Dopo Lodi il modello Caserta. Gli immigrati aiutano gli italiani

Gli slogan hanno il compito di sollevarci dal gravoso compito di pensare troppo. Prendiamone uno a caso: “Prima gli italiani”, slogan d’importazione Usa che nella sua versione nostrana ha prodotto tra l’altro il modello Lodi che in Lombardia e Veneto si espande a macchia d’olio, mentre in un certo sud a trazione malavitosa s’impallina il modello Riace. Ma se scendiamo a sud di Lodi, saliamo a nord di Riace e ci fermiamo non a Eboli come Cristo, ma in Terra di Lavoro come tanti migranti in fuga, scopriremo che in alternativa all’uno e all’altro sta prendendo forma un altro modello, dove la patata bollente dell’accoglienza invece di essere vista solo come un problema, una volta tanto può essere la soluzione.

Siamo a Caserta, la città che i Borboni scelsero come location per la loro Versailles, oggi cronicamente in fondo alla classifica di vivibilità tra i Comuni d’Italia. Qui, undici anni fa, al culmine dell’emergenza Terra dei Fuochi con il picco dei tumori causati dai rifiuti tossici interrati dalla camorra, nasce il Comitato Città Viva che mette in campo iniziative al fine di attivare un patto sociale tra società civile, istituzioni, imprese e associazionismo. Coinvolgendo gli immigrati. Il primo passo è la bonifica della Villetta del rione Volturno, parco pubblico in malora simbolo del degrado nel popoloso quartiere Acquaviva. Poi il Piedibus: ogni mattina volontari, genitori, nonni e immigrati accompagnano i bambini delle elementari a scuola.

Servizi civili, ma anche un modo efficace per creare relazioni e vincere diffidenze.

Intanto le suore orsoline di Casa Rut erano già in prima fila contro la tratta delle ragazze di colore, spesso minorenni, che venivano messe sulla via Domiziana, e suor Rita Giaretta oltre a offrir loro accoglienza, aveva già in mente la “New Hope”, una cooperativa per inserirle nel mondo del lavoro.

“Molto attiva è sempre stata anche Caritas Caserta”, ci dice Vincenzo Fiano dello sportello tutela migranti presso il centro sociale ex Canapificio, “nasce così l’idea di un coordinamento tra tutte queste associazioni per chiedere alla Provincia di essere capofila nel primo progetto Sprar ”. Lo Sprar, il centro di accoglienza che Salvini ha fortemente voluto depotenziare col decreto, presunto, Sicurezza, è in realtà per Caserta efficace motore di solidarietà sociale e integrazione: vere, uniche difese avanzate della sicurezza. Il caso dei buoni libro ne è la più recente testimonianza.

Mamadou viene dalla Costa d’Avorio, per anni ha lavorato anche 12 ore al giorno a raccogliere pomodori nel Foggiano e tabacco in Campania, e oggi è mediatore culturale molto attivo che tiene anche corsi di inglese e francese per i bambini delle elementari: “Ero alla riunione settimanale del coordinamento – racconta – quando esce fuori il problema dei buoni libro per le famiglie italiane più bisognose. Il fatto cioè che il Comune non ha abbastanza soldi. Io che vengo dall’Africa ho visto con i miei occhi i danni che crea alle nuove generazioni il fatto di non poter studiare. E allora mi è venuta l’idea. Ho alzato la mano e l’ho detta”. La reazione di volontari, genitori e soprattutto dei rifugiati dello Sprar è stata concorde e si è votato all’unanimità.

Passa così la proposta di Mamadou di devolvere i fondi che in ragione delle politiche di accoglienza, il Comune (dal 2017 subentrato alla Provincia come capofila nel progetto) riceve dal ministero sotto forma di premio.

Soldi il cui utilizzo sarebbe per prassi legato alla mission del premio, salvo che stavolta degli immigrati a basso reddito vogliono siano utilizzati per aiutare famiglie italiane a reddito basso. E mentre il boccino passa nelle mani del sindaco Carlo Marino, lunedì arriva a Caserta il ministro degli Interni Salvini (con Luigi Di Maio) e i casertani vecchi e nuovi si preparano ad accoglierlo. Sono o non sono campioni di accoglienza?

