Tra l’urgenza del tempo presente e l’imminenza della volontà di Dio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 2Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre» (Marco 13,24-32)

Siamo al termine dell’anno liturgico e le letture di oggi ci propongono passi alquanto misteriosi, che invitano ad interrogarci sulla misura del tempo, a cercare il significato del divenire delle cose, al mutare del destino di noi uomini nell’avvicendarsi del senso della nostra storia, nella quale ci giochiamo la bellezza della nostra esistenza e il fascino della nostra libertà. Siamo presi tra l’urgenza del tempo presente e l’imminenza imprevedibile dell’evento che dipende dalla sovrana volontà di Dio.

Il profeta Daniele e il discorso di Gesù ci fanno meditare sulle realtà (cose) ultime e definitive (tà èschata): quando finirà il nostro tempo? Quale il fine della storia? Immagini e simboli del linguaggio apocalittico non sono usati per descriverci catastrofi o fatti o eventi che nella loro indeterminatezza possono creare in noi paura e angoscia, debbono invece suscitare impegno, vigilanza e fiducia. La prospettiva biblica sollecita sì a guardare al futuro che si prepara però nella storia, evidenziando così l’importanza del presente. Il non-ancora diventa criterio di orientamento responsabile nell’attualità della storia, ma è nel prezioso presente che il futuro prende corpo e si compie. Così il profeta Daniele: sarà un tempo di angoscia… però sarà salvato il tuo popolo (12,1); così l’evangelista Marco: dopo quella tribolazione… vedranno il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria (13,24-26).

Il profeta annuncia la salvezza del suo popolo; l’evangelista ci sollecita a guardare a Colui che viene (erchòmenos): il Veniente, amante dell’uomo, dirà l’ultima parola su ciascuno dei viventi, sull’universo, sulla storia. E se il mondo e la nostra carne si consumano per loro intrinseca fragilità, Egli viene con grande potenza e gloria, da Signore (Kyrios) che avendo vinto il peccato e la morte si prende cura della vita dell’uomo. E ne garantisce il compimento: il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. La speranza sradica l’angoscia, la Parola efficace di Colui che compie la promessa di Dio ne rivela l’amorosa fedeltà, il Signore Gesù, maestro e autore della pace, ci rassicura che Egli è vicino, è alle porte. Come il ramo del fico quando diventa tenero e spuntando le gemme ci indicano che l’estate è vicina!

Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti! Ecco il punto di arrivo, uno squarcio sul futuro di comunione di vita universale e personale, positivo e bello, tutt’altro che angosciante. Il cristiano sia vigile nell’investire secondo il Vangelo sul “frat-tempo” che gli rimane, il “qui e ora”, sul tempo della storia che tutti gli uomini accomuna. Il discepolo di Cristo impari a discernere e a leggere i segni dei tempi, riconoscendo e sostenendo ogni piccolo annuncio di vita, mettendosi a servirla là dove l’uomo non riesce a viverla, contro ogni disimpegno e indifferenza.

 

Lega e M5s: a cosa serve la cattiveria?

L’idea di distruggere a colpi di ruspa un accampamento di gente senza casa, come se non fosse abitato e come se sul posto non ci fossero, nel momento della distruzione, centinaia di esseri umani e come se avessero un altro posto per portare le pentole, è un’idea strana. Produce paura, crudeltà, rancore, disperazione. Ma non risolve nulla.

Immigrati, rom o italiani, i senza casa restano senza casa e per un po’ ingombreranno, con bambini e le poche cose salvate, le strade vicine, poi scompariranno, ma solo nel quartiere in cui è passata la ruspa. È vero, chi ha autorità su questo genere di distruzione ha già presentato un lungo elenco di prossime distruzioni. Uomini in maschera e tuta e macchinari adatti a spaccare tutto andranno in altri venti posti, o forse duecento (i dati non sono mai precisi) e promettono che li distruggeranno tutti.

