Orgogliosi del Paese che oggi esporta antimafia con coraggio

Eva Klose è una signora amabile e severa che si occupa di cose italiane da decenni. La nostra lingua l’ha imparata a Bologna, perfezionandola “in Maremma”. E anche se ormai è in pensione non smette di sostenere le buone cause dell’Italia. Non pensiate però che questa professoressa di Stoccarda sia una mosca bianca nella capitale del Baden Württemberg, che di italiani ha fatto il pieno. È solo la capofila di una generazione di insegnanti che ha scelto di occuparsi delle nostre storie e di quel che nei magazine tedeschi finisce spesso in copertina insieme agli spaghetti: la mafia, neanche a dirlo.

Sono 72 le scuole della regione che contano insegnanti di italiano, terza lingua e qualche volta seconda. Professori e professoresse di ruolo o tirocinanti, molte giovani. Circa la metà sono italiani di nascita o di origine. Come Paolo Vetrano, un elegante spilungone che insegna matematica. Suo padre venne a lavorare qui da Caltabellotta, provincia di Agrigento, ai tempi in cui Germania, Svizzera e Belgio erano per il nostro Sud un faticoso Eldorado. Lui è nato nella Foresta nera, e ne ha nostalgia per via dei colori e dei fiumi. Oppure Julia Bruno, appassionata di giornalismo, anche lei con il padre della provincia di Agrigento e che a Stoccarda incontrò l’anima gemella. O Erina Teresa Rigotti, trentina sale e pepe, che progetta senza interruzione cose nuove, mantenendo – perché così è previsto da queste parti – sia l’insegnamento attivo sia l’attività di pianificazione centrale. Erina ha il suo bel gruppo di tirocinanti, come anche Monika Rueß, bionda signora innamorata dell’Italia, attivissima, e che fa da padrona di casa allo Staatliches Seminar fur Didaktik und Lehrerblidung di Stoccarda.

È la loro giornata di formazione. Vedendoli insieme così effervescenti si è percorsi da un misto di orgoglio e commozione. Perché da questa città tedesca stanno cercando di partecipare anche loro alla grande sfida in cui l’Italia migliore spende da tempo forze generose, la lotta contro i poteri mafiosi. L’aggiornamento è dedicato esattamente a questo tema. Che loro hanno fatto mettere esplicitamente e obbligatoriamente tra le materie di formazione dal proprio provveditorato agli studi. La parola “mafia” in verità vi era già stata inserita più di vent’anni fa, subito dopo le stragi. Poi scomparve e riapparve. C’erano diversi italiani a cui la cosa non garbava. Raccontano Eva Klose e Paolo Vetrano che c’erano i contrari, quelli che studiare la mafia rafforza gli stereotipi sugli italiani e rovina la nostra immagine all’estero. Così loro, due anni fa, vollero aggiungere tra le materie di studio anche la parola “antimafia”, altro che stereotipi. Per indicare un giovane pezzo di storia da studiare e di cui andar fieri.

Qualcuno ricevette pure delle minacce, da italiani naturalmente. Lo racconta Marina D’Angelo, impegnata nella grande stagione palermitana degli anni ’80, quando migliaia di insegnanti si rimboccarono le maniche e gettarono la scuola in una lotta mai affrontata. Ora vogliono sapere che cosa accade nel nostro Paese, che cosa fa l’ateneo di Milano, che cos’è questa università itinerante di cui hanno letto. E svelano che anche loro hanno fatto la scuola itinerante. Nel 2012. Andarono a Cinisi, il paese di Peppino Impastato. Mostrano con orgoglio il programma di allora, una settimana tra maggio e giugno, “Viaggio di studio per docenti d’italiano del Baden-Württemberg”, titolo “La rete della legalità”. Un calendario perfetto. Incontri con colleghi palermitani, scuole e università, magistrati, giornalisti, familiari di vittime. E poi Corleone e l’albero Falcone e via D’Amelio, Brancaccio e Partinico. Libera e Addiopizzo. Il 29 maggio, si legge nel programma, anche la focacceria San Francesco con “panelle, assaggi di pane con milza, cannolo”. E poi i viaggi di scambio con gli studenti. Eva Klose ha un bellissimo album con le foto scattate in un campo estivo. Decine di ragazze e ragazzi con la maglietta gialla. “Chi li incontrò ci disse che erano più preparati degli italiani”, e vista la serietà del gruppo c’è da crederci. Li passi in rassegna mentre raccontano e ascoltano, o commentano divertiti L’ora legale di Ficarra e Picone, o spiegano di evitare in città i ristoranti di proprietà dei clan calabresi. Rivedi le loro storie, l’Italia lontana ma amatissima, patria morale da aiutare, e pensi che questo Paese che ha esportato mafia per centoquarant’anni ora produce ed esporta il suo contrario. E che è l’unico a farlo.

Approvate questa legge per salvare i centri storici

Una sfida a Camera e Senato. Alla maggioranza “del cambiamento”, e alla minoranza “della responsabilità”. Una sfida costruttiva: capace di riportare nelle aule parlamentari lo sguardo lungimirante e la lingua chiara e profonda della Costituzione. È questa la portata di un breve testo, appena più lungo di questo articolo, capace di cambiare il destino delle nostre città: la “Proposta di legge in materia di tutela dei centri storici, dei nuclei e dei complessi edilizi storici” avanzata dall’Associazione Bianchi Bandinelli. A stenderla è stato un gruppo di urbanisti, giuristi, esperti di patrimonio culturale che annovera le migliori intelligenze italiane guidate da Vezio De Lucia, e in cui spicca il contributo di Pierluigi Cervellati.