 

La Svizzera rimanda stranieri in Italia. Salvini: “Verificherò”

Non solo Francia e non solo Claviere. Un’inchiesta giornalistica di SkyTg24 solleva il caso degli immigrati trasferiti in Italia dalla Svizzera. Si tratta di circa mille persone a partire dalla scorsa estate, rimandate in Italia al confine tra Como e Chiasso. Un fenomeno destinato ad aumentare con l’arrivo dell’inverno. In gergo tecnico si chiamano “casi di riammissione”. La Svizzera, spiega Sky, si basa un accordo bilaterale che risale al 1998. Accordo superato dagli accordi di Schengen e dal regolamento di Dublino, entrambi sottoscritti dalla Svizzera. Sul caso sollevato da Sky sempre ieri è intervenuto il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “Approfondiremo la vicenda, nessuno può permettersi di trattare il nostro Paese come campo profughi dell’Europa, abbiamo rialzato la testa e non intendiamo abbassarla”. Sempre secondo Sky molti di questi migranti, riammessi in Italia anche in piena notte, non sono mai transitati per il nostro Paese. Nel servizio si spiega che le riammissioni riguarderebbero “centinaia di persone al mese”, tra cui appunto diversi che hanno come primo paese d’ingresso altre nazioni europee e non l’Italia.

Comincia l’esodo dei rifugiati da Riace. “Ma il paese vivrà”

Anna si siede a terra. Si alza e urla. Si risiede e piange. Uno dei suoi due figli gioca. L’altro tira i pantaloni del maresciallo dei carabinieri che gli accarezza i riccioli neri. Scene di abbandono e partenze a Riace, il paese che non deve più accogliere. Anna, ghanese, è una dei tanti rifugiati che devono lasciare il borgo ed essere ospitati in altri Sprar. Destinazione Sicilia, Calabria, Puglia, Trentino. “Io non vado via di qua, Mimmo dov’è? Voglio parlare con lui. Lui è il nostro padre”. L’hanno destinata a Vizzini, 6300 anime a 63 chilometri da Catania. L’hanno messa con altre cinque persone, solo una stanza per sé e per i suoi due figli. Non c’è più una casa dove vivere da soli, non più i sorrisi della vicina anziana che quando tornava dalla campagna portava la frutta per i bambini. Scomparsa anche la scuola. Vuoto il parco dove bimbi bianchi e neri giocavano, si rincorrevano e litigavano mentre le mamme, nere e bianche pure loro, si raccontavano. E allora Anna ha preso l’unica decisione da prendere: ha rifatto i bagagli ed è scappata per tornare nella “sua” Riace. “Ora – dice Fernando Capone, presidente di Città Futura, una delle associazioni che gestivano l’accoglienza – vuole stare qui, ma non è possibile. I nostri progetti sono stati cancellati dal ministero, non abbiamo più soldi, non possiamo più garantire alloggio, vitto, progetti di lavoro”. Ma tutto questo Anna non lo sa.

È in Italia da otto anni con un permesso di soggiorno per motivi sanitari, “la sua pratica”, spiegano i volontari che cercano di calmarla, “è ancora incompleta, anche la situazione dei suoi figli, nati in Italia, non è chiara”. L’unica cosa certa in un mare di ottusa burocrazia dell’immigrazione è che Anna da qui non vuole andar via. Per il momento è seduta a terra nella piazzetta del Villaggio globale. Piange e si strappa i capelli.

Anche Edos Elvis, 24 anni, sua moglie Esther, 23, e il loro piccolo Samson, un anno appena, tutti provenienti dalla Nigeria, sono in partenza. Hanno raccolto le loro poche cose per andare in uno Sprar in provincia di Vibo Valentia. “Certo che mi dispiace andar via – ci dice – qui avevo tante amicizie”. Tre povere anime scampate alle onde del Mediterraneo: a portarli nella nuova destinazione, Gerri Tornese, presidente dell’associazione Welcome. “Li accompagno soprattutto psicologicamente. Sono uomini e donne che hanno patito sofferenze inaudite, qui avevano trovato una loro dimensione, fatta di comprensione, progetti per il futuro e pace. Ora sono costretti ad iniziare di nuovo da zero”. Andiamo nella casa dove abitava Elvis con la sua famiglia. Ingresso, stanza da letto, bagno e cucina. Ci sono ancora le poche cose che non sono riusciti a portar via, un pacchetto di biscotti, un giocattolo, qualche pentola. “Erano bravi cristiani”: seduta sui gradini della scala di casa sua, una anziana signora ci racconta i suoi ex vicini. “Ora – commenta il marito appena tornato dalla campagna con la sua Ape – questo vicolo torna ad essere vuoto e silenzioso. Restiamo noi. I vecchi…”.

