Il truce esperimento MKultra riesumato da Susy Ceccardi

Efin da subito è stato chiaro che la Lega, lì, in quella che è stata una roccaforte rossa per 70 anni, la rossa (di capelli) Susanna, avrebbe inaugurato il suo primo esperimento di controllo delle menti sugli ignari cittadini di Cascina. Ecco perché ovunque si legge “laboratorio Cascina”. Ecco perché Salvini l’ha nominata da poco consigliera per il programma di governo, includendola di fatto nel suo ristretto staff di fedelissimi. Salvini non solo crede in lei, ma utilizza la sua spietata delfina per trasformare Cascina in una Westworld a tema Lega e convincere i suoi abitanti del fatto che fuori di lì, il mondo è brutto e cattivo. Qui di seguito la lista delle dieci mosse di manipolazione mentale più eclatanti del sindaco Ceccardi:

1) Lo spray al peperoncino. A sentir parlare Lady Sicurezza, a Cascina non si può andare a mangiare un gelato dopo le sette di sera senza essere rapiti, scuoiati vivi e venduti in tranci negli alimentari cinesi. Le donne poi, a Cascina, corrono più pericoli che a girare in guepière nel cortile di un carcere venezuelano durante l’ora d’aria. Per questo, la sindaca ad agosto ha promesso spray al peperoncino a tutte le concittadine per difendersi dai bruti locali. Poi ci ripensa e questo weekend annuncia: “Regaleremo uno spray anti-aggressione a tutte le donne che decideranno di sottoscrivere la tessera della Lega”. In pratica, a Cascina se non sei leghista è un po’ come se avessi la minigonna: te la sei cercata. Naturalmente a Cascina non è mai avvenuto uno stupro nell’ultimo decennio, ma per MKULTRA è importante farlo credere.

2) Lo slogan di Gandhi. Durante la campagna elettorale, la Ceccardi ha fatto suo lo slogan di Gandhi “Prima ti ignorano, poi ti combattono, poi vinci”. Qualche mese dopo, per ribadire l’indole pacifista, si fa fotografare al poligono perché “la difesa è sempre legittima”, lasciando intendere che Gandhi protestava seduto perché sotto al culo nascondeva una calibro 22.

3) John Lennon era comunista. In un post su fb Susanna scrive: “1300 bambini hanno cantato Imagine di John Lennon. Cosa dice la canzone? Dice immagina… Immagina un mondo senza religione, senza paradiso, senza proprietà privata… Qualcuno lo ha immaginato davvero questo mondo e lo ha realizzato. Si chiama Comunismo e ha fatto milioni di morti. La musica sarà anche carina, ma le parole sono aberranti!”. In pratica Imagine era un canzoncina carina tipo l’ultima di Emma e a John Lennon ha sparato uno di CasaPound, ma del resto John se l’è cercata. Un po’ come quelle che non si fanno la tessera della Lega e poi le stuprano perché non hanno lo spray. Il revisionismo musicale è uno dei cardini del progetto MKULTRA.

4) Dunque, spiegato che John Lennon era un comunista buono per le colonne sonore delle fiction di Rai 1, la Ceccardi organizza un concerto serio a Cascina e chiama un artista, lucido, completo, internazionale: Giuseppe Povia.

5) I medici calabresi. In un’ospitata ad Agorà la sindaca leghista afferma: “È giusto pagare meno i medici calabresi perché sono meno bravi”, lasciando intendere che fuori da Cascina i medici operino ancora ficcando un panno bagnato nel cloroformio in bocca al paziente e col seghetto per il bricolage.

6) Basta buonismo. La Ceccardi si rifiuta di celebrare le unioni civili. Abolisce le Pari opportunità. Scrive che andrebbe indetta la giornata della violenza contro gli uomini. Fa in modo che la graduatoria per l’assegnazione delle case popolari favorisca gli italiani. Trasforma il centro accoglienza migranti in alloggi per gli italiani. Manca solo il passaggio: Madre Teresa di Calcutta non era una santa religiosa missionaria ma una buonista pidiota radical chic.

