Gli alberi si sono spezzati, gli uomini no. Giacomo racconta che quella sera – era il 29 ottobre – “mia sorella mi ha chiuso nello sgabuzzino per salvarmi la vita, perché c’era un vento così forte che tremava proprio la casa, anzi, la terra”. E all’inizio sentivi gli alberi che frusciavano, poi hanno cominciato a piegarsi. Alla fine sembravano crepitare. Schiantati. Giacomo, 5 anni, l’ha vissuta così, chiuso nello stanzino buio perché era mancata la luce, “mentre fuori sentivo il vento che strappava via le finestre”, papà e la mamma che cercavano di mettere in salvo la casa. E il vento a 210 all’ora lanciava tronchi pesanti tonnellate.
La mattina dopo la casa aveva perso tetto e finestre. E quando Giacomo si è affacciato alla porta non ha riconosciuto più il suo mondo. La piazza di Colle Santa Lucia – uno dei paesi più belli delle Alpi, con la chiesa sulla punta del crinale come la prua di una nave tra i monti Pelmo e Civetta – era invasa di alberi e pezzi di case.
Bastava guardare le montagne per seguire il percorso folle della tempesta. Una frazione devastata e quella accanto miracolosamente risparmiata. La mano del vento aveva spezzato come stuzzicadenti migliaia di alberi, lasciando intatta l’altra metà del bosco.
È stato un attimo: bisognava decidere se arrendersi oppure ricominciare. Giacomo e il papà Oscar, che ha un albergo, hanno preso in mano il martello e hanno cominciato a lavorare. Insieme con tutta la gente di Colle. Da Selva di Cadore a Rocca Pietore sentivi un continuo martellare, un urlare di motoseghe. “Hanno lavorato tutti: decine di vigili del fuoco volontari, gente comune, anziani, perfino i bambini”, racconta Silvia Cestaro, sindaca di Selva, dove più del vento ha colpito la pioggia, un’alluvione che ha spazzato via argini e briglie, allagato piane alluvionali che conservavano preziosissimi biotopi. Ma dopo due settimane tutte le strade sono riaperte. Da Agordo alla Marmolada le abitazioni rimaste isolate si contano sulle dita di una mano. Tra i pochi sfollati c’è lui, Giovanni Deon, sindaco di Rivamonte Agordino: “La mia casa è stata sfiorata da alberi e frane. Da quella sera dormo qui”, e indica le stanze del municipio. Certo, non devi guardarti intorno perché fa male: tra Veneto, Trentino e Friuli, secondo Coldiretti, sono caduti 14 milioni di alberi. Camminando tra Alleghe a Caprile vedi case e paesi comparsi dal nulla: “Ma dov’erano prima?”. Semplicemente nascosti dai boschi che non ci sono più. Nell’aria ovunque senti un odore di resina quasi inebriante. E gli alberi qui sono tutto: sono il colore verde che la gente ha dentro gli occhi ogni giorno, il profumo e il rumore che accompagna la vita e soltanto adesso ci fai caso. Ma sono anche l’oro dei monti, quasi come il turismo, perché con il legno ci fai le case e poi lo vendi e ci campi (i comuni come Canale d’Agordo tengono in piedi le casse vendendo 70-80mila euro di legname l’anno). “E adesso è un bel guaio perché il prezzo crollerà e bisognerà recuperare tutta la legna entro la primavera, sennò marcirà”, racconta Flavio Colcergnan, sindaco di Canale, il paese di papa Luciani. “Però sono stati fatti tanti errori – prosegue Colcergnan – perché negli anni ’60 si davano incentivi a chi abbandonava i lavori della montagna. Così i pascoli sono stati mangiati dai boschi”. Gli abeti rossi, prime vittime del vento.
Gli alberi, che per la gente di qui – con i cerchi all’interno dei tronchi – raccontano la storia più dei libri: “Vedi, qui sei nato tu”, dice Attilio Del Favero indicando un cerchio su un abete spezzato, “e qui sono nato io… qui i nonni”.
“Mi raccomando, scrivete che abbiamo rimesso a posto i nostri paesi”, ti chiede Oscar, il suo albergo è già quasi pronto per l’inverno.
Grande distruzione o rinascita? La tragedia ha due facce. Gli alberi si sono spezzati, ma la gente delle Dolomiti no, anzi, ha capito di essere ancora comunità. “Strano, ma ci ha aiutato restare giorni senza telefoni. Ci siamo di nuovo ritrovati per incontrarci e parlare”, racconta Cestaro. Così nelle piazze senti di nuovo voci, quel dialetto che sopravvive nei discorsi e nei pensieri.
“Prima abbiamo avuto un grande incendio, poi l’alluvione e il vento. O questo disastro ci dà il colpo di grazia oppure sarà la scintilla per ridare vita alle nostre montagne”, è la domanda di Francesca Case, giovane ingegnere che dopo essere emigrata e aver collaborato al progetto degli stadi per le Olimpiadi del Brasile, è tornata a lavorare in uno studio di Agordo. Proprio così, si decide adesso. E le piccole storie diventano simboli, come quella di Max, nato nelle ore del disastro: “Pioveva, non la smetteva più, e mia moglie sentiva dolore. Abbiamo cominciato a correre a valle, verso Belluno, subito dopo che siamo passati hanno chiuso la strada”, racconta Pavel Milfait che con la moglie Blanka è arrivato da Praga. Gestiscono il campeggio La Marmolada e preparano marmellate che finiscono sulla tavola della Regina d’Inghilterra. “A un certo punto l’ambulanza si è fermata in mezzo alla strada. Io la seguivo e non capivo. Finché l’infermiere è sceso e mi ha detto: complimenti, lei è papà”. Max è figlio di quel disastro.
Così guardi intorno e non vedi solo distruzione. Alle sei di mattina nell’albergo di Canale il salone è già affollato. Decine di operai si preparano per ripulire boschi e strade, aggiustare acquedotti e linee elettriche. Ecco entrare John Della Pietra, dipendente del comune, che legge una poesia scritta per i soccorritori. All’improvviso li vedi tutti con le lacrime. “Non ci siamo sentiti soli, abbiamo visto tutto il Veneto e l’Italia a fianco a noi”, raccontano a Canale.
Ma la vera battaglia comincia adesso: “Perché appena la neve se ne andrà, dovremo rimettere a posto i torrenti, lavorare sulle frane. E ci vorranno milioni. Noi i progetti li abbiamo già pronti, ma i soldi?”, si chiede Cestaro. È lo stesso timore di Andrea De Bernardin, sindaco di Rocca Pietore, il comune più colpito: i torrenti esplosi, con le dighe spazzate via come Lego. E i monti scorticati dal vento: “Speriamo che passata l’emergenza, spenti i riflettori, non si dimentichino di noi”.
Bisognerà recuperare boschi e sentieri. Nell’agordino sono 590 chilometri, come da Belluno a Roma. Ma poi sui sentieri ci devi camminare.
Ecco, le Dolomiti bellunesi hanno un nemico più duro di vento e alluvioni: lo spopolamento. Basta camminare nella frazione di Andrich: in serata una sola finestra è accesa. Per strada incontri branchi di cervi. In otto anni la provincia di Belluno ha perso 10mila abitanti (mentre le vicine Trento e Bolzano aumentano del 2%). Hanno chiuso 600 negozi, 20 uffici postali, poi banche e parrocchie. E in oltre 20 scuole sono tornate le pluriclassi. Per non dire della sanità: l’ospedale di Agordo lotta da anni contro la chiusura, nonostante eccellenze come ortopedia. Che dire poi dei medici di famiglia (in 22 se ne sono andati): “Facciamo bandi, ma non c’è nessuno che voglia venire fin quassu”, racconta Matteo Lorenzini, assessore di Selva, poi si volta e guarda il monte Pelmo, quello che qui viene chiamato il “trono degli dei”: “E pensare che qui si vive benissimo”. Proprio così, il lavoro ci sarebbe, eccome, ma non si trovava chi facesse il ragioniere in Comune, non si trova a volte chi lavori in alberghi e ristoranti. Belluno è al terzo posto in Italia per qualità della vita. Agordo ha il reddito medio – 23.130 euro – più alto del Veneto, grazie a Luxottica. Ma questa terra si spopola. “I miei figli a quattordici anni sono andati a Treviso per studiare”, conclude Cestaro.
Roger De Menech, parlamentare Pd, si è sempre battuto contro lo spopolamento. Per primo ha avuto l’idea delle Olimpiadi. Ma lui aveva pensato a una candidatura che unisse le Dolomiti (Belluno, Trento e Bolzano): “Si poteva fare, a impatto zero, senza cemento e impianti nuovi. E avrebbe unito la gente, quella che parla italiano, ladino o tedesco”. Poi invece la politica ha scelto altro, quella strana alleanza tra Cortina e Milano che oggi pare tra le favorite. Così arriveranno opere, miliardi. Ma chissà se si riusciranno a coinvolgere tutte le Dolomiti; se quella pioggia di miliardi finirà un poco anche qui per combattere lo spopolamento o se resteranno soltanto le alluvioni.
E pensare che mai come ai giorni nostri tanti lavori sono possibili anche qui, a mille metri tra i monti. Così Francesca Case è tornata qui per fare l’ingegnere. Poi c’è l’esperienza di Enrico Micheli che arrivò da Milano a La Valle per avviare un centro di eccellenza contro l’autismo. Un’esperienza che, dopo la sua morte, prosegue con la moglie Cesarina Xaiz.
“Ma non scrivete che ci siamo arresi”, ti raccomanda Oscar mentre ti saluta. E mentre percorri i tornanti che ti riportano a valle noti centinaia di uccelli che volano come impazziti. Senza direzione. In tutto questo macello chi ci pensava a loro? Come diceva il poeta francese Jules Supervielle: “Nella foresta senza ore si abbatte un grande albero… Cercate, cercate uccelli dove stavano i vostri nidi in questo alto ricordo, finché sussurra ancora”.