Riace si svuota e tra le sue stradine di pietra torna a dominare il silenzio. Non si sentono più le voci dei bambini di ogni colore, l’odore dello zighinì, una zuppa africana di carne e verdure, non si mescola più al profumo della “pasta ’ncasciata” cucinata la domenica. Lingue e dialetti non si sposano più. Annamaria Tornese, dell’associazione Welcome, ci mostra il cancello chiuso della “Scuola dell’infanzia”. E poi le serrande sbarrate della scuola elementare. Ci consiglia di scendere per otto chilometri e andare giù alla marina a vedere l’asilo multietnico. Chiuso pure quello. I bambini venuti dal mare li hanno mandati via, quelli dalla pelle bianca sono pochi. “Come vedi – dice sconsolata – qui sta cambiando tutto. Ormai amministriamo solo le partenze e cerchiamo di farlo nel modo meno doloroso possibile”.

Le associazioni che gestivano il sistema di accoglienza stanno chiudendo e almeno una settantina di operatori finiranno per strada. “Saremo i nuovi emigranti”. Come i loro amici rifugiati e come le migliaia di riacesi che nei decenni passati hanno annodato con lo spago la valigia di cartone e sono partiti. America, Germania, Italia del Nord. Santena, in provincia di Torino, a far grande la Fiat e il suo indotto, dove c’è una Riace del Piemonte con i suoi santi medici Cosma e Damiano e la festa ogni 26 di settembre con le luminarie, la processione e i fuochi. Partono i rifugiati. Donald, 22 anni viene dal Camerun e mette nelle buste nere della spazzatura le poche cose sue, della moglie bambina e di suo figlio. “Andrò a Merano – racconta – questa era casa mia, qui mi trattavano come uno di loro. Un italiano”. Crolla una piccola economia che si reggeva sulle presenze. L’unico tabaccaio: “Mi trasferirò giù alla marina”. Il barista: “Sarà difficile continuare con la poca gente rimasta”. Morirà Riace? “No – risponde Giovanni Maiolo, presidente della Rete dei Comuni solidali –, vogliono uccidere questa esperienza ma non ci riusciranno. Andremo avanti bypassando politica e ministeri, abbiamo raccolto 300 mila euro e messo in piedi un progetto per i corridoi umanitari con la Chiesa Valdese. Riace non muore”. Porre la stessa domanda a Mimmo Lucano, il sindaco costretto all’esilio, è inutile. Lo incontriamo a Caulonia, a pochi chilometri dal suo paese. “Riace è il sogno della mia vita, andremo vanti tornando alle origini, quando l’accoglienza la facevamo senza fondi dello Stato. I piccoli borghi della Calabria non moriranno perché noi ci prendiamo cura delle nostre pietre e della nostra umanità. Come dice Vito Teti, noi siamo quel che resta”. E quello che resta è un simbolo che sta facendo il giro del mondo. Mentre parliamo con Lucano arriva la notizia che il consiglio comunale di Parigi ha approvato una delibera a sostegno del progetto Riace, vogliono invitarlo in città, e anche a Tolosa lo vogliono, così come in tante città italiane. “I simboli non possono morire – dice lui – vanno fatti vivere e Riace vivrà”.