Ma se il percorso non porta ai forni (“quei forni”, che la senatrice Stefania Pucciarelli, nuova presidente della Commissione Diritti Umani ha detto di approvare, apponendo il suo “like” a un social che proponeva i forni per gli immigrati) se non porta ai forni, spingerà altra gente per la strada. Non ci sono più sbarchi, il mare è chiuso, i porti sono chiusi, nessun paese vuole riprendersi i clandestini (stroncando una delle più disinvolte e ripetute e impossibili promesse elettorali della Lega).

Non sarebbe un buon momento per mettere ordine, che vuol dire case (nel senso di luogo fisso con servizi igienici in cui dormire) scuole e attività che almeno sembrino un lavoro? Qui, come ci dimostra la senatrice Pucciarelli, che subito prima della nomina a presidente della Commissione diritti umani, aveva esultato sui social per l’arrivo delle ruspe in un campo rom che le sta a cuore (nel senso di distruzione subito) entra in gioco la cattiveria, che non è necessariamente un tratto di programma o di profilo politico, ma piuttosto un segnale caratteriale di competenza della psicologia più che della politica.

Non c’è dubbio che un attento esame psicologico avrebbe molto da dire su ciò che stanno facendo i politici che governano l’Italia in questi giorni. Vediamo.

Primo, noi abbiamo una situazione di disaccordo con l’Europa che però non è il catastrofico scontro che stava verificandosi fra Trump degli Usa e Kim della Corea del Nord. Trump e Kim a un certo punto si sono incontrati, e il pericolo gravissimo è diminuito di molto.

Noi siamo impegnati nell’esercizio di insultare in continuazione la controparte che dovrebbe ascoltarci. In questo modo il paesaggio è ghiacciato e ogni altro Paese, in Europa, ci tiene a mostrarsi ostile all’Italia.

Secondo, abbiamo un grave problema con la Libia e la sequenza è sempre la stessa. Il lunedì risolviamo il problema con un nostro primo ministro che vola sul posto (dove probabilmente non avviene alcun incontro) o invitiamo tutti a venire in Italia (ne vengono la metà e non si parlano), il martedì negano ogni accordo e ciascuno si proclama il capo. E il mercoledì sparano.

È vero che i nostri alleati, Francia, Inghilterra (e anche America che non si fa trovare) ci giocano scherzi da gita scolastica. Ma è anche vero che noi assicuriamo ogni volta di avere tutto sotto controllo. In questo l’attuale governo è l’erede fotocopia dei governi precedenti, e non c’è Grillo o Casaleggio che sappiano usare le famose forze magiche di cui dispongono. Dell’amico Putin non c’è traccia.

Terzo, poiché questo nuovo regime italiano ha offerto amicizia e fiducia solo a Paesi sovranisti (badando bene a non dare confidenza a Francia, Germania e ad altri Paesi normali) i sovranisti fanno quello che devono fare: i sovranisti. Visti da fuori, forse appaiono antipatici persino ai sovranisti nostrani. Ma non possono dirlo. E hanno messo l’Italia, che di governi non brillanti ne ha avuti tanti, nella situazione peggiore: siamo chiusi fuori e siamo chiusi dentro.

Quarto, non avendo rapporto o esperienza con alcun Paese africano o mediorientale, non siamo in grado di ottenere collaborazione per alcun rimpatrio, benché accordi del genere vengano continuamente annunciati. A questo punto torna la ruspa. E vi toccherà vedere ciò che resta di un orsacchiotto di peluche nei denti metallici della macchina di distruzione.

Finora questo è il solo successo di governo di cui due grandi gruppi associati per il cambiamento si possano vantare.

Mail box

 

Solidarietà al Direttore e al “Fatto” per la condanna

Gentile Direttore, nelle righe conclusive dell’editoriale di ieri, “Il prezzo della verità”, Lei si rivolge a noi lettori scrivendo: “se volete, potete continuare a fidarvi di me e del Fatto“. Rinnovo più che mai la mia fiducia, a Lei personalmente e al quotidiano. Fiducia pronta a diventare concreta solidarietà. Continuate il vostro lavoro a testa alta, con grande coraggio, spirito di servizio e un legittimo orgoglio. “You’ll never walk alone”.

