La scuola e la lettura, come sono fuggita da “La vergogna” di Y

Brano inedito in italiano di Annie Ernaux, parte di una conferenza del 13 ottobre 2012, in occasione del suo primo ritorno ufficiale nella cittadina della sua infanzia. La traduzione è di Lorenzo Flabbi. Della Ernaux uscirà domani “La vergogna”, edito da L’orma.

A  memoria non saprei ricostruire l’intera topografia di Yvetot, sebbene da piccola l’abbia percorsa in lungo e in largo, prima a piedi con mia madre nelle nostre passeggiate domenicali, più tardi in bicicletta con mia cugina Colette. Ma sono i luoghi precisi in cui si vive e i tragitti più familiari a portare inscritta in sé la fisionomia personale di una città. Quando ero bambina, molto prima che il termine “periferie” diventasse, in bocca a politici e giornalisti, sinonimo di quartieri degradati e al contempo pericolosi, se si definiva una zona come “periferica” era più che altro per contrapporla al “centro”, per specificarne la lontananza dalla piazza del municipio e magari sottintendere il basso reddito dei suoi abitanti. Solo talvolta si intendeva alludere anche alla sua cattiva reputazione. Di molte strade periferiche non si menzionava nemmeno il nome preciso, anche perché d’altronde erano spesso strade lasciate anonime, come se fossero già campagna. (…) L’intero spazio urbano si definiva in relazione al centro, una zona di cui, oggi come ieri, non saprei determinare con esattezza l’estensione, ma i cui confini, pur non esistendo materialmente, erano comunque tangibili e reali nel linguaggio delle persone. Per annunciare che si andava alle poste o al municipio, in rue Le Mail o in rue du Calvaire, in rue de l’Étang o in rue Carnot, si diceva “vado in città”, o “salgo in città”, o persino “vado a Yvetot”. Come la maggior parte dei miei parenti, anche i miei genitori e io appartenevamo alla categoria delle persone che dicevano proprio “vado in città”, come se nelle nostre occasionali capatine in centro ci stessimo inoltrando in un territorio che non era più il nostro, quello in cui bisognava presentarsi, se possibile, vestiti di tutto punto e con i capelli in ordine, in cui si era sottoposti alle valutazioni e ai giudizi delle molte persone che si incrociavano per strada. Il territorio dello sguardo degli altri, e dunque, a volte, il territorio della vergogna.

Voglio dire, con questo, che se parlo della distinzione spaziale esistente tra il centro e gli altri quartieri della mia città è per rievocare un altro tipo di separazione, che è quella di carattere sociale. Essa però non coincideva necessariamente con quella topografica, dal momento che le grandi ville potevano talvolta trovarsi di fianco ad abitazioni più modeste, cosicché i cittadini benestanti avevano per vicini semplici operai, anziani indigenti, famiglie numerose stipate in “casupole” senza acqua corrente né bagno. Ciò che oggi viene definito mix sociale ha caratterizzato il territorio esatto della mia esperienza del mondo, all’interno di un perimetro che includeva la stazione, rue de la République e rue du Clos-des-Parts, oltre il ponte di Cany e il quartiere dello Champ de Courses, all’ombra dell’ospizio e del campanile che suonava l’angelus. Dentro i confini di questo territorio posso dire di aver avuto un posto in prima fila per assistere alle differenze e alle ingiustizie sociali, e di essere stata a mia volta, per via dell’estrazione dei miei genitori, oggetto del disprezzo di classe e della condiscendenza dei più agiati.

Ho già raccontato in due miei libri, Il posto e Una donna, la circoscritta ascesa sociale che ha portato i miei genitori, entrambi operai, a diventare proprietari di un caffé-drogheria, prima a Lillebonne e poi appunto a Yvetot, nella parte bassa di rue du Clos-Des-Parts. Ma voglio insistere su ciò che il mio sguardo di bambina e di adolescente ha immagazzinato mentre ero confrontata alla realtà sociale nella sua versione più nuda, persino violenta, quella in cui ero immersa ogni giorno nel bar e nell’emporio dei miei, due luoghi consacrati interamente al commercio in cui restava ben poco spazio per l’intimità. Se mia madre si allontanava per una ragione qualsiasi e non sentiva il campanello del negozio, il mio compito era quello di urlare subito “Mamma, c’è gente!”. Posso dire di esserne sempre stata circondata, dalla gente, di essere cresciuta insomma in mezzo al mondo e alla sua diversità, per quanto gran parte della clientela rientrasse di fatto nel novero dei meno fortunati tra gli abitanti del quartiere. A differenza dei moderni negozi del centro, nel nostro non entravano mai sconosciuti: ogni cliente era portatore di una storia che si raccontava a mezza bocca in drogheria, una storia famigliare, sociale, persino sessuale, della quale ovviamente non perdevo neanche una parola. Era una folla variegata e nutrita, che doveva costantemente fare i conti con l’aspetto economico dell’esistenza, come del resto facevano anche i miei, con la loro paura della miseria, di “non farcela”, con l’angoscia nel contare ogni sera l’“incasso di giornata” e vederlo via via più basso. Mi ricordo di ciascuno degli abitanti del quartiere, anche di chi non era un nostro cliente abituale. Nello scrivere il mio primo libro, Gli armadi vuoti, pur avendo cambiato i nomi erano i loro volti che avevo davanti agli occhi.

E ne La vergogna scrivo: “Nel ’52 non riesco a pensarmi fuori da Y., (da notare che non scrivo “Yvetot” per esteso. Soltanto Y., perché per me è una città mitica, la città dell’origine) dalle sue strade, dai suoi negozi, dai suoi abitanti, per i quali io sono Annie D. o ‘la piccola D.’ (Annie Duchesne). Non esiste, per me, nessun altro mondo. Y. è presente in ogni discorso; è in relazione alle sue scuole, alla sua chiesa, alle sue mercerie, alle sue feste che ci si colloca nello spazio e si formulano i propri desideri.”