La proposta di legge afferma una verità fondamentale, indicando i centri storici come i veri capolavori della civiltà italiana, e li identifica in modo univoco (superando una babele di norme di ogni grado) con gli insediamenti urbani riportati nel catasto del 1939. Dopo aver detto cosa sono, la legge aprirebbe finalmente un insuperabile scudo di protezione: “Sono sottoposti a disciplina conservativa del patrimonio edilizio pubblico e privato, con divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica e dei relativi elementi costitutivi, con divieto altresì di nuova edificazione anche degli spazi rimasti liberi; sono esclusi usi non compatibili”.

Se questa semplice norma fosse stata in vigore negli anni ’50 e ’60 non sarebbe stato possibile il Sacco di Palermo di Vito Ciancimino e soci, che distrusse gran parte della meravigliosa architettura liberty della città. Se fosse stata in vigore l’anno scorso, si sarebbe fermata l’oscena demolizione dei villini storici di Roma: quei villini sono una mirabile testimonianza del governo del Blocco Popolare di sinistra e del suo piano regolatore (1909), e la loro distruzione in corso è il frutto della decadenza del Lazio governato dalle leggi urbanistiche di Polverini e Zingaretti. Se questa legge entrasse in vigore oggi, potrebbe bloccare l’incredibile variante urbanistica approvata a Firenze dalla giunta Nardella, che dà mano libera alla speculazione permettendo di demolire, ristrutturare e costruire ex novo nei vuoti storici anche all’ombra della Cupola del Brunelleschi.

Ma, qualcuno dirà, non sarà “ambientalismo da salotto” (per usare le parole demenziali di un esponente di spicco del partito del cemento, Matteo Salvini)? Davvero, in un’Italia socialmente a pezzi, la priorità possono essere le pietre antiche dei nostri centri storici? La risposta è contenuta nell’articolo 5 della proposta di legge, un articolo che non si esagera a definire rivoluzionario, perché obbliga lo Stato a lanciare un Programma straordinario per il ripristino della residenza negli insediamenti storici. È la prima norma contro la gentrificazione, cioè contro la trasformazione della città storica in una città di ricchi, in un luna park di lusso e poi in un gigantesco mangificio-airbnb.

Il piano decennale previsto dalla legge prevede “l’utilizzo a favore dell’edilizia residenziale pubblica del patrimonio immobiliare pubblico dismesso (statale, comunale e regionale); l’obbligo di mantenere le destinazioni residenziali con la sospensione dei cambi d’uso verso destinazioni diverse eventualmente previste, fatte salve le attrezzature pubbliche e quelle strettamente connesse e compatibili con la residenza; l’erogazione di contributi a favore di Comuni caratterizzati da elevata riduzione della popolazione residente, per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato”.

Se questa norma fosse stata in vigore negli ultimi trent’anni, Venezia sarebbe ancora una città. E i comuni italiani – da Venezia giù giù fino all’ultimo paese delle aree interne spopolate della Calabria, passando per Firenze, Napoli e Bergamo – potrebbero finalmente avere le armi per impedire la turisticizzazione selvaggia del tessuto storico, e per mantenere, o riportare in centro, le classi subalterne oggi condannate alle periferie e private della memoria e della storia. Un ultimo comma dell’articolo 5 prevede che gli speculatori che chiedono i titoli abitativi per più di quattro appartamenti alla volta (dopo frazionamenti e sfratti, per esempio) siano accontentati solo se accettano di affittarne almeno il 25%, a canone concordato col Comune e assicurando la priorità ai precedenti occupanti. Una legge esemplare. Perché semplificherebbe davvero, e de-burocratizzerebbe, ma non per svellere e annichilire la tutela (come invece finora in tutte le leggi di semplificazione, fino all’apoteosi cementizia dello Sblocca Italia renziano), ma anzi per tutelare meglio e di più. E per tutelare non solo le pietre, ma anche il popolo: e anzi il nesso pietre-popolo, che è l’anima stessa delle nostre città storiche.

È sempre più evidente che la decomposizione della democrazia italiana parte dalla decomposizione delle città, e in esse delle città storiche: il dominio del mercato sullo spazio pubblico, la svolta securitaria in nome del decoro e la sovrapposizione di pulizia sociale e polizia repressiva sono fenomeni urbani che hanno condotto alla sparizione dello spazio politico e alla svolta a destra del Paese. Questa legge tutela la democrazia, attraverso la tutela delle città: ci sarà qualche senatore o deputato disposto a raccogliere la sfida, e a incardinare questo testo provvidenziale nei lavori parlamentari?