Antonio Maldera

Caro Travaglio, hai tutta la mia solidarietà e sostegno. Ti ringrazio per la tua resilienza. Ora e sempre Resistenza! In bocca al lupo!

Vincenzo Magi

Grazie a Marco Travaglio e al Fatto per quello che fate per la nostra libertà.

Sandro e Nicoletta

 

Ringrazio tutti gli amici e i lettori che mi hanno espresso solidarietà. Per ora facciamo fronte con i nostri soldi, ma voi continuate a starci vicini acquistando il giornale e abbonandovi. È bello sapere che siamo in tanti. Nessuno riuscirà a intimidirci.
Marco Travaglio

 

Matteo Salvini non è adatto a dialogare con gli scolari

Una riflessione amara che si aggiunge al disappunto di tanti telespettatori per la retorica e la banalità delle risposte del ministro Salvini agli scolari nella trasmissione televisiva “Alla lavagna” (Rai3). Ho circa 80 anni, appartengo a quella generazione che, per colpa di una guerra imposta da due pazzi esaltati, ha vissuto gli anni della fanciullezza nel terrore dei bombardamenti e nell’umiliante sofferenza della miseria e della fame. Appartengo a quella generazione che ha frequentato una scuola “punitiva”: chi è vecchio come me ricorderà benissimo le bacchettate sulle mani. Premesso questo, ritengo inopportuno invitare esponenti della politica a dialogare con dei fanciullini.

Poi, conoscendo il percorso politico del vice premier Matteo Salvini, ritengo che la scelta sia stata davvero inadeguata. Il nostro ministro appartiene a un partito che nasce abiurando la bandiera italiana. Inizia la sua carriera proclamandosi comunista e poi finisce tutto a destra, costruisce il suo curriculum invocando l’indipendenza padana poi, da acceso secessionista, diventa fervente patriota, da convinto denigratore del Meridione e in particolare di noi napoletani, cogliendo al volo il vento che cambia, toglie “Nord” dal simbolo del partito e scende a Napoli per conquistare il Sud… E non dimentichiamo il suo esordio su Radio Padania con la trasmissione “Mai dire Italia”. Pertanto, poiché è nel suo Dna fiutare prima degli altri le aspettative del popolo e saper cogliere al volo ogni occasione per assicurarsi sempre maggiore potere, Salvini non si è fatto scappare l’opportunità offertagli su un piatto d’argento dalla Rai. Ancora una volta ha dimostrato di avere ottimo fiuto, così – invece di parlare ai bambini da maestro – è sceso al livello degli scolaretti e li ha conquistati sdoganando ciò che i bambini desideravano: una bugia ogni tanto e una copiatina quando ci sta!

Raffaele Pisani

 

Si arriverà a sostituire “Non rubare” con “Non ammettere”

Non accetto modifiche alle preghiere. Mi riferisco al Padre Nostro. Di questo passo verranno modificati anche i Comandamenti. Ce n’è uno in particolare non gradito ai politici ed è quello che dice “Non rubare”. Potrebbero sostituirlo con “Non ammettere mai” tanto poi, se ve ne fosse bisogno, arriverebbe Santa Prescrizione.

Riccardo Ducci

 

Caro Di Maio, ecco la realtà che nessuno immagina

Ho 23 anni e sono di Napoli. Da quando avevo 18 anni sono andato via dalla famiglia per cercare futuro al Nord. Abito a Mantova, ho trovato un’azienda che mi fa andare avanti con un contratto rinnovato mese per mese. Perciò vivo senza una cucina e con un bagno che perde, perché uno che ha esperienza, che si fa sfruttare tutti i giorni, perito meccanico come me, deve andare avanti con un contratto mese per mese per anni senza riuscire a chiedere un prestito per una cucina per farsi un piatto di pasta. Sono indignato, vorrei far conoscere a Di Maio la realtà che è diversa da quella di cui tutti parlano. Non la si può nemmeno immaginare.

