“E adesso io dico: ritiratevi tutti”

Pubblichiamo stralci dell’intervento all’assemblea Pd

Se dovessi titolare il mio intervento lo intitolerei “Ritiratevi tutti”. Mi sono data tre minuti per sintetizzare quella che è una tra le più difficili sfide a cui il Pd deve far fronte. “O noi risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta”: queste parole non le ha pronunciate uno statista o un politologo, le diceva Al Pacino ai suoi giocatori di football nel film Ogni maledetta domenica. Eppure sembra che parli di noi. (…)

Lo spazio a Salvini e ai 5 Stelle lo abbiamo lasciato noi. Noi con le nostre divisioni, correnti, e soprattutto con la nostra presunzione – guardate ne abbiamo tanta, eh –. Noi che continuiamo a parlare di fuoco amico mentre il fuoco vero è arrivato dalla gente. Loro non ci hanno più capito, per loro siamo diventati quelli che difendono le élite, non il popolo, e che ci piaccia o no, sia vero o no, noi abbiamo il dovere di fare i conti con questo. Sono passati 5 mesi dalla scorsa assemblea. A nessuno là fuori, ve lo garantisco, interessa chi sta con o contro Renzi, Franceschini, Martina, Zingaretti, Minniti. Noi dovremmo provare con questo Congresso a dimostrare una volta per tutte di essere una squadra e non un agglomerato di singoli presuntuosi, arroganti e spesso autoreferenziali. Ci serviva, ci serve, io spero, un congresso serio, rifondativo sui programmi, sulle idee, sulle modalità, invece sembra che siamo ricaduti in un congresso vecchio stile dove si ha cura persino di mettere persone provenienti dalla stessa area politica a sostenere diverse mozioni per essere sicuri ancora una volta che comunque vada qualcuno difenderà la vostra ricandidatura.

Se io questa cosa la dico fuori, la gente mi dice “Hai ragione” e anche qui dentro tantissimi la pensano così, ma avere il coraggio di dirlo è un’altra cosa. E voi credete che la gente non l’abbia capito? Il punto è: anche se l’elettorato cominciasse a vedere il governo gialloverde per quello che è, con le sue promesse irrealizzabili, siete davvero sicuri che sarà pronto a votare il Partito Democratico un’altra volta? Io purtroppo no. Davvero non sono sicura. Perciò io dico o non risorgiamo adesso come collettivo o saremo annientati individualmente. Siccome non voglio che tutto questo passi come una critica faccio una proposta e siccome credo che tutte le persone che si sono candidate siano capaci e stimabili, io dico ritiratevi tutti, facciamo un passo indietro, facciamo un congresso in un altro modo, ripartiamo da zero, ripartiamo non dalle persone, ripartiamo dalle idee, ripartiamo dai valori, ripartiamo dal riscrivere lo statuto. (…) Il Pd ha bisogno di ossigeno, deve essere libero, tra la gente e non più ostaggio di qualcuno. Chiudo e vi dico che una delle cose che ho guardato oggi, con un po’ di tristezza, è che noi siamo il partito che dovrebbe stare in mezzo alla gente e persino qui in assemblea c’è un cordone che divide un pezzo di assemblea, quelli importanti, dall’altro pezzo di assemblea, che sta dietro. E no, ragazzi, se siamo il partito della gente siamo tutti insieme, questa è tutta l’assemblea.

 

Primarie Pd, melina finita. Minniti c’è, Martina quasi

Nell’ultimo atto prima della gara Matteo Renzi non si è visto: e forse non vuole dire nulla, o forse moltissimo. Ma di certo l’assenza dell’ex segretario rispecchia il clima da fine anno scolastico nell’assemblea del Pd di ieri a Roma, dove il segretario Maurizio Martina si è dimesso come da regolamento, aprendo la fase del congresso.

Tra interventi di contestazione dal microfono e capannelli molto distratti a bordo palco, nella pancia dell’hotel Ergife nessuno ha presentato le carte, cioè le candidature. Però si rimedierà già oggi, quando aMezzorainpiù Marco Minniti scioglierà la sua lunga riserva, annunciando la sua corsa per segreteria dem. Per il sollievo dei renziani, che ieri tramite il sindaco di Pesaro Matteo Ricci hanno diffuso un appello di 551 sindaci a sostegno dell’ex ministro, invocato come “guida forte e autorevole”. E il sì di Minniti sarà il vero fischio d’inizio delle primarie, che a giorni vedranno in lizza anche Martina. Il segretario uscente pare ormai essersi convinto, innanzitutto per non lasciare che la partita sia un affare tra renziani e antirenziani: ossia tra Minniti e il vero candidato forte già in campo, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti. “Se può essere utile al partito mi candido” ha sintetizzato ieri Martina.

E i generali pronti ad appoggiarlo sono già schierati: da Graziano Delrio a Matteo Orfini, fino a Gianni Cuperlo. E in corso d’opera, magari dopo il voto degli iscritti (che ridurrà i candidati a tre) potrebbero aggiungersi almeno altri due dem già scesi in campo per la segreteria, Matteo Richetti e Cesare Damiano. Mentre è più imperscrutabile la rotta di Francesco Boccia, vicino al governatore della Puglia Michele Emiliano. E comunque siamo ancora alle ipotesi, come quella della data per le primarie. La prima finestra utile sarebbe ai primi di febbraio, come auspicato da Minniti, Zingaretti e anche dall’ex premier Paolo Gentiloni (“le farei all’inizio del mese, ma non decido io”). Ma a detta di Orfini sarà tecnicamente difficile tenerle prima di metà febbraio, “anche perché si rischia l’incrocio con alcuni congressi regionali”, come spiegano fonti dal Pd. E allora resta concreta l’opzione del 3 marzo. L’unica certezza è che il Pd è in stato congressuale. L’assemblea si è sciolta ieri, e allora il presidente Orfini diventa il reggente del partito, mentre a scrivere le regole della partita dovrà essere una commissione di 19 membri, più due “invitati”.