La penna dentro il Palazzo tra lupi e forfora di Mastella

Vanitas vanitatum, guai ai potenti: “Credono di avere il red carpet sotto i piedi e invece si ritrovano una spada affilata sopra la testa. Tale è l’agognata condizione dello statista”. Nell’inquieto, costoso, ma anche smandrappato circo esistenziale della politica e dei politici, Filippo Ceccarelli è il re dei narratori, e naturalmente anche il re dei domatori in prosa. Un cronista che sa maneggiare i tempi del teatro e i lampi del sipario, specialmente quando tutto lo spettacolo che gli sta intorno mostra le sue capriole quotidiane sotto agli imperturbabili affreschi del potere. Capace di trasformare le pulci in leoni, o viceversa, guardarle mentre saltano nel cerchio infiammato della storia. Raccontarne l’ampiezza delle evoluzioni ideologiche, ma anche sartoriali, mentre si bruciano da sole in forma di parole al vento, carriere al vento, neuroni al vento.

Per poi spazzarle via, come ritagli di giornali che nevicano sul tappeto dei Palazzi, quando a fine giornata Ceccarelli se ne va a casa sua in Trastevere, fischiettando, ma sempre con qualche memorabile dettaglio in tasca. È lunga mille pagine, anzi novecentocinquantotto, la sua ultima passeggiata intorno ai nostri settant’anni di politica, agnizioni e congedi. Un catalogo di mondi morti e di mondi sempre nascenti, che hanno brillato per tre intere Repubbliche: la prima, cresciuta democristiana, socialista, berlingueriana, fino al Muro di Berlino e alle polveri di Tangentopoli; la seconda, accomodata tra gli argenti di Arcore e le bambole gonfiabili delle cene eleganti, fino alla fatale indigestione che finì per far venire i crampi anche alla sinistra che bisticciava in rancorosa modalità Ulivo; la terza, cresciuta lungo la parabola apolide del renzismo, i furori di Grillo, le ruspe della nuova Lega sovranista. Un’Italia che al momento ci brilla intorno, ma sempre minacciando l’implosione di un tramonto rapido quanto la sua ascesa.

Il rendiconto si chiama Invano. Che è già un consuntivo del viaggio. Anzi una traversata che va dall’Italia in macerie di ieri, alle macerie di oggi.

Dalle maschere di un tempo, quelle dei De Gasperi, Nenni, Togliatti che poi erano altrettante culture sedimentate in un Paese che era fatto di terra, alfabeti e classi sociali. Fino ai tre danzatori sul nulla di oggi: Matteo Renzi, Matteo Salvini, Gigi Di Maio, cresciuti tra i tepori della piccola borghesia, l’unica classe sociale rimasta ad abitare il tinello insonne della Rete, “a suon di furbizie pseudotecniche, buonismi, celodurismi, e vaffanculi televisionari”.

Tutti e tre addestrati alle frasi automatiche, “ci metto la faccia”, “non arretreremo di un millimetro”, “la pacchia è finita”, “non accettiamo lezioni di democrazia”, le maniche delle camicie bianche rimboccate, lo sguardo in (tele) camera, mimando intimità con l’elettore trasformato in target da sondaggio, “un po’ sirenetti, un po’ sbruffoni, un po’ lupi mannari”. Tutti e tre “il frutto dello sconquassato sistema scolastico italiano varato dopo gli anni Settanta”, nessun lavoro vero alle spalle, nessuna competenza, se non quella di vendersi sul mercato della politica e in quello capovolto dell’antipolitica, contemporaneamente, sperando di sfangarla e anzi sfangandola alla grande, per il momento: oplà.

In quei corridoi, per una quarantina d’anni, Ceccarelli ha consumato le scarpe, ma non lo sguardo. Qualche volta la pazienza, mai l’ironia. Ha scritto migliaia di articoli (per Panorama, La Stampa, Repubblica) cento volte di più ne ha ritagliati, classificati, archiviati: le pipe di Pertini, la forfora di Mastella, i baffi sprezzanti di D’Alema, le canottiere popolane di Bossi, il commovente beauty-case di Silvio B. Scrive: “Sono un analogista, un accumulatore seriale di ricordi, un custode unilaterale dell’inutile”, che a lungo andare diventa indispensabile.

Tre anni fa il suo intero archivio di carta, 334 raccoglitori, è traslocato dentro ai velluti della Biblioteca della Camera, prima metà del suo omaggio alla curiosità dei posteri. L’altra metà è in questo libro, scritto in prima persona singolare, maturandone un “vivo senso della catastrofe”. Non per passatismo o malinconia di perduta giovinezza, ma proprio per la pertinenza della materia da cuocere, la politica, che ha talmente masticato le sue radici da galleggiare in questo indistinto quotidiano, abitato dai “protagonisti dell’istante” che “comunicano senza aspettare risposte”.

Era fatta di domande-e-risposte la vecchia politica, quando il Paese respirava ansia di modernizzazione: le fabbriche invece del latifondo e poi l’ufficio invece della catena di montaggio. I cattolici ancora genuflessi all’autorità millenaria della Chiesa. I marxisti a quella secolarizzata del progresso. E dunque la sintesi stava nelle riforme, ma con la cautela del “casto connubio”. Delle infinite trattative che passavano per il Quirinale, il Vaticano, l’America, mai violando il perimetro della Guerra fredda, con i suoi segreti che arroventavano il doppio fondo della nazione e le molte mafie che in quelle fiamme bruciavano compromessi, fatturati e cadaveri.

Per mezzo secolo fu lo stallo. Officiava Fanfani, poi Andreotti, poi Moro. E dopo il sangue di Moro, Cossiga. Con il rito dei partiti satelliti, i repubblicani di Ugo La Malfa, i liberali di Bozzi a fare e disfare cinquanta governi in quarant’anni. Fino alla lunga meteora di Bettino Craxi, il socialista, che si è preso il miglior partito in circolazione e in una dozzina d’anni l’ha schiantato, dissolto, rendendolo persino impronunciabile.

E nel danno, la beffa allestita dal suo erede naturale, Silvio B. “il quale a suo modo spostò le forme della politica al di là di qualsiasi immaginazione dando vita alla più straordinaria storia di potere degli ultimi settant’anni”.

I quali anni, grazie anche alla insonne dissoluzione della sinistra transitata da Occhetto a Martina, ma passando per Bertinotti e poi per Maria Elena Boschi, si sono infilati nel labirinto di oggi in compagnia di “questi qua”, i novissimi, come recita il sottotitolo del viaggio di Ceccarelli intorno alla nostra memoria collettiva di res publica e privata. Che al netto di tutti gli strologanti retroscena dei consueti resoconti quotidiani, viene qui rappresentata (e finalmente!) in scena, bastando quello che si vede a riconoscerla e a giudicarla.

A dispetto di tutte le nostre dimenticanze: una pedagogia portatile del Potere. Che brucia tanto velocemente le vite dei suoi protagonisti, li illumina, li illude, ce li restituisce in cenere.

Dall’Isis all’Italia, così viene riciclato il petrolio “in nero”

L’Italia è invasa da uno tsunami di carburante di contrabbando che vale un terzo delle vendite e mette fuori mercato le aziende della distribuzione che rispettano la legge. Grazie alla sistematica evasione di imposte e accise che costa allo Stato 6 miliardi, attraverso “cartiere” di fatture false e società intestate a prestanome che vendono alle cosiddette “pompe bianche” che non fanno capo alle filiere commerciali integrate, la criminalità organizzata e la mafia hanno usato la liberalizzazione varata dal governo Monti per inondare di benzina e gasolio “in nero” la rete. Ma il contrabbando rifornisce anche grandi industrie della raffinazione sia estere che italiane. Il giro è in mano a broker senza scrupoli che importano carichi fuorilegge grazie ad accordi con fazioni armate in Libia o con l’Isis in Siria. Lo racconta l’inchiesta esclusiva “Nero come il petrolio” firmata da Giorgio Mottola per Report che andrà in onda stasera alle 21.15 su Rai3.

Un broker italiano che ha fatto affari in Siria con l’Isis ha raccontato a Report come ha aggirato l’embargo pagando il greggio con denaro, medicinali e armi, contrabbandandolo in Turchia su colonne di autobotti. Othman Muhammad, giornalista di Al Araby ed ex collaboratore del Washington Post, ha confermato a Mottola che anche società europee hanno acquistato petrolio dall’Isis. Una polizza di imbarco recuperata da Report mostra un carico di 80mila tonnellate partite il 5 giugno 2015 dal porto di Ceyhan in Turchia per Augusta in Sicilia attraverso una nave sospettata di trasbordi in alto mare. Quando Othman pubblica le sue notizie la Saras, società petrolifera quotata alla Borsa di Milano che fa capo alla famiglia Moratti, con un comunicato smentisce qualsiasi collegamento con petrolio acquistato dall’Isis. Ma nel 2016 la Direzione Distrettuale Antimafia di Brescia accende un faro su Saras Trading Sa, società svizzera del gruppo Moratti, inviando rogatorie in Turchia: oltre 50 milioni di euro sarebbero stati fatti girare su conti esteri attraverso il gruppo Ubi banca. Ubi Factor anticipò a Saras Trading denaro che transitò dalle Isole britanniche del Canale e ripartì per destinazioni ignote. Altre indagini riguardano transazioni del colosso russo del petrolio Petraco con Saras Trading sempre tramite Ubi. L’ex presidente della Rai, ex ministro dell’Educazione ed ex sindaco di Milano Letizia Brichetto Moratti, vedova dell’allora presidente di Saras Gianmarco Moratti, è presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca. L’ex Chief risk officer di Ubi, Roberto Peroni, presentò alla sua banca richieste di informazioni sul rispetto delle norme sulle operazioni tra parti correlate e sull’antiriciclaggio per questa e altre operazioni ma venne licenziato. Una nota dei legali di Ubi definisce “falsa la suggestione, creata ad arte, della possibile sussistenza di profili di opacità e di illiceità nelle operazioni commerciali tra Saras e Ubi Factor”, smentisce la ricostruzione di Report e nega il legame tra le operazioni di Saras con Ubi Factor e l’inchiesta della magistratura, tuttora in corso.