Mario Borrata

 

Inceneritori: ancora contrasti che favoriscono l’Opposizione

Ormai i contrasti tra Lega e 5S sono all’ordine del giorno e favoriscono l’opposizione che tenta di far passare Di Maio per il fratello più debole. Il contrasto sugli inceneritori o termovalorizzatori in Campania sembra aumentare la difficoltà del premier-mediatore Giuseppe Conte.

Nel frattempo, però, va avanti il braccio di ferro sulla manovra economica tra Italia e Ue, ma il presidente della Bce Draghi scende ancora in campo, a Francoforte, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, insistendo da un lato sul concetto che la violazione delle regole Ue fa aumentare lo spread, e facendo intendere dall’altro che potrebbe esserci comunque uno proroga per il Qe (Quantitative easing), vale a dire per l’ulteriore acquisto di Titoli di Stato italiani. L’eventuale proroga non deriverebbe dall’intento di salvare l’Italia, ma scaturirebbe dalla spinta proveniente dalla Germania, la cui economia ha bisogno di prendere fiato per poter ripartire più forte di prima. Il che la dice lunga sulla rigidità della posizione Ue sul nostro Paese, e sulla flessibilità se si tratta di Germania o Francia.

Luigi Ferlazzo Natoli

Minniti e il no a Gheddafi (per il gol della Reggina)

“Il problema è che questo impegno non è rinviabile, mi spiace, io a quell’ora sono assolutamente indisponibile”.

Nel libro: “Sicurezza e libertà” (Rizzoli), Marco Minniti racconta come disse no al dittatore libico Gheddafi

Sfoglio sempre avidamente i libri pubblicati dai politici italiani, alla ricerca di qualche bocconcino delizioso, di qualche particolare indiscreto, di qualche cedimento alla vanità (o alla vendetta fredda), comunque rivelatori “delle caratteristiche umane, antropologiche delle varie classi di governo”. Ho citato una frase di Filippo Ceccarelli, autore di una strepitosa Treccani sul potere tribale in Italia, perché lui certamente può capire come sia impossibile liberarsi da questa squisita malattia professionale. Per celebrare degnamente tali forme di feticismo compulsivo occorre innanzitutto non tralasciare pagina o capoverso alcuno del testo agognato. Poiché la pepita potrebbe celarsi, per esempio, tra le pieghe di una densa analisi sulla crisi del bipolarismo nel Terzo millennio, o negli anfratti di un meticoloso resoconto congressuale. Con una certa incuriosita smania mi sono dunque addentrato nel Minniti pensiero. Scritto dal predecessore di Matteo Salvini al Viminale per dimostrare come il fenomeno epocale dell’immigrazione possa essere governato con gli strumenti della democrazia, senza alimentare strumentalmente la fabbrica della paura. Andavo però cercando un segno, un indizio, una traccia per immaginare il Minniti segretario del Pd, alla luce della candidatura considerata imminente. Mi chiedevo: una volta al vertice del Nazareno quale manifestazione egli darebbe di sé? Quella di un leader concavo, disposto a consumare tesori di energia e di pazienza nella mediazione tra i rissosi capataz democratici? O quella di un leader convesso, spigoloso e insofferente alle critiche, che pur di rimettere in carreggiata un partito alla deriva non farebbe sconti a nessuno? Propendiamo per quest’ultima ipotesi per due motivi. Prima di tutto, come campione del compromesso morbido e avvolgente, Nicola Zingaretti, nel Pd, non ha avversari. Secondo poi, il Minniti che si racconta nel libro dovrebbe far riflettere sulla natura caparbia dell’uomo, in certi casi puntigliosamente tignosa (“Quando a Marco si dice di fare una cosa, è il momento che lui non la fa”: frase icona rivisitata da Maurizio Crozza). Nel 1999, avviene dunque (riassumiamo) che il sottosegretario Minniti, a Tripoli per una delicata missione per conto del governo italiano, trascorra alcuni giorni nella vana attesa di un incontro con Gheddafi, continuamente rinviato. Quando, sul punto di gettare la spugna, il capo del cerimoniale libico gli annuncia che il colonnello si è finalmente reso disponibile per quella stessa sera, il calabrese Minniti si rende conto, maledizione, che l’orario del colloquio coincide con la partita Reggina-Juventus, debutto degli amaranto in Serie A. Minniti si mostra inflessibile: “Non se ne parla proprio, io questa sera alle venti e trenta ho un impegno”. Invano i dignitari libici si dicono pronti a smuovere mari e monti pur di risolvere il problema che tanto turba il politico italiano. Ricorda Minniti: “Trascorse un tempo infinito nel quale io e l’ambasciatore sapevamo con certezza di aver mandato a monte quell’appuntamento tanto cercato”. Finché il dio del calcio si mostra in tutta la sua misericordia e, proprio al fischio d’inizio, Minniti apprende che il “Leader” lo avrebbe ricevuto nella notte. La mia ammirazione per il Minniti tifoso (il match finì 1 a 1) si accompagna a una domanda: l’uomo che disse orgogliosamente no a Gheddafi potrebbe mai tranquillamente dire sì a Franceschini e Calenda?

Soffoca la moglie e dice ai figli: “La mamma dorme”

Lei aveva 41 anni: è stata uccisa ieri mattina tra le 8 e le 9, mentre dormiva. Soffocata con un cuscino dal marito di 47 anni. L’uomo compie l’uxoricidio, poi scende in garage e si taglia le vene con un cutter. Lo salveranno, più tardi, i carabinieri. Per ora non c’è movente, è successo in una villetta di Boissano, un piccolo paese sulle colline di Savona, nessuno sa darsi spiegazioni. La dinamica di questo ennesimo femminicidio è stata ricostruita dai carabinieri di Albenga. L’uomo si alza e si veste mentre la moglie dorme. Prende il cuscino e lo preme con tutta la forza che ha sul volto della donna fino a soffocarla. Poi ricompone le lenzuola, va nelle camere dei figli: “La mamma – dice loro – dorme ancora”. Chiama un amico, lo avverte di quanto ha fatto e di cosa vuol fare. Va in garage, si taglia le vene dei polsi facendo scolare il sangue in un catino. All’arrivo dei carabinieri, è già privo di sensi ma poche ore dopo è fuori pericolo. I figli sono stati affidati a una parente e agli psicologi. Alla fine di settembre i dati della cronaca hanno conteggiato già 65 donne ammazzate dall’inizio dell’anno. Nel 2017, le vittime erano state 123, per l’80,5% uccise da una persona che conoscevano, per il 35,8% dal partner attuale.

Campagne e pescatori al cinema: storie di resistenza anti-Masterchef

Modesto alleva le sue vacche nella valle del Sannio, in Campania, e produce da sé il formaggio perché non si fida più della filiera industriale a cui prima consegnava il latte: neanche lui sapeva bene cosa ci fosse dentro quel latte e allora addio alla grande stalla con cui pensava di diventare ricco. Il giovane Totò in Sicilia coltiva antiche specie di grano duro saraceno che macina in un vecchio mulino, chiuso nel 1965 e riaperto, suona la chitarra, canta vecchie canzoni, soffre un po’ ma alla fin fine se ne fa una ragione che quasi nessuno lo capisca. I fratelli Santino e Michele col loro barchino allevano le mitiche cozze di Taranto e pescano polipi. Luigina vive delle erbe selvatiche e degli ortaggi che tira su con amore sui monti del Pasubio, in Trentino, e vende al mercato di Rovereto. La voce narrante è quella del saggio Lino Maga, che nell’Oltrepo pavese produce uno dei primi, se non il primo vino naturale italiano, amato da Sandro Pertini e Gianni Brera.

