blues.

Ebbene: nell’indifferenza dei più, è successo che nei giorni scorsi il nome di N’Golo Kanté sia finito nel verminaio delle rivelazioni di “Football Leaks”, ma sapete in che modo? Come unico esempio di comportamento virtuoso. Quando il Chelsea, nell’estate del 2016, lo acquistò dal Leicester per 36 milioni gli propose infatti una parte di emolumenti con pagamenti off-shore all’Isola di Jersey. “No grazie, a me basta uno stipendio normale”, aveva risposto N’Golo, primo di sette fratelli, una laurea in Contabilità di bilancio conseguita all’Università di Parigi.

Al club di Roman Abramovich questa risposta parve strana, e così insistette: fino a che il fiscalista di Kantè non si trovò costretto a inviare al club una mail (resa pubblica, per l’appunto, da “Football Leaks”) in cui diceva: “Vi prego di non insistere, il mio assistito è inflessibile, come già ha avuto modo di dirvi si accontenta di uno stipendio normale”. Insomma: Kanté-Paradisi Fiscali 1-0 e palla al centro.

Nell’ultima ondata delle rivelazioni sul calcio senza etica e sui club che “educano” al malaffare, nell’occhio del ciclone sono finiti soprattutto due club: il Psg e il Manchester City degli sceicchi che tutto comprano e tutti corrompono. Perché ormai le cose vanno così; a Parigi, dove un anno fa la proprietà propose a Cavani di lasciar tirare punizioni e rigori a Neymar, che aveva messo il broncio, in cambio di 1 milione di euro (va detto che Cavani, da uomo vero, rifiutò), c’è un club che coi soldi pensa di poter far tutto. A Neymar, acquistato due estati fa dal Barcellona per 222 milioni, con 10,7 milioni riconosciuti al padre solo per averne l’assenso, viene riconosciuto un bonus di 375mila euro per andare sotto la curva a salutare i tifosi a fine partita; a Thiago Silva, il difensore ex Milan, lo sceicco dà 500mila euro extra perchè non critichi mai gli allenatori; e il non ancora ventenne Mbappè si ritrova 30mila euro di bonus per pagarsi un autista.

Tutto questo mentre a Torino c’è ancora il papà di Moise Kean, la ventenne promessa della Juventus, che piange perchè la Juve non è stata ai patti: ha dato al figlio l’ingaggio promesso (700mila euro) ma non i due trattori agricoli promessi a lui per tornare in Costa d’Avorio a coltivare riso e mais nel suo fazzoletto di terra. N’Golo, salvaci tu!

La destra clericale contro i massoni (ma dimentica gli amici della P2)

Idivorziati, gli omosessuali, i migranti e, toh, adesso anche i massoni. S’allunga l’elenco delle accuse che la lobby clericale di destra rivolge duramente a Francesco, pontefice regnante. L’ultimo papiello, vergato sul Giornale berlusconiano da una firma del network anti-Bergoglio, riguarda appunto le aperture della Chiesa alla massoneria. In pratica, si tratta di un paio di dibattiti, qua e là per l’Italia, tra vescovi locali e Stefano Bisi (nella foto), il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (Goi), la maggiore obbedienza massonica del Paese.

Per i tradizionalisti schiacciati sulla Dottrina, da tre secoli a questa parte, da quando cioè la moderna massoneria speculativa fondò nel 1717 la Gran Loggia di Londra, “la Chiesa ha sempre ravvisato il carattere satanico del progetto massonico e quindi la sua pericolosità per i fedeli cattolici”. Di qui “la scomunica automatica per chi aderisce a una loggia” tuttora vigente per i cattolici.

A colpire è soprattutto il tono complottista dell’invettiva e che tratteggia un papa filomassone a partire dal 2016, quando sul Sole 24 Ore apparve un appello dialogante del cardinale Gianfranco Ravasi, che si soffermò sui punti di contatto tra massoneria e Chiesa. Com’era prevedibile, sul sito del Goi, è uscita la replica del Gran Maestro Bisi che tuttavia fa un’interessante rivendicazione sul nuovo clima di “caccia ai massoni”. “Fa specie – scrive il Gran Maestro – che in questo difficile momento (…) gli attacchi alla Massoneria non giungano più da Oltretevere (al netto delle turbe delle comunità cattoliche più oltranziste, ovviamente, ndr) ma dalla politica”. In ogni caso, Bisi, nella sua risposta ignora del tutto le accuse sul “progetto satanico”. Resta quindi il dubbio sulla massoneria diabolica.

