Assange potrebbe essere incriminato: l’ombra delle indagini sul Russiagate

La notizia della richiesta da parte dell’Amministrazione Usa di incriminare il fondatore di Wikileaks, Julian Assange sarebbe emersa per errore perché secretata. Ed è stata subito smentita dal portavoce del Dipartimento della giustizia. Ma alcuni media Usa sono certi che le autorità stiano preparando o hanno già formulato accuse nei confronti di Assange, pur non essendo chiaro di cosa si tratti. Già ad aprile dell’anno scorso, l’allora ministro della Giustizia Jeff Sesssions, silurato nei giorni scorsi, aveva definito l’arresto di Assange una priorità per l’Amministrazione Trump. Resta da capire se le accuse di Washington riguardino le rivelazioni dei cable diplomatici Usa nel 2010, all’arsenale cibernetico della Cia nel 2017, oppure il possibile ruolo nel Russiagate per aver diffuso le email del Partito Democratico hackerate dai russi. “Un governo che muove accuse criminali contro qualcuno per la pubblicazione di informazioni vere mette in pericolo la democrazia”, ha commentato l’avvocato di Assange.

I “Giubbotti gialli” di rabbia promettono il blocco totale

I giubbotti gialli oggi vogliono bloccare la Francia. La “mappa” delle oltre 1.500 operazioni previste in tutto il Paese, disponibile online, è stata visionata milioni di volte. Chi si unisce alla protesta deve indossare il giubbotto giallo di sicurezza, quello che si mette in caso di incidente stradale. Ma c’è anche chi lo esibirà sul parabrezza dell’auto e chi, in segno di solidarietà, lo metterà alla finestra di casa. Il movimento è nato spontaneamente in Internet grazie a una petizione contro l’aumento delle tasse sul carburante e quindi del prezzo finale: +6,5 centesimi al litri per il diesel e +2,9 centesimi per la benzina a partire dal primo gennaio 2019. La raccolta di firme è stata lanciata su charge.org a maggio da Priscillia Ludovsky, 32 anni, originaria di Savigny-le-Temple, nella regione parigina, che gestisce una boutique di cosmetici sul web. La petizione contava ancora 400 firme quando il 21 ottobre la storia di Priscillia è stata pubblicata da Le Parisien.

Oggi sono più di 850 mila. In meno di un mese centinaia di gruppi sono nati sui social per unirsi in un unico grido di protesta. Il video di Jacline Mouraud, una bretone di 51 anni, che chiama in causa Emmanuel Macron, è diventato virale. Il movimento dei gilets jaunes è nato così. Ogni nuova operazione in programma viene registrata sul sito ufficiale blocage17novembre.com, creato, così sembra, da uno studente in web design di 18 anni residente nello Cher (centro della Francia) e gestito da volontari.

Sono previsti blocchi ai caselli autostradali, ai depositi di carburante e nei punti di accesso agli aeroporti, operazioni “lumaca” sul périphérique di Parigi e sui raccordi delle principali città. C’è chi ha fatto la spesa in anticipo perché tanti supermercati potrebbero restare chiusi. Col tempo si sono aggiunte nuove rivendicazioni. La rabbia non riguarda più solo l’aumento del prezzo del carburante, ma è una rabbia generale, contro il carovita, l’aumento delle tasse, del prezzo del gas, cresciuto del 20% in un anno. Il movimento è popolare: un sondaggio Odoxa-Dentsu indica che il 74% dei francese comprende la protesta. L’estrema destra di Marine Le Pen e la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, hanno tentato di recuperare la rivolta. Ma i giubbotti gialli non hanno leader né portavoce e non vogliono etichette. Politici e sindacalisti non sono ammessi. È la protesta degli agricoltori, degli operai, dei lavoratori con piccoli stipendi. È una protesta che sale dalle zone rurali ed extra urbane, dove l’auto è spesso indispensabile e non c’è il metrò come a Parigi.

C’è chi vi legge uno scontro città-campagne, chi azzarda già analogie con la Rivoluzione del 1789. I giubbotti gialli sono persone che non si conoscevano e si sono organizzate sui social.