Sono “I Villani” di Daniele De Michele, storie di ostinata resistenza a difesa degli ingredienti della cucina tradizionale italiana, l’esatto opposto di Masterchef in un docufilm prodotto da Malia e Rai Cinema, fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia, in sala fino a oggi al Farnese di Roma e presentato in varie città italiane. “Tutto illegale, questa conserva di pomodoro è illegale, quella marmellata è illegale, la pasta fatta così è illegale”, dice Totò riferendosi a leggi e regolamenti dell’agroalimentare. Neanche un briciolo di retorica, nessuna concessione ideologica al naturismo, al biologico o ad altre correnti più o meno alla moda, fotografia eccezionale per i meravigliosi squarci sulle nostre campagne, le mucche e i vitelli di Modesto che giocano nel prato, la bisbetica capra zitella di Luigina, una splendida cavalcata di Totò sulle colline di Alcamo. Soggetto e regia sono del poliedrico De Michele alias Donpasta, che stavolta firma con nome e cognome, insieme ad Andrea Segre. Economista, dj e attivista del cibo e non solo, anzi lui direbbe “militante”, De Michele da vent’anni vive di libri e spettacoli in cui abbina musica e cucina e ha scritto nel 2014 una monumentale riedizione dell’Artusi fatta di ricette popolari raccolte girando l’Italia, letteralmente casa per casa (Artusi Remix, Mondadori).

Anche quelle dei Villani sono storie vere, verissime, raccontate per lo più in dialetto (con i sottotitoli). Storie anche dure. Modesto si chiede se non abbia reso la vita troppo difficile a sua figlia Brenda, Santino è rassegnato all’idea che la pesca tradizionale morirà, ma lo rincuora aver fatto studiare le figlie perché possano cavarsela anche lontano dal suo mare, mentre Luigina si duole della solitudine dopo aver rinunciato all’aiuto del suo secondogenito per non guastare il rapporto con lui. È un’Italia rurale, indomita, che non alza la voce, non fa la morale a nessuno, non si oppone alla modernità ma conduce il suo percorso di lato, al ritmo delle stagioni, “perché in città – racconta Luigina – non le vedevo più le stagioni”.

Alberghi e ristoranti sul Lagorai. Le montagne a rischio cemento

“La montagna non è per tutti”, grida una donna e centinaia di persone applaudono. Un altro dice: “Come faremo a essere sicuri che così non si aprirà un circo turistico?”. E ancora: “È un attacco al nostro territorio”. Sulla giacca in molti hanno un adesivo con la scritta “Giù le mani dal Lagorai”. Siamo a Trento, in una sala affollata ben oltre la misura, c’è il primo vero confronto pubblico sulla Translagorai e su un progetto di riqualificazione da 4 milioni di euro – gran parte riservati alla ristrutturazione edilizia – che in Trentino sta facendo litigare gli amanti della montagna. Con il rischio – dicono alcuni ambientalisti – che dietro a tutto si nasconda la speculazione: “Non significa che sia una cosa illegale – precisa il consigliere provinciale del Movimento 5 Stelle, Filippo Degasperi – ma ci sono dei punti che anche noi abbiamo chiesto vengano chiariti. Abbiamo presentato un’interrogazione ma ancora senza risposta”.

Parliamo di una delle zone più suggestive del Trentino: un trekking di poco più di 80 chilometri con un dislivello di circa cinquemila metri e sentieri ricavati dalle mulattiere della Grande guerra. Qui sulla catena del Lagorai – fra paesaggi incantevoli e una natura così incontaminata da sembrare fuori dal tempo – negli ultimi trent’anni migliaia di trekker hanno camminato alla ricerca di uno dei templi alpini della cosiddetta “wilderness”, la natura selvaggia che per molti è sinonimo di libertà. Lo scorso agosto la Provincia autonoma di Trento ha presentato un accordo di programma che coinvolge alcuni Comuni e altri enti locali. L’obiettivo dichiarato è di riorganizzare e rendere più sicuro l’intero percorso con nuovi punti tappa, ricavati da edifici esistenti. Per riuscirci, la proposta è di ristrutturare un rifugio e sei malghe, trasformandone due in ristoranti. Di 3,6 milioni previsti dal progetto, ben tre sono destinati all’edilizia, mentre 400 mila euro al potenziamento della rete cellulare e solo 162 mila euro alla manutenzione dei sentieri. L’intervento più contestato è quello a malga Lagorai: oggi è una sorta di santuario naturale, un bivacco su un lago a 1870 metri. Con il nuovo progetto si trasformerebbe in un ristorante da 40 coperti e con 20 posti letto, con tutti i problemi di approvvigionamento, di smaltimento di rifiuti e acque reflue. Il sospetto è che la struttura sia pensata per servire le stazioni sciistiche del Cermis, raggiungibili a piedi con un sentiero, che in futuro – dicono gli oppositori – potrebbe essere adattato per essere utilizzato con le e-bike.

La paura è che sia un modo per aprire la Translagorai al turismo di massa, facendo perdere gran parte del suo fascino. Alessandro Ghezzer, un blogger trentino di montagna, ha aperto su Facebook un gruppo chiamato “Giù le mani dal Lagorai” che oggi supera i 18 mila iscritti. Difficile quantificare quanti di loro siano effettivamente contrari al progetto, ma è indubbio che le voci critiche stiano aumentando. Se n’è accorto anche il ministro all’ambiente Sergio Costa, quando a metà ottobre è salito in Trentino per la campagna elettorale in vista delle provinciali: “Abbiamo incontrato diversi cittadini che si sono attivati in difesa del Lagorai – ha detto –. C’è una mobilitazione molto forte contro un progetto di cementificazione che snaturerebbe la vocazione completamente naturalistica di questi 85 chilometri di sentieri”.

La frattura è ancora più forte, perché fra gli enti coinvolti nel progetto c’è anche la Sat, la storica Società degli alpinisti tridentini fondata nel 1872 e che per gli amanti della montagna è un’istituzione. Alcuni soci hanno parlato di tradimento. Un’accusa respinta dai vertici della Sat, che hanno organizzato la scorsa settimana il primo confronto pubblico sul tema: “Era più facile starne fuori – ha detto la presidente Anna Facchini – ma abbiamo avuto il coraggio di lavorare da dentro e di metterci la faccia. Tutto il processo è stato trasparente, l’unico errore che abbiamo fatto è stato non fare abbastanza informazione”. Secondo la presidente, c’è stato un equivoco di fondo: “Tutti parlano come se i progetti fossero già definitivi, invece siamo solo agli inizi”. Alcuni degli aspetti più controversi potrebbero essere ancora rivisti. Anche perché ci sono due fattori da considerare. Il 21 ottobre ci sono state le elezioni provinciali. Ha vinto il centrodestra. Il presidente, il leghista Maurizio Fugatti, non ha ancora preso una posizione sul tema. E poi c’è il disastro delle scorse settimane: il maltempo ha causato 300 milioni di danni in Trentino e potrebbe far rivedere le priorità. In ogni caso, i responsabili del gruppo Facebook “Giù le mani dal Lagorai” hanno annunciato un comitato per poter essere una voce critica contro speculazioni edilizie. E difendere la loro montagna.

Caso Magherini, verso il ricorso alla Corte europea

La famiglia Magheriniva avanti. Dopo la sentenza della Cassazione che ha assolto i 3 carabinieri imputati per omicidio colposo, “da parte della nostra famiglia siamo disposti ad andare alla Corte di Strasburgo, aspettiamo la sentenza per vedere quel che dice. Speriamo facciano alla svelta così come hanno fatto veloce a cancellare due gradi di giudizio. Le attendiamo e insieme a noi le attende tutta l’Italia”. Lo ha detto Andrea Magherini, fratello di Riccardo – morto nel 2014 in Borgo San Frediano nel corso di un arresto da parte dei carabinieri – a margine della manifestazione “Contro razzismo e repressione. Firenze non ha paura”, che ha sfilato in centro e ha fatto tappa, dopo Piazza della Signoria e Piazza del Duomo, davanti al comando provinciale dei carabinieri. I manifestanti – centri sociali, associazioni antifasciste e impegnate nell’accoglienza dei migranti – hanno urlato in coro slogan contro l’Arma e contro la sentenza di assoluzione. Altri slogan hanno preso di mira il decreto sicurezza e il ministro dell’Interno Matteo Salvini.

“Finalmente per me e Fabo vince il principio di libertà”

Non è nemmeno questione di eutanasia: per noi (Fabo ed io), è la vittoria del concetto di libertà. Quello stesso principio che ha lasciato Fabo libero di poter scegliere cosa fare della sua vita fino alla fine, e della sua sofferenza, e io libera di rispettarne con amore l’autodeterminazione. Per me, oggi, leggere le motivazioni della Corte costituzionale è dare un significato a quella immensa sofferenza, vissuta insieme prima, e da sola poi con la sua mancanza. È dare un senso, se non il senso, a tutto il dolore provocato dall’impedimento, e la fatica nel cercare di realizzare la sua volontà. Oggi è come se intravedessi la speranza di poter realizzare quello che Fabiano voleva: poter regalare un po’ di libertà a tutte quelle persone che soffrono come lui. La Corte dice proprio questo: “L’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione “.

E ancora: “Il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce, quindi, per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagli artt. 2, 13 e 32, secondo comma, Cost., imponendogli in ultima analisi un’unica modalità per congedarsi dalla vita”. Non sono abituata al linguaggio giuridico, ma riconosco in queste parole ciò che abbiamo vissuto, le sento coerenti con l’idea che mi sono fatta del concetto di dignità e di autodeterminazione. Credo soprattutto che Fabo ne sarebbe fiero e orgoglioso: parlando della sua condizione la Corte parla di tanti malati che ancora soffrono e soffriranno in futuro. Grazie al lavoro dell’Associazione Luca Coscioni, dei Radicali e della disobbedienza civile di Marco Cappato, non solo il desiderio di Fabiano è stato esaudito, ma certamente lo sarà anche quello di altri.

Ripenso a quando decise di agire pubblicamente, di non cercare una soluzione di nascosto, nonostante le difficoltà in più che sapevamo sarebbero arrivate. E mi piace immaginare che oggi forse mi guarderebbe dritto negli occhi e mi direbbe: “Lo sapevo! hai visto che ce l’abbiamo fatta?”. Un po’ incredula e un po’ complice, gli risponderei con un silenzio, facendogli così capire che ancora una volta la penso come lui. Sperare che il Parlamento possa arrivare a decidere e legiferare concretamente partendo da una battaglia consapevole intrapresa anni fa da Fabiano mi aiuta a dare ancora più senso a una sua risposta mentre gli chiedevo aiuto. “Come farò io senza di te Fabo?”. Mi sorrise: ”non ti devi preoccupare, ti lascerò un sacco di cose importanti da fare che non avrai tempo di stare male!”.

Naufragio al largo della Sardegna, sbarco a Lampedusa

Non cala l’emergenza sbarchi a Lampedusa. E non solo. Ieri si è registrato anche un naufragio al largo della Sardegna. Venerdì a poche miglia da Sant’Antioco un barchino in avaria ha fatto naufragio. Dal racconto dei tre migranti soccorsi venerdì, c’erano altre dieci persone a bordo. Poco prima di raggiungere il sud della Sardegna, si sarebbero tuffati in mare per raggiungere la costa a nuoto. Venerdì sera è stato trovato il primo cadavere, ieri pomeriggio la Guardia costiera ha recuperato il secondo corpo. A Lampedusa, invece, ieri un sudanese di 25 anni, Fadi Mamoun, è stato fermato dalla polizia, su disposizione della Procura di Agrigento, con l’accusa favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il giovane è stato ritenuto responsabile, in concorso con altri soggetti, del trasporto a Lampedusa (Agrigento) di 17 extracomunitari su un natante in vetroresina della lunghezza di 5 metri, partito dal Nord Africa. Indagato anche un algerino, il quale, oltre a utilizzare la bussola e indicare la rotta da seguire, avrebbe anche rifornito il natante di carburante durante la navigazione. Le indagini sono state svolte dalla Squadra mobile della Questura di Agrigento.