Intanto i renziani hanno già offerto a Minniti un ticket con la senatrice Teresa Bellanova, che commenta con toni pugnaci: “Valuterò, ma io non sono seconda a nessuno”. Quindi neppure rispetto all’ex ministro dell’Interno, che non pare affatto entusiasta dell’idea. E ieri lo ha detto a Luca Lotti. Invece Zingaretti semina proposte: “Facciamo partecipare tutti, eliminando anche quell’euro previsto per poter votare, e lasciando la libertà di fare una sottoscrizione”.

E nell’attesa dei gazebo il governatore rilancia il suo anatema sull’era renziana: “Non si deve tornare indietro commettendo gli errori del passato, bisogna aprire un campo nuovo”. Ma l’eco degli errori è risuonata anche ieri, in alcuni interventi. Soprattutto, in quello di Katia Tarasconi, 45enne consigliere regionale in Emilia Romagna. Secca: “Ritiratevi tutti, abbiamo bisogno di persone nuove”.

E gli schiaffi di Tarasconi hanno ricordato parecchio il discorso che il 21 marzo 2009 fece conoscere all’Italia Debora Serracchiani, l’allora consigliera provinciale a Udine che in un’assemblea dei circoli contestò tutta la dirigenza del Pd. Ma dal palco ha infierito anche il più giovane candidato alla segreteria, il 30enne Dario Corallo: “In questi anni il Pd si è preoccupato più della felicità dei mercati che della felicità delle persone. È per questo che, cari dirigenti, avete fallito. Ed è per questo che io, insieme a quelli che voi avete tradito, ci candidiamo a ricostruire il partito dalle sue fondamenta”.

Tajani: “L’Europa si aspetta che l’Italia dia il via libera”

Un messaggiodi Silvio Berlusconi, non presente, e l’intervento del senatore ed ex dirigente del Milan Adriano Galliani. La manifestazione pro Tav di Forza Italia si è svolta ieri in piazza Municipio a Torino, radunando un migliaio di persone tra cui anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. A una settimana di distanza dalla manifestazione Sì Tav della società civile, gli esponenti di Forza Italia hanno ribadito la contestazione contro il Movimento 5 Stelle e non hanno risparmiato nemmeno la Lega, alleato storico: l’intero esecutivo gialloverde è stato accusato di creare “un danno enorme al Paese” nel caso in cui decidesse di dire no al Tav. “L’Unione europea – ha spiegato Tajani – si aspetta che l’Italia mantenga gli impegni presi e realizzi una grande opera che coinvolga l’intera area padana”.

Mattarella saluta le madamine: “Non mi intrometto”

Il Presidentedella Repubblica non incontrerà le Madamine. Le sette organizzatrici della manifestazione “Sì Torino va avanti” a favore della Torino-Lione avevano promesso dal palco di Piazza Castello a Torino che avrebbero portato le istanze del popolo Sì Tav alle massime istituzioni dello Stato. E avevano rifiutato l’invito della sindaca Chiara Appendino, chiedendo di aspettare prima un segnale dal Colle. Ma Sergio Mattarella ha spento i loro entusiasmi declinando gentilmente la richiesta di incontro: “Apprezzo in alto grado lo spirito civico che ha animato la vostra iniziativa, ma la decisione spetta al Governo”. E poiché si tratta di “una scelta politica di particolare importanza anche sul piano internazionale”, ha ritenuto opportuno astenersi “da qualunque comportamento che possa apparire come inserimento” in ambiti che esulano dalla sua competenza istituzionale. Le signore hanno spiegato in risposta che “questa era la nostra priorità e il modo con cui volevamo dare seguito alla mobilitazione che si è creata” e hanno ringraziato a loro volta la considerazione avuta dal capo dello Stato, promettendo di “andare avanti nell’interesse dei cittadini di Torino e di tutta Italia”.

Un altro buon motivo per il No: il tunnel danneggerà il clima

La nuova linea ferroviaria Torino-Lione viene giustificata con motivi ambientali: la cura del ferro fa bene, spostare traffico da gomma a rotaia riduce le emissioni. Il che è vero se si usano ferrovie esistenti, come l’attuale linea Torino-Modane, lo è meno quando si devono costruire nuove, meno ancora quando sono per lunga tratta in tunnel. Lo sostengono i ricercatori Jonas Westin e Per Kågeson del Royal Institute of Technology di Stoccolma nell’analisi Can high speed rail offset its embedded emissions?: affinché il bilancio di carbonio sia favorevole al clima le linee ferroviarie ad Alta velocità “non possono contemplare l’estensivo uso di tunnel”. Se il bilancio monetario costi-benefici della Torino-Lione già vacilla, del bilancio di carbonio non si parla mai. Il tunnel bisogna costruirlo, per oltre dieci anni le talpe succhieranno megawatt, il cemento assorbirà energia e produrrà emissioni, l’armamento e i dispositivi di sicurezza richiederanno tonnellate di acciaio e di cavi di rame, i camion e le ruspe per spostare migliaia di metri cubi di roccia andranno a gasolio. Poi c’è l’impianto di raffreddamento che a opera conclusa funzionerà in permanenza, poiché all’interno del tunnel la temperatura sarà attorno a 50°C, ostile alla vita.

Quando il primo treno passerà su quella linea non si vedrà alcun vantaggio ambientale, in quanto per parecchi anni, ammesso che venga effettivamente usata a pieno carico come da previsioni per ora sulla carta, il risparmio delle emissioni dovrà ripagare il debito di quelle rilasciate in fase di cantiere e di esercizio. Ammesso dunque che sia possibile, una prima riduzione netta delle emissioni potrebbe avvenire non prima del 2040. Il clima però è già in estrema crisi adesso e l’ultimo rapporto IPCC dice chiaramente che le emissioni vanno ridotte subito, altrimenti nel 2040 avremo già superato la soglia di sicurezza del riscaldamento globale di 1,5°C. La cura del ferro della Torino-Lione è quindi strana, prima richiede un’intossicazione sicura del malato, poi promette di disintossicarlo quando sarà già moribondo. Non è meglio cambiare cura? Usare i miliardi di euro ad essa destinati per una riduzione delle emissioni con effetti certi e immediati, come collocare più pannelli solari sui tetti degli italiani, cambiare gli infissi alle case colabrodo, aumentare la coibentazione, installare pompe di calore, tutte azioni che danno lavoro a decine di migliaia di artigiani e non ci fanno attendere vent’anni per ottenere effetti positivi sull’ambiente. La cura del ferro Torino-Lione potrebbe essere peggiore del male che vorrebbe curare. Per fare valide previsioni e stabilire se la pubblicità verde della grande opera sia ingannevole o meno, occorre un bilancio di carbonio certificato da un ente terzo, come l’Istituto Superiore di Protezione e Ricerca Ambientale che mantiene il catasto nazionale delle emissioni climalteranti e potrebbe verificare se nell’ambito dell’Accordo di Parigi siglato anche dall’Italia il super tunnel Torino-Lione sia coerente o perdente. C’è poi quell’ora di viaggio sul Tgv Milano-Parigi che si potrebbe recuperare subito grazie a un accordo tra ferrovie francesi e italiane. Per ragioni di incompatibilità tra dispositivi di sicurezza, il treno francese, una volta arrivato a Torino via tunnel del Frejus, invece di instradarsi sulla linea ad Alta velocità per Milano continua da anni a transitare sulla vecchia linea regionale via Vercelli e Novara. Se i francesi sostituissero il loro vecchio Tgv con un treno più moderno la tratta Parigi-Milano si abbrevierebbe subito di quasi un’ora. Come mai la gente non scende in piazza per questo significativo risultato che non incide sulle casse dello stato e non deve attendere decenni per entrare in servizio?

E infine, dopo le iniezioni di retorica a buon mercato inneggianti a progresso, crescita, investimenti, lavoro che passeranno tutti e solo da questo buco sotto il massiccio dell’Ambin, proviamo a fare un passo più analitico verso gli scenari futuri. Che piaccia o no, le risorse naturali planetarie diminuiscono e i rifiuti aumentano, così l’Unione Europea ha saggiamente scelto la strategia dell’economia circolare, per minimizzare l’uso di materie prime, costruire oggetti più durevoli e riparabili, contrastare l’usa-e-getta, riciclare i materiali a fine vita. In un tale contesto, l’idea di una continua espansione del trasporto merci invocata dai promotori della Torino-Lione e da un’altra parte della burocrazia europea appare in aperto conflitto con i limiti fisici planetari. Occorre uscire dal tunnel per aprire lo sguardo alla realtà, molto più complessa, problematica e inedita, e le cui soluzioni sono immensamente più articolate di un buco nella roccia, ostinatamente perseguito per ragioni che non appaiono razionalmente difendibili.

Chiara Appendino: “Torino non è solo il Tav No alla gara fra le piazze”

“Questa città ha vissuto una crisi fortissima; ha visto spostare a Milano quasi tutto, banche, assicurazioni; ha sopportato e sopporta che quasi sparisse la Fiat. Che cosa hanno fatto le sue classi dirigenti e la sua borghesia quando tutto ciò accadeva? E come hanno protestato per impedirlo o almeno solo denunciarlo?”.

Per parlare con il sindaco Chiara Appendino, nel vecchio Palazzo di Città di Torino, prima di farti entrare nel suo ufficio (quello che fu del comunista Diego Novelli, del rinnovatore civico Valentino Castellani e dei postcomunisti Sergio Chiamparino e Piero Fassino) ti fanno aspettare in una saletta dominata dal poster di una vecchia mostra della Galleria d’Arte Moderna. Era dedicata a Giuseppe de Nittis. Il manifesto del 2002 riproduce un quadro di due donne e una giovane in un parco parigino: cappelli con fiori finti, abiti di chiffon azzurri, qualche merletto, una indiscutibile allure borghese. Signora sindaca, quelle del quadro sono come le “madamine” della marcia Sì Tav? E anche lei, che viene dalla Torino bene, non è forse una “madamina” che ha tradito le aspettative di quel mondo? La risposta è un sorriso, poi uno scuotimento di testa. Fuori, nella sera, la piazzetta è già illuminata da uno degli allestimenti natalizi di Luci d’Artista, “Tappeto volante” di Daniel Buren. Ora l’intervista può cominciare.