Potrebbero essere milioni. Il governo guarda con sospetto questa rivolta della strada; 2500 poliziotti supplementari sono mobilitati sul territorio nazionale. Per tentare di calmare la protesta, il premier Édouard Philippe ha annunciato un piano a 500 milioni di euro che prevede un sostegno fiscale per chi percorre 60-70 km al giorno per andare al lavoro e un assegno di 4.000 euro per aiutare i meno abbienti ad acquistare un’auto nuova, più pulita, e rottamare il vecchio diesel. Gérard Darmanin, ministro dei Conti pubblici, ha tentato il discorso ecologico: “Abbiamo scelto di tassare l’inquinamento piuttosto che i lavoratori”. Il ministro dell’Interno, Christophe Castaner, ha promesso sanzioni per chi blocca le strade, multe salate e anche il ritiro della patente. In un’intervista diffusa su TF1, il presidente Macron ha fatto una sorta di mea culpa: “Non sono riuscito a riconciliare i francesi con i loro dirigenti”. Ma niente è servito a cancellare la rivolta.

Londra-Irlanda del Nord, la strana alleanza

“Cosa farete in caso di no deal?”. Michelle O’Neill esita solo un attimo. “There’ll be resistance”. Faremo resistenza. È una parola pesante, se a pronunciarla è la leader dello Sinn Fein per l’Irlanda del Nord, vice della presidente Mary Lou McDonald che ha sostituito Gerry Adams .

È a Londra come membro di una nuova, inedita alleanza, una creatura politica che, nella sua composizione, rivela moltissimo del quadro nord-irlandese all’incrocio fra antiche divisioni e la minaccia di Brexit. C’è il Sinn Fein, i Verdi, il Labour e gli Unionisti moderati di Alliance. Uniti, rappresentano la maggioranza degli elettori nord-irlandesi, che nel referendum del giugno 2016 avevano fatto prevalere il Remain. Nei giorni scorsi hanno tentato di parlare con Theresa May, che non li ha ricevuti. “L’intero negoziato è stato condizionato dal suo rapporto tossico con il DUP (il partito unionista nordirlandese guidato da Arlene Foster, al cui appoggio esterno il governo deve la maggioranza, ndr). Un rapporto che ha messo in pericolo il Good Friday agreement, su cui si basano gli equilibri politici, economici, sociali e di sicurezza nel nostro paese. Evitiamo di sottolinearlo ma nell’Irlanda del nord ci sono ancora…. elementi contrari alla pace”.

È questo il punto cruciale, che ha determinato fin dall’inizio il negoziato sulla Brexit, la via stretta ma inesorabile che ha partorito l’accordo come è ora: la necessità, condivisa dal governo britannico e dalle istituzioni europee, di proteggere gli accordi di pace fra le due Irlande. Ma dopo le fallimentari elezioni dello scorso giugno, quando la May ha trovato nel DUP un alleato necessario ma tirannico, i delicatissimi equilibri nord-irlandesi, basati su una millimetrica divisione di poteri fra unionisti e repubblicani, sono saltati. L’Ulster non ha un esecutivo da 21 mesi, e il ruolo di imparzialità affidato al governo inglese dagli accordi di pace è andato in crisi.

“Il DUP gioca una politica di simboli” spiega il leader dei Verdi Steven Agnew. “Propaga l’idea, falsa, che qualsiasi accordo sia una minaccia all’integrità territoriale fra Ulster e Gran Bretagna e soffia sul fuoco di divisioni identitarie che la società nord-irlandese vuole superare”.

Per l’Ulster, l’appartenenza all’Europa è, soprattutto, la garanzia della protezione del processo di pace. Il cui simbolo più evidente è l’assenza, lungo le 310 miglia di confine invisibile con l’Eire, di dogane, presidi e posti di blocco.

“Il ritorno di un confine fisico con l’Eire, che si verificherebbe immediatamente in caso di no deal, sarebbe devastante economicamente, socialmente e dal punto di vista della sicurezza – continua Agnew – dalla Brexit non può venire nulla di buono”. Per questo, l’alleanza dei quattro scommette ancora su un secondo referendum che rovesci l’esito del primo. Ma Theresa May è stata avvertita: in caso di mancato accordo, il prossimo passo è un referendum per l’unificazione delle due Irlande. Il Good Friday agreement lo prevede. E le politiche del DUP avrebbero determinato uno slittamento della maggioranza degli elettori: la protezione del processo di pace prima delle divisioni ideologiche o settarie. Uno degli esiti non voluti del no deal potrebbe essere un’Irlanda unita. Molto prima del previsto.

Brexit, l’inverno sta arrivando May punta sull’incubo no deal

Ci sono momenti in cui tutta la differenza la fa il carattere, e l’impressione ieri era che la determinazione dimostrata da Theresa May nella sua giornata più lunga abbia tolto un po’ di spinta alla rivolta dei Brexiter.

La giornata era iniziata in un clima di sospensione, nel dubbio che Michael Gove, dopo aver rifiutato il ruolo cruciale di ministro per Brexit al posto del dimissionario Dominic Raab, decidesse anche lui di prendere le distanze dall’accordo che, almeno a fidarsi della matematica parlamentare, è destinato a schiantarsi sul ‘no’ della House of Commons (la Camera dei Comuni). Gove ha sciolto la riserva: resterà al suo posto di ministro dell’Ambiente, con il mandato di incidere sui negoziati da una posizione di potere dentro l’esecutivo.

Potrebbe essere un’arma a doppio taglio per la May, se la nuova strategia dei Brexiter per sabotare l’accordo preliminare con Bruxelles è quella di usare la minaccia della mozione di sfiducia per fare pressione sul governo e ottenere una riapertura dei giochi. Di fatto, a presentare il loro sostegno alla sfiducia pubblicamente sono stati per ora in 21, per avviare la procedura ne mancano 27, che forse si prenderanno il fine settimana per riflettere.

Intanto Theresa procede per la sua strada, con un cambio di passo: ieri mattina era ospite di un popolare programma radiofonico, microfoni aperti e dialogo diretto con la gente, visto che per la mediazione politica può contare su pochi alleati fidati. Nel pomeriggio un piccolo colpo di mano: la nomina della leale e competente Amber Rudd come ministro del Lavoro al posto della dimissionaria Esther McVay, forse un colpo di genio, quella del semi-sconosciuto Stephen Barclay, già sottosegretario alla Salute, al dicastero della Brexit.

Barclay è un Brexiter, quindi la sua nomina rispetta equilibri politici interni, ma il suo mandato è limitato alla gestione dei preparativi per un eventuale no deal, con May personalmente al comando delle trattative politiche. Quanto al no deal, nella sua conferenza stampa vi ha fatto riferimento parlando di una prospettiva di “profonda e grave incertezza”. Proprio il timore delle conseguenze di un mancato accordo è il maggiore alleato della strategia del primo ministro per imporre la sua Brexit. Il rapporto What if there’s no Brexit deal? presentato al Parlamento il 7 novembre scorso calcola una riduzione del Pil del 7.7% in 15 anni, con 800 mila/1 milione di posti di lavoro in fumo. Senza un accordo ufficiale di divorzio, il Regno Unito diventerebbe in una notte un paese terzo soggette alle regole del World Trade Organization, con l’immediata l’imposizione di tariffe doganali e controlli alle frontiere. Ripercussioni: 17 chilometri di fila al porto di Dover, tonnellate di cibo al macero, impennata dei prezzi e aumento dell’inflazione, mentre la sterlina, oltre a una svalutazione fino al 15%, perderebbe il suo status di valuta di riserva e verrebbe “scaricata” dalle principali banche. Quanto agli approvvigionamenti, il governo ha chiesto ai grandi distributori di fare scorte e si è sentito rispondere che non hanno i mezzi per farlo. Grande preoccupazione per gli stock di medicine, specie dopo che il ministro per la Salute ha dichiarato di non potere garantire che non ci siano morti come diretta conseguenza di un mancato accordo. E poi, il temuto spauracchio degli aerei a terra: senza negoziati specifici, le compagnie di bandiera perderebbero il diritto automatico di operare nei rispettivi spazi aerei.

Il “Burri” di Lady Fai invenduto all’asta di NY

Prometteva benissimo all’asta da Phillips a New York due giorni fa il Grande legno e rosso creato da Alberto Burri tra il 1957 e il 1959. Stimato tra i 10 e i 15 milioni di dollari e anche qualcosa di più, avrebbe potuto segnare finanche un record. Invece è rimasto invenduto.

Ad aggiudicarsi il prezzo d’acquisto più alto è stato invece il lotto numero 4 Femme dans la nuit di Jean Mirò stimato tra 12 e 15 milioni di dollari.

Alla stessa asta Phillips ha venduto un’altra quarantina di lotti da Untitled di Jean-Michel Basquiat a Gun di Andy Warhol, aggiudicati rispettivamente per oltre 4 e 9 milioni di dollari. Invenduti – oltre al Burri – altri tre quadri d’arte contemporanea. Nulla di strano, dunque. Capita. Non è la prima volta certo che un’opera non trova acquirenti. Sì, se non fosse che questa in particolare si è portata dietro il peso di qualche dubbio circa il suo viaggio a New York. Non per il viaggio in sé, ma per l’addio contestato. L’opera, di proprietà della famiglia Crespi che l’aveva acquistata a sua volta dalla Galleria la Tartaruga, infatti, per uscire dalla Penisola ha seguito un iter del tutto legale, sì, grazie alla legge 124 del 2 agosto 2017 che ha innalzato da cinquanta a settant’anni la zona franca per l’esportazione dell’arte contemporanea.

Tuttavia ha generato sconcerto in parte della comunità scientifica italiana il fatto che a presentare all’Ufficio Esportazioni di Venezia non sia stata a viso aperto la proprietaria nonché presidente onoraria del Fai, la signora Giulia Maria Crespi, ma la finanziaria veneziana Il Gallione di cui è direttore suo figlio Luca Paravicini Crespi. Il dubbio sollevato è che la famiglia – temendo di vedersi bloccata l’operazione di vendita in caso si fosse rivolta direttamente al Ministero dei Beni culturali o all’Ufficio Esportazioni di Milano che nel quadro poteva riscontrare un “interesse eccezionale” –, abbia preferito passare per altre strade, perfettamente legali, s’intende. Peccato che a seguito di tutto questo caos e della successiva volontà del Mibact di valutare eventuali azioni per recuperare il Burri, anche al compratore con le migliori intenzioni e il denaro necessario l’acquisto del Burri potrebbe non essere sembrato un buon affare.

E ora? È questa la grande domanda. Cosa ne sarà del Grande legno e rosso di Alberto Burri che fino a qualche mese fa campeggiava sullo scalone di Casa Crespi, in corso Venezia a Milano, parte di una collezione che annovera anche due Canaletto? La speranza è che non finisca in un caveau in attesa di essere tirato fuori per essere battuto di nuovo all’asta una volta che le acque si siano calmate. D’altra parte, non ci sono molte speranze che ciò non avvenga. Si avverebbe così proprio il timore di coloro che non vedevano nulla di sbagliato nella vendita della finanziaria veneziana.

Una delle ragioni di chi la difendeva, infatti, tirava in ballo la motivazione che un’opera così importante, un pezzo della storia dell’arte contemporanea non fosse solo a disposizione di uno sparuto gruppo di visitatori della casa della famiglia dei proprietari, ma che anzi, girasse finalmente il mondo per essere ammirata da tutti coloro che avessero voluto vederla.

Ecco, a oggi, la probabilità che questo avvenga è diminuita ancora di più. Per ora Burri resta solo un illustre invenduto.

La vicenda

Il quadro faceva parte della collezione di casa Crespi. Ha preso la via dell’estero grazie alla legge che ha innalzato da 50 a 70 anni la zona franca per l’esportazione dell’arte contempo-ranea

Studenti contro il governo, cortei in settanta piazze

Guidati dalle associazioni di sinistra, in particolare dalla Rete degli studenti medi, l’Unione degli studenti (Uds) e l’Unione degli universitari (Udu), gli studenti hanno manifestato in 70 piazze. Anche questa volta hanno contestato il governo: a Milano sono state bruciate le bandiere del Movimento 5 Stelle e della Lega. Nonostante l’incontro con Di Maio, il giudizio delle associazioni verso la legge di Stabilità è molto critico perché non contiene l’aumento del fondo universitario e delle borse di studio e l’estensione della fascia esentata dalle rette. “Abbiamo ricordato questi impegni al ministro Bussetti – racconta Giammarco Manfreda della Rete studenti medi – e ha detto che chiediamo la luna”. Critiche anche sull’ipotesi di riforma dell’alternanza scuola-lavoro: il governo ridurrà il monte ore soprattutto nei licei, dove l’idea è sostituire gli stage con l’orientamento universitario. Una proposta che le associazioni giudicano “classista”. Per Giulia Biazzo, coordinatrice dell’Uds, si tratta di un falso superamento dell’alternanza, che significa solo risparmi per il Miur (la riduzione delle ore porta con sé dei tagli, ndr)”.

La Consulta su Fabo e Cappato: aiutare il malato non è reato

Il divieto di aiuto al suicidio, punito dal codice penale con la reclusione fino a 12 anni, “non è di per sè contrario alla Costituzione” e ha ancora una sua “ragion d’essere, soprattutto nei confronti delle persone vulnerabili”. Nonostante ciò, questo divieto “non può essere assoluto”, perché altrimenti “finisce per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze”. Così la Corte Costituzionale ha motivato la sua decisione sul caso di dj Fabo, il malato terminale che ha scelto il suicidio assistito per il quale è imputato il radicale Marco Cappato, che lo aveva accompagnato in Svizzera per ottenere il fine vita. La Corte ha sollecitato il Parlamento a legiferare entro un anno sul suicidio assistito, rinviando al 24 settembre 2019 il giudizio sulla costituzionalità dell’articolo 580 del codice penale (istigazione o aiuto al suicidio), quello per cui è sotto processo Cappato.

Nelle carte depositate ieri dalla Consulta, si fa riferimento a quei casi in cui l’assistenza di una persona nel porre fine a un’altra vita rappresenta per il malato “l’unico modo per sottrarsi, nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare”. La Corte scrive che se il valore della vita non esclude l’obbligo di rispettare la decisione del malato di lasciarsi morire, “non c’è ragione” per cui debba tradursi in un “ostacolo assoluto” rispetto alla volontà di chi, come dj Fabo, ritiene più dignitosa una morte rapida. I giudici hanno poi spiegato di aver rinviato la decisione a una data già fissata per dare al Parlamento la possibilità di intervenire con una legge che tuteli valori “pienamente rilevanti sul piano costituzionale” e per evitare che intanto lae norma “continui a produrre” effetti non compatibili con la Carta.

Sequestro Shalabayeva, poliziotti a processo

I funzionari dell’ambasciata coinvolti nel sequestro di Alma Shalabayeva sono stati prosciolti, ma non nel merito. Grazie all’immunità diplomatica. Ma a pagare per quel presunto sequestro di persona sono, tra gli altri, Renato Cortese, ora a capo della Squadra mobile di Roma, ora questore di Palermo, e Maurizio Improta, che era responsabile dell’ufficio immigrazione e che adesso guida la Questura di Rimini.

Accusati di sequestro di persona e, a vario titolo, di più episodi di falso il gip di Perugia ha disposto il rinvio a giudizio. Insomma per il giudice l’espulsione di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov, e della loro figlia Alua, avvenuta a maggio 2013, era un atto illegittimo.

A processo, che inizierà il 24 settembre 2019, finiscono anche il giudice di pace Stefania Lavore che firmò la convalida del trattenimento della donna e della figlia, e quattro poliziotti, Luca Armeni e Francesco Stampacchia, della Mobile, Vincenzo Tramma e Stefano Leoni, dell’Immigrazione. Prosciolta invece “perché il fatto non costituisce reato” la loro collega Laura Scipioni.

Prosciolti quindi anche i tre funzionari dell’ambasciata del Kazakistan ai quali il gup ha riconosciuto l’immunità diplomatica: l’allora ambasciatore Andrian Yelemessov, il primo segretario Nurlan Khassen e l’addetto consolare Yerzhan Yessirkepov. Secondo il loro difensore, l’avvocato Gaetano Scalise, questo dimostra che “da parte dell’ambasciata non c’è stata ingerenza”.

Secondo il legale di Shalabayeva, l’avvocato Astolfo di Amato, l’inchiesta non ha comunque ancora sciolto tutti i dubbi. “Ora ci attendiamo di sapere dal processo – ha detto – se e chi ha dato l’ordine del sequestro”. Nel processo confluiranno con il valore di prova le parole di Alma Shalabayeva che nell’ambito dell’udienza preliminare è stata sentita con la formula dell’incidente probatorio. In quella sede aveva parlato di una “illegittima deportazione” nonostante “più volte” avesse chiesto asilo politico. Prelevata con la figlia da una villa a Casal Palocco, a Roma, e mandata in Kazakistan contro la sua volontà. Nonostante – in base alla sua versione – avesse rappresentato lo status di rifugiato del marito nonché il pericolo per la propria incolumità in caso di rimpatrio per “i concreti rischi” di subire violazioni dei diritti umani come già successo in quel Paese al marito. Anche la Cassazione, nel luglio del 2014, aveva bollato l’operazione come viziata da “manifesta illegittimità”.

Quando il caso emerse sfiorò il ministero dell’Interno guidato allora da Angelino Alfano, costò il posto di capo di Gabinetto del Viminale al prefetto Giuseppe Procaccini, costretto alle dimissioni.

Cortese, Improta e gli altri indagati hanno sempre rivendicato la correttezza del loro operato, alcuni anche sostenendo che eventuali errori sarebbero stati determinati dal comportamento della Shalabayeva che nelle fasi iniziali dell’operazione avrebbe tenuto nascosta la sua identità.

Un’iniezione di potassio, così Marisa ha ucciso i figli

Scendi dalla macchina ad Aymavilles, lungo la strada che poi s’inerpica nella valle di Cogne, e la prima a venirti incontro è la temperatura invernale. Tre gradi che mordono la pelle, dopo un lungo periodo di pioggia. Non c’è ancora la neve, ma in questo lembo di Valle d’Aosta, che qui chiamano envers (“rovescio” in dialetto, perché è il versante non esposto), il sole arriva tardi. I serramenti in legno scuro chiusi non lasciano comunque entrare i raggi nelle finestre dell’alloggio in cui la 48enne Marisa Charrère ha ucciso giovedì notte i figlioletti Nissen (7 anni) e Vivien (9), per poi togliersi la vita.

Il dramma si è consumato verso la mezzanotte, in una palazzina di pochi piani nella frazione Crétaz Saint-Martin di Aymavilles, 2.100 anime. Qui, sospira in preda allo sgomento il sindaco Loredana Petey, “tutti si conoscono, i bambini vanno a scuola insieme” ed è “impossibile accettare l’accaduto”.

Nello stabile, oltre alla famiglia quasi cancellata da tre iniezioni letali praticate dalla donna (infermiera all’ospedale di Aosta), vivono la sua anziana madre e un altro nucleo. È proprio la vicina, Rita, a raccontare di aver sentito “rumore di sedie, poi delle urla, quindi il silenzio. Pensavo giocassero – aggiunge – chi avrebbe mai immaginato quello che stava succedendo”. A squarciare il velo della quiete apparente è il marito di Marisa, Osvaldo Empereur, agente del Corpo forestale della Valle d’Aosta, in servizio alla stazione di Arvier. Rincasa e trova i bambini esanimi, ancora vestiti, adagiati su un divano letto nello studio. Il corpo della moglie è invece riverso a terra, in soggiorno. “È entrato in casa, ha visto la scena e poi è uscito”, prosegue il racconto la vicina, che si è ritrovata l’uomo davanti proprio in quel momento. “Mi ha detto: ‘Marisa, Marisa ha ammazzato i figli e si è ammazzata lei!’”.

Scatta l’allarme. Gli agenti della Squadra mobile, diretti dal commissario capo Eleonora Cognigni, sul posto assieme al pm Carlo Introvigne, trovano due lettere in casa. Quasi identiche, scritte a mano. “Non ce la faccio più”. Parole che, in paese, dove gli Empereur-Charrère sono molto conosciuti, riportano alla mente i due lutti importanti che la 48enne aveva dovuto affrontare. Quello del padre (avvenuto quando lei era ancora piccola) e del fratello Paolo (morto in un incidente stradale, nel 2000, a soli 20 anni). Niente che possa spiegare fino in fondo l’unico omicidio-suicidio degli ultimi dieci anni in questa valle.

I colleghi del reparto di Cardiologia hanno visto Marisa in turno ancora nella notte tra mercoledì e giovedì: aveva “lavorato da ‘ottima infermiera’” e “parlato dei suoi figli da ‘ottima mamma’”.

L’ipotesi degli inquirenti è che, proprio dal nosocomio aostano, Charrère abbia portato a casa il potassio usato per sedare e uccidere prima i bimbi, poi se stessa. La stessa sostanza usata per le iniezioni letali negli Stati Uniti. La conferma è attesa dall’autopsia e dagli esami tossicologici disposti dalla Procura sui tre cadaveri.

Se la triste sequenza sembra lasciare pochi dubbi, nulla, per le persone nei cento metri tra la casa e le scuole primarie frequentate da Nissen e Vivien, faceva anche solo sospettare un “male di vivere” pronto a esplodere. “Li avevo visti, Marisa e i bimbi, sabato scorso, per l’insediamento del nuovo Parroco – si tormenta il sindaco Petey – e sembrava assolutamente tutto in ordine”.

Nemmeno l’altro vicino, Simone Reitano, ha mai “notato avvisaglie”, né ha “mai sentito litigare la coppia”. “Una famiglia affiatatissima”, sottolinea a voce bassa. Ricorda come spesso andassero “a fare passeggiate in montagna”, i piccoli “che ancora ieri giocavano qui in bici”. “Una famiglia normale, che partecipava alla vita del paese attraverso il volontariato”, gli fa eco il vicesindaco Fedele Belley.

Fino a una notte di novembre (lo stesso mese in cui, diciotto anni fa, il fratello di Marisa rimase ucciso alla guida di uno spartineve), in cui qualcosa si è rotto. Per sempre.

Il pm Nino Di Matteo presenta il libro “Il patto sporco”

Oggi alle 16a Milano, al Teatro Elfo Puccini, Saverio Lodato e Nino Di Matteo presentano Il Patto sporco, edito da Chiarelettere, il libro-testimonianza del pm “più minacciato d’Italia”. All’incontro parteciperanno il direttore del Fatto Marco Travaglio, Loris Mazzetti, Lunetta Savino e Carmelo Galati. Nell’intervista a Saverio Lodato, il sostituto procuratore del processo sulla trattativa Stato-mafia ricostruisce le tappe rilevanti di uno dei capitoli più oscuri della storia repubblicana, conclusosi con la storica sentenza di condanna della Corte d’Assise di Palermo. La pronuncia dell’aprile scorso ha riconosciuto l’esistenza della trattativa tra “pezzi deviati” delle istituzioni e Cosa Nostra. E ha affermato la colpevolezza, per aver intimidito i Corpi dello Stato con la minaccia di altre stragi, di tutti i protagonisti: gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex senatore Dell’Utri – per Di Matteo “cinghia di trasmissione” tra le istanze di Cosa Nostra e il Governo Berlusconi –, Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina, l’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, il boss Leoluca Bagarella.