Un’altra rotta del contrabbando parte dalla Libia, dove una milizia armata vende petrolio a due broker maltesi, i cugini Debono, che lo trasbordano in alto mare dotandolo di certificati di origine offerti da autorità maltesi e lo portano in Sicilia, dove sono in contatto con Nicola Orazio Romeo, considerato referente della mafia stragista, e con Marco Porta, manager della Maxcom Bunker, società che fa capo al gruppo Jacorossi in affari con le aziende dei trasporti di Milano, Venezia e Torino e con la Marina militare italiana. Secondo Francesco Ruis, Colonnello della Guardia di Finanza di Catania che ha indagato su queste vicende, Cosa Nostra “è attratta da un business che dà grossi profitti e i cui rischi sanzionatori sono bassi”. Ma i carburanti di contrabbando che hanno preso piede nel Triveneto partono da Slovenia e Croazia e via autobotte arrivano sino a Roma, da dove sono poi smerciati in tutto il centro Italia.

Tim: il fondo Elliott si ricompatta su Gubitosi. Il nuovo ad rischia di essere un’anatra zoppa

Si chiude, per ora, la tragicommedia al vertice di Tim. Ieri il cda del colosso telefonico ha eletto Luigi Gubitosi nuovo amministratore delegato al termine di uno scontro tra gli azionisti e interno alla stessa compagine che al momento decide le sorti del gruppo dopo il siluramento di Amos Genish. Elliott alla fine si è ricompattato sul nome di Gubitosi, che ha ottenuto i voti (eccetto il suo, visto che si è astenuto) di tutti i consiglieri eletti nella lista del fondo Usa: 9 su 15. Contrari invece i cinque rappresentanti della Vivendi di Vincent Bolloré.

La svolta era arrivata sabato, quando Elliott (azionista con l’8,8%) ha convinto i sui uomini in consiglio a convergere su un unico nome archiviando definitivamente le mire di uno di loro, Alfredo Altavilla, l’ex braccio destro di Sergio Marchionne in Fca che per qualche giorno ha coltivato l’idea di subentrare a Genish. Operazione riuscita al presidente Fulvio Conti che aveva l’incarico di evitare un’elezione con maggioranza risicata.

Più che al suo passato nelle telecomunicazioni (ha guidato Wind dal 2007 al 2011) il successo di Gubitosi nasce dalla sua grande capacità di interpretare gli umori della politica e all’appoggio delle banche. I rumors finanziari riportano l’attivismo nella partita di Mediobanca, che ha spinto per l’attuale commissario di governo per l’Alitalia. Poltrona dove è arrivato grazie agli ottimi rapporti con Intesa Sanpaolo, ex azionista e creditrice della compagnia aerea che lo aveva indicato per la presidenza prima che il vettore finisse in amministrazione straordinaria.

Si chiude così la parentesi iniziata martedì scorso, quando un cda convocato a sorpresa ha ritirato le deleghe all’ad Amos Genish, voluto da Vivendi e confermato da Elliot a maggio scorso dopo l’assemblea che ha visto i francesi finire in minoranza e la vittoria del fondo Usa sostenuto dall’ingresso della Cassa depositi e prestiti (azionista con il 4,7%). Dietro il siluramento ci sono i pessimi conti e l’andamento del gruppo ma anche la partita per la separazione della rete. Il governo Conte ha deciso di seguire la linea scelta a suo tempo dal predecessore: spingere la società a scorporare la rete e fonderla con Open Fiber, la società creata da Cdp ed Enel che nei piani del governo Renzi doveva sfidare Tim negli investimenti sulla banca larga. A quel punto con un impegno finanziario della Cassa depositi il controllo della rete passerà in mano pubblica (sul modello di Terna. la società che gestisce la rete elettrica). È il piano a cui lavora il vice premier Luigi Di Maio, appoggiato ieri da Matteo Salvini: “L’infrastruttura sia statale”. “Valuteremo subito il dossier della rete unica”, ha spiegato Gubitosi appena eletto.

L’ad rischia però di essere un’anatra zoppa. Genish ieri ha parlato di “pagina triste” e ha annunciato che chiederà una nuova assemblea per tentare il ribaltone. Vivendi è il primo socio con il 23,9%, ma qualunque azionista con il 5% può farne richiesta. Il tempo tecnico è di 40 giorni. Teoricamente dal 29 dicembre ogni giorno è buono. Senza un accordo con i francesi – magari con la sponda del governo a trovare una soluzione nel dossier Mediaset, caro a Bolloré che ne è il secondo socio – l’avventura di Gubitosi rischia di durare molto poco.

“L’arroganza dem viene dall’assenza di idee”

Da Alessia Morani a Carlo Calenda fino a Gentiloni, l’intervento di sabato del più giovane candidato alla segreteria del Pd, Dario Corallo che accusava i dirigenti di comportarsi “come dei Burioni qualsiasi” ha provocato quella che lui definisce una “miriade di attacchi anche fake sui social network”.

Cosa è successo dopo l’assemblea?

Nel mio intervento ho paragonato l’arroganza che il virologo Roberto Burioni dimostra nei confronti dei no vax a quella del Pd. Come il “ciaone” di Carbone. Da lì è partito uno sciame di risposte. C’è anche chi mi ha accusato di essere contro la scienza, cosa non vera anche per formazione (Corallo è laureato in filosofia, ndr), altri di essere contro i vaccini.

Chi l’ha insultata?

Anche i dirigenti del Pd che vivono sui social… Calenda ha espresso solidarietà a Burioni. È l’arroganza di chi opera intorno al potere e non sa che solo la metà degli italiani è presente su Facebook.

Lei era un collaboratore di Maurizio Martina al ministero dell’Agricoltura.

Allora diciamo l’arroganza di chi gestisce il potere. Io ho lavorato da impiegato, sono stato scelto dal capo ufficio stampa in base al mio curriculum.

Burioni l’ha accusata di avercela con chi studia con sacrificio.

È ovvio che chi studia ne sa di più. Il punto è che di solito chi riesce è partito avvantaggiato. In ogni caso, lo studio non è uno strumento per prevaricare l’altro, anzi, chi ne sa di più dovrebbe aiutare a capire e non insultare.

Qualche esempio di arroganza del Pd?

Quando il Pd ha perso, che fosse alle elezioni o al referendum, il messaggio era: ‘Gli italiani non ci hanno capito’. Se il popolo italiano si esprime dicendo che quella cosa non la vuole, non si può dire che è perché non l’ha capita.

Ma l’analfabetismo funzionale esiste.

Sì, ma non si può confondere l’analfabetismo con l’ignoranza. Se dopo anni le persone non capiscono, magari è perché il Pd si è espresso male.

Lei è stato frainteso nel suo intervento.

Infatti oggi mi sono spiegato meglio. Se fossi stato come i dirigenti del Pd o come Burioni avrei dato loro degli ignoranti: ho fatto una tesi in filosofia del linguaggio.

Quali sono le verità “scientifiche” dei dem?

Che non si può fare deficit… non è vero. Che l’Unione europea è perfetta, invece non è un soggetto democratico. Che il M5s è stato votato da branchi di ignoranti, e non da professionisti in buona fede a cui il movimento ha offerto una linea politica, molto pericolosa e sbagliata, ma una linea. Soprattutto, il Pd ha messo in discussione i propri principi per non mettere in discussione fattori contingenti. Come non dialogare con gli avversari né con i sindacati, ma con gli imprenditori. Poi ci sono verità che si devono dire, come che il capitalismo è a un punto di crisi. Che i politici di destra non sono gli ultimi scemi, ma che hanno una strategia politica.

Il Pd perde per arroganza?

No, è solo l’effetto. La causa è la mancanza di politica e lo scollamento dalla realtà. I dirigenti non l’hanno capito e l’hanno trasformato in arroganza da spaesamento.

“La Lega ci provoca sui rifiuti, per noi vale solo il contratto”

Non soltanto il blocco della prescrizione, il conflitto di interessi, i dubbi sulle Grandi opere, adesso la Lega è contraria pure ai preservativi gratuiti ai ragazzi perché i ragazzi sono anche migranti e il Movimento si adegua e ritira la proposta.

Laura Castelli (M5S), sottosegretaria all’Economia, perché la sintonia tra gli alleati è crollata?

Si tratta di un emendamento, di un’iniziativa personale di un parlamentare del Movimento, non condivisa col gruppo e neanche con la Lega. E quindi la vicenda dei preservativi gratuiti non avrà un seguito. Non è tra le tematiche su cui la maggioranza punta nella legge di Bilancio, ci sono ben altre priorità nel contratto.

Salvini sostiene che l’azione del governo, oltre al contratto, deve inquadrare la realtà. E quella del ministro dell’Interno prevede un aumento degli inceneritori.

La realtà ci rivela, invece, che gli inceneritori sono spesso sovradimensionati, creano disastri anche ambientali con i soliti interessi della criminalità organizzata. Nel contratto parliamo di una politica indirizzata alla riduzione delle quote di rifiuti smaltiti negli inceneritori. Una maggioranza che crea dibattito sui temi e non sugli scandali o sulle poltrone non si vedeva da anni, ha ragione Salvini. Ma quella sugli inceneritori è una provocazione: lui certamente sapeva che avrebbe suscitato le nostre proteste.

Anche il Tav è divisivo, al momento la decisione è rinviata e la tensione tra di voi è sospesa.

Il nostro governo non è una fusione a freddo, rispecchia la volontà di realizzare cose concrete. Sul Tav si parla di un’analisi su costi-benefici e sull’accordo Italia-Francia. Quello che stiamo facendo.

Qualche giorno fa Salvini ha incontrato Berlusconi. Luigi Di Maio dice che “finché il ministro non chiede nulla per l’ex Cavaliere” si continua assieme serenamente. A cosa si riferisce?

È la prima volta che una forza politica con una cultura di governo, come la Lega, si allea con un movimento politico con una forte radice civica. Non mi sorprende che alcuni argomenti leghisti siano sovrapponibili a quelli forzisti e di Berlusconi. Vi ricordo che al voto erano in coalizione.

Al voto, per l’appunto, i 5 Stelle hanno raccolto quasi il doppio del consenso del Carroccio, come mai il rapporto di forza è capovolto?

Nessun rapporto di forza, questa è una percezione sbagliata.

Voi rivendicate le misure contro la corruzione, l’abolizione dei vitalizi, la legge per la dignità, ma la Lega cresce nei sondaggi, mentre voi calate, perché?