 

“Contro di me ci fu il metodo mafioso”

“Non venire più qua che ti uccido… bocchinara”. Con questa intimidazione, a febbraio, la moglie del boss Lorenzo Caldarola, due condanne per associazione mafiosa e detenuto ai tempi dei fatti, insultava la giornalista del Tg1 Maria Grazia Mazzola, che indagava sui clan di Bari e su come coinvolgono i giovanissimi nelle loro attività criminali. La Procura di Bari ha appena chiuso le indagini e ora la Laera rischia il processo. Oltre alle minacce, la Procura le contesta le lesioni alla Mazzola, colpita con un forte schiaffo sul volto.

Mazzola, le viene data ragione su alcuni punti.

La Procura mette nero su bianco le minacce di morte nei miei confronti, che neanche io avevo capito. Quella donna mi parlava in pugliese stretto. Solo grazie ai video delle telecamere nascoste i magistrati hanno ricostruito ciò che mi ha detto.

Come andò l’aggressione?

Andai a casa della Laera per farle alcune domande sui figli: uno condannato per omicidio, l’altro che aveva avuto dei problemi per violenza sessuale. Alcune parenti mi dissero di andarmene perché c’era una camera mortuaria. Non feci in tempo a girarmi che la Laera mi aggredì con un pugno, insultandomi.

Poi?

Abbiamo chiamato la polizia e sono andata al pronto soccorso dove mi hanno dato dieci giorni di prognosi. Mentre ce ne andavamo, io e la troupe abbiamo pure dovuto evitare una donna, parente della Laera, che ci seguiva da lontano e che ora è indagata per oltraggio a pubblico ufficiale per la reazione quando sono arrivate le forze dell’ordine.

In questi casi si dice che non è opportuno insistere, soprattutto in situazioni delicate come un lutto…

Non avevo idea della camera mortuaria, ma in ogni caso è una scusa che non regge: la Procura per il momento ha riconosciuto che nella reazione della donna c’è l’aggravante mafiosa, tesa al controllo del territorio, non che il suo atteggiamento è dovuto a una mia provocazione. Non c’entra nulla il lutto. Il problema erano le mie domande.

Si è sentita protetta dopo l’aggressione?

A dire la verità sono rimasta senza parole da come parte della stampa ha raccontato i fatti, facendomi passare come quella che aveva esagerato. Ho letto ricostruzioni fantasiose: zuffa tra donne, giornalista provocatrice, buffetto sul volto.

Il problema è interno alla categoria?

Non faccio nomi, ma un noto sindacalista mi disse di non preoccuparmi e di tornare a Bari a farmi una bella mangiata in centro, che sarebbe stato tutto dimenticato. Spero si vergogni.

La categoria difende poco i giornalisti che si espongono al pericolo lavorando?

Ci sono minacciati di serie A e di serie Z. Il nostro mestiere è fatto anche di lobby, amicizie e buoni giri. Io ho la fortuna di lavorare da anni per il servizio pubblico e di rispondere solo ai cittadini, senza frequentare salotti buoni, ma questo a volte l’ho pagato.

Cosa servirebbe per cambiare questa situazione?

Indagini interne serie per contrastare chi, come in questo caso, scrive da megafono dei clan. Alcuni giornalisti non hanno mai scritto che la Laera era moglie di un pregiudicato e che a sua volta, nel 2004, era stata condannata. Se oggi siamo così impopolari è anche per questo: si accettano titoli diffamanti, ricostruzioni false, articoli fantasiosi. E passa il messaggio che siamo tutti uguali.

I sindacati: “Nessuno sciopero, ma Di Maio ci convochi”

I sindacatisono senza dubbio in fermento e tengono gli occhi ben aperti, ma – assicurano – per il momento non prevedono agitazioni.

Ieri in una nota congiunta hanno assicurato che “benché molto preoccupati per il futuro di Alitalia e ribadendo la necessità di essere convocati dal ministro Di Maio per il salvataggio della compagnia, al momento non sono programmati scioperi”. A dirlo, Filt, Cgil, Cisl, Uiltrasporti e Ugl Trasporto Aereo. La notizia si era diffusa nel pomeriggio, dopo che aveva preso corpo la candidatura (ormai unica) del commissario Luigi Gubitosi per il ruolo di amministratore delegato di Tim. Gubitosi dovrebbe essere oggi eletto dalla maggioranza dei consiglieri indipendenti in quota Elliott in sostituzione dello sfiduciato Amos Genish. L’altro indipendente, Alfredo Altavilla, ha deciso di ritirarsi dalla corsa in quanto non è stato presentato come unico nome. A sollevare più di un timore è il fatto che Gubitosi potrebbe dover rinunciare al suo ruolo di commissario di Alitalia, in un momento critico per la ex compagnia di bandiera, e con molte partite ancora aperte.