Sullo sfondo però della diatriba si staglia un interrogativo irrisolto da tre anni, quando la resistenza tradizionalista iniziò la sua guerra, con ogni mezzo, a Francesco. Questo: il legame tra ex piduisti, nobiltà nera romana (la cattomassoneria) e gli ambienti cattolici più ostili a Bergoglio. Vuoi vedere che i clericali distinguono una massoneria buona da un’altra cattiva?

Il reddito è unico, ma i poveri sono molto diversi tra loro

Il reddito di cittadinanza promesso dai Cinque Stelle prevede l’erogazione di un contributo massimo mensile di 780 euro a integrazione del reddito di ciascun individuo che possiede i requisiti per riceverlo. L’utilizzo di un importo unico di riferimento per l’assegno di cittadinanza, sebbene abbia il pregio della semplicità, non risponde alle diverse esigenze delle persone e delle famiglie, creando disparità tra i beneficiari. Se si tratta di un nucleo familiare formato da più persone l’ammontare dell’assegno integrativo tiene conto delle economie di scala. In caso di possesso dell’abitazione (o di uso della casa a titolo gratuito) il contributo dovrebbe scendere a 500 euro.

L’obiettivo dichiarato è eliminare la povertà assoluta, che nel 2017 – secondo l’Istat – ha raggiunto il record di 5,058 milioni di persone, con una maggiore incidenza tra gli stranieri. Secondo la definizione statistica, un individuo si trova in condizione di povertà assoluta se l’ammontare della spesa per consumi è insufficiente ad acquistare un paniere di beni e servizi essenziali per la sopravvivenza. La soglia di povertà non è uguale per tutti, ma dipende dalla composizione del nucleo familiare, dall’età, dalla regione (Nord, Centro, Mezzogiorno) e tipologia di Comune (Area metropolitana, Comuni con più di 50 mila abitanti; piccoli Comuni) in cui si risiede. A seconda delle proprie caratteristiche, ognuno ha il suo livello minimo di spesa per consumi, al di sotto della quale è povero. Non tutti i poveri sono poi uguali, perché è ben differente la condizione di chi non possiede nulla rispetto a quella di coloro che hanno qualche mezzo di sostentamento, seppure insufficiente.

Per un adulto tra 18 e 59 anni che vive da solo, la soglia di povertà varia tra 827 euro se risiede in una città metropolitana del Nord e 561 euro se abita in un piccolo centro del sud. Per il primo il reddito di cittadinanza non sarà risolutivo della condizione di povertà, mentre il secondo potrà disporre di quasi il 40% in più del minimo vitale.

Un anziano che supera i 75 anni, a parità di luogo di residenza, ha una soglia di povertà di circa il 10% inferiore rispetto a un adulto in età attiva. In molti casi, più che di un’integrazione al reddito, in tarda età è meglio avere servizi sanitari o assistenziali adeguati.

La quota di reddito di cittadinanza destinata all’affitto dell’abitazione (280 euro) è il 36% del totale e spetta solo in caso di effettivo pagamento, con la conseguenza positiva che una parte del mercato in nero dovrebbe emergere. Secondo i calcoli della povertà assoluta, nel 2005 il canone di locazione di un immobile assorbiva mediamente il 45% del reddito per chi vive da solo (50% nelle aree metropolitane del nord o del centro), ma scendeva al 25% per le famiglie più numerose di 5 componenti. Anche in questo caso una quota fissa può essere insufficiente per alcuni ed esagerata per altri.

Il reddito di cittadinanza rappresenta implicitamente un salario minimo, al di sotto del quale nessuno trova conveniente accettare una proposta di lavoro, rimanendo imprigionato nella “trappola della povertà”. É bene, quindi, ponderare le scelte per evitare una caduta della domanda dovuta ad aumenti insostenibili del costo del lavoro, che potrebbero trasformarsi in una spirale verso l’alto se, nel tempo, la rivalutazione dell’assegno di cittadinanza dipende dalla variazione delle retribuzioni.