Sindaca, non è un po’ poco ricordare le delusioni del passato? Non le sembra una risposta un po’ risentita a una manifestazione di 25 mila persone, scese in piazza per sostenere il Tav, ma anche contro di lei?

Quest’ultima cosa non l’hanno detta, anzi la negano, sostengono di non avere intenzioni politiche. Non ho avuto occasione di parlare con le organizzatrici: le ho invitate, ma loro hanno risposto dicendo che preferiscono incontrare Mattarella. Questo è l’unico rimprovero che mi sento di fare.

Perché?

Non ho nulla in contrario che la gente scenda in piazza. Io l’ho fatto per anni, contro Tav e inceneritore. La differenza è che nessun sindaco Si Tav ha mai proposto di riceverci: non credo che sia un argomento di poco conto. E poi io sono il sindaco di Torino, non di una parte sola e molte cose che sono state dette in quella piazza le condivido. Lì ho visto la voglia di essere orgogliosi di Torino: la penso come loro.

Addirittura? Le assicuro che ascoltando i discorsi di una settimana fa non sembrava proprio così. Persino Marco Revelli, da sempre un No Tav, ha definito la sua amministrazione “desolante” e, in città, un certo clima di delusione è innegabile.

Ho letto i sette punti del gruppo di signore che hanno organizzato la manifestazione. Non mi riconosco solo in quello sul Tav, gli altri sei sono cose che un sindaco non può non pensare. Secondo voi io sarei contro l’aumento del turismo, la crescita di Torino, le infrastrutture metropolitane?

Qui dicono un’altra cosa: più che essere contro, lei non starebbe facendo niente.

Ecco, allora stabiliamo pochi punti incontestabili: abbiamo ereditato una città sull’orlo del dissesto, i suoi enti culturali erano in una situazione imbarazzante e vicina al collasso di bilancio. La Fondazione Torino Musei era di fatto fallita. Rischiavamo di dover tagliare tutte le manutenzioni e le agevolazioni per le fasce più deboli, di non fare più assunzioni. Ci sono voluti più di due anni per mettere tutto in sicurezza. Abbiamo un debito di oltre 3,4 miliardi di euro e non possiamo aumentarlo; con la Corte dei Conti abbiamo trovato un’intesa sullo squilibrio strutturale di 80 milioni: li riduciamo gradualmente tagliando le spese correnti. Intanto, abbiamo riaperto le assunzioni: soprattutto vigili urbani.

Già, ma il problema, aggiunge la piazza, è quello del futuro. Hanno scritto che chi sale in cima al grattacielo di Renzo Piano, quello di Intesa San Paolo, vede le colline, ma non il futuro. È così?

Un momento: tra qualche giorno presenteremo il progetto per la linea 2 della metropolitana e i cantieri del sondaggio archeologico sono già partiti: due anni fa, anche l’azienda trasporti era sul punto di finire in tribunale. Il turismo ad agosto ha toccato un picco del 12 per cento in più sul 2017 ed è un trend positivo che continua, compreso novembre. Quasi l’esaurito negli alberghi nel ponte di Ognissanti, musei e mostre piene: ne è appena stata aperta una su Van Dick. Cose passate o del futuro? Veda lei.

Ma si mangia con la cultura? È l’eterna polemica: ancora una volta la questione di quella Fiat che non c’è più.

Si mangia anche con la cultura. Ma il problema della produzione industriale rimane. Pensare che sia solo la cultura a far vivere la città è un’illusione.

In passato Torino è stata rifatta grazie alle Olimpiadi invernali del 2006. Forse si potevano avere di nuovo. Ma la sindaca Appendino, dice sempre la gente, ce le ha fatte perdere. È vero?

È la cosa più falsa che, anche i giornali, hanno detto contro di me. Io ho fatto di tutto per prenderle: avevamo un progetto credibile che consentiva di riusare gli impianti del 2006, di fare dei giochi davvero sostenibili. Ma potevano essere, a queste condizioni, solo le Olimpiadi di Torino. La soluzione a tre era un pasticcio, non si capiva chi faceva che cosa e Torino, avrebbe avuto altri problemi di bilancio.

Nulla da rimproverarsi? Ne è sicura? Lo sport nazionale la pensa diversamente.

Io sono pronta a riportare subito Torino in gara, ma alle condizioni che avevamo individuato anche con la Camera di Commercio e altre istituzioni. Sì, ho fatto un errore: non aver capito che stavano giocando contro di noi, che le intenzioni fuori da Torino erano diverse. Ma rifarei tutto, perché io ai Giochi nella nostra città ci credo.

Torniamo al tema del lavoro. La disoccupazione giovanile sotto la Mole ha impennate che non corrispondono al resto del Nord. Il futuro di cui tanto si parla credo riguardi proprio questo aspetto.

Qualche giorno fa, a Roma, siamo stati al ministero dell’Economia e abbiamo ottenuto il riconoscimento delle nostre aree di crisi dell’automotive e dell’aerospazio. Qualcosa su cui stiamo lavorando anche con la Regione di Sergio Chiamparino. Poi c’è il progetto City Lab che vuole portare a Torino chi vuole sperimentare l’innovazione a diretto contatto con la società. Una filiera su cui possiamo battere tanta concorrenza, con forti legami anche con la ricerca del Politecnico e dell’Università. Tra poco, grazie al 5G, a Torino, si realizzerà un laboratorio per la guida autonoma in ambito urbano e presto ne partirà un altro sull’utilizzo dei droni.