Il futuro di Alitalia senza il commissario chiave

Lungo il percorso minato che dovrebbe condurre al terzo salvataggio Alitalia in meno di un decennio, scoppia un altro ordigno potente: Luigi Gubitosi, uno dei tre commissari nominati dal governo di Paolo Gentiloni un anno e mezzo fa, è in procinto di diventare amministratrore delegato di Tim. Quella che per tutta la settimana era apparsa solo un’ipotesi ieri si è trasformata in una quasi certezza dopo che l’altro manager in lizza per quella poltrona, Alfredo Altavilla, si è ritirato dalla competizione.

A questo punto per Gubitosi alla Tim sembra fatta e si aprono di conseguenza per la guida di Alitalia almeno tre scenari, nessuno dei quali particolarmente esaltante. Il primo scenario è che Gubitosi traslochi a metà, cioè conservi la carica di commissario della compagnia aerea mentre assume quella di amministratore dell’azienda telefonica. Oggi alla Tim Gubitosi dovrebbe essere nominato dal Consiglio di amministrazione, ma ad aprile l’assemblea dei soci potrebbe anche ribaltare la scelta. E Gubitosi non volendo rischiare di restare a piedi potrebbe provare a conservare Alitalia come poltrona di riserva. In queste settimane Gubitosi stava elaborando dietro le quinte un piano alternativo alla vendita di Alitalia che si basa su uno stock di pensionamenti anticipati per ottenere un risparmio sul costo del lavoro di circa 200 milioni di euro l’anno e poi l’ingresso di due nuovi aerei per il lungo raggio fino a un massimo di 8 a partire dal 2021.

Il secondo scenario è che invece Gubitosi o sia costretto a lasciare o lasci davvero e siccome la legge dice che i commissari siano tre oppure uno solo, a guardia della casamatta potrebbe restare uno dei commissari superstiti, probabilmente Enrico Laghi.

Infine c’è la possibilità che con l’uscita di Gubitosi sia azzerata la terna commissariale e il governo gialloverde preso in contropiede decida di nominare o una nuova terna o un nuovo commissario.

Qualsiasi alla fine sia la scelta, Alitalia resta per tutti una patata bollente. La compagnia continua a perdere a rotta di collo, circa 1 milione 700 mila euro al giorno in media. In teoria entro il 15 dicembre dovrebbe inoltre restituire il prestito ponte ottenuto dallo Stato, cioè 900 milioni di euro di capitale più gli esorbitanti interessi al 10 per cento su base annua, per un totale di quasi 1 miliardo di euro.

Circola con insistenza l’indiscrezione che per evitare un micidiale corto circuito finanziario il governo decida di allungare ulteriormente i tempi di restituzione del prestito fino oltre le sempre più importanti elezioni europee di maggio sperando di pescare nel frattempo il jolly di una qualche soluzione.

Pressati dai debiti e dalle scadenze, ufficialmente i commissari stanno procedendo alla vendita della compagnia d’intesa non più con il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, a cui è stata sottratta la partita, ma con il ministro dello Sviluppo economico e vice premier Luigi Di Maio. La pratica è in corso, ma le novità che coinvolgono Gubitosi potrebbero comportare ripercussioni significative anche su questo versante. Tra i pretendenti all’Alitalia (assai prudenti e guardinghi per la verità) c’è Delta, grande compagnia americana che per ora non ha presentato alcuna offerta vincolante, ma una generica manifestazione di interesse. Secondo indiscrezioni insistenti proprio Gubitosi in particolare stava trattando con Delta e la sua decisione di andare a Tim potrebbe complicare le cose. Solo Easyjet ha presentato un’offerta vincolante per Alitalia, ma limitatamente al medio e corto raggio che comporterebbe lo spezzettamento in più tronconi della compagnia, sbocco assai poco gradito soprattutto dai sindacati. L’unica cosa certa è che il nuovo amministratore Fs, Gianfranco Battisti, è stato quasi costretto a entrare nella partita Alitalia con una proposta di acquisto vincolante, ma condizionata all’ingresso di un partner-socio-gestore che al momento non c’è. Si parla di un impegno di 150 milioni di euro, quasi un’inezia per la voragine Alitalia. Una cifra ufficiale non è mai stata comunicata.