Anche sotto il profilo dell’equità fiscale, occorre armonizzare la no tax area per garantire lo stesso trattamento a chi lavora o percepisce una pensione, rispetto a chi riceve l’assegno di cittadinanza. Ciò potrebbe generare un extra costo di rilevante entità conseguente all’introduzione del sostegno al reddito.

Un ruolo decisivo nel calibrare la misura potrebbe averlo l’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) che ha il pregio di considerare non solo le diverse tipologie di reddito ricevuto da ciascun individuo del nucleo familiare, ma anche la situazione patrimoniale mobiliare e immobiliare, consentendo di escludere dal beneficio del reddito di cittadinanza coloro che dispongono di rendite sufficienti. Nella proposta di legge depositata nel 2013 dai Cinque Stelle e mai discussa nei dettagli, in quanto ha prevalso la strada del reddito di inclusione (Rei), la certificazione Isee andava presentata, ma non era specificato se svolgesse solo il ruolo di requisito per l’accesso al beneficio o ne determinasse anche l’importo. Deve essere chiaro, però, che se per stabilire il valore di 780 euro mensili (pari a 9.360 annui) si è preso a riferimento l’indicatore ufficiale di povertà relativa dell’Ue del 2013 (6/10 del reddito mediano equivalente familiare) non si può considerare lo stesso valore per l’Isee, trattandosi di due cose decisamente diverse, come pure altra cosa ancora è la povertà assoluta. Anche la scala di equivalenza è differente, con l’Isee che, rispetto alla scala Ocse, favorisce i nuclei familiari in cui ci sono minorenni, determinando però, qualora fosse adottata, un maggiore esborso.

Sono tanti gli aspetti tra loro connessi da valutare con attenzione e che saranno decisivi per il successo della misura di sostegno al reddito che vedrà la luce nel 2019.

“Dopo la tempesta perfetta, la creatività è l’unica soluzione”

Alexis Galinos è il ceo dell’Agenzia per lo Sviluppo e il turismo di Atene (“This is Athens”), ha fatto da collante per il Comune ai progetti che si sono aggiudicati il premio europeo: “L’innovazione era necessaria per sopravvivere”.

Alcuni progetti hanno come obiettivo il recupero di edifici, piazze, luoghi pubblici abbandonati in primo luogo dal Comune. Non ci sarebbe un altro modo per farlo?

Ciò che ripetiamo è che negli ultimi anni Atene è rimasta intrappolata in una “tempesta perfetta”. La crisi che l’ha colpita ancora è evidente nell’abbandono di alcuni angoli della città. Ma nonostante tutto è rimasta in piedi. In questo contesto l’innovazione era necessaria per sopravvivere. Questo è quello che abbiamo cercato di fare anche attraverso “This is Athens” l’agenzia che unisce i brand della città, incentivato la collaborazione dal basso di cittadini, artisti e professionisti a incontrarsi, a immaginare la loro città e a proporre e attuare interventi in quartieri, strade o edifici. Stiamo ridando vita a due nuovi luoghi del centro, Piazza Theatrou e Merchants Arcade, dando ai professionisti la possibilità tornare ai luoghi rimasti deserti ospitando i loro progetti nei negozi vuoti per sei-otto mesi.

La Grecia è un’importante meta turistica. Il turismo è stato danneggiato dallo stato di abbandono di alcuni luoghi della città?

Questo è stato un buon anno per Atene con l’aumento del numero dei turisti. Torna in pista e questo premio la mette di nuovo sotto i riflettori. Questo non significa che non siamo a conoscenza dei deficit specifici della città. Tuttavia, abbiamo progettato un piano triennale che include una serie di progetti di ampio respiro per lo sviluppo, la gestione e la pubblicizzazione di Atene come meta turistica. Si va dalla riqualificazione urbana all’apertura di negozi chiusi nel centro per stimolare l’imprenditorialità locale. Il piano non è solo municipale, ma è sostenuto da “This is Athens & Partners”, una partnership unica tra pubblico e privato che mette insieme il comune, la Confederazione greca del turismo, Aegean Airlines, l’aeroporto di Atene Ioniki, Lampsa Hellenic Hotels e Lamda Development. L’obiettivo è rendere la capitale meta attraente per visitatori, residenti, professionisti e investitori.

Cosa significa per gli ateniesi lavorare insieme al Comune su questi progetti?

Ci siamo resi conto che è solo attraverso le sinergie e soprattutto collaborando con i residenti possiamo ottenere uno sviluppo sostenibile per la città. Ci sono certamente difficoltà che un cittadino affronta lavorando con il Comune, ma c’è sicuramente un sentimento di orgoglio nel contribuire a qualcosa che ritorna alla città, ai visitatori e ai residenti. Ecco perché stiamo anche per avviare il programma “This is my Athens”, una gruppo di volontari esperti che amano mostrare la propria città e condividere le proprie intuizioni con viaggiatori appassionati, attraverso una passeggiata personalizzata.

Atene, il difficile riscatto dell’Avana d’Europa

“Fare di più con meno”. Un motto che evoca austerità, difficoltà economiche, crisi dei rifugiati. Eppure l’eco di questo slogan nel centro multifunzionale Serafeio, appena recuperato dallo sforzo collettivo, davanti a centinaia di cittadini orgogliosi, dà il via alla festa. Ad Atene sono passati solo pochi mesi da un’altra buona notizia: la fine degli aiuti della Troika, e qui si festeggia la medaglia di Città europea per l’Innovazione 2018. A vincere il bando europeo guadagnandosi un assegno da un milione di euro non sono state né Aarhus (Danimarca), né Leuven (Belgio), né Toulouse (Francia) né Umeå (Svezia) né tantomeno le altre 26 città candidate e fiore all’occhiello dell’Unione.

Con quasi cinque milioni di abitanti nell’area metropolitana – il 50% del totale degli abitanti dell’intero Paese, 5 milioni di turisti nel 2017, le ferite della crisi lunga sette anni ancora aperte come le finestre delle decine di palazzi fatiscenti dal centro alla periferia – Atene ha realizzato “più con meno” e ha vinto. “È l’esempio di come una città che sta affrontando molte sfide può ottenere grandi risultati: attraverso l’innovazione Atene ha trovato un nuovo modo di ribaltare la crisi economica e sociale. È la prova che non sono le difficoltà ma come ci si riesce a rialzare è ciò che conta”, ha commentato il commissario per la ricerca dell’Ue, Carlos Moedas.

Come dire ciò che l’Europa ti chiede, l’Europa, in parte, ti restituisce. Perché se a leggere su carta i quattro progetti del dossier della capitale greca potrebbe sembrare che non hanno niente di speciale, per una città in cui la Caritas serve 500 pasti al giorno e non si vede una gru in tutto il tessuto urbano, a vederne qualche assaggio dal vivo sembrano l’unico modo di far rinascere una città stremata dalla crisi economica e sociale. A partire dal progetto Polis² che ha come obiettivo quello di rivitalizzare edifici abbandonati fornendo piccole sovvenzioni a residenti, piccole imprese, comunità creative e altri gruppi della società civile per riportare la vita negli angoli di Atene ormai completamente abbandonati. Angoli del centro cittadino in cui sono cresciute intere generazioni e che da dieci anni non vengono neanche più calpestati. Svuotati interi edifici, chiuso un negozio su tre e rimaste senza vita le strutture pubbliche.

Almeno finché il secondo dei progetti vincenti non si è riproposto di restrutturare il mercato pubblico di Kypseli, il quartiere in cui viveva il premier Tsipras prima di trasferirsi nella residenza di Mègaro Maxìmou. L’antico mercato si trova in un edificio storico anch’esso abbandonato. Grazie al progetto di recupero ora ospita un negozio di commercio solidale, mostre, workshop, spettacoli teatrali e altre iniziative cittadine. Serafeio, un popolare parco giochi sede di iniziative come Athens Digital Lab, Open Schools o Athens Culture Net, invece, vedrà la costruzione di un nuovo spazio per eventi. E proprio degli spazi si occupa il progetto di Curing the Limbo, offrendo a rifugiati e migranti la possibilità di connettersi con altri residenti per apprendere la lingua, sviluppare nuove competenze, trovare opportunità di lavoro e impegnarsi in una cittadinanza attiva. O il Digital Council, in cui la città ha riunito aziende e istituti scolastici per offrire corsi di formazione su alfabetizzazione digitale e tecnologia civica e promuovere innovazioni sostenibili. “Atene ha dimostrato che l’innovazione non è solo per le città potenti, ben equipaggiate e prospere, è per tutti – è la riflessione del sindaco di Atene, Georgios Kaminis – So che Atene non è una città intelligente. Ma è una città saggia”. “This is Athens”.