“Non esiste, per me, nessun altro mondo”: era vero nel 1952, quando ero una dodicenne, e per molto tempo, fino ai miei diciott’anni, le cose non sarebbero cambiate. Ma il sapere scolastico e la lettura erano realtà già presenti nella mia vita, e avrebbero poi rappresentato in maniera via via più forte le mie due autentiche vie di fuga dalla cittadina di Yvetot.

“I miei soldi hanno aiutato Trump per lasciare Ivana. Il calcio? Un mondo losco”

La prima domanda, il primo dubbio dopo l’ictus dell’anno scorso (“come sta?”) iniziano a sciogliersi già dal brusio che invade l’ascensore; spariscono del tutto appena varcata la soglia di casa: Vittorio Cecchi Gori in tuta, decisamente dimagrito, un colore di capelli sobrio, leggermente paonazzo mentre urla al telefono: “Tycoon a chi? A chiiiiii! Non sono un tycoon (pausa, ascolta brevemente l’interlocutore) Sì, l’ultimo tycoon del cazzo… io sono una vittima… Ho detto no, e basta”. Questa è la sintesi di una conversazione lunga qualche minuto, mentre cammina nel suo appartamento romano, con passo veloce e frequente.

L’associavano a Trump.

Nel 2001 o 2002 mi raggiunse a Saint Tropez e disse: ‘Vieni a vivere negli Stati Uniti, altrimenti in Italia ti rovinano’.

Lungimirante.

Cacchio è vero. Però ci siamo conosciuti tempo prima: dalla sua società avevo acquistato gli ultimi due piani di un grattacielo a Central Park, e pagati in contanti; un affarone per me, felicità totale per lui perché aveva bisogno di liquidità per la separazione dalla moglie Ivana.

Messo all’angolo uno come The Donald?

C’è una regola fondamentale: puoi essere presidente o l’ultimo arrivato, sempre al bagno devi andare.

Aveva ragione rispetto al “vieni a New York”…

Sì, ma quando parlava non lo capivo tanto, forse perché non si intendeva di cinema, pochi gli argomenti in comune.

Neanche la comune passione per le donne?

Vabbè ma quello è normale, anzi è buon segno.

Di un altro tycoon, Berlusconi, ha dichiarato: “Se gli dai il dito ti si prende il culo”.

Confermo.

Non le sta antipatico…

(Sul viso compare un’espressione strana, un mix di emozioni stratificate nei decenni) All’inizio Silvio è stato la fortuna del cinema e anche la mia, in particolare grazie alle sue televisioni private; poi come sempre avviene, riesce a distruggere le persone che gli sono state vicine.

Ecco quella frase…

Nata da una conversazione con Gianni Agnelli su Giovanni Spadolini, quando non venne eletto alla presidenza del Senato e per un solo voto (nel 1994 vinse Carlo Scognamiglio, di Forza Italia).

E Agnelli?

Gli piacque così tanto da ripeterla a chiunque e in continuazione.

Da ex parlamentare le hanno tolto il vitalizio.

Non è il maggiore dei miei problemi, con tutto quello che mi è capitato in questi anni! Anzi, a me i 5Stelle neanche dispiacciono.

Dei suoi problemi, qual è il più grande rimpianto?

Senza dubbio il cinema: soffro nel vedere com’è ridotto, magari avrei lottato per salvare qualcosa, per mantenere certi livelli, in particolare la nostra presenza sul mercato internazionale.

Quale film le sarebbe piaciuto produrre?

Non lo so, non li vedo più tutti.


La grande bellezza

No, non sono sereno nei giudizi (si ferma, riflette) paragono ogni pellicola a quelle prodotte da noi, e le nostre mi sembrano sempre più belle.


Perfetti sconosciuti.

Ecco, questo è girato bene ed è arrivato all’estero… noi il mercato straniero lo toccavamo spessissimo, grazie ad Altrimenti ci arrabbiamo pure l’estremo Oriente.

Bud Spencer e Terence Hill.

Un record incredibile, girato insieme a due persone perbene, molto differenti caratterialmente, ma compatibili come poche altre.

Bud Spencer è celebre per le spaghettate in roulotte durante le pause.

La roulotte è un mondo a sé, è il cinema; lì dentro sono nate leggende, storie, amicizie e discussioni: Aldo Fabrizi cucinava chili e chili di spaghetti, il fumo del bollitore usciva da ogni parte; Renato Pozzetto era fissato, la considerava sacra, quasi inviolabile.

Una casa.

Sì, ma solo dentro al contesto del set, altrimenti diventavi un poveraccio.

Le roulotte permettevano le fugaci storie d’amore.

Solo la sera, durante il giorno si girava.

Gianmarco Tognazzi a La Zanzara ha rivelato che il padre Ugo pure durante le riprese…

Era micidiale, una passione smodata per le donne. E lo capisco bene (scoppia a ridere).

Anche lei sui set…

Lì mai.

Impossibile.

Davvero: mai sedotta una attrice per il mio ruolo da produttore, ogni storia è nata sempre dopo la conclusione del film.

Insomma, Tognazzi…

Con lui abbiamo girato molte pellicole, alcune complicate come nel caso de La Califfa: c’era Alberto Bevilacqua (regista) poco pratico della macchina da presa, mio padre lo doveva perennemente guidare, sembrava lui il vero regista.

Sarà stato contento Bevilacqua.

Il vero produttore è pure autore, e il regista deve essere un po’ produttore: questa è la meccanica; mio padre prendeva il copione e si segnava le scene incerte, poi chiamava gli sceneggiatori e li invitava caldamente a correggere; poi si imponeva sui registi, ma solo dal punto di vista meramente creativo.

Anche lei?

Meno, papà andava più a fondo. Però andavo sempre sul set.

Il successo di Altrimenti ci arrabbiamo è suo. Suo padre cosa le disse?

Non lo ha mai capito, né amato: non lo sentiva proprio.

Gli incassi li avrà visti.

Altri tempi. Vede questa casa? (Un bell’attico ai Parioli, spoglio in quel che resta di un arredo in perfetto stile anni Sessanta).

Cos’ha?