Tim, Gubitosi balla da solo. Si cerca il voto compatto

Quella che negli ultimi giorni era stata comunicata come una gara testa a testa per il posto di amministratore delegato di Tim è improvvisamente diventata una prova di fiducia su un unico candidato: ieri mattina, mentre si contava ancora una volta la possibile spartizione dei voti, Alfredo Altavilla (ex responsabile per l’Europa di Fca e già designato come successore dai consiglieri che avevano votato il siluramento di Amos Genish) ha annunciato il suo ritiro dalla corsa che si chiude con il consiglio di amministrazione di oggi. Una decisione non del tutto inaspettata: già giovedì mattina, quando si era riunito il “comitato nomine” di Telecom Italia (formato da 5 dei 15 consiglieri) per istruire la pratica per il cda di oggi, Altavilla si era infuriato per la candidatura – data come nomina certa dalle agenzie di stampa – di Luigi Gubitosi, attuale commissario di Alitalia.

Cosìieri in corsa è rimasto solo Gubitosi, che per essere eletto avrà bisogno per statuto di almeno otto voti su quindici. I conti, sulla carta, sono questi: cinque consiglieri di Vivendi, che ragionevolmente voteranno contro, un voto di Altavilla e nove rimanenti, tra cui quello di Gubitosi stesso. In queste ore, il presidente Fulvio Conti ha lavorato per compattare il voto dei dieci di Elliott ed evitare che Gubitosi sia eletto con una maggioranza risicata, visto che l’auspicio dello stesso fondo Elliott, socio di Tim con l’8,8%, era che sul nuovo nome ci fosse un’ampia maggioranza. Dopo la riunione del comitato nomine, presieduto dallo stesso Altavilla, il Cda sarà convocato a metà pomeriggio.

Nonostante Altavilla fosse un nome di caratura internazionale superiore a quella del commissario Alitalia, a Gubitosi ha fatto gioco una maggiore esperienza nel campo delle telecomunicazioni visto che è stato amministratore delegato di Wind e direttore generale della Rai. Secondo quanto circolato nelle ultime ore, a far perdere forza alla candidatura dell’ex braccio destro di Sergio Marchionne, è stata poi la richiesta di potersi nominare un direttore generale che avesse una maggiore esperienza nelle telco. E per questo, nel corso di una conference call tra i consiglieri di Elliott, lo stesso Altavilla, ieri, si è fatto da parte e ha poi confermato che, salvo colpi di scena, voterà per Gubitosi.

Anche uno dei primi papabili per l’incarico, l’ex ad di Alitalia Rocco Sabelli – che fino a ieri sembrava essere più propenso a confermare le deleghe a Conti fino alla prossima assemblea in mancanza di un fronte compatto su un unico candidato – dovrebbe convogliare sulla scelta di Gubitosi. “Noi siamo impegnati a creare un player unico della connettività in Italia – ha detto ieri il vicepremier e ministro dello sviluppo economico, Luigi Di Maio – . Vedremo cosa succederà in Tim: è un’operazione di mercato quindi noi non interferiamo”. Una dichiarazione che arriva dopo la presentazione di un nuovo emendamento al decreto fiscale sulla banda larga, targato M5s, che dovrebbe facilitare l’integrazione tra le reti Tim e Open Fiber, società al 50% di Enel e al 50% di Cdp. “La nostra ambizione – dice – è creare un player unico che consenta di far arrivare la connessione a tutti gli italiani”. A chi gli ha chiesto l’identità del nuovo player, ha risposto: “Vedremo nei prossimi giorni se sarà a maggioranza pubblica o privata”.