7) Lo staff. La vera genialità della Ceccardi sta nella cura con cui sceglie i collaboratori: la presidente del consiglio di Cascina Elena Meini finge di essere laureata e viene smascherata da Il Tirreno. L’ex direttore artistico della Città del Teatro di Cascina tanto protetto dalla Ceccardi è Andrea Buscemi e ha una condanna per stalking. Il suo assessore Sonia Avolio (che poi si dimette) pubblica su Facebook un video in cui dà della cornuta alla Parodi e un altro in cui afferma (testuale): “Mi lavo la topa con Chilly così la topa mi sa di menta e quando apro le gambe mi si ghiacciano i piedi!”. Insomma, l’MKULTRA attua un acuto progetto di gratificazione: tutti gli abitanti di Cascina, al confronto della classe dirigente, si sentono soci Mensa.

9) Infine, la Ceccardi posa in bikini al mare con Salvini e proclama entusiasta: “Se Matteo mi manda in Corea del Nord a sconfiggere comunisti io vado!”. Lui, prima della sua elezione aveva esclamato: “Se Susanna vince vado a Cascina a piedi!”. Insomma, c’è solo da augurarsi che il loro resti un rapporto professionale, perché un selfie dei due in accappatoio potrei anche sopportarlo, ma il testo di una canzone di Povia a corredo, sarebbe troppo. Forse però, pensandoci bene, anche per gli abitanti di Cascina, che si sveglierebbero da un sonno della ragione lungo due anni. Quasi quasi tifo per loro.

La raccolta latita, torna l’incendio dei cassonetti pieni

Cumuli di rifiuti sono stati incendiati nella notte di ieri a Torre del Greco nel Napoletano. A prendere fuoco sono stati i cumuli di spazzatura ammassati per le vie del quartiere Sant’Antonio, nei pressi dell’Ecopunto di via del Lavoro, non lontano da un complesso di palazzine di edilizia popolare e da un parco giochi dismesso. Da giorni l’immondizia non veniva raccolta in quella zona e probabilmente i cittadini, esasperati, hanno pensato di risolvere la situazione appiccando il fuoco. A Torre del Greco la raccolta dei rifiuti è un optional da diversi mesi e va così in tilt il servizio nella città vesuviana, tra isole ecologiche che spesso diventano discariche a cielo aperto e cassoni di prossimità. A giugno è arrivata la nuova amministrazione: con la differenziata sotto il 30%, il sindaco Giovanni Palomba ha rescisso il contratto con la ditta incaricata della raccolta che, in attesa della nuova gara d’appalto, dovrebbe comunque garantirla. La crisi degli Stir, gli stabilimenti di tritovagliatura e imballaggi di rifiuti, che in Campania non riescono più ad assorbire i quantitativi in arrivo, ha dato il colpo finale.

I gialloverdi e la “realtà” che supera il Contratto

L’ultima escalation del travagliato matrimonio gialloverde è quella secondo cui “la realtà cambia” e quindi anche il Contratto sottoscritto dal governo, tutto sommato, potrebbe doversi adeguare. Parola del ministro dell’Interno Matteo Salvini che ieri, parlando di infrastrutture, si è lasciato un po’ andare sul rispetto della “bibbia” dell’esecutivo. Non è un caso che, qualche ora più tardi, fonti di Palazzo Chigi abbiano voluto precisare alle agenzie che il premier Giuseppe Conte è “garante” di quel Contratto, che quindi non si tocca, nemmeno sulla parte che riguarda i rifiuti, questione che tiene banco da un paio di giorni.

Salvini, a Napoli, l’altroieri ha auspicato la nascita di un inceneritore per ogni provincia della Campania. E, come noto, Luigi Di Maio gli ha risposto a colpi di “ceppa”. Ieri, a dar manforte al vicepremier grillino, è intervenuto il presidente della Camera Roberto Fico: “Non vogliamo, non dobbiamo e non possiamo tornare indietro. Abbiamo l’imperativo morale di andare avanti, proprio per tutelare la salute di tutte le persone che abitano la mia terra”, ha scritto su Facebook. È la traduzione di quello che è scritto proprio sul contratto, in cui si parla di “una drastica riduzione della quota di rifiuti smaltiti in discarica e incenerimento, fino ad arrivare al graduale superamento di questi impianti, adottando metodi tecnologicamente avanzati e alternativi”.

Domani, il premier e i suoi vice saranno a Caserta per siglare un protocollo d’intesa e con l’occasione si affronterà il tema dell’emergenza dei roghi tossici nella Terra dei Fuochi.

Salvini prima di partire si toglie qualche sassolino dalle scarpe. Ieri, per dire, ha risposto così alle parole del 5Stelle Alessandro Di Battista che lo invitava a rispettare il Contratto: “Sto seguendo riga per riga l’impegno che ho preso con gli italiani, e invidio Di Battista che mi redarguisce dalle spiagge del Guatemala”.

La scomparsa degli ambientalisti

Caro direttore, “A livello politico nessuno parla più di ambiente in Italia”. Lo ha lamentato Walter Veltroni e non un ambientalista militante. Forse la denuncia dell’ex ministro e segretario del Pd era rivolta all’interno di quel partito dove l’anima beniculturalista e ambientalista si è talmente rattrappita da non essere più avvertibile. Tutta la politica di Renzi e Franceschini è stata rivolta “contro” la tutela e quindi contro le Soprintendenze, scindendo seccamente i Musei (anche quelli archeologici!) dal loro territorio, la valorizzazione dalla tutela, accorpando le Soprintendenze in un corpo unico come aveva fatto il fascismo nel 1923 salvo ribaltare tutto e tornare alle specializzazioni, con Giuseppe Bottai, nel 1939… Insomma una desolazione. Con una macchina o sconquassata o montata su ruote quadrate, col Colosseo che, con la Soprintendenza Archeologica unica varata (assieme a Pompei dallo stesso Veltroni), finanziava tutta l’archeologia romana e adesso invece, diventato perno di un assurdo mini-Parco (con Domus Aurea e Palatino) si ritrova tanti soldi da non sapere come spenderli mentre Appia Antica e il resto boccheggiano alla canna del gas…

Errori di grammatica, nemmeno di sintassi.

Nei Parchi va anche peggio (se pure è possibile). I parlamentari del Pd si sono buttati a ripresentare la legge Caleo detta Sfasciaparchi alla Camera e al Senato, insieme a Forza Italia e affini. Senza nemmeno riflettere un attimo sul fatto che tutti naturalisti d’Italia si erano pronunciati contro quella legge che minaccia di trasformare pure i Parchi in luna park e in arrendevole pascolo per agricoltori, cavatori, trivellatori, gestori di ski-lift, ecc.

Poiché del disegno di legge dei 5 Stelle si sa che è stato presentato, ma non se ne conosce il contenuto. Poiché Salvini ha già detto in tempi non sospetti che lui le Soprintendenze le cancellerebbe e dei Parchi Nazionali farebbe volentieri spezzatino alla maniera dello Stelvio, siamo proprio messi male. Come non mai.

Poteva esserci una Sinistra rossoverde, alla maniera dei laburisti scandinavi, ma al momento non sembra pervenuta impegnata com’è a scindersi. Nicola Zingaretti dice di essere favorevole alla Bellezza, alla Natura, all’Ambiente e però nei fatti delude le aspettative, in una regione il cui bellissimo litorale è ampiamente sconciato e dove, al massimo, si pratica quell’“ambientalismo ragionevole” che a me pare in realtà molto “arrendevole”. Dal Piano casa di polveriniana memoria, al silenzio/assenso.

“Prescrizione per tutti e una legge scritta male”

Una legge scritta male, la prescrizione che salva tutti, e una questione più complessa di quello che si crede, un “tema da chiaroscuri”: è questa la Terra dei Fuochi descritta dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, che nella scorsa legislatura era presieduta da Chiara Braga (Pd). A distanza di quasi un anno, i recenti roghi agli impianti di rifiuti nelle province di Napoli e Caserta sono la prova che la Commissione non aveva sottovalutato il fenomeno.

La prescrizione ha interrotto processi importanti come Impregilo (finito con l’assoluzione dell’ex governatore Bassolino e la prescrizione di 18 capi di imputazione), Rompiballe (le prime prescrizioni per Guido Bertolaso e company sullo smaltimento delle ecoballe sono scattate quattro anni fa) e Marea Nera (trasferito a Roma e già in odore di prescrizione). È il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, a tracciare in Commissione un collegamento tra processi e prescrizione quando riferisce: “Volendo, la ventennale stagione dell’emergenza non è altro che un riflesso di quella debolezza di far ricorso all’applicazione puntuale, costante e rigorosa delle regole ordinarie”. E la Commissione parlamentare non può non concludere con il “condizionamento” della seconda sulla prima, continuando a interrogarsi “sulle motivazioni dell’esclusione di responsabilità a carico di soggetti che hanno rivestito ruoli apicali nelle società e sulle responsabilità politiche che non necessariamente richiedono o presuppongono anche la sussistenza di responsabilità di carattere penale”. La legge scritta male è invece la numero 6 del 2014 che introduce il reato di illecita combustione dei rifiuti e “che – scrive la commissione – determina tra l’altro una estrema difficoltà nella individuazione dei responsabili del reato”. Il risultato è che in Campania si parla e si litiga ancora sull’emergenza rifiuti e sul rischio di infiltrazioni camorristiche. Senza però mai riuscire a individuare i responsabili di questo scempio. Anche perché gli inquirenti hanno constatato che le imprese che lavorano con i rifiuti hanno cambiato faccia ma non metodi. Mentre negli anni Novanta, così come hanno raccontato i pentiti Carmine Schiavone, Nunzio Perrella e Gaetano Vassallo, erano le imprese camorristiche “pure” a entrare in diretto contatto con appalti e aggiudicazioni, adesso le cose sono cambiate. Ed è ancora una volta Giovanni Melillo a spiegarlo il 25 ottobre 2017: “In realtà, siamo in presenza di un processo di immedesimazione delle strutture d’impresa collocate sotto il controllo mafioso e di strutture d’impresa che, pur essendo sganciate da interessi prettamente mafiosi, nondimeno condividono le stesse logiche di intervento, di presenza sul mercato”. Ed è nell’intermezzo tra imprese criminali e imprese “pulite” che Melillo colloca la figura del broker. “Non c’è figura migliore per mettere insieme proprio quel sistema di interdipendenza relazionale che lega tutte queste componenti del mercato delle imprese, dell’agire della pubblica amministrazione e delle dinamiche mafiose collegate alla gestione del ciclo dei rifiuti”, spiega. E cita come esempio Giovan Battista Toninelli, industriale bresciano che faceva da intermediario nel trasferimento dei rifiuti tossici dal Nord alla discarica Resit di Cipriano Chianese (considerato l’inventore dell’ecomafie). Prescrizione a parte, resta il dato di un’amministrazione regionale che poco ha seguito le linee dettate dal ministero dell’Ambiente già nel 2014 sullo smaltimento delle ecoballe: trattamento termico in un impianto di incenerimento con recupero energetico. Scrive la commissione: “Non è stata questa la scelta adottata dall’amministrazione regionale De Luca”, che invece ha optato per il trasferimento fuori regione (20%), per la trasformazione in combustibile da rifiuti nei vari stir e per il recupero di materia negli impianti di Giugliano e Caivano (Napoli). Il vicegovernatore Fulvio Bonavitacola, ascoltato il 27 ottobre 2017, aveva anche annunciato alla Commissione il progetto di rinnovare completamente lo stir di Caivano per ospitare un apposito impianto per le ecoballe. Peccato che qualche mese dopo, lo stir di Caivano è stato quasi divorato dalle fiamme.