Acquistata nel 1962 grazie agli incassi de Il sorpasso. E quante discussioni per realizzarlo.

Tra chi?

Mio padre e Dino Risi: scazzavano pure sulle singole scene, delle liti epiche, straordinarie, tra due grandi teste.

Lei presente sul set?

Avevo vent’anni e ricordo la magia di quelle settimane: in apparenza discutevano, ma in sostanza filava alla perfezione, una magia perenne, compresa la scelta all’ultimo momento di Trintignant, o quella del contadino.

Il tizio con le uova.

Ingaggiato a caso e solo un’ora prima di girare: l’attore scelto non si era presentato (si ferma). Con Brancaleone stessa storia.

Cosa?

Altra magia, e pensare che non lo voleva nessuno a causa del linguaggio ‘incomprensibile’, dicevano. Al contrario è stata la sua forza, e grazie alla cultura dei miei genitori.

Gassman.

Persona straordinaria, girare Brancaleone è stata un’avventura. Cinema nel cinema. Serate di confronti, anche aspri: una sera Vittorio ha dato un paio di ceffoni a Volonté; Gian Maria a volte era veramente pesante, difficile vederlo rilassato.

Qual è il punto debole degli attori?

Soffrono l’età, hanno difficoltà nell’invecchiare, proprio non lo accettano.

Chi è l’attore?

Due categorie: quelli che interpretano solo se stessi, e chi entra nelle varie parti.

Esempio.

Nel primo gruppo inserisco Alberto Sordi, perennemente lui; nel secondo Marcello Mastroianni.

Il suo primo set.

Nel 1949 con mio padre a Napoli, per un film con Eduardo De Filippo: durante le pause mi piazzavo sulle sue ginocchia.

Di De Filippo?

Sì, e mi lamentavo perché era troppo ossuto; ho ancora nella testa, nel cuore e nelle narici la gioia del pranzo, con cestini stracolmi di ogni magnificenza culinaria, il trionfo dell’opulenza partenopea. Comunque le pause dei film sono fondamentali, puoi stringere accordi, far nascere amicizie, sinergie, capire la vera natura delle persone.

Ha mai visto sorridere Eduardo?

Mai. In compenso mi sono rifatto con Massimo Troisi, uno dei pochi ad associare il ruolo di attore a quello di autore.

Roberto Benigni.

Non lo vedo da qualche anno, però il tempo passa per tutti.

Con lui ha vinto l’Oscar con La vita è bella.

E dopo abbiamo sbagliato a girare Pinocchio.

La maledizione di Pinocchio.

Che per me vale doppio: oltre a lui pure con Francesco Nuti. Due disastri. Il problema è uno, e solo uno: è un libro per grandi, mentre tutti lo interpretano come un testo per ragazzi.

Perché il secondo flop dopo quello con Nuti?

Dopo il successo de La vita è bella, Roberto aveva difficoltà nel trovare una storia interessante, quindi siamo andati a sbattere da consapevoli, ma senza via d’uscita.

Con Benigni e Troisi è nato Non ci resta che piangere.

Ricordo lo sguardo scandalizzato di mio padre al momento dell’anteprima a Cinecittà: il film durava circa quattro ore, e non capiva l’assoluto di due geni messi insieme. Quante risate…

Sul set?

Anche fuori: a cena ridevo per ogni gag volontaria e non. E quel film solo loro potevano realizzarlo: la storia non è un granché, sono i loro tempi comici a renderlo incredibile.

Quale film le è sfuggito.

Ero fissato per Cent’anni di solitudine. Un giorno mi chiamano da Los Angeles: ‘Ti abbiamo preso un appuntamento con Garcia Marquez’. Decido di partire con Giuseppe Tornatore, destinazione: Città del Messico; un viaggio complicato durante il quale andiamo a sbattere con la macchina.

Pure l’incidente…

Tamponati durante un nubifragio, niente di grave, mi sono rotto giusto una costola.

Ah, allora…

Arrivati andiamo a casa di Marquez, la moglie in cucina a preparare la cena; lui gentilissimo, voleva darmi tutti i diritti dei libri, mentre io desideravo solo Cent’anni. ‘Nessuno è in grado di girarlo, è un romanzo troppo personale, intimo, impossibile ricreare quell’ambientazione’. Tornatore ci rimase malissimo.

Al Fatto lei ha dichiarato di aver conosciuto molto bene Weinstein.

Un uomo di grandi capacità dal punto di vista cinematografico, per il resto un lazzarone. E riguardo ai film, con lui non si vedeva una lira.

Altro che lazzarone.

Con me è stato bravissimo nel lancio statunitense delle pellicole che poi hanno vinto l’Oscar (Mediterraneo, La vita è bella e Il postino), poi mi chiamava sempre per raccomandarmi qualche attrice, quindi le donnette con lui giravano.

Lo scandalo non l’ha stupita?

Per nulla.

Con lei le attrici ci hanno provato?

Alcune mi hanno fatto girare la testa, ma come le dicevo, sempre dopo la chiusura del’ultimo ciak. Insomma, ci conoscevamo sul set.

Davvero mai prima?

Solo le minori, quelle che hanno necessità di questi mezzucci.

Un suo amico.

Marco Risi, grazie ai nostri genitori siamo cresciuti insieme. Quando sono stato male è corso in ospedale, non ha ottenuto il permesso di entrare, e allora mi ha scritto una lettera bellissima. Il mio sogno è rifare Il sorpasso insieme a lui.

Carlo Verdone è stato suo testimone di nozze.

E in quel momento è nata l’idea de I due carabinieri.

Davanti all’altare?

Durante la cerimonia vidi lui ed Enrico Montesano impettiti, vestiti in blu e pensai al soggetto del film. Comunque sul set litigarono…

Come mai?

Enrico era geloso delle risate, si lamentava, e aveva ragione Carlo.

Montesano carattere complicato.

Eh sì, certi atteggiamenti hanno decisamente limitato la sua carriera.

Per anni è stato proprietario della Fiorentina. Come giudica quel mondo?

È losco, marcio come non potete immaginare. Ci hanno spedito in Serie B e in precedenza non siamo riusciti a vincere lo scudetto, la mia piccola vendetta è stata vendere Batistuta alla Roma…

Ha visto cose che…

(Cambia discorso) Da ragazzo giocavo pure a pallone.

Con Pasolini.

Correva molto ma non era forte. Io meglio di lui.

I calciatori professionisti.

Degli immaturi obbligati a crescere velocemente e questo provoca dei traumi amplificati dall’incredibile vortice economico che li circonda.

Tra tutte le persone che ha conosciuto e che non ci sono più, con chi le piacerebbe poter passare ancora un’ora?

Esclusi i miei genitori?

Sì.

Giovanni Paolo II. Dopo La vita è bella chiamò me e Roberto (Benigni) per un incontro: sei ore solo a noi due.

Sei ore metaforiche?

No, reali: dalle 14.30 alle 20.30, e venni fuori alla distanza, perché Roberto è un bel rivale, mica sta zitto facilmente. Il Papa apprezzò molto lo spirito del film, in particolare il desiderio di riunificazione tra cattolici ed ebrei, fino a quando lo vennerò a chiamare: ‘Santità è l’ora della cena’.

Un suo errore “chiave”?

A un certo punto mi sono lanciato in troppe situazioni e non ho retto.

Si sente solo?

Rispetto a prima è inevitabile, un tempo lavoravo a pieno ritmo; ma finché sei vivo devi illuderti di essere eterno.

(È tramontato il sole, la luce elettrica non viene accesa. Ma dagli occhi di Cecchi Gori parte un lampo)

 

“Chapo, l’impunità in mazzette costava 300 mila dollari all’anno”

“Èquello con la cravatta lilla e la camicia rosa”. New York, novembre 2018, processo a El Chapo, all’anagrafe Joaquín Guzmán Loera, il più noto narcotrafficante al mondo. A identificarlo in aula è Jesús “El Rey” Zambada, primo collaboratore del cartello di Sinaloa chiamato a testimoniare. Fratello minore del capo Isamael “El Mayo”, Zambada vuota il sacco e racconta come funzionava la filiera del narcotraffico. Entrato nell’organizzazione criminale nel 1987 e arrestato nel 2008, fu lui a istituire il sistema contabile per gli introiti delle vendita di droga negli Usa, lui “vice leader” responsabile di 40 dipendenti del cartello a Città del Messico.

Qui gestiva i magazzini nei quali si classificavano i carichi di cocaina colombiana e si organizzava il trasporto verso la frontiera nord. Partecipò all’operazione che permise la prima fuga di El Chapo dalla prigione di massima sicurezza di Puente Grande. “Trovai io il posto dove far atterrare l’elicottero”, confessa El Rey alla giuria. “Le forze speciali erano a un passo dal catturarlo”, aggiunge. L’ultima volta che Zambada ha parlato con Guzman è stato poco prima del suo arresto. Lo chiamò con suo fratello per chiedergli di negoziare un accordo di pace con Arturo Beltrán Leyva, capo del cartello omonimo che aveva dichiarato guerra a quello di Sinaloa perché pensava che El Chapo avesse consegnato alle autorità suo fratello Alfredo. “La guerra metteva in pericolo tutti”.

L’organizzazione: il boss e i suoi soci

El Rey entra nei particolari mentre Joaquín Guzmán non gli stacca gli occhi di dosso dal banco della difesa. Racconta che c’erano altri leader oltre a suo fratello Ismael. Cita espressamente l’imputato: “Misero su una società insieme”. Fa anche il nome di Juan José “El Azul” Esparragoza e di Amado Carillo Fuentes, noto come “Il signore dei cieli”. Tutti insieme investivano nell’acquisto di cocaina colombiana per condividere il rischio e rendere più solida l’organizzazione di Sinaloa. Quanto al prezzo della droga il testimone spiega che più ci si addentrava in territorio Usa e più aumentava. Un chilo di cocaina nella Capitale messicana valeva 10 mila dollari. A Los Angeles saliva a 20 mila al chilo, ai quali bisognava sommare il costo per il trasporto e la sicurezza: 7 mila dollari. Nel caso di Chicago, il prezzo lievitava fino a 25 mila dollari, con 9 mila di spese. New York, stando al racconto di Zambada, era il mercato più redditizio. Il costo della spedizione della droga era simile a quello di Chicago, ma il prodotto rendeva 35 mila dollari al chilo. “Perché è più difficile la vendita”, spiega. Ma al momento di ridividersi le quote, queste si riducevano in caso di sequestro. In quanto alla logistica, Zambada parla di aerei, mezzi di terra e finanche di mare per trasportare la droga dalla Colombia ai magazzini di Città del Messico e da lì verso la frontiera Usa. El Rey mostra alla giuria una mappa con 20 punti di accesso. “Il cartello – spiega – dispone di sicari che eliminano i nemici e di un gruppo di sicurezza che garantisce che la droga arrivi a destinazione, pagando mazzette ai funzionari. “I guadagni venivano ripartiti tra i leader quando qualcuno ne aveva bisogno”. L’obiettivo infatti era “controllare il mercato e il prezzo della droga”. Per questo “i leader tenevano molte riunioni, anche per garantire la pace tra i membri. È questa unità a rendere così forte il cartello. Ma per soddisfare l’obiettivo c’era bisogno di una struttura in grado di corrompere le autorità messicane: “Ho pagato a nome di El Chapo, per l’amicizia che correva tra noi e perché Guzman era socio di mio fratello El Mayo”. Da loro riceveva fino a 7 tonnellate di cocaina. “Ne arrivano tra le 4 o 5 all’anno da ciascuno. Da cui milioni di euro di introiti”. Era lui inoltre a controllare l’areoporto di Città del Messico e si occupava della “sicurezza governativa” per proteggere i movimenti della droga. Tra i suoi compiti c’era quello di corrompere le alte sfere. “Erano persone di fiducia”, sostiene. “Amici che ti fai negli anni e che ti aprono la strada a nuovi funzionari perché lavorino con te”. Un esempio è quello della mazzetta al “generale Toledano”, alto funzionario dello stato di Guerrero, regione del Pacifico messicano nella quale si semina marijuana e oppio. Volendo muoversi su quella piazza, Zambada racconta di averne parlato “con Guzman e questi mi disse che (il generale Toledano) era suo amico. Di andare a trovarlo, di portargli 100 mila dollari cash in regalo e di dirgli che avrei lavorato nel suo Stato”.