Espulsioni e contabilità dei feti: le bizzarre idee di Mister Istat

Il suo profilo istituzionale presenta Gian Carlo Blangiardo, futuro presidente dell’Istat, come un docente di Demografia all’Università Bicocca di Milano, ma dagli interventi e le interviste degli ultimi anni emerge di più: un accademico schierato, con posizioni conservatrici e, sull’immigrazione, molto simili a quelle della Lega. Per questo, la Federazione lavoratori della conoscenza (Flc) della Cgil lo ritiene incompatibile per quel ruolo: la vicinanza con il partito di Matteo Salvini minerebbe l’indipendenza dell’Istituto nazionale di statistica. Non una opinione: negli anni Blangiardo ha dichiarato molto, dando una lettura dei dati orientata verso le sue convinzioni etiche. E di cui vi proponiamo un bestiario selezionato.

Espulsione libera.“Sugli immigrati non ho paura di parlare di espulsioni e porte chiuse. Qui non ci stanno: è un dato di fatto (…) Bisogna togliere a tanti poveri disgraziati l’idea che la soluzione dei loro problemi sia indebitarsi per infilarsi su una barca o attraversare il deserto rischiando la vita” (La Stampa, 24 luglio 2018)

Equazioni semplici.“Naturalmente, lo ripeto, i numeri contano: è evidente, per esempio, che più aumenta il numero di stranieri, più aumentano, in proporzione, i criminali” (Libero, 30 luglio 2018)

Una donna in più.“Boeri vuole contribuenti e lo capisco. Ma oggi più che puntare a farci pagare la pensione dagli immigrati dovremmo aumentare l’occupazione femminile (La Stampa, 24 luglio 2018)

La lobby del soccorso.“I flussi consentono da anni stanziamenti pubblici miliardari a favore delle lobby del soccorso e dell’accoglienza di Ong, cooperative ed enti cattolici. Organismi strettamente legati alla politica che costituiscono un bacino di voti di grande rilevanza soprattutto per il Pd” (“Immigrazione, la grande farsa umanitaria”, 2017, di G. Blangiardo, G. Gaiani, G. Valdiara)

Idee confuse. “L’integrazione si realizza attraverso altre strade, non con la cittadinanza immediata. Questo provvedimento (lo Ius soli, ndr) mi sembra una gran perdita di tempo da parte della nostra classe politica, che invece dovrebbe dedicarsi a problemi ben più urgenti e importanti per i cittadini” (Il Populista, 17 giugno 2017)

Pro-life “Sarebbe plausibile attribuire alla 194 il merito di aver ridotto gli aborti, solo se con il passare degli anni dalla sua entrata in vigore le si potesse accreditare una qualche azione di prevenzione. Ma chi si sentirebbe oggi di affermare che è proprio grazie alla legge 194 che si sono potute prevenire più di 100mila interruzioni annue? Verosimilmente, a seguito di una contraccezione più diffusa (…) e, in positivo, anche delle crescenti iniziative del volontariato pro-life che si è prodigato nell’aiutare a risolvere i problemi che inducono ad abortire. Smettiamola di credere, e di proclamare, che la legge 194 abbia meriti per gli oltre 100 mila casi che mancano alla conta rispetto a trent’anni fa. Semmai, ricordiamoci delle sue responsabilità per i 140mila che ancora oggi avvengono” ( Avvenire, 16 febbraio 2008)

Il popolo dei non nati. “La generosa elargizione di un’esistenza sempre più lunga fa risaltare la presenza di un gruppo di sfortunati che sono stati ‘esclusi’ dai benefici del progresso: il così detto ‘popolo dei non nati’ per scelta volontaria; soggetti la cui durata di vita, avviatasi all’atto del concepimento, è stata pressoché azzerata ‘ai sensi di legge’ e in ossequio a un discutibile principio di libera scelta” (Avvenire, 28 dicembre 2013)

Conta del concepimento.“Si tratta degli attuali più di centomila casi annui di interruzione volontaria della gravidanza, il cui computo, del tutto escluso dai calcoli ufficiali sui livelli di sopravvivenza, porterebbe alla rivisitazione del dato sulla durata media della vita e, in ultima analisi, alla sua stessa lettura con toni assai meno trionfalistici. Se si considerano circa 5 milioni di interruzioni dai primi anni 80, a fronte di 19 milioni di nascite, e si calcola, per lo stesso arco temporale, il dato sulla ‘speranza di vita a concepimento’ (…) si ottengono valori che variano dai meno di 60 anni nel 1980 ai poco meno di 70 attuali” (Avvenire, 28 dicembre 2013).