Daphne Caruana Galizia: “Identificati due o più mandanti dell’omicidio”

Malta sarebbe a una svolta nelle indagini sull’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa il 16 ottobre del 2017. Secondo quanto rivelato al Sunday Times di Malta, infatti, gli investigatori avrebbero identificato “più di due” mandanti del commando che fece esplodere l’autobomba.

Ciò che non è stato reso noto sono i nomi dei sospettati, né la loro provenienza politica o criminale. In carcere finora, infatti, sono finite tre persone, ritenute però da sempre gli esecutori materiali dell’omicidio, delle cui menti non si avevano notizie.

La famiglia di Daphne Caruana Galizia, dal canto suo fa sapere di non essere stata formalmente informata dalla polizia dell’identificazione di coloro che avrebbero deciso di uccidere la giornalista. Mentre altre fonti sospettano che si tratti solo di un’operazione mediatica del governo per dimostrare il suo impegno concreto nella risoluzione del caso che ha avuto tanta risonanza a livello internazionale.

Stando al quotidiano maltese, invece, gli inquirenti avrebbero ricostruito la trama che ha portato due o più individui, per ragioni diverse, a volere la morte della reporter. E i chiarimenti sulle indagini potrebbero arrivare a breve, stando a quanto scrive il Times di Malta secondo cui le indagini sarebbero ad “uno stadio molto avanzato”. Gli investigatori hanno spiegato di essere in costante contatto con Europol, ma che nelle ultime settimane i contatti si sono intensificati in modo significativo. “Abbiamo una grande quantità di dati che richiedono analisi e partner come l’Europol hanno l’esperienza e la competenza necessarie a contribuire a queste operazioni”, spiega una fonte.

Daphne Caruana Galizia era una giornalista di inchiesta e prima di essere uccisa si era occupata di diversi temi delicati, tra cui il traffico di petrolio e il riciclaggio di denaro. Le sue inchieste avrebbero coinvolto anche membri del governo e il crimine organizzato. Dal suo blog aveva lanciato più volte attacchi a diverse personalità della politica del suo paese. Finché non è stata messa a tacere da una bomba che ha fatto saltare in aria la sua auto a pochi metri dalla sua casa di Bidnija. In carcere per l’omicidio sono finiti i fratelli Alfred e George Degiorgio e Vincent Muscat, dichiaratisi innocenti e in attesa di processo. A mantenere viva l’attenzione sul caso è la famiglia della reporter che – come nel caso del figlio Matthew – è arrivata a denunciare quello che definisce il “sistema di impunità” che protegge i mandanti “potenti” dell’omicidio.

“Ho suonato alla Carnegie Hall ma non lascio questi boschi”

“Io mi sento a casa ovunque. Ma ho deciso di restare qui, sui monti di Falcade, perché è la mia casa. Ed è bello dare un contributo, aiutare il proprio paese con quello che si sa fare”.

Silvia Tessari, lei a 34 anni di cose ne sa fare parecchie. Tanto per cominciare è pianista di livello internazionale.

Ho cominciato a suonare a sei anni, qui nel mio paese. Non abbiamo un conservatorio, ma sono riuscita a prendere il diploma a Padova. Poi ho studiato a Roma, a Santa Cecilia.

Dalla sua camera con il piano e la vista sulle montagne fino alla Carnegie Hall di New York. Che effetto le ha fatto?

La prima volta è stato strano… vedere dal vero quello che hai immaginato e sognato. E poi non dimenticherò quell’impressione di entrare dalla porta degli artisti, di affacciarmi sul palco e di trovarmi davanti centinaia di newyorkesi.

Si ricorda che cosa ha suonato al suo debutto a New York?

Sì, i miei due autori preferiti: Schubert e Stravinskij.

Lei ha suonato in mezzo mondo. Ma se le offrissero di lasciare le sue Dolomiti?

Per me restare qui non è una condanna, ma una scelta. E un desiderio. Quando seguo la strada che dalla pianura arriva ad Agordo, con tutte quelle curve, mi sento sulla strada di casa. Nel mio posto. Ma non ho la sensazione di essere isolata. Oggi il mondo è raggiungibile, magari con un po’ più di fatica, ma ce la facciamo. E siamo sempre collegati con gli amici e i colleghi: io ogni giorno sento musicisti di altri paesi, mi scambio mail. Ieri ho ricevuto degli spartiti da Taiwan.

Dica la verità, se le offrissero…

No, io voglio restare.

Che cosa la lega a questi posti?

Il senso della comunità. E quello della cultura. Qui c’è un grande rispetto. Non solo: ci sono molti fermenti… prendete il mondo dell’affresco con artisti come Dunio Piccolin. Oppure la scultura di Augusto e Franco Murer. No, restare qui non è affatto una rinuncia. Adesso organizziamo un concorso internazionale di composizione, poi ci sono corsi di lirica. Certo, bisogna puntare sulla qualità, non sulla quantità, sennò con le grandi città hai perso in partenza.

Concertista, ma non solo…

Insegno anche musica greca e latina al Conservatorio di Padova.

E non basta ancora…

Sono professoressa di lettere alle scuole medie di Canale d’Agordo, un paese vicino al mio.

Dalla Carnegie Hall all’aula delle scuole.

Per fortuna sono tre cose che impegnano tre aree diverse della mente.

C’è un filo conduttore: i linguaggi per comunicare, dalla musica alla lingua.

Anche se qui si parla tanto dialetto. Io come insegnante di lettere un po’ devo “combatterlo”. però anche lo amo. E poi il nostro dialetto è ricchissimo con parole efficacissime. A volte per la didattica sono utili. Prenda per esempio pitole per dire pigne oppure paciuc che vuol dire pacciugo, roba di poco conto. Ecco, noi a Canale siamo una scuola plurilingue, c’è una professoressa che insegna geografia in inglese e un’altra collega che fa lezione di storia locale in dialetto.

Locale e globale?

Per me identità non vuol dire tracciare un confine tra noi e gli altri, ma dire qualcosa in più. L’ho imparato vivendo qui, nella mia comunità.

“Servono subito soldi per frane e torrenti”

Gli alberi si sono spezzati, gli uomini no. Giacomo racconta che quella sera – era il 29 ottobre – “mia sorella mi ha chiuso nello sgabuzzino per salvarmi la vita, perché c’era un vento così forte che tremava proprio la casa, anzi, la terra”. E all’inizio sentivi gli alberi che frusciavano, poi hanno cominciato a piegarsi. Alla fine sembravano crepitare. Schiantati. Giacomo, 5 anni, l’ha vissuta così, chiuso nello stanzino buio perché era mancata la luce, “mentre fuori sentivo il vento che strappava via le finestre”, papà e la mamma che cercavano di mettere in salvo la casa. E il vento a 210 all’ora lanciava tronchi pesanti tonnellate.

La mattina dopo la casa aveva perso tetto e finestre. E quando Giacomo si è affacciato alla porta non ha riconosciuto più il suo mondo. La piazza di Colle Santa Lucia – uno dei paesi più belli delle Alpi, con la chiesa sulla punta del crinale come la prua di una nave tra i monti Pelmo e Civetta – era invasa di alberi e pezzi di case.

Bastava guardare le montagne per seguire il percorso folle della tempesta. Una frazione devastata e quella accanto miracolosamente risparmiata. La mano del vento aveva spezzato come stuzzicadenti migliaia di alberi, lasciando intatta l’altra metà del bosco.