Per i droni l’hanno presa in giro perché li ha usati per i giochi di luce che, nella festa di San Giovanni, hanno sostituito i fuochi artificiali.

C’è poco da ridere. Li useremo anche per lo spettacolo di Capodanno. I contatti con le aziende che producono droni sono proprio cominciati in quell’occasione. Diventare una città all’avanguardia in questo campo non mi sembra una cosa da presa in giro.

La sera di San Giovanni, con la festa per le vie di Torino, ha pensato alla tragedia di piazza San Carlo?

Sì, il momento più terribile per me. Ma San Giovanni è stata anche la dimostrazione che la città sa di nuovo divertirsi rispettando le regole e la sicurezza.

Lei sarà processata per la notte di piazza San Carlo, se sarà condannata si dimetterà?

No, lo dico sin da ora. Il codice dei Cinquestelle parla di reati dolosi, la mia imputazione è per un fatto colposo.

Piazza San Carlo, il momento più terribile. Quello più bello?

La prima firma in Italia della trascrizione degli atti di nascita di bambini nati da coppie omosessuali. Un’emozione fortissima: lì capisci che, come sindaco, puoi davvero cambiare qualcosa.

Oggi tra i Cinquestelle va di moda insultare i giornalisti. Anche lei la pensa così?

Chi mi conosce sa che non insulto mai. Credo che fare il sindaco sia difficile, ma anche fare i giornalisti. La regola è il rispetto reciproco, anche se certe rappresentazioni di Torino che sto leggendo sono davvero solo irritanti.

Chiudiamo ancora col Tav. Rinnega qualcosa?

No, io sono sempre stata No Tav e il voto in Comune non ha effetti sull’iter di questa vicenda. Deve discutere il governo, esaminare i costi e i benefici dell’opera. Io porterò a Roma tutte le istanze di Torino: nei giorni scorsi ho dato al ministro Di Maio la lettera dei manifestanti consegnata al prefetto.

L’8 dicembre, invece, sfileranno i No Tav. Che cosa pensa di questa nuova manifestazione?

Continuerà a essere un problema di valutazioni da parte del governo. Spero che a questo punto non si inneschi una sorta di gioco della piazza, una gara a chi ne porta di più. Non penso che la città sia rappresentata solo da chi è a favore oppure solo da chi è contrario all’Alta velocità.

Il Cazzaro posseduto

L’abbiamo scritto già quest’estate che Di Maio farebbe bene a valutare seriamente l’utilità di proseguire l’alleanza con Salvini. E non erano ancora accadute le frizioni 5Stelle-Lega su alcuni punti qualificanti del programma di governo. Né il Cazzaro Verde aveva tranciato, come ha fatto ieri, l’unico esile filo che teneva insieme i giallo-verdi: il Contratto. Le ragioni tattiche che avevano originato il “governo del cambiamento” sono note, almeno a chi ha buona memoria: la necessità di evitare di tornare subito al voto e la mancanza di alternative per l’indisponibilità del Pd a mettersi in gioco. Ora però la situazione è cambiata: non si vede né un governo né un cambiamento. O meglio: si vede un partito, il M5S, che – con tutte le sue gaffe e i suoi errori – prova e ogni tanto riesce a cambiare qualcosa; e il presunto alleato, la Lega, che gli mette ogni giorno i bastoni fra le ruote per conservare o restaurare l’Ancien Régime. Non è solo una battaglia di potere fra partiti concorrenti: è anche il frutto della trasformazione della Lega in qualcosa di molto diverso da ciò che era fino alla vigilia del 4 marzo: un partito del 12-15% che contendeva a B. la leadership del centrodestra su posizioni quasi paritarie. E giocava a contrapporsi come forza anti-sistema (pur facendone parte da 25 anni) al vecchiume italoforzuto.

Ora, nel breve volgere di nove mesi, il tempo di una gravidanza, la Lega s’è mangiata quasi tutto il vecchio centrodestra (infatti è passata dal 17,7% al 30 e più). Ne sta imbarcando tutto il peggio, soprattutto nelle regioni del Sud. E, più riciclati incorpora, più si gonfia e diventa simile a quel che fu FI, meno può permettersi di cambiare qualcosa. Paradossalmente, proprio mentre uccide il padre, anzi il nonno, Salvini ne viene posseduto e imprigionato. Gli elettori di centrodestra, si sa, sono di bocca buona: dopo aver digerito B., Dell’Utri, Previti, Cosentino, Cuffaro e altri galantuomini, considerano Salvini&C. delle educande. Dunque la corsa dei peggiori figuri sul Carroccio del vincitore non toglie voti a Salvini, anzi ne porta di nuovi. Ma le dimensioni abnormi assunte dalla Lega la costringono a farla finita col cambiamento e a tirare il freno a mano ogni qual volta i 5Stelle provano ad attuare uno dei punti innovativi del Contratto. Manette agli evasori? Era Salvini a sventolarle in campagna elettorale: tutto dimenticato. Meglio un bel condono (stoppato l’altra notte in extremis dal M5S, ma al prezzo di rinviare la linea dura sui reati fiscali). Ridiscutere le grandi opere inutili? Per carità: ecco i leghisti in piazza con le madamine e i pidin-forzisti nascosti dietro.