La rete di corruzione, dalla polizia all’Interpol

Da qui Zambada spiega come ampliò il ventaglio della corruzione: da un comandante dell’ufficio del Procuratore generale della Repubblica, detto Yanqui agli ufficiali della polizia federale, della Polizia giudiziaria e addirittura dell’Interpol. In tutto “300 mila dollari di mazzette al mese per i pubblici ufficiali. Ero io a consegnare il denaro da parte dei leader. Era una cifra necessaria per mettere in sicurezza la piazza che controllavano perché le autorità lavorassero solo per un cartello”. A questa rete si aggiungono i sicari che dovevano eliminare ogni minaccia. “Le mazzette – secondo El Rey – permettevano anche di sviare o mettere a tacere le indagine sugli assassini dei rivali. “Si entrava in contatto con il comandante per capire la linea dell’indagine e si chiedeva che la depistasse. El Chapo controllava con El Mayo la zona nota del Triangolo di Dorado formato da tre stati: Sinaloa, Durango e Chihuahua dove si producono oppio e marijuana. “Ma il potere dei capi abbracciava l’intero Paese, attraverso ‘vice’ in tutti e 32 gli Stati. Guzman lo chiamavano ‘il rapido’ per il suo controllo dei tunnel: la maniera più sicura per far arrivare la droga negli Usa, ma anche far tornare in Messico il denaro cash della vendita di stupefacenti e importare armi dagli Usa”. Più che un tunnel, un circolo vizioso.

Khashoggi, l’amico amerikano inchioda il principe

L’affaire Khashoggi più che una spina è diventato una vera e propria spada nel fianco del presidente Trump, strenuo sostenitore della politica del giovane principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Smentendo l’affermazione di qualche giorno fa di John Bolton, consigliere per la sicurezza di The Donald, un rapporto della Cia rivela che sarebbe stato proprio il principe ereditario Mohammed bin Salman a ordinare l’assassinio del giornalista all’interno del consolato di Istanbul. Il contenuto del rapporto è stato passato da alcuni funzionari dell’agenzia al Washington Post, l’autorevole quotidiano per cui Khashoggi scriveva da quando aveva lasciato Ryad per risiedere negli Usa.

Secondo il rapporto, a provare che il mandante dell’omicidio sia stato il principe ereditario, c’è anche una telefonata che il fratello, principe Khalid bin Salman, ambasciatore negli Stati Uniti, avrebbe fatto a Khashoggi, riparato negli Usa per non incorrere nelle purghe dell’uomo forte di Ryad verso il quale aveva scritto articoli molto critici.

L’ambasciatore ha respinto ogni coinvolgimento scrivendo su twitter di avere spiegato al Washington Post che “l’ultimo contatto avuto con il signor Khashoggi è stato via sms il 26 ottobre 2017”. “Non ho mai parlato con lui per telefono e certamente non gli ho mai suggerito di andare al consolato in Turchia per nessuna ragione”, ha aggiunto l’ambasciatore saudita. Non è chiaro, scrive il Wp, se Khalid sapesse che Khashoggi sarebbe stato ucciso, ma egli fece la telefonata – intercettata dagli 007 Usa – su ordine del fratello. La conclusione della Cia è basata anche sulla valutazione che il principe è il governante di fatto del Paese: “È impossibile che l’omicidio e lo smembramento del corpo del giornalista sia avvenuto senza che il principe ereditario lo sapesse o fosse coinvolto”, ha sottolineato un dirigente a conoscenza delle conclusioni della Cia. Tre settimane fa, Gina Haspel, direttrice della Cia fortemente voluta da Trump, era stata mandata in missione in Turchia per incontrare gli inquirenti e verificare le registrazioni audio dell’omicidio di cui dicevano essere in possesso. In quei giorni Ryad negava addirittura la morte dell’opinionista saudita. La Cia, ha riferito un’altra fonte al Washington Post, considera il principe “un buon tecnocrate” ma anche un soggetto volubile e arrogante, capace di “andare da zero a 60. Non sembra comprendere cioè che alcune cose non si possono fare”. Gli analisti dell’agenzia ritengono che Mohammed bin Salman abbia ancora saldamente in mano il potere e il suo ruolo non appare minacciato dalla vicenda Khashoggi. “L’opinione generale – prosegue la fonte – è che probabilmente se la caverà”. Due giorni fa il procuratore di Ryad, Saud al-Mojeb, ha chiesto cinque condanne a morte ma ha anche spiegato che dall’inchiesta è già stato escluso il coinvolgimento di Mohammed bin Salman. Per ora la Casa Bianca non ha commentato, ma la decisione della Cia di passare il dossier alla stampa viene vissuta da Trump come un tradimento. Anzi la ritiene un vero e proprio bastone fra le ruote della propria agenda in Medio Oriente, basata sull’asse di ferro con l’Arabia Saudita e Israele in chiave anti iraniana. L’ammissione di Ryad della morte e smembramento del corpo di Khashoggi ha costretto Washington a varare sanzioni contro 17 funzionari sauditi, compreso Saud al-Qahtani, fedele collaboratore del principe Salman.

Gilet gialli, blocchi e lacrimogeni: protesta col morto

“Riformare il Paese, ma non sulla pelle della gente”: Bernard, pensionato, è andato a manifestare ieri sulla place de la Concorde, a Parigi, insieme a un migliaio di altri ‘giubbotti gialli’. A piccolo gruppi hanno tentato di risalire gli Champs Elysées con lo striscione “Lo stato rovina il popolo” e di raggiungere l’Eliseo, a qualche centinaio di metri da lì. Ma sono stati fermati dalla polizia che li ha rispediti indietro. Un sistema di sicurezza impressionante è stato dispiegato sull’avenue parigina per isolare il palazzo presidenziale.