Soldi agli oratori, cani e cannabis: corsa per l’approvazione

Con la legislatura ormai in scadenza nella seduta di ieri il Consiglio regionale della Basilicata ha approvato a raffica le varie proposte di legge pervenute all’ufficio di presidenza e munite dei pareri delle rispettive commissioni. Fino a tarda ora l’assise ha approvato le normative sul commercio equo e solidale (azioni educative nelle scuole, iniziative di formazione, contributi per investimenti funzionali all’espletamento dell’attività), sulla prevenzione e sul contrasto alla criminalità (azioni per far crescere la legalità), sul servizio di vigilanza marina per rendere più sicure le spiagge lucane attraverso la costante presenza di personale specializzato, sulla funzione sociale degli oratori (per azioni di sostegno a iniziative sociale delle parrocchie della Chiesa cattolica e degli istituti delle altre confessioni religiose), sulla prevenzione di bullismo e cyberbullismo (azioni di contrasto del fenomeno), sulla coltivazione della canapa per scopi produttivi, sulla prevenzione e sul controllo del randagismo con azioni mirate alla tutela degli animali e alla valorizzazione del ruolo delle associazioni, sulla tutela del lavoro dei professionisti.

La piazza per Virginia: “Ricandidati”

Al termine della settimana successiva all’assoluzione nel processo per falso, Virginia Raggi incassa l’abbraccio dei militanti M5S radunati sulla scalinata nel retro dell’Ara Coeli, affacciata sul Campidoglio. La piazza non è piena, alcune centinaia i presenti, come invece per la manifestazione di due sabati fa organizzata da sei donne, con la presenza dei partiti di opposizione, che ha chiesto le dimissioni della giunta, ma per la sindaca sembra importante soprattutto il contatto con la base. A metà pomeriggio la Raggi scende sotto la lupa per incontrare i presenti, tra strette di mano, selfie e mazzi di fiori in regalo. Ad accompagnarla il coro pentastellato per eccellenza, “onestà, onestà”. Non manca una serie di insulti rivolti da una parte dei manifestanti ai cronisti in piazza, dove si alternano grida come “bugiardi”, “infami” e “sciacalli”. Sono le scorie di una settimana dai toni aspri, che dopo l’assoluzione della sindaca ha visto le parole forti rivolte dai leader del Movimento contro parte della stampa.

“Queste persone sono venute qui per sostenerci, due anni fa erano qui e ci sono ancora, è un grande abbraccio che sentiamo tanto. Quello che facciamo lo facciamo per i cittadini”, spiega la sindaca. Che sottolinea: “È sicuramente un percorso duro però non ci dobbiamo arrendere perché è la nostra città e lo dobbiamo fare con il cuore”. Poi si lascia andare: “Sono emozionata, commossa”. Dai presenti la richiesta che corre di bocca in bocca è soprattutto una: “La sindaca dovrebbe ricandidarsi per completare le cose che ha avviato”.

Ora le prossime settimane prevedono una serie di scadenze per quella che in Campidoglio definiscono ‘fase due’ della giunta. Il primo ostacolo da superare è la soluzione da trovare del contenzioso sul bilancio di Ama, bloccato da mesi da una disputa contabile tra la partecipata e il Campidoglio su una posta da 18 milioni di euro. L’invio di nuova documentazione da Palazzo Senatorio all’azienda la prossima settimana potrebbe portare ad una sblocco della vertenza, con la revisione del documento di bilancio della società partecipata.

Poi verrà l’approvazione del bilancio di previsione, varato venerdi notte dalla giunta, in Assemblea Capitolina. Il documento parla di 1,1 miliardi di euro di investimenti, soprattutto sulla mobilità, si tratta in buona parte di interventi già in programma per l’avanzamento dei lavori della Metro C, l’acquisto di nuovi autobus e convogli per la linea B della metro.