Annullare le concessioni pubbliche? Per carità: fosse per la Lega, chi ha lasciato crollare il Ponte Morandi incasserebbe altri miliardi per ricostruirlo. Trasparenza sui soldi a partiti e fondazioni? Non se ne parla, sennò qualcuno chiede lumi sui 49 milioni spariti e sugli strani giri dal Lussemburgo all’onlus leghista Più Voci. Chiudere negozi e outlet a rotazione la domenica? Guai, sennò chi li sente i governatori e i sindaci leghisti, tutt’uno col pidino Sala. Metter mano ai conflitti d’interessi? Figuriamoci, B. non vuole e nemmeno i grandi editori, che ogni giorno erigono sui giornaloni il monumento equestre a Matteo (sia quelli di destra che lo elogiano, sia quelli di sinistra che fingono di attaccarlo spacciandolo per il vero padrone del governo, anche se non fa nulla). Bloccare la prescrizione? Peggio che mai, altrimenti l’establishment che ha eletto Salvini a nuovo santo patrono del Sistema finisce in galera. Anzi, piuttosto si tenta di svuotare il peculato per salvare i leghisti, i forzisti e i pidini che rubavano sulle note spese coi fondi regionali e comunali. E sotto coi nuovi inceneritori, ignoti al Contratto, ma non ai compari di Cosentino e Giggino ’a Purpetta convertiti al salvinismo. Alla Rai, mentre i 5Stelle nominano un Ad indipendente come Salini, la Lega fa la guerra per piazzare tal Casimiro Lieto, nientemeno che autore de La prova del cuoco dell’ex (?) capitàna Isoardi.

In questo continuo gioco di Penelope, dove Salvini disfa di notte la tela che Di Maio tesse di giorno, è già un miracolo se il M5S è riuscito a portare a casa il dl Dignità (annacquato dai leghisti), il ddl Anticorruzione (con agenti infiltrati, aumenti di pena e premi ai pentiti), il blocca-prescrizione (dal 1° gennaio 2020), il nuovo voto di scambio politico-mafioso, l’abolizione dei vitalizi, i fondi in manovra per reddito di cittadinanza e rimborsi ai truffati dalle banche, lo stop al bavaglio sulle intercettazioni e alla Svuotacarceri. Che, di fronte al quasi nulla della Lega (l’inutile dl Sicurezza e l’inutilissimo ddl sull’illegittima difesa), è un bottino tutt’altro che magro. Ora però è impensabile che i 5Stelle trascorrano i prossimi quattro anni a lottare ogni giorno col sedicente alleato per realizzare ciò che avevano concordato nel Contratto, stracciato da Salvini senza neppure interpellare il “comitato di conciliazione”, previsto per dirimere le controversie. Il Cazzaro Verde posseduto da B., anziché a governare pensa solo alle elezioni europee. E cerca pretesti per rompere. Tanto vale che i 5Stelle lo anticipino: approfittino dei pochi mesi che mancano per piazzare, se ci riusciranno, qualche altro colpo; e poi lo lascino al suo destino. Che probabilmente sarà un nuovo voto per il Parlamento, seguìto da un bel governo Salvini-B. (così quanti oggi gridano al fascismo lo rimpiangeranno). O magari niente elezioni e subito un governo di restaurazione Lega-FI-Pd. Dopo avere sfilato a braccetto a Torino per il Tav e combattuto insieme contro l’Anticorruzione e l’anti-prescrizione, è giusto che i tre partiti dell’Ancien Régime smettano di vedersi di nascosto e ufficializzino il partouze.

A San Siro contro il fantasma della Svezia

Stesso stadio, stesso giorno (o quasi): stasera a San Siro si gioca Italia-Portogallo ed è inevitabile tornare a quel maledetto 11 novembre 2017 e allo 0-0 contro la Svezia, la pagina più triste della storia azzurra. Significa affrontare fantasmi, brutti ricordi, un avversario attualmente più forte e quotato di noi, che anche senza Cristiano Ronaldo guida meritatamente il girone della Nations League, il nuovo torneo varato dalla Uefa al posto delle amichevoli in cui gli azzurri sono tornati in corsa dopo la vittoria in Polonia a ottobre.

L’ultima sosta per le Nazionali del 2018, che prevede anche l’inutile esibizione di martedì in Belgio contro gli Stati Uniti, ha il sapore di un amaro déjà-vu, mischiato alla speranza di voltare pagina.

Un anno e qualche giorno dopo l’ultima volta Milano sarà di nuovo azzurra, ci saranno gli stessi 70 mila sugli spalti ma è cambiato quasi tutto il resto: Federazione, allenatore, giocatori. Se n’è andato Carlo Tavecchio, attraverso il disastroso commissariamento del Coni si è arrivati alla presidenza di Gabriele Gravina, che stasera fa il suo debutto alla guida della Figc. In panchina c’è Roberto Mancini, che dopo un avvio difficile sembra essersi chiarito le idee. Soprattutto, in campo c’è una Nazionale diversa: i reduci della notte di San Siro saranno appena cinque (Chiellini, Bonucci, Florenzi, Jorginho e Immobile, quest’ultimo in dubbio). La grande discontinuità non è rappresentata tanto dal numero 10 sulle spalle di Lorenzo Insigne, allora relegato tristemente in panchina e oggi stella della squadra, quanto dai vari Chiesa, Barella, mettiamoci pure Donnarumma e Biraghi, che un anno fa vedevano l’azzurro da tifosi.

Sta crescendo una nuova Italia. Il ct Mancini prova ad allevarla con valori confusi e convocazioni fantasiose (dopo i vari Zaniolo e Caprari è la volta del teenager Tonali, giovanissimo regista del Brescia che non ha mai visto la Serie A, e l’emigrante Grifo, una carriera da gregario in Germania e Acerbi al posto dell’infortunato Romagnoli), ma se non altro con la convinzione di chi non ha alternative. Sarebbe ingeneroso chiedere a questa giovane generazione, che ha 26 anni di media e soltanto sprazzi di vero talento, di chiudere da sola i conti col passato. Ma la sfida col Portogallo vale tanto lo stesso: un risultato negativo ci farebbe sprofondare indietro di un anno, dimostrando che il successo contro la Polonia è stato solo un’illusione, che l’Italia è ancora malata e distante dalle grandi d’Europa. Vincere, invece, vuol dire sperare nella qualificazione alla fase finale della Nations League (ma serve pure un passo falso dei portoghesi nell’ultimo match casalingo con la Polonia) e, cosa forse più importante, avere la conferma di essere sulla buona strada. Non basterà a cancellare il ricordo della Svezia e restituirci il Mondiale perduto, ma sarebbe già qualcosa.

“Basta col vederci vittime, valiamo più di cento parole”

Christina Dalcher, è balzata agli onori delle cronache internazionali grazie a Vox, il suo romanzo d’esordio (pubblicato da Nord), in cui racconta una realtà distopica: un nuovo presidente degli Usa, influenzato da un fanatico predicatore cristiano, riduce le donne al silenzio tramite un braccialetto elettrico, imponendole un limite massimo di 100 parole al giorno. Le ragazze devono occuparsi della casa e sono escluse dalla gestione della cosa pubblica. Lei, laureata in Linguistica alla Georgetown University con una tesi sul dialetto fiorentino – e una passione per l’Italia – la incontriamo in occasione di Bookcity Milano, occasione propizia per muoverci intorno al suo libro che rifiuta di considerare come il romanzo del #MeToo (“quando ho iniziato a scriverlo non c’era ancora alcun movimento”). Fermamente convinta del peso delle parole, Dalcher si considera una femminista con il senso dello humour e la capacità di non divedere tutto il mondo in bianco e nero: “Se un uomo mi fischia per strada, sorrido, non mi sento una merce in esposizione. Smettiamola di odiare gli uomini e considerarci sempre delle vittime”.

Mrs. Dalcher il suo libro punta l’indice sul connubio fra potere politico e religione. Le donne sono considerate inferiori dalle Scritture?

Non voglio sembrare anti-religiosa ma le tre religioni monoteiste, rifacendosi alle fonti del Vecchio Testamento, considerano la donna inferiore all’uomo. Ma le cose cambiano e oggi le donne guidano l’auto in Arabia Saudita.

Ma portano anche il burqa.

Ad Abu Dhabi ho visto donne che si coprivano e altre che indossavano un hijab molto aderente alle linee del corpo. Il mondo è complicato. Ma cristianesimo, ebraismo e islam vengono da un mondo culturale comune e in queste tre fedi c’è una tendenza tesa a sottomettere le donne che non sono considerate a immagine di Dio, come l’uomo.

Nel suo libro c’è un gruppo di fanatici, i Puri, che impongono controllo morale e restrizioni alle donne. Crede che esista qualcosa di simile anche nella nostra realtà?

Decisamente! Ci sono due movimenti in America – Revive our Hearts e True Woman – che spingono per un ritorno alla cultura domestica in voga nell’epoca vittoriana in cui le donne si occupano soltanto della casa e del piacere sessuale dei propri mariti.

In Italia i movimenti ProVita mettono in dubbio l’aborto e osteggiano le unioni gay.

Sono ipocriti, nessuno di loro sarebbe pronto ad adottare questi bambini ‘non desiderati’. Dell’America odierna mi spaventa questa pericolosa commistione fra politica e religione che mette in pericolo le nostre conquiste civili. Se questi diritti fossero cancellati significherebbe un ritorno al Medioevo.

Oggi ci sono parole vietate alle donne?

Vede, io uso molte parolacce ma so bene che ci sono tante donne pronte a scandalizzarsi per tutto. Si offendono persino se gli fanno un fischio in strada. Il femminismo non è affatto un concetto eterogeneo…

Si riferisce al fatto che in Italia ci sono molte allusioni negli spot?

Lo trovo buffo, non mi disturba. Ho l’impressione che il femminismo odierno abbia la tendenza di demonizzare gli uomini, ‘oh sono una povera femmina, tutto mi offende, non posso difendermi’. Non dobbiamo vederci come vittime, non possiamo permetterci di odiare gli uomini a prescindere.

L’America di Trump è distopica?

Credo che non dovrebbe più parlare in pubblico. E astenersi dal twittare. I media lo dipingono come il male assoluto ma oggi leggiamo solo i titoli delle notizie, li condividiamo sui social e mettiamo un emoji. Nessuno sembra aver tempo di approfondire.

#MeToo: favorevole o contraria?

Ha sollevato il velo sulla violenza, questo è il suo merito. Ma non mi piace che ci siano state attrici celebri che, anni dopo, abbiano improvvisamente recuperato la memoria. Se avessero parlato prima, avrebbero difeso le colleghe più deboli e indifese.

Esiste il compromesso sessuale?

C’è grande differenza fra la violenza e chi fa un accordo. Condanniamo fermamente la violenza ma altra cosa è donarsi per ottenere qualcos’altro. Accade a tutte le latitudini. Ma non si può dire.

Le parole d’amore di José. “Io e quel Vecchio amico”

In occasione dei 25 anni dalla pubblicazione del suo romanzo best-seller “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, esce una nuova edizione con una prefazione inedita, scritta per l’occasione e pubblicata qui di seguito. Sepúlveda sarà in Italia in occasione anche dell’uscita della nuova favola “Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa”: domani a Milano per Bookcity; il 19 a Torino; il 20 a Bologna; il 21 a Padova; il 22 a Como.

Non sono troppo incline a guardare i libri che ho pubblicato. Probabilmente ho molti difetti, ma la vanità non sembra essere fra questi, e forse lo devo all’insegnamento di quel Vecchio che vive da solo nella foresta amazzonica. A volte, nella tranquillità di casa, entro nella stanza in cui ho raccolto tutti i miei libri e, osservandoli nell’ordine fisso del mobile che li ospita, passo la mano sui dorsi, scorro i titoli e mi dico piano: questo sono io, questo è il mio lavoro. Nient’altro.

Ogni tanto ne tiro fuori uno e quando per caso mi capita una copia del Vecchio che leggeva romanzi d’amore, lo saluto con l’affetto con cui si accoglie un caro amico, perché nel mio mestiere si crea sempre un’amicizia, una vicinanza, un attaccamento reciproco fra lo scrittore e il personaggio.

Allora io e José Antonio Bolívar Proano ci sediamo davanti a un fiume d’acqua verde, sulla cui superficie si riflettono i profili verdi della foresta, e perfino il cielo si tinge di quello stesso verde onnipresente. Muti, ci lasciamo avvolgere dai mille mormorii della foresta, finché non mi azzardo a rompere il silenzio e gli domando: “Non sei ancora morto, Antonio José Bolívar?”.

Il vecchio, senza smettere di guardare l’acqua che passa incessante, mi risponde: “Sembra di no”. E poi si gira, allunga un braccio vigoroso e con la mano indica i libri che raccontano, in cinquantadue lingue, la sua storia.

Ho imparato molto scrivendo quel romanzo. Il personaggio nato osservando un vecchio con cui non ho scambiato più di due parole mi ha insegnato segreti fondamentali del mestiere di scrittore.

Col suo modo di leggere lento, centellinando i termini, ripetendoli fino a percepire nitidamente i sentimenti, i sapori, gli odori, gli stati d’animo che esprimono, mi ha insegnato ad amare la mia lingua e le sue mille possibilità, a scegliere le parole con rispetto nei confronti di chi le leggerà un domani, a non forzare con trucchi o artifizi quello che si vuole davvero raccontare.

Mentre scrivevo il romanzo, ormai trent’anni fa, cominciai a voler bene al Vecchio e sentivo che lui ricambiava il mio affetto con lezioni ogni volta più preziose. Scrissi il libro per il Vecchio, gli prestai la cura e il rigore dei romanzi che lui amava leggere nella solitudine del suo mondo verde sempre più minacciato.

Ho incontrato lettori che lo hanno letto in spagnolo, tagal, giapponese, birmano, tedesco, greco, italiano, francese, portoghese, inglese, euskera, turco, armeno, bretone, catalano, asturiano, cinese, vietnamita, islandese e qualunque altra lingua in cui è stato tradotto, e ovunque ho visto che vogliono bene a questo Vecchio che vive tutto solo in Amazzonia. Quello che pensano o sentono per me, per l’autore, è secondario. L’importante è che il Vecchio e la sua piccola epopea abbiano trovato spazio nella vita delle lettrici e dei lettori.

Venticinque anni fa il mio editore Luigi Brioschi decise che quel Vecchio doveva arrivare anche nelle case italiane, e la mia traduttrice Ilide Carmignani gli aprì le porte della sua casa toscana perché le raccontasse cosa era successo un certo giorno nella foresta, quando “il cielo, che gravava minaccioso a pochi palmi dalle teste, sembrava una pancia d’asino rigonfia…”.

Mentre scrivo queste righe vedo qui davanti a me il Vecchio, voglio raccontargli i venticinque anni della sua presenza in Italia, lui però mi zittisce con un gesto perché non siamo a casa mia, a Gijón, ma in Amazzonia, in un luogo segreto, e dal fitto della foresta ci arriva il rumore di un animale che si aggira tra la vegetazione. È grosso, ha un respiro ansioso, passi cauti, e il vecchio legge a uno a uno tutti i segnali che manda.

So che la sera in cui festeggeremo questa edizione commemorativa, magari bevendo un buon vino in un ristorante di Milano, Antonio José Bolívar Proano sarà da solo nella sua capanna lungo il fiume, circondato unicamente dal rumore dell’acqua e degli animali notturni, e soddisfatto della giornata trascorsa accenderà la lampada, preparerà la lente di ingrandimento, aprirà un libro e lentamente comincerà a leggere una di quelle storie che piacciono a lui. Quelle che parlano d’amore “con parole così belle che a volte gli fanno dimenticare la barbarie umana”.