Io non credo ai sondaggi. I nostri provvedimenti sono incisivi, ma per alcuni ci vorrà tempo per riscuotere successo o sentirne gli effetti economici. Io sono convinta che l’alleanza sia solida perché sono tantissime le cose da fare, nel contratto sottoscritto tra le parti e anche nel documento di economia e finanza: penso all’Ires verde per la tassazione ecologica alle imprese o alla riforma dell’Irpef con una rimodulazione degli scaglioni. Questi primi cinque mesi ci hanno permesso di realizzare norme importanti. Le condizioni per proseguire ci sono. Io non mi ritrovo a litigare con la Lega in particolare, ribadisco, bensì con quelli che cercano di finanziare l’associazione di qua o a favorire la lobby di là: quelli che ci ostacolano.

Salvini ha la doppia opzione: contratto con i 5 Stelle e ricostruzione del centrodestra con le elezioni anticipate. La vostra classe dirigente, rappresentata da Di Maio, è all’ultimo giro per il limite dei due mandati. Questa regola del Movimento non vi indebolisce? Va cambiata?

No, è la nostra identità, un elemento della nostra credibilità, fare della politica un servizio ai cittadini per due mandati e non una professione.

Al massimo nella primavera del 2023, se la legislatura non viene interrotta, Laura Castelli farà altro nella vita?

Certamente.

Salvini tifa inceneritori (ed è mini-socio di A2a)

Sorpresa, c’è un conflitto d’interesse verde sulla spazzatura napoletana, che forse spiega perché il tema è molto più sentito in Lombardia che in Campania. Il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, che giovedì dal pulpito di Napoli ha lanciato l’allarme sul rischio a gennaio di una nuova emergenza rifiuti in Campania, e sulla necessità di scongiurarne di nuove in futuro attraverso la realizzazione di un termovalorizzatore in ogni provincia campana, detiene 3500 azioni ordinarie di A2a.

Si tratta della multi-utility dell’energia nata dalle fusioni di due partecipate dei comuni di Milano e di Brescia che gestisce l’unico impianto di termocombustione dei rifiuti attivo sul territorio campano, quello di Acerra (Napoli).

Il dato si ricava dalla dichiarazione patrimoniale che i ministri sono tenuti per legge a pubblicare sul sito del governo, e pone Salvini e le sue dichiarazioni in una situazione di – sia pur piccolo – conflitto d’interesse. Non che le sue parole abbiano provocato chissà quale sconquasso: il valore delle azioni di A2a è salito da 1,49 a 1,51 euro, un flusso assolutamente normale. E se per assurdo il leader della Lega fosse riuscito a suscitare un entusiasmo tale negli investitori da produrre un’impennata del 20% (stiamo ragionando di pura fantasia), il suo guadagno sarebbe stato la poco roboante cifra di 1043 euro. Non è questo il punto. Il punto è che A2a ha dichiarato in passato la volontà di realizzare un nuovo termovalorizzatore a Napoli ed è interessante e degno di riflessione che a perorare con forza la causa di nuovi inceneritori in queste aree – dove sono nati e vivono ministri e leader politici Cinque Stelle che si oppongono senza se e senza ma, da Luigi Di Maio a Sergio Costa passando per Roberto Fico – sia un ministro “lumbard”, un politico che ha il suo core-business politico tra Milano (è anche ex consigliere comunale) e dintorni, ed è persino azionista di un’azienda leader del settore.

“Ha queste azioni da venti anni”, replicano fonti dell’entourage di Salvini interpellate dal Fatto “da quando sono iniziate le liberalizzazioni nel settore, ed è tutto pubblico”. Delle mire di A2a su un ipotetico impianto a Napoli c’è traccia in atti ufficiali. Lo ricorda l’ex governatore azzurro della Campania Stefano Caldoro in un lungo post con il quale risponde alle critiche di Salvini sull’immobilismo degli amministratori locali. E spiega, dal suo punto di vista, perché durante la sua presidenza, dal 2010 al 2015, a Napoli e Salerno i progetti si sono bloccati (“per l’opposizione dei due sindaci, Luigi de Magistris e Vincenzo De Luca”), e quindi a Napoli non si è andati oltre la fase “di dialogo competitivo con la disponibilità a realizzazione l’impianto da parte dell’impresa A2a”.

Le preoccupazioni di Salvini sullo scoppio di una nuova emergenza rifiuti – a gennaio si fermerà una linea di Acerra – potrebbero esplodere a settembre 2019, quando l’impianto che brucia 800mila tonnellate annue di materiale potrebbe fermarsi interamente per una manutenzione straordinaria.

Divisi sugli inceneritori non previsti nel contratto di governo (“Ormai c’è un sistema di termovalorizzatori sicuri”, insiste il ministro dell’Interno), Salvini e Di Maio si lanciano segnali di pace su un altro tema che spesso viene confuso con il primo, quello della “Terra dei Fuochi”, i roghi tossici. Oggi il premier Conte e sette ministri si raduneranno a Caserta per firmare un protocollo di intesa per azioni urgenti contro i roghi. “Il Governo del cambiamento – attacca Conte su Facebook – dichiara guerra a mala gestione e traffici illeciti che per troppi anni hanno devastato un territorio meraviglioso”. Conte sta pensando di utilizzare l’esercito per presidiare i territori dove sono più frequenti gli incendi velenosi. Luoghi che tutti sanno ma che vanno in fumo periodicamente lo stesso.