Contraccettivi gratis e rottamazione: le ipotesi di modifica

Sono oltre 3700 gli emendamenti presentati alla legge di Bilancio in discussione alla Camera. E dentro c’è di tutto, dagli incentivi per la rottamazione delle vecchie auto inquinanti ai fondi per garantire contraccettivi gratis agli under 26 e ai richiedenti asilo. La prima riguarderebbe un contributo fino a 6 mila euro per chi rottama auto Euro 0, che scende gradualmente fino a 3 mila euro nel caso in cui la vettura rottamata sia una Euro 2. Fa discutere invece l’ipotesi di garantire, a partire dal 2019, la gratuità dei contraccettivi (pillole e preservativi) per i ragazzi sotto i 26 anni, per i richiedenti asilo, per le donne che abbiano effettuato una interruzione di gravidanza nei 12 mesi precedenti e per chi è affetto da una malattia sessualmente trasmissibile. A indignarsi sono soprattutto gli esponenti del Partito democratico, convinti che i 5Stelle abbiano copiato l’idea da un emendamento della dem Giuditta Pini (che in commissione era stato bocciato). Infine la Lega propone la detraibilità sui capannoni dal 20 al 50 per cento.

“Escludo che Mattarella rinvii la legge di Bilancio”

Serpeggia, il verbo non è usato a caso, l’ipotesi che il capo dello Stato possa decidere di rinviare la manovra alle Camere per palesi violazioni della Costituzione di cui è garante. Sarebbe una prima volta con conseguenze gravissime (e contraccolpi che, si augura qualcuno, potrebbero causare la caduta del governo Conte). Ma è davvero uno scenario plausibile? “Mi sembra”, spiega Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza, “che si confondano due piani: quello dell’ordinamento interno e quello dell’ordinamento comunitario. L’Italia, in materia finanziaria, ha degli obblighi comunitari. Su questo c’è una discussione in corso, che potrà produrre una procedura d’infrazione. L’approvazione della legge di Bilancio deve invece rispondere a regole nazionali previste da leggi ordinarie e dall’articolo 81 della Costituzione”.

Professore, pensa che il capo dello Stato rinvierà la manovra alle Camere perché non rispetta l’articolo 81?

Tenderei a escluderlo. E spiego perché. L’articolo 81 statuisce che ‘Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio’. E al secondo comma sottolinea che ‘Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali’.

Significa che la deroga è una valutazione politica visto che discende da una decisione del Parlamento?

Esattamente: la valutazione politica sugli eventi eccezionali che permettono in ricorso all’indebitamento non è rimessa al presidente della Repubblica, ma è una responsabilità propria del Parlamento.

È lecito dire che il Parlamento è molto disinvolto in questa valutazione? Da che esiste l’articolo 81 si è sempre ritenuto di ricorrere all’indebitamento. Ma il deficit 2019 sarà più basso di quello del 2016.

Da questo si deduce che l’articolo 81 è scritto molto male. E sì, il Parlamento è disinvolto. Non credo però che il capo dello Stato in sede di promulgazione possa verificare una decisione politica del Parlamento.

Se il capo dello Stato decidesse per un rinvio sarebbe una prima volta molto traumatica.

Certamente. Ma ribadisco non credo ci sarà una prima volta e, nel caso improbabile che dovesse rinviare, non penso lo farà per violazione dell’articolo 81. Le preoccupazioni del capo dello Stato mi sembrano principalmente rivolte a salvaguardare i rapporti internazionali, altre volte ha espresso tramite lettere, comunicati o discorsi le sue considerazioni, ma sempre in via ‘sollecitatoria’, non credo che in questo caso si comporterà differentemente. Se avrà qualcosa da ridire penso lo farà informalmente e sarà sul rispetto degli obblighi internazionali.

Un governo che volesse approvare una norma con un altissimo deficit, addirittura del 3 per cento, a livello interno lo potrebbe fare?