Alcune decine di giubbotti gialli sono riuscite a radunarsi in rue du Faubourg Saint-Honoré al grido di Macron démission. Un breve, simbolico, sit-in è stato improvvisato perché il presidente potesse sentire “la rabbia della gente con le sue orecchie e non solo in tv”. Poi gli agenti hanno disperso la piccola folla con i lacrimogeni. I giubbotti gialli sono automobilisti arrabbiati per il caro-carburante, ma non solo.

Sono gli anonimi della Francia rurale e extraurbana che il geografo Christophe Guilluy definisce la “Francia periferica” dove vivono “classi medie, agricoltori, operai, dipendenti con bassi stipendi, autonomi, pensionati. Una maggioranza della popolazione – ha spiegato Guilluy a Le Parisien – che da 20/30 anni subisce una ricomposizione economica che li penalizza”. Se la protesta è nata per dire stop al caro-carburanti, la rabbia è più generale. Si protesta contro la politica fiscale del governo che ha abolito la tassa sul patrimonio per i più ricchi, ma ha aumentato il prezzo del gas e tassato le pensioni. In alcuni casi ci sono state infiltrazioni di casseurs, i manifestanti hanno cercato di proteggersi formando dei cordoni. I giubbotti gialli sono riusciti a creare il caos in tutto il paese organizzandosi sui social media. I primi blocchi si sono formati all’alba. Prima poche decine di persone, ma nel corso delle ore il movimento si è amplificato. Sul périphérique di Parigi centinaia di automobili hanno organizzato un’operazione “lumaca” e concerti di clacson. Il traffico è stato rallentato anche sui raccordi di Bordeaux e Nantes.

È stato difficile accedere all’aeroporto di Tolosa e bloccato il traforo del Monte Bianco. Operazioni “pedaggi gratis” sono state organizzate all’imbocco di certe autostrade. A Nizza è stata “invasa” la Promenade des anglais. Nel nord più povero, dove chiudono le industrie, Fabrice, 50 anni, ha bloccato con gli altri una zona commerciale di Seclin: “Mi vergogno di vivere nel paese più tassato d’Europa. Me la prendo con tutti i politici, gli stessi da 40 anni, che come delle zecche succhiano il sangue del popolo”. Christelle, madre di due bambini, manifesta a una rotonda stradale di Bar-le-Duc: “Si fatica in famiglia pure con due stipendi. Il governo aveva promesso la fine della tassa di abitazione, e invece è persino aumentata!”. Più di 2.300 punti critici sono stati censiti.

I soli dati disponibili sono quelli forniti dal ministero dell’Interno, che ha contato 282 mila giubbotti gialli in tutta la Francia. Sono stati registrati incidenti e tensioni. Più di 73 sono i fermi e più di 227 i feriti, di cui almeno sei gravi. Una pensionata è morta a Pont-de-Beauvoisin, in Savoia, investita da un’auto. Al volante, una donna di 43 anni che stava portando la figlia dal medico e che, presa dal panico al posto di blocco, ha imboccato una rotonda in controsenso.

Il movimento si descrive come apolitico e senza etichette sindacali, ma ha ricevuto il sostegno di tutte le opposizioni. La leader del Rassemblement National, Marine Le Pen, non è scesa nelle strade ma diversi consiglieri RN hanno indossato il gilet fluorescente. “Un immenso momento di auto-organizzazione popolare è in corso”, ha scritto in un tweet il radicale di sinistra Jean-Luc Mélenchon. Philippe Martinez, segretario del sindacato CGT, ha chiesto l’aumento del minimo salariale. La tensione restava alta ieri sera. I giubbotti gialli potrebbero tornare a occupare le strade e la place de la Concorde.

Siracusa, indagato esponente Fiom per estorsione a società

Gli agenti della Squadra mobile sono entrati ieri negli uffici della Fiom Cgil di Siracusa per acquisire la documentazione sulla vertenza Set Impianti e la successiva acquisizione da parte del Consorzio Sinergo di Gela. Una settimana fa erano stati arrestati Roberto Getulio, segretario provinciale della Fim Cisl, e Marco Faranda, segretario provinciale della Uilm, con l’accusa di estorsione. Secondo la polizia, i due sindacalisti hanno chiesto alla società gelese 30 mila euro, da pagare in più riprese, per non ostacolare l’avvio dell’attività della Sinergo ad Augusta che ha rilevato, alcuni mesi fa, all’asta giudiziaria la Set Impianti s.r.l. posta in liquidazione per fallimento. L’azienda gelese è in procinto di riavviare l’attività aziendale grazie al riassorbimento dei circa 120 lavoratori dell’impresa fallita. Secondo la polizia, i due sindacalisti avevano chiesto 30mila euro per non ostacolare l’avvio dell’attività. Ora la Procura di Siracusa indaga anche il segretario generale della Fiom Cgil di Siracusa, Antonino Recano, che si è autosospeso dagli incarichi. Gli altri due erano stati colti in flagrante mentre intascavano 1.500 euro ciascuno, secondo l’accusa, la prima tranche chiesta agli imprenditori per appianare ogni vertenza sindacale.

Di banche, Qe, golpettini di carta e spread: un promemoria

Noi siamo gente impressionabile e il cosiddetto flusso delle notizie ci turba sempre assai. Per questo vorremmo usare queste poche righe – prima di tornare nel mondo in cui il capo dello Stato, che pur si rifiuta di fare il leader Sì Tav, sovverte un voto a maggioranza assoluta del Parlamento sui saldi di finanza pubblica, dato secondo Costituzione, in base ai poteri che gli conferisce l’alleanza intergalattica – come un promemoria, un post-it pubblico. Questa settimana, tra le molte, sono infatti successe due cose cui forse non si è dedicata sufficiente importanza. La prima: un emendamento alla manovra permette alle banche non quotate di fare come le Sparkasse tedesche e cioè di non prezzare i titoli di Stato a bilancio al loro valore di mercato (cioè di non tener conto dello spread) e di non applicare le nuove, punitive, regole sulla copertura di eventuali future perdite sui crediti. Tradotto: si prova a mettere in sicurezza il pezzo più debole del sistema dalla “punizione dei mercati” invocata da molti persino in Italia. La seconda: Mario Draghi ha detto venerdì che lo spread alto è colpa dell’Italia, ma anche che purtroppo quest’inflazione nell’Eurozona non s’alza e, visti pure i recenti segnali (cfr. crescita negativa in Germania), sulla politica monetaria forse c’è qualcosa che andrà ripensato. Tradotto: non è detto che il Quantitative easing finisca a dicembre. Ce le segniamo qui queste due notizie, prima di tornare ai golpettini di carta e di spread, anche per non essere troppo sorpresi laddove, alla fine, la montagna del sapone partorisse il topolino.