È stato un attimo: bisognava decidere se arrendersi oppure ricominciare. Giacomo e il papà Oscar, che ha un albergo, hanno preso in mano il martello e hanno cominciato a lavorare. Insieme con tutta la gente di Colle. Da Selva di Cadore a Rocca Pietore sentivi un continuo martellare, un urlare di motoseghe. “Hanno lavorato tutti: decine di vigili del fuoco volontari, gente comune, anziani, perfino i bambini”, racconta Silvia Cestaro, sindaca di Selva, dove più del vento ha colpito la pioggia, un’alluvione che ha spazzato via argini e briglie, allagato piane alluvionali che conservavano preziosissimi biotopi. Ma dopo due settimane tutte le strade sono riaperte. Da Agordo alla Marmolada le abitazioni rimaste isolate si contano sulle dita di una mano. Tra i pochi sfollati c’è lui, Giovanni Deon, sindaco di Rivamonte Agordino: “La mia casa è stata sfiorata da alberi e frane. Da quella sera dormo qui”, e indica le stanze del municipio. Certo, non devi guardarti intorno perché fa male: tra Veneto, Trentino e Friuli, secondo Coldiretti, sono caduti 14 milioni di alberi. Camminando tra Alleghe a Caprile vedi case e paesi comparsi dal nulla: “Ma dov’erano prima?”. Semplicemente nascosti dai boschi che non ci sono più. Nell’aria ovunque senti un odore di resina quasi inebriante. E gli alberi qui sono tutto: sono il colore verde che la gente ha dentro gli occhi ogni giorno, il profumo e il rumore che accompagna la vita e soltanto adesso ci fai caso. Ma sono anche l’oro dei monti, quasi come il turismo, perché con il legno ci fai le case e poi lo vendi e ci campi (i comuni come Canale d’Agordo tengono in piedi le casse vendendo 70-80mila euro di legname l’anno). “E adesso è un bel guaio perché il prezzo crollerà e bisognerà recuperare tutta la legna entro la primavera, sennò marcirà”, racconta Flavio Colcergnan, sindaco di Canale, il paese di papa Luciani. “Però sono stati fatti tanti errori – prosegue Colcergnan – perché negli anni ’60 si davano incentivi a chi abbandonava i lavori della montagna. Così i pascoli sono stati mangiati dai boschi”. Gli abeti rossi, prime vittime del vento.

Gli alberi, che per la gente di qui – con i cerchi all’interno dei tronchi – raccontano la storia più dei libri: “Vedi, qui sei nato tu”, dice Attilio Del Favero indicando un cerchio su un abete spezzato, “e qui sono nato io… qui i nonni”.

“Mi raccomando, scrivete che abbiamo rimesso a posto i nostri paesi”, ti chiede Oscar, il suo albergo è già quasi pronto per l’inverno.

Grande distruzione o rinascita? La tragedia ha due facce. Gli alberi si sono spezzati, ma la gente delle Dolomiti no, anzi, ha capito di essere ancora comunità. “Strano, ma ci ha aiutato restare giorni senza telefoni. Ci siamo di nuovo ritrovati per incontrarci e parlare”, racconta Cestaro. Così nelle piazze senti di nuovo voci, quel dialetto che sopravvive nei discorsi e nei pensieri.

“Prima abbiamo avuto un grande incendio, poi l’alluvione e il vento. O questo disastro ci dà il colpo di grazia oppure sarà la scintilla per ridare vita alle nostre montagne”, è la domanda di Francesca Case, giovane ingegnere che dopo essere emigrata e aver collaborato al progetto degli stadi per le Olimpiadi del Brasile, è tornata a lavorare in uno studio di Agordo. Proprio così, si decide adesso. E le piccole storie diventano simboli, come quella di Max, nato nelle ore del disastro: “Pioveva, non la smetteva più, e mia moglie sentiva dolore. Abbiamo cominciato a correre a valle, verso Belluno, subito dopo che siamo passati hanno chiuso la strada”, racconta Pavel Milfait che con la moglie Blanka è arrivato da Praga. Gestiscono il campeggio La Marmolada e preparano marmellate che finiscono sulla tavola della Regina d’Inghilterra. “A un certo punto l’ambulanza si è fermata in mezzo alla strada. Io la seguivo e non capivo. Finché l’infermiere è sceso e mi ha detto: complimenti, lei è papà”. Max è figlio di quel disastro.