Sì, valutando gli effetti del ciclo e nel rispetto della ambigua procedura dell’articolo 81. Il tetto del 2,4% viene oggi ritenuto eccessivo dall’Europa. Ma anche negli anni scorsi abbiamo sforato parametri. Padoan andò in Europa a trattare e alla fine si giunse ad un accordo. In Europa, quando qualche Paese membro viola le sue norme si contratta, questa è la soft law. Tanto è vero che noi, pur se stiamo violando il Fiscal compact, non sappiamo però ancora se una procedura d’infrazione ci sarà. Tria sta ripercorrendo la via di Padoan, incontrando maggiori difficoltà.

Secondo alcuni costituzionalisti del Pd, i cittadini o le Regioni che si sentissero danneggiati dalla manovra potrebbero ricorrere alla Corte.

La giurisprudenza della Corte sull’articolo 81 per ora è molto ondivaga. C’è una sentenza importante – la 274 del 2016 – che dice che esistono diritti incomprimibili che devono condizionare il bilancio e non viceversa. Aggiungo io: dunque anche sforando il deficit. È, in realtà, difficile immaginare che un aumento di spesa possa comprimere un diritto fondamentale. Semmai può essere fatta una valutazione politica, ritenendo non tanto che si spende troppo, quanto che si spende male. È possibile, inoltre, che alcune cifre siano fantasiose: la Corte dei conti e l’Ufficio parlamentare di bilancio hanno sollevato perplessità. Ma non sono questioni che interessano la Consulta. Se poi si vuole solo affermare che i danneggiati da una specifica misura della manovra potranno fare ricorso alla Corte allora è scoprire l’acqua calda.

Salvini non teme il Quirinale. “Firmerà la manovra, figurarsi”

Il ministro dell’Interno che è anche vicepremier, ma soprattutto leader della Lega, giura di non crederci: “Ci mancherebbe altro che il presidente della Repubblica non firmasse la legge di Bilancio”. Ospite di Stasera Italia, Matteo Salvini ieri ha liquidato come irreali le indiscrezioni, riportate due giorni fa da La Stampa e dal Sole 24 Ore, secondo cui Sergio Mattarella potrebbe rifiutarsi di sottoscrivere la manovra del governo gialloverde perché violerebbe i trattati europei.

“È l’Europa – ha sostenuto Salvini – che viola i suoi accordi con l’Italia, perché nei trattati si parla di piena occupazione e io non posso dare piena occupazione se non posso mettere soldi nelle tasche degli italiani. Andrà tutto bene”. Insomma, il capo della Lega si mostra ottimista. E anche dall’altro fronte, quello dei Cinque Stelle, ostentano tranquillità. “Finora dal Quirinale non è arrivato alcun segnale di contrarietà”, assicura una fonte di governo.

Per non alimentare voci e non disturbare il Colle, il M5S ha scelto comunque di non commentare in via ufficiale. Solo silenzio. Mentre sul rapporto con l’Unione europea, a ribadire la rotta del governo è ancora Salvini: “Gli anni di lacrime e sangue li abbiamo passati anche grazie ad alcune politiche europee. Quindi ci lasciassero lavorare e ci rivediamo fra un anno: vedremo se l’Italia crescerà, come sono convinto, o se rimarrà ferma come accadeva in passato”. Dal Quirinale, ovviamente, nessun commento. Però ieri Mattarella ha parlato dei temi economici, con un messaggio alla Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa. E nel testo ci sono anche indirette raccomandazioni al governo: “Il mondo delle piccole e medie imprese sia esposto più di altri alle ripercussioni della congiuntura sulle condizioni di accesso al credito, della cui restrizione soffrono maggiormente in caso di protratta volatilità dei mercati finanziari”. Di conseguenza, “serve particolare attenzione per garantire un quadro stabile e un clima di fiducia”. Ovvero, basta con lo spread alto e l’incertezza sulle misure economiche.

Moto, cavalli e tivù: poi nel tempo libero Salvini fa il ministro

Il fatto a ben vedere è curioso: il ministro dell’Interno Matteo Salvini è ovunque, tranne che al ministero dell’Interno. In tv, alla radio, su Internet, a fare comizi nei piccoli Comuni, in missione all’Estero, al Senato, a Palazzo Chigi, nella sede della Lega, alle sagre di paese e alle feste della polizia. L’uomo che sta costruendo la sua fortuna politica sull’attività del Viminale – meno sbarchi, taglio dei costi dell’accoglienza, sicurezza – non è mai al Viminale.