Colti e Ignoranti: le 50 sfumature di chi ne sa di più

Per capire qualcosa della cultura e dell’ignoranza si può usare la metafora del viaggio e del turismo. I “viaggiatori” si considerano eredi aristocratici del grand tour, acculturati per definizione e altezzosamente distinti dai “turisti”, massificati e ignoranti anch’essi per definizione. Ma il critico letterario americano Jonathan D. Culler ci fa notare che la spocchia con cui il viaggiatore vero guarda il “turista” si è poi riprodotta tra i turisti stessi in una sorta di gerarchia del disprezzo.

In altri termini, i turisti tendono a detestare gli altri turisti per convincere se stessi di essere meno turisti degli altri, di essere veri e propri viaggiatori. “I turisti – dice Culler – possono sempre trovare qualcuno più turista di loro da deridere. L’autostoppista che arriva a Parigi con lo zaino per un soggiorno dalla durata indefinita si sente superiore al compatriota che vola in Jumbo per starci una settimana. Il turista il cui forfait include solo il viaggio aereo e le notti in albergo si sente superiore, mentre siede al caffè, ai gruppi organizzati che passano in autobus. Gli americani in pullman di gruppo si sentono superiori ai gruppi di giapponesi che sembrano vestire uniformi e che sicuramente non capiscono nulla della cultura che stanno fotografando”.

Qualcosa del genere avviene anche a proposito della cultura. Il matematico che ha ottenuto la medaglia Fields, il letterato che ha vinto il Nobel, l’architetto cui è stato assegnato il Pritzker, considerano ignoranti gli accademici; gli accademici considerano ignoranti i giornalisti; i giornalisti considerano ignoranti i lettori; i lettori considerano ignoranti coloro che non leggono.

Per capire in che cosa consiste la cultura e immaginare come essa possa evolvere da qui al 2030, un gruppo di undici prestigiosi intellettuali di altrettante discipline – Remo Bodei per la filosofia; Juan Carlos De Martin per l’ingegneria informatica e la rivoluzione digitale; Derrick De Kerckhove per la sociologia dei media; Piergiorgio Odifreddi per la matematica e le scienze esatte; Nuccio Ordine per la letteratura; Rita Parsi per la psicologia; Pier Cesare Rivoltella per la didattica e le tecnologie dell’educazione; Lello Savonardo per la comunicazione e le culture giovanili; Severino Salvemini per le scienze organizzative; Mario Sesti per la critica cinematografica; Marino Sinibaldi per il giornalismo e l’organizzazione culturale – hanno collaborato a una ricerca condotta con metodo Delphi, per cui nessuno di essi sapeva chi erano gli altri né chi era il committente. In realtà la ricerca era stata promossa dai deputati e i senatori del Movimento 5 Stelle che nella passata legislatura facevano parte delle commissioni Cultura di Camera e Senato.

La base culturale, cioè la situazione scolastica del nostro Paese non è rosea. Sui 196 Paesi del pianeta siamo all’ottavo posto per quanto riguarda il Pil nazionale e, in base alla classifica fornita dalla Divisione Popolazione dell’Onu, siamo al 183° posto per quanto riguarda la natalità. Dunque siamo ricchi e, avendo pochi figli da educare, tutto autorizzerebbe a credere che investiamo il massimo sulla loro formazione, assicurando al Paese una totalità di cittadini istruiti a dovere, come occorre per vivere civilmente in una società postindustriale.

Invece, su 100 diplomati solo 39 si iscrivono all’università, solo 31 arrivano alla laurea biennale e solo 20 conseguono la laurea specialistica. La percentuale di italiani laureati è del 23%: giusto un terzo della California. E, invece di correre ai ripari creando incentivi per la frequenza universitaria, come ha fatto la Germania eliminando le tasse di iscrizione per tutto il primo triennio, abbiamo introdotto il numero chiuso. Dunque, se si parla di cultura in senso accademico, siamo ormai lontanissimi dai tempi in cui avevamo le prime e le migliori università del mondo.

Ma gli antropologi parlano di cultura in senso più ampio per indicare il bagaglio complessivo di cui dispone un popolo e distinguono tra cultura ideale, che consiste in valori, credenze, stereotipi, ideologie e linguaggi; cultura materiale, che consiste nel territorio, nei manufatti, nell’universo degli oggetti che ci circondano; cultura sociale, che consiste negli usi, nei costumi, nei riti, nelle forme di conflitto e di cooperazione.

In tutte e tre queste sfere culturali mostriamo grosse crepe e ciò si riflette nella nostra distorta percezione della realtà, indicatrice di un’ignoranza diffusa. Secondo l’Ipsos, su 196 siamo al dodicesimo posto per incapacità di comprendere il sistema sociale che ci circonda: quanti sono gli immigrati, i carcerati, gli evasori fiscali, ecc.