Così guardi intorno e non vedi solo distruzione. Alle sei di mattina nell’albergo di Canale il salone è già affollato. Decine di operai si preparano per ripulire boschi e strade, aggiustare acquedotti e linee elettriche. Ecco entrare John Della Pietra, dipendente del comune, che legge una poesia scritta per i soccorritori. All’improvviso li vedi tutti con le lacrime. “Non ci siamo sentiti soli, abbiamo visto tutto il Veneto e l’Italia a fianco a noi”, raccontano a Canale.

Ma la vera battaglia comincia adesso: “Perché appena la neve se ne andrà, dovremo rimettere a posto i torrenti, lavorare sulle frane. E ci vorranno milioni. Noi i progetti li abbiamo già pronti, ma i soldi?”, si chiede Cestaro. È lo stesso timore di Andrea De Bernardin, sindaco di Rocca Pietore, il comune più colpito: i torrenti esplosi, con le dighe spazzate via come Lego. E i monti scorticati dal vento: “Speriamo che passata l’emergenza, spenti i riflettori, non si dimentichino di noi”.

Bisognerà recuperare boschi e sentieri. Nell’agordino sono 590 chilometri, come da Belluno a Roma. Ma poi sui sentieri ci devi camminare.

Ecco, le Dolomiti bellunesi hanno un nemico più duro di vento e alluvioni: lo spopolamento. Basta camminare nella frazione di Andrich: in serata una sola finestra è accesa. Per strada incontri branchi di cervi. In otto anni la provincia di Belluno ha perso 10mila abitanti (mentre le vicine Trento e Bolzano aumentano del 2%). Hanno chiuso 600 negozi, 20 uffici postali, poi banche e parrocchie. E in oltre 20 scuole sono tornate le pluriclassi. Per non dire della sanità: l’ospedale di Agordo lotta da anni contro la chiusura, nonostante eccellenze come ortopedia. Che dire poi dei medici di famiglia (in 22 se ne sono andati): “Facciamo bandi, ma non c’è nessuno che voglia venire fin quassu”, racconta Matteo Lorenzini, assessore di Selva, poi si volta e guarda il monte Pelmo, quello che qui viene chiamato il “trono degli dei”: “E pensare che qui si vive benissimo”. Proprio così, il lavoro ci sarebbe, eccome, ma non si trovava chi facesse il ragioniere in Comune, non si trova a volte chi lavori in alberghi e ristoranti. Belluno è al terzo posto in Italia per qualità della vita. Agordo ha il reddito medio – 23.130 euro – più alto del Veneto, grazie a Luxottica. Ma questa terra si spopola. “I miei figli a quattordici anni sono andati a Treviso per studiare”, conclude Cestaro.

Roger De Menech, parlamentare Pd, si è sempre battuto contro lo spopolamento. Per primo ha avuto l’idea delle Olimpiadi. Ma lui aveva pensato a una candidatura che unisse le Dolomiti (Belluno, Trento e Bolzano): “Si poteva fare, a impatto zero, senza cemento e impianti nuovi. E avrebbe unito la gente, quella che parla italiano, ladino o tedesco”. Poi invece la politica ha scelto altro, quella strana alleanza tra Cortina e Milano che oggi pare tra le favorite. Così arriveranno opere, miliardi. Ma chissà se si riusciranno a coinvolgere tutte le Dolomiti; se quella pioggia di miliardi finirà un poco anche qui per combattere lo spopolamento o se resteranno soltanto le alluvioni.

E pensare che mai come ai giorni nostri tanti lavori sono possibili anche qui, a mille metri tra i monti. Così Francesca Case è tornata qui per fare l’ingegnere. Poi c’è l’esperienza di Enrico Micheli che arrivò da Milano a La Valle per avviare un centro di eccellenza contro l’autismo. Un’esperienza che, dopo la sua morte, prosegue con la moglie Cesarina Xaiz.

“Ma non scrivete che ci siamo arresi”, ti raccomanda Oscar mentre ti saluta. E mentre percorri i tornanti che ti riportano a valle noti centinaia di uccelli che volano come impazziti. Senza direzione. In tutto questo macello chi ci pensava a loro? Come diceva il poeta francese Jules Supervielle: “Nella foresta senza ore si abbatte un grande albero… Cercate, cercate uccelli dove stavano i vostri nidi in questo alto ricordo, finché sussurra ancora”.