L’agenda Prendiamo una settimana tipo del ministro, quella dal 5 al 12 novembre. Lunedì mattina Salvini parte per il Ghana. L’obiettivo è strappare un accordo per i rimpatri. Sarebbe un risultato spendibile per l’attività di ministro, ma il viaggio si traduce per lo più in uno spot personale. Salvini si imbarca per Accra attorno alle 9 di mattina, nelle seguenti 24 ore pubblica su Facebook le foto con l’omologo Ambrose Dery e poi col presidente Nana Akkufo-Addo. Il bilancio è magrolino: un patto generico per il sostegno italiano allo sviluppo “a casa loro” e in particolare un progetto sul territorio per 800 lavoratori ghanesi. Sui rimpatri, come si diceva una volta, zero carbonella.

Il giorno dopo, martedì 6 novembre, dovrebbe essere quello dell’approvazione al Senato del decreto Sicurezza. Il Capitano ha in programma di sbarcare a Palazzo Madama subito dopo le intenzioni di voto e festeggiare la sua legge bandiera. L’approvazione però slitta: i 5Stelle sono furiosi per la melina leghista sulla prescrizione e prendono tempo. Salvini arriva alle 19 a Roma e punta dritto verso la sala stampa. Non fa una piega. A chi gli chiede se è previsto un vertice con Conte e Di Maio, risponde che lui quella sera ha un appuntamento con la Champions League. La mattina successiva – mercoledì 7 – è ancora in Parlamento: stavolta si vota e Salvini può esultare. Poi scappa al Viminale – finalmente – per un’altra delle sue battaglie: il taglio dei costi dell’accoglienza (i famosi 35 euro al giorno per ogni migrante). Il lavoro sul dossier è stato svolto dalla prefetta Gerarda Pantalone, al tavolo con l’Anac siede Nicola Molteni e Salvini arriva direttamente per la conferenza stampa: “È una giornata storica”, dice. Poi va in tv da Barbara D’Urso (ore 17, Pomeriggio 5) e Lilli Gruber (ore 18, registrazione di Otto e mezzo).

Giovedì 8 novembre è il giorno del vertice dell’ennesimo disgelo con Conte, Di Maio e Bonafede: li vede alle 8:30 di mattina. Poi alle 10 scappa a fare il ministro dell’Interno: deve presiedere il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Alle 17 riceve il ministro dell’Interno libico Fathi Bashaaga. Sono le ultime due attività al Viminale della sua settimana. La mattina dopo – venerdì 9 novembre – è all’Auditorium di Roma per la presentazione di un docufilm sul cyberbullismo, #Cuoriconnessi 2. Nel pomeriggio si presenta all’Università Lumsa per un convegno sulle sette esoteriche e pseudoreligiose.

Il sesto giorno il Capitano si riposa: la mattina è insolitamente out of business per “impegni privati”, nel pomeriggio vola a Milano per Eicma, la fiera della motocicletta. Ci torna anche la mattina successiva, quella dello show con il tele-biker Vittorio Brumotti: Salvini si stende supino per terra, il centauro zompetta in sella sfiorandogli l’osso del collo. Infine, alle 17, è l’ospite d’onore della seconda giornata della scuola di formazione politica della Lega.

La squadra Allargando il periodo osservato, il risultato non cambia. Dal 2 giugno Salvini è vicepremier, senatore, segretario di partito, performer politico di alto livello e – nei ritagli di tempo – ministro dell’Interno. Al Viminale c’è una macchina che lavora al posto suo. Quella tecnica dei prefetti incaricati e quella diabolica della sua propaganda (la “Bestia” allevata dai soci Luca Morisi e Andrea Paganella e l’infaticabile portavoce Matteo Pandini). Il Capitano che si racconta in servizio permanente del popolo italiano, è soprattutto in campagna elettorale. Quella sì, permanente.