Mentre il livello culturale si abbassa, ogni intellettuale battaglia per affermare il primato della propria disciplina, ignorando la consistenza e i meriti di tutte le altre. Nel 1959 lo scienziato e letterato Charles P. Snow pubblicò un pamphlet intitolato Le due culture dove per tali si intendevano quella umanistica (letteratura, arte, storia, filosofia, ecc.) e quella scientifica (matematica, fisica, chimica, biologia, medicina, ecc.). Snow denunziava la scarsa interazione tra i cultori delle discipline letterario-umanistiche e i cultori delle discipline scientifico-tecniche: gli scienziati, “specialisti ignoranti” che quasi si vantano di non avere letto Dickens e i letterati che, con atteggiamento di sufficienza, ignorano la seconda legge della termodinamica. Del resto, Darwin trovava noioso Shakespeare e William Blake giudicava blasfema la scienza. Però, rispetto ai letterati, gli scienziati dimostrano maggiore libertà da pregiudizi razziali, religiosi, politici e sessuali. Inoltre gli scienziati sono più inclini all’ottimismo e coltivano più rigore metodologico; tra loro vi sono più miscredenti o atei e prevale la propensione ideologica a pensare e comportarsi da progressisti. Vi è, infine, la diversa velocità con cui procedono le culture: le scienze esatte evolvono più velocemente di quelle umane.

Mezzo secolo più tardi, nel 2009, il professore emerito dell’Università di Harvard, Jerome Kagan, ha pubblicato The three Cultures dove, alle scienze esatte e alle discipline umanistiche (humanities), sono state aggiunte le scienze sociali (antropologia, sociologia, politologia, economia, psicologia, psicologia sociale, pedagogia). Infine, recentemente, ha fatto irruzione nel panorama delle culture quella virtuale, che si è aggiunta alle altre tre e le ha rivoluzionate.

Se fino all’Ottocento la cultura era prodotta da pochi per pochi e le sinfonie di Mozart potevano essere ascoltate solo dalla ristretta cerchia dell’arcivescovo di Salisburgo, se nella società industriale la cultura di massa era prodotta da pochi per molti e le stesse sinfonie di Mozart, eseguite alla televisione, potevano essere ascoltate da milioni di persone, nella società postindustriale la cultura post-moderna è prodotta da molti per molti, come avviene con Wikipedia alla quale tutti possono contribuire e dalla quale tutti possono attingere.

Quando Gentiloni

Un anno fa, alla vigilia della Commissione d’inchiesta sulle banche che prometteva di essere un inferno (come fu) per la Banca d’Italia, Ignazio Visco era sul punto di rinunciare al secondo mandato come Governatore. E il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni non ne era per niente addolorato. Ci dà la notizia, in modo indiretto ma fermo, l’ex premier Paolo Gentiloni nel suo libro La sfida impopulista. All’interno di un felpato ma spietato regolamento di conti con il suo ex capocorrente Matteo Renzi, Gentiloni irride la famigerata mozione parlamentare del Pd che il 17 ottobre 2017 chiese “discontinuità” al vertice di Palazzo Koch. La reazione fu corale: il Parlamento non può “intaccare le prerogative” di governo e Quirinale, cui spetta la scelta del Governatore. Renzi voleva fermarlo, ma spianò la strada al Visco bis: “Per me diventava impossibile non riconfermarlo”. Non trovate qualcosa di strano in questa frase? Di sicuro è stata espunta dall’anticipazione del libro pubblicata dal Corriere della Sera.

Gentiloni, a differenza di Renzi, misura le parole. Il capitoletto intitolato Lo strano caso del Governatore è disseminato di indizi mai casuali. La mozione contro Visco è definita “un vero e proprio autogol”. Ma, secondo la versione ufficiale, Gentiloni e il presidente Mattarella erano decisissimi a rinnovare Visco. Non torna. Si può parlare di autogol solo sapendo che il governatore sarebbe saltato se la volpe della Valdarno avesse tenuto chiusa la sua bocca incontinente. Gentiloni dice che, in seguito alla mozione, “diventava impossibile” non riconfermare Visco: quindi fino al 17 ottobre la sostituzione era possibile. Rivela Gentiloni: “Durante l’estate Ignazio Visco aveva fatto sapere che era pronto a considerare opzioni diverse da una sua riconferma”, un modo felpato per dire che il governatore si era rassegnato a togliere a Gentiloni e Mattarella l’imbarazzo di mandarlo via. E infatti, prosegue il racconto, “su questa ipotesi, d’intesa con Pier Carlo Padoan, avevo avviato qualche contatto informandone il presidente Mattarella. Ma il veto parlamentare del Pd ha fatto saltare il tavolo”. Dunque c’era già “un tavolo”, e contatti con possibili candidati. Gentiloni ammette che c’erano buone ragioni per un cambio della guardia, come le “defaillance nell’azione di vigilanza della Banca d’Italia (…) solo in parte (…) giustificate dall’inedita virulenza della crisi economica”. Elementi degni di “dibattito e riflessione” che “non potevano giustificare un veto politico-parlamentare” sul nome di Visco. L’autogol di Renzi si staglia nella felpata narrazione come l’unico imprevisto che ha impedito il cambio della guardia a Palazzo Koch.

Il 1º settembre 2017 Il Fatto aveva rivelato un esposto penale contro il capo della vigilanza bancaria Carmelo Barbagallo, presentato dal banchiere Pietro D’Aguì attraverso l’avvocato Michele Gentiloni, cugino di Paolo. Il presidente del Consiglio, specificava Il Fatto, “era informato”. Lo stesso giorno veniva diffuso questo comunicato: “Fonti di Palazzo Chigi smentiscono ogni ipotesi di collegamento tra l’esposto del dott. D’Aguì di cui parla il Fatto Quotidiano e presunte valutazioni da parte del governo sui vertici della Banca d’Italia; vertici ai quali il Presidente del Consiglio conferma, ovviamente, la propria incondizionata fiducia”. Nessuno aveva parlato di valutazioni del governo sui vertici della Banca d’Italia. Ma soprattutto colpiva, e colpisce a maggior ragione dopo il libro di Gentiloni, l’avverbio “ovviamente”. Che tradotto dal felpatese gentiloniano vuol dire: “Vista la situazione, sono costretto a confermare la mia incondizionata fiducia”. Pensate a uno che, alla domanda: “Mi ami?”, risponda “Ovviamente”. Non sarà odio, ma nemmeno un grande amore.