Ma mi faccia il piacere

Severa autocritica. “Ho perso per il Milan. I nostri sondaggi ci hanno fatto vedere come 2,5 milioni di tifosi del Milan non ci abbiano votato perchè arrabbiati per la cessione” (Silvio Berlusconi, Libero, 12.11). Sempre lucido, il ragazzo.

Il mitomane. “Paolo Foietta, architetto, commissario straordinario del governo per la linea Torino-Lione, oramai da anni spera di avere un confronto televisivo con Marco Travaglio. ‘Ma il giornalista si è sempre rifiutato’…” (Il Foglio, 17.11). Naturalmente il noto millantatore non ha mai parlato con me in vita sua. Ma è fatto così: si è addirittura convinto che i cantieri per l’alta velocità Torino-Lione siano aperti da anni, mentre non sono state neppure bandite le gare. Lui però, nel suo mondo fatato, li vede e addirittura li racconta. Poi, la sera, si affaccia al suo balcone e invoca il mio nome: è il suo modo di invitarmi a un confronto televisivo. “Ormai da anni”. Portatelo via.

Fake checking. “Il tunnel di base della Tav Torino-Lione c’è già: fact checking sulle dichiarazioni dei Cinque stelle… La Tav, essendo una linea, è femminile” (Paolo Griseri, Repubblica, 14.11). Naturalmente il tunnel di base non esiste: quello che gli han fatto vedere sul versante francesi è uno scavo esplorativo (come confondere la Tac con l’intervento chirurgico). E Tav, acronimo di Treno Alta Velocità, è maschile. Ma ora Repubblica lo vuole femminile, come le sue belle madamine, perchè è una linea. Come dire che la Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino) di Mirafiori era maschile perchè era uno stabilimento. Quindi chiamiamola Lav e non ne parliamo più.

L’angolo della cultura. “Appena conclusa la mia visita al Dipartimento Conoscienza, abbiamo affrontato vari argomenti” (Mirko Bisesti, Lega, neoassessore all’Istruzione, Cultura e Università della Provincia autonoma di Trento, Facebook, 14.11). Autonomo da tutto, anche dalla grammatica.

Santa Evasione. “Manovra, oggi arriva il no all’Europa. Ma i vescovi: ‘Così mnopn ci si salva’” (Repubblica, 13.11). Iniziate a pagare l’Imu, poi vediamo.

L’Eroica. “Nonostante il raffreddore sono ancora in commissione a discutere gli emendamenti al disegno di legge su corruzione e prescrizione. #Avanti” (Alessia Morani, deputata Pd, Twitter, 15.11). Sono soddisfazioni.

Esclusi i presenti. “Cacciamo i magistrati inetti e fannulloni” (Carlo Nordio, pm veneziano in pensione, Libero, 12.11). Tanto lui è già in pensione.

Oggi le comiche. “Chi parla male”, “Insulti. Sberleffi. Topiche. Vituperi. E citazioni fasciste. É la neolingua del potere”, “Gli insulti usati come pietre per prendersi il Palazzo ora vengono scagliati dal Palazzo stesso. Per poterci rimanere indisturbati e a lungo” (l’Espresso, 18.11). Segue il terribile dizionario giallo-verde: verginelle, facinorosi, sciacalli, borghesucci, me ne frego, radical chic, rosiconi, guinzaglio, scemo, ragno, cretini, analfabeti, ipocriti, diabetici, bugiardi, colpevoli, fessi, fanculo, manina, puttane, pseudointellettuali, zero. Chiude un saggio di Umberto Gentiloni su “Il fascismo”, “I fantasmi che ritornano. La mistica nazionalista. La caccia al capro espiatorio. Un modo di pensare e di agire. Uno studioso confronta passato e presente”. Quindi chi dice “ragno” è fascista, mentre chi dà del “fascista” a chi non la pensa come lui è un sincero democratico.

Dolce stil novo/1. “Un suggerimento a Salvini: penso che la compagna giusta per lui sia una come l’onorevole Rosaria Bindi. La signora Isoardi obiettivamente merita, è una grande donna. Impegnativa, diciamo, e anche stressante. La coppia Salvini-Bindi, invece, la vedrei meglio. Lui torna a casa stanco e distrutto e si mette a fare gli esercizi spirituali. Salvini ha bisogno di una partner rasserenante, pacificante, narcotizzante” (Vincenzo De Luca, Pd, governatore della Campania, Lira Tv, 10.11). Massima solidarietà alla signora De Luca.

Dolce stil novo/2. “Tòrnatene in cucina!” (Mauro Laus, senatore Pd, alla senatrice M5S Alessandra Masiorino che sta parlando in aula, 6.11). Massima solidarietà alla signora Laus.

L’hanno rimasto solo. “Gli italiani vogliono trivialità e tracotanza… Il complottismo e la dietrologia paranoide dei grillini si sono alleati al razzismo… Per chi la pensa come me le prossime Europee saranno un tracollo” (Alessandro Piperno, scrittore, La Stampa, 18.11). Il Paese non lo merita, e senza nemmeno sapere chi è.

Il titolo della settimana/1. “Minenna, bastian contrario amico dei magistrati per la Consob” (il Giornale, 18-11). Bei tempi, quelli degli amici dei delinquenti.

Il titolo della settimana/2. “Senza prescrizione che Giustizia sarà?” (Il Dubbio, 15.11). Giusta.