I numeri Per comodità qui si considerano solo gli ultimi 35 giorni: da sabato 13 ottobre a sabato 17 novembre. Poco più di un mese, 5 settimane esatte, durante le quali Salvini ha girato l’Italia e il mondo con energie apparentemente illimitate. I viaggi: in questo periodo Salvini ha visitato 34 Comuni italiani e ha compiuto 4 missioni all’estero (mezza giornata in Romania, uno o due giorni in Qatar, Russia e Ghana). La campagna elettorale: complici le elezioni regionali in Trentino, Salvini ha tenuto 23 comizi in altrettante piazze nelle province di Trento e Bolzano. I vertici: Salvini è stato impegnato a Palazzo Chigi in Consigli dei ministri e incontri informali di governo in almeno 9 occasioni. Ai quali va aggiunta una cena “riparatoria” con Giuseppe Conte e Luigi Di Maio il 23 ottobre. I media: senza contare le singole interviste trasmesse da tg e talk show, il capo della Lega è stato protagonista di 6 trasmissioni televisive e 2 radiofoniche, tanto in Rai quanto in Mediaset. I convegni: il ministro ha incontrato 8 realtà produttive. Nell’ordine: Confimi industria a Monza, i costruttori edili e Unindustria a Roma, Confindustria Russia a Mosca, Coldiretti a Cernobbio, il Forum economico euroasiatico a Verona, Confitarma, gli artigiani del Cna a Milano.

Negli stessi giorni il Capitano ha dato spettacolo alla fiera dei cavalli di Verona (con selfie e video putiniano in sella a un corsiero nero) e a quella delle moto di Rho (Milano). Ha presenziato a due lezioni della scuola politica del suo partito. Ha visitato i Comuni alluvionati di Mestre, Belluno e Terracina. Si è fatto vedere nel quartiere romano di San Lorenzo dopo la morte di Desirée Mariottini e all’aeroporto di Pratica di Mare per accogliere i migranti del suo primo corridoio umanitario. Ha partecipato all’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola superiore di Polizia e alla presentazione del calendario della Polizia di Stato. Tutto questo – forse il dato più impressionante – in un mese in cui la temperatura politica nella maggioranza è salita a livelli mai sperimentati: negli ultimi 35 giorni i gialloverdi hanno rischiato il collasso sul decreto fiscale e sulla “manina” leghista che ha inserito il condono, si sono scontrati sulla riforma della prescrizione, sul decreto Sicurezza, sulle grandi opere e sui termovalorizzatori. E sempre in queste settimane, per non farsi mancare niente, il ministro ha dovuto archiviare la sua lunga storia d’amore con Elisa Isoardi (con annuncio Instagram di lei e foto del Capitano desnudo). Tutto il resto – poco, molto poco – è Viminale.

“Fuori la politica”, Pellegrini e Lupo: no alla riforma del Coni

Nella sua battaglia contro la riforma del Coni voluta dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, Giovanni Malagò porta a casa due testimonial d’eccezione: i portabandiera azzurri di apertura e chiusura ai Giochi di Rio 2016 Federica Pellegrini e Daniele Lupo, ieri sono intervenuti in difesa dell’autonomia delle federazioni sportive su cui il governo vuole mettere le mani. Il campione di beach volley dice la sua con un post su Instagram: “Le Olimpiadi 2020 si avvicinano, le qualifiche per strappare un pass a Tokyo sono ad un passo e anziché avere il supporto ed essere tutti uniti come in una battaglia l’unica notizia che si legge è della politica italiana che vorrebbe iniziare a gestire il nostro mondo… Assurdo!! No grazie W l’Italia, W lo sport, siamo con il Coni”, scrive il campione di beach volley che inserisce tra gli hashtag un eloquente “no politic”. La prima a commentare le parole di Lupo, è stata la campionessa olimpica dei 200 stile libero a Pechino 2008, Federica Pellegrini: “Assolutamente d’accordo con Daniele Lupo, lasciamo lo sport allo sport”.