Gli slogan hanno il compito di sollevarci dal gravoso compito di pensare troppo. Prendiamone uno a caso: “Prima gli italiani”, slogan d’importazione Usa che nella sua versione nostrana ha prodotto tra l’altro il modello Lodi che in Lombardia e Veneto si espande a macchia d’olio, mentre in un certo sud a trazione malavitosa s’impallina il modello Riace. Ma se scendiamo a sud di Lodi, saliamo a nord di Riace e ci fermiamo non a Eboli come Cristo, ma in Terra di Lavoro come tanti migranti in fuga, scopriremo che in alternativa all’uno e all’altro sta prendendo forma un altro modello, dove la patata bollente dell’accoglienza invece di essere vista solo come un problema, una volta tanto può essere la soluzione.
Siamo a Caserta, la città che i Borboni scelsero come location per la loro Versailles, oggi cronicamente in fondo alla classifica di vivibilità tra i Comuni d’Italia. Qui, undici anni fa, al culmine dell’emergenza Terra dei Fuochi con il picco dei tumori causati dai rifiuti tossici interrati dalla camorra, nasce il Comitato Città Viva che mette in campo iniziative al fine di attivare un patto sociale tra società civile, istituzioni, imprese e associazionismo. Coinvolgendo gli immigrati. Il primo passo è la bonifica della Villetta del rione Volturno, parco pubblico in malora simbolo del degrado nel popoloso quartiere Acquaviva. Poi il Piedibus: ogni mattina volontari, genitori, nonni e immigrati accompagnano i bambini delle elementari a scuola.
Servizi civili, ma anche un modo efficace per creare relazioni e vincere diffidenze.
Intanto le suore orsoline di Casa Rut erano già in prima fila contro la tratta delle ragazze di colore, spesso minorenni, che venivano messe sulla via Domiziana, e suor Rita Giaretta oltre a offrir loro accoglienza, aveva già in mente la “New Hope”, una cooperativa per inserirle nel mondo del lavoro.
“Molto attiva è sempre stata anche Caritas Caserta”, ci dice Vincenzo Fiano dello sportello tutela migranti presso il centro sociale ex Canapificio, “nasce così l’idea di un coordinamento tra tutte queste associazioni per chiedere alla Provincia di essere capofila nel primo progetto Sprar ”. Lo Sprar, il centro di accoglienza che Salvini ha fortemente voluto depotenziare col decreto, presunto, Sicurezza, è in realtà per Caserta efficace motore di solidarietà sociale e integrazione: vere, uniche difese avanzate della sicurezza. Il caso dei buoni libro ne è la più recente testimonianza.
Mamadou viene dalla Costa d’Avorio, per anni ha lavorato anche 12 ore al giorno a raccogliere pomodori nel Foggiano e tabacco in Campania, e oggi è mediatore culturale molto attivo che tiene anche corsi di inglese e francese per i bambini delle elementari: “Ero alla riunione settimanale del coordinamento – racconta – quando esce fuori il problema dei buoni libro per le famiglie italiane più bisognose. Il fatto cioè che il Comune non ha abbastanza soldi. Io che vengo dall’Africa ho visto con i miei occhi i danni che crea alle nuove generazioni il fatto di non poter studiare. E allora mi è venuta l’idea. Ho alzato la mano e l’ho detta”. La reazione di volontari, genitori e soprattutto dei rifugiati dello Sprar è stata concorde e si è votato all’unanimità.
Passa così la proposta di Mamadou di devolvere i fondi che in ragione delle politiche di accoglienza, il Comune (dal 2017 subentrato alla Provincia come capofila nel progetto) riceve dal ministero sotto forma di premio.
Soldi il cui utilizzo sarebbe per prassi legato alla mission del premio, salvo che stavolta degli immigrati a basso reddito vogliono siano utilizzati per aiutare famiglie italiane a reddito basso. E mentre il boccino passa nelle mani del sindaco Carlo Marino, lunedì arriva a Caserta il ministro degli Interni Salvini (con Luigi Di Maio) e i casertani vecchi e nuovi si preparano ad accoglierlo. Sono o non sono campioni di accoglienza?