Pascali ai pm: “Informavano lui e non me Bisogna segnalarlo alla Procura militare”

Nei verbali dell’ex comandante del Noe Sergio Pascali e dell’attuale capo di Stato maggiore vibra il conflitto interno all’Arma sul caso Consip. Il Fatto ha già pubblicato due estratti del verbale di Pascali, sentito come persona informata dei fatti, il 17 marzo 2018. Pascali si è lamentato di essere stato scavalcato dal vice comandante del Noe Alessandro Sessa. Le notizie sull’indagine Consip, che puntava sul mondo renziano, sono infatti state riferite nel 2016 direttamente al capo di Stato maggiore Maruccia. Pascali lo apprende solo dopo dal capo del reparto operativo del Noe, Fabio De Rosa: “Per sei-sette volte mi conferma De Rosa è presente anche lui agli incontri con il generale Maruccia. Io non vengo assolutamente informato di nulla, mi dice De Rosa che Maruccia ha lasciato chiaramente intendere di volere essere compiutamente informato su questa indagine. Non è ai miei atti alcun ordine di questo tenore e andando Sessa continuamente da lui io ritengo che Maruccia, quanto meno, mi avrebbe dovuto chiamare per informarmi che dei miei dipendenti andavano direttamente da lui. Questo fatto – prosegue Pascali – genera delle infrazioni disciplinari perché Sessa scavalca me, scavalca anche il generale Ricciardi (intermedio nella gerarchia tra Pascali e Maruccia, ndr), il quale è ignaro di tutto, e tiene rapporti solo ed esclusivamente con il generale Maruccia che avrebbe dovuto informarmi. Questo non è avvenuto. Questa intera vicenda in riferimento anche ai regolamenti disciplinari costituisce un’infrazione se non il reato di disobbedienza e andrebbe informata la Procura militare”.

Pascali sta facendo un’accusa grave, della quale si assume la responsabilità, davanti a tre pm. E la motiva così: “Perché un dipendente non può, senza avere degli ordini precisi, andare a riferire a un ufficiale dell’organizzazione centrale come il capo di Stato maggiore”. Secondo Pascali, infatti, un generale nella posizione di Maruccia “viene informato delle attività di reparto ma non compiutamente di una determinata attività”.

Quando è stato risentito sulle dichiarazioni di Pascali, il generale Maruccia ha spiegato ai pm Pignatone, Ielo e Palazzi: “Io non ho sollecitato Sessa e De Rosa a riferirmi informazioni sulle indagini in corso, ho invece recepito quello che mi riferivano, interessato agli aspetti istituzionali che potevano avere”. Sullo scavalcamento di Pascali da parte di Sessa, ha detto ai pm “doveva essere lui, laddove verificata tale anomala pretermissione, a rappresentare la questione ai suoi superiori o al Comandante generale, cosa che non mi risulta abbia fatto”.

“Mai parlato di Consip con Ferrara e Marroni”

Il capo di Stato maggiore dei Carabinieri, Gaetano Maruccia, ha chiamato la segreteria della Consip per cercare il presidente Luigi Ferrara il 25 luglio 2016. Poco dopo c’è la fuga di notizie. La Procura apprende della telefonata il 17 marzo 2018 dal generale Sergio Pascali e dal tenente colonnello Fabio De Rosa arriva la conferma il 20 marzo. Poi sente Maruccia l’11 aprile ma non gli chiede della telefonata. Alla vigilia della chiusura delle indagini, l’8 ottobre 2018, il pm Mario Palazzi chiede al colonnello Lorenzo D’Aloia, capo del reparto operativo dei carabinieri di Roma che svolge le indagini Consip, di verificare presso il comando generale se “vi erano contatti per ragioni di ufficio” tra comando e Consip “nel periodo a cavallo di luglio 2016”. Visto che i pm non hanno fatto la domanda diretta, ora la facciamo noi.

Generale Maruccia perché il 25 luglio 2016 telefonava per cercare Luigi Ferrara?

Questa telefonata non me la ricordo. Peraltro leggo in questi atti che è una telefonata fatta da noi alla segreteria per cercare Ferrara che non c’era e poi loro chiamarono. Se l’ho fatta, sarà stato per i rapporti che avevamo allora con il Mef. Quindi a Ferrara con come Consip ma come ministero.

Dopo lo ha incontrato?

No, avrò parlato con il suo vice perché sarà stata una questione interna ma ora vatti a ricordare, gli anni passano e gestiamo 10 mila pratiche. Io non ricordo ma sarà stato un rapporto squisitamente tecnico che riguardava il Mef. Mi sono incontrato diverse volte pure con l’Ad di Consip Luigi Marroni ma per il tavolo tecnico per la razionalizzazione delle spese di Yoram Gutgeld. Per il resto, tutta la parte della Consip la gestivano gli uffici amministrativi.

Ai pm Luigi Marroni ha detto che in un periodo vicino a quella sua telefonata sarebbe stato informato proprio da Ferrara delle intercettazioni su di lui e Marroni. La fonte sarebbe stata il suo comandante, Tullio Del Sette

Le do la mia parola d’onore che non ho mai parlato con chicchessia di indagini Consip, se non all’interno dei carabinieri. Sarebbe stata un’offesa ai miei decenni di polizia giudiziaria.

Il colonnello De Rosa dice che ha incontrato sette volte lei insieme al vicecomandante del Noe Sessa e che la informavano nel dettaglio dell’indagine

Ma quale dettaglio. Conoscevo il 10 per cento di quello che poi avete pubblicato voi. Ricordo il mio apprezzamento che io non ravvisavo ipotesi gravi su questo presunto tentativo di traffico di influenze (ipotesi inizialmente contestata a Tiziano Renzi, sul quale pende richiesta di archiviazione, ndr) e comunque avevo detto di prestare attenzione e di farmi sapere quando si concretizzava qualcosa. Come facciamo di solito quando informiamo i vertici se emerge qualcosa di contingente.

Lei lo aveva informato il comandante di questa storia?

No, l’ho informato quando ci fu la perquisizione nella sede della Consip il 20 dicembre.

Però poi non ha resistito e ha detto a Del Sette che Marroni lo accusava, quella sera.

Lei che avrebbe fatto? In tutta onestà lo rifarei. Sentivo un obbligo morale nei confronti del comandante. Peraltro non sono stato io a sollecitare quell’informazione che mi è stata riportata quella sera (dal solito Sessa, ndr). E quando lo so, che faccio? Non lo dico al mio comandante? Io ho applicato il buon senso e poi sono stato io a comunicare questo fatto ai pm quando mi hanno sentito. Il fatto non era noto. Peraltro il giorno dopo lei lo ha pubblicato sul Fatto. Che figura avrei fatto?

Scafarto invia a Sessa il 23 giugno 2016 un appunto con i dati essenziali sull’indagine. Sembra il classico appunto da consegnare a un superiore. Lei lo ha ricevuto?

Di questo non so niente.

Perché andava nella Comunità Mistica di Ultimo?

Si commemorava il generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

Le ha fatto male leggere che la Procura non la indaga ma ritiene scarsamente credibile la sua versione sul fatto che non ha detto nulla dell’indagine Consip al comandante Del Sette?

A me non risulta questa cosa (effettivamente i pm scrivono di avere contestato a Maruccia la scarsa credibilità della sua versione ma nei verbali non risulta, ndr) però se non ritengono credibile la mia versione, cosa ci posso fare? Non posso dire una cosa non vera. Io sono sereno e in pace con la mia coscienza.

Lele Mora, più che “l’Unità” i “Quaderni del carcere”

Sempre più difficile distinguere le battute di spirito dalle cose serie; di solito l’ironia è quella che non viene compresa, quando invece una cosa passa per una battuta è stata detta con la mano sul cuore. Più una notizia pare autentica, più potrebbe rivelarsi un fake e viceversa, ma la certezza non c’è mai. Lele Mora si dichiara pronto a riportare in vita l’Unità e a dirigerla: ha tutta l’aria di un fake, invece è accaduto davvero. Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci deve avere qualcosa di irresistibile (a prenderlo ci avevano già provato Daniela Santanchè e Paola Ferrari) ma, insomma, Mora scherzava o faceva sul serio? Per venirne a capo l’unica è un rigoroso fact checking; dunque proviamoci.

Lele Mora ha mai fatto il giornalista? No. Ha mai fatto il parrucchiere per signora? Sì. Ha mai fatto l’agente dei Vip? Sì. La stampa italiana vive in adorazione dei Vip? Sì. Lele Mora era ed è egli stesso un Vip? Sì. I Vip trattano i giornali come fossero i loro parrucchieri? Sì. Mora è mai stato di sinistra? No. È mai stato fascista? Sempre. Aveva come suoneria del telefonino Faccetta nera? Sì. È stato condannato per bancarotta fraudolenta? Sì. Ha mai fatto sesso con Fabrizio Corona, secondo Fabrizio Corona? No (questo in apparenza non c’entra, ma Fabrizio è pur sempre il figlio di Vittorio, grande giornalista). Non ci sono dubbi: Lele Mora diceva il vero, e questo potrebbe essere solo il primo passo del suo percorso neogramsciano. Ora aspettiamo i Quaderni del carcere.

Libertà di stampa

“Nessun politico deve permettersi di dare giudizi ai giornalisti, ma la nostra categoria deve farsi un grande esame di coscienza”

(da un intervento di Marco Travaglio a “Di Martedì”, La7 – 14 novembre 2018)

È sempre apprezzabile che un politico, in questo caso addirittura due, corregga il tiro e faccia in qualche misura retromarcia. Bisogna dare atto perciò a Luigi Di Maio e ad Alessandro Di Battista di aver attenuato i toni dell’attacco frontale ai giornalisti, dopo averli definiti l’uno “infimi sciacalli” e l’altro “puttane”. A parte la volgarità degli insulti, è la stessa generalizzazione delle accuse a inficiarne la legittimità e l’efficacia: possibile mai che su una pletora di oltre centomila giornalisti italiani, siano tutti dediti allo sciacallaggio e alla prostituzione? Né basta salvare otto eccezioni, tra cui il direttore di questo quotidiano e alcuni suoi collaboratori, come ha fatto successivamente Di Battista su Facebook, per riequilibrare il giudizio complessivo.

“La stampa dev’essere libera da tutto e da tutti”, ha poi proclamato opportunamente Di Maio. Ma in un Paese in cui perfino lui figura nell’elenco dei giornalisti pubblicisti (in totale 74.288), e molti altri politici nell’albo dei professionisti (29.301), spetterebbe proprio ai parlamentari e agli uomini o alle donne di governo introdurre e garantire le condizioni all’interno delle quali l’intero sistema dell’informazione possa essere effettivamente libero, indipendente e pluralista. E certamente non è confondendo il conflitto d’interessi con la prostituzione, come rischia di fare Di Battista, che si possa risolvere una questione così delicata e complessa. Dire che i giornalisti sono tutti servi sciocchi di questo o quell’editore, equivale a dire altrettanto di chi scrive libri per il gruppo editoriale che fa capo a Silvio Berlusconi e così evidentemente non è.

Ha ragione senz’altro Di Maio a mettere il dito sull’estinzione degli “editori puri”, quelli cioè che non hanno interessi estranei all’editoria, di carattere imprenditoriale, economico o finanziario. E qui il vicepremier pentastellato sfonda non una porta, ma un portone spalancato. Non a caso quello che state leggendo è ormai uno dei pochi o pochissimi quotidiani senza “padrone”, al di fuori dei propri lettori.

Di Maio, Di Battista, la maggioranza e il governo farebbero bene, allora, a mettere mano alle falle del sistema editoriale con una riforma organica di tutto il settore: dal conflitto d’interessi – appunto – al riequilibrio delle risorse pubblicitarie fra la televisione e gli altri media, vecchi e nuovi, di carta ed elettronici, incentivando semmai le testate autonome e le cooperative dei giornalisti. Per la verità, a giudicare dall’ultima lottizzazione della Rai, non è che gli alleati giallo-verdi abbiano mostrato finora una grande volontà di rinnovamento. Ma tant’è: anche in questo caso, vale la regola che non è mai troppo tardi.

Quello che occorre, dunque, è una cornice di norme e di regole per assicurare il libero esercizio del diritto d’informazione, di critica e di opinione, al servizio dei cittadini lettori, telespettatori e radioascoltatori. Ma un compito così nobile e impegnativo non può rischiare neppure il sospetto di ridursi a un intento punitivo o persecutorio nei confronti dei giornalisti, quasi fossero una categoria monolitica. Le loro colpe, i loro errori e le loro responsabilità non sono tali da legittimarne la soppressione né da autorizzare il ripristino della censura. Per completare il quadro, bisognerebbe poi allargare il discorso alle piattaforme informatiche, quelle commerciali dei “giganti del web” e quelle politiche dei partiti o dei movimenti: lo faremo prossimamente.

Sì-Tav, le nuove rivoluzionarie per gli umarell

Abbiamo l’impressione che Repubblica e Corriere si stiano accorgendo che il (da loro) pompatissimo fenomeno delle cosiddette madamine Sì-Tav di Torino non regge all’impatto con la realtà, specie da quando le suddette hanno incominciato ad andare in Tv togliendo al Paese ogni dubbio circa la loro competenza in fatto di treni. Da giorni, dopo aver salutato nelle sei signore le levatrici di un “nuovo femminismo” (Repubblica), ma che dico: le timoniere della “marea arancione del popolo del Sì” (Corriere), sui due quotidiani non c’è un trafiletto che dia conto della tabella di marcia per il progresso partita da piazza Castello. Dispiace, perché onestamente ci stavamo affezionando alla saga fantasy su questa nuova “internazionale femminile” (Repubblica) creata da sei donne “così tanto coraggiose da sfidare il potere costituito” (come da comunicato “Siamo tutte madamine” a firma delle Pari opportunità del Pd) che ricordano un po’ “le donne dei manifesti al tempo di Stalin, rocciose contadine, temibili operaie con fazzoletto rosso, la zappa in mano, o il Kalashnikov (Repubblica), in effetti la prima cosa a cui abbiamo pensato apprendendo che fanno lavori come l’art director, la pr, la copy e la cacciatrice di teste (tutti veri lavori proletari). Fortuna che c’è La Stampa, pulsante organo della sempreverde razza padrona, a insufflare nei lettori aria di rivoluzione. Ieri, mentre pensavamo con nostalgia alle magnifiche sorti e progressive forse sfumate, il quotidiano che abbracciò l’impresa della marcia dei (delle?) 40 mila ha intervistato una delle madamine, segnatamente la cacciatrice di teste, la quale col linguaggio stringato dei fucilieri ha comunicato che lei e le altre tetragone eredi di Rosa Luxemburg e Aleksandra Kollontaj sono pronte “ad aprire la fase 2” dell’operazione “Sì Torino va avanti”. Su questa fase 2 la compagna Ghiazza è chiara: “La fase uno è stata la spontaneità”; adesso “è ora di essere meno tenerine, sempre educate, ma più assertive. Meno garbate”. Che vogliano davvero imbracciare il Kalashnikov? A domanda tremante del cronista: “Volete essere il motore di un nuovo movimento?”, la sub-comandante Ghiazza risponde: “Vorremmo contagiare, portare questa scintilla altrove”; indi rivendica il ruolo sovversivo della competenza in quest’epoca di barbarie: “Abbiamo sempre aspettato di avere tutti 30 e lode prima di alzare la mano”, ed è la stessa che dalla Gruber aveva candidamente ammesso: “Non siamo tecnici, non conosciamo le problematiche che riguardano la Tav, ci fidiamo di quello che hanno detto i governi precedenti”.

Insomma per La Stampa l’onda che tra le sue leader conta una presidente del Rotary Torino Est può fare l’opposizione. È inutile fermare il progresso. Al Corriere che le chiede: “Allora, al contrario di quel che dice Grillo, la Tav esiste?”, madama Castellina risponde: “La Tav c’è. C’è una galleria geognostica”, che è come dire che dal momento che hai fatto una Tac al cervello tanto vale che si proceda alla lobotomia. Anche se “contagiare” è verbo rivelatore di quel pisapismo da zona C o quadrilatero romano che impedisce alla sinistra di fare la benché minima paura ai padroni, forse perché alla lotta di classe preferisce il reciproco vezzeggiamento, c’è un passaggio dell’intervista alla Marcos di Porta Palatina che ci provoca un’extrasistole di puro fervore. Quando il cronista chiede se “le piacerebbe avere degli uomini del Sì”, Ghiazza ammette: “Spero succeda presto”, e basta spostare gli occhi in cima alla pagina, dove campeggia la foto del corteo, per rendersi conto che il 98% dei 30 mila Sì-Tav è composto da maschi ultrasettantenni, tutti chiaramente umarell che non vedono l’ora che apra un cantiere qualunque e saprebbero consigliare gli ingegneri su quali materiali, scavatori e tecniche usare per costruire la Torino-Lione.

Mattarella si sbrighi a incontrare le madamine, prima che in casa Sì-Tav comincino a volare i foulard di Hermes.

Il Tav nel tunnel delle fake news

Una delle caratteristiche dei Sì Tav e dei loro giornali (La Stampa, Repubblica e Corriere della Sera su tutti) è la disinvoltura nel cambiare gli argomenti addotti a sostegno dell’opera non appena quelli sostenuti fino al giorno prima si rivelano insostenibili. Così, nel tempo, si è detto che la nuova linea ferroviaria Torino-Lione era necessaria per convogliare folle di passeggeri in lista di attesa per raggiungere Parigi, che la linea storica era prossima alla saturazione e che occorrevano treni nuovi e veloci per portare quantità sempre maggiori di merci dall’Atlantico al Pacifico (sic!), che non c’è altra via per togliere i Tir dalle strade e garantire la sostenibilità ambientale, che rinunciare al progetto comporterebbe penali miliardarie e via seguitando in un crescendo regolarmente smentito da fatti e documenti.

All’elenco si è aggiunto, sulle pagine e sul sito di Repubblica, un cammeo presentato come un necessario fact checking. La messa a punto dei fatti inizia con l’affermazione che il tunnel di base della Torino-Lione non è un progetto ma una realtà, posto che ne sono già stati scavati, sul versante francese, 5 chilometri e mezzo del primo lotto di 9. La dimostrazione sta nei filmati e nelle fotografie proposte, con tunnel, talpa e operai inneggianti all’opera.

Nonostante le apparenze, la bufala non potrebbe essere più clamorosa. Lo scavo esiste ma non ha nulla a che vedere con il tunnel di base. È un’opera geognostica, come la galleria scavata alla Maddalena di Chiomonte, destinata a studiare le caratteristiche del terreno e delle rocce per verificare se e come il tunnel di base potrà essere costruito in sicurezza.

Il tunnel è stato finanziato con contributi europei del 50 per cento e l’articolo 10 del regolamento Ue n. 1316 del 2013 fissa le percentuali di cofinanziamento nel 50 per cento con riferimento agli studi e alle opere geognostiche e nel 40 per cento con riferimento alle “tratte transfrontaliere”. Se poi qualcuno avesse dei dubbi, la Commissaria europea ai trasporti, Violeta Bulc, che il 30 aprile, rispondendo ad alcuni parlamentari, scrive: “Le attività in corso a Saint-Martin-la-Porte riguardano le indagini esplorative e geologiche nel secondo tratto del tunnel di accesso esistente e oltre 10 km di cunicolo esplorativo (ramo sud). L’obiettivo dell’attività è individuare le caratteristiche geologiche, idrogeologiche e geomeccaniche del massiccio montuoso dell’Houiller, dove i futuri lavori di scavo del tunnel di base Torino-Lione incontreranno le condizioni del suolo più sfavorevoli. I dati raccolti permetteranno di valutare la fattibilità tecnica, di definire i piani tecnici e finanziari e di elaborare una documentazione di gara per la futura attività di costruzione. In quanto tali, le attività esplorative a Saint-Martin-la-Porte rispettano la definizione di “studi” riportata all’articolo 2, paragrafo 8, del regolamento Ce 680/2007 e sono cofinanziate al 50 per cento. Il fatto che gli studi e i lavori geognostici relativi ai tunnel possano essere utilizzati anche per la ventilazione e/o in situazioni di emergenza non modifica la natura esplorativa delle attività e la loro classificazione come studi”.

Il tunnel di base è di là da venire e non ne è stato scavato neppure un metro (né cambia la realtà sostenere che lo scavo Saint-Martin-la-Porte, essendo in asse con l’eventuale tunnel di base, potrebbe essere in tutto o in parte recuperato in esso). Se così non fosse, ci sarebbe lavoro per le Procure della Repubblica ché farsi finanziare come studio un’opera definitiva, ottenendo il 10 per cento in più di quanto previsto, si chiama, in Italia come in Francia, truffa.

La cosa non sfugge, forse, a Repubblica che, incurante della contraddizione, prova a costruirsi una via di fuga sostenendo che “il primo lotto di 9 chilometri di galleria sarà finito a giugno 2019 ed è sperimentale non perché serve a decidere se fare l’opera ma perché serve a tarare la talpa che scava”. Vi è in ciò una comicità irresistibile ancorché involontaria. Siamo di fronte – sembra di capire – a un mix: si costruisce, ma intanto si sperimenta, con una sorta di intervento bifronte ignoto sia alla logica che ai regolamenti comunitari (e, soprattutto, ai finanziamenti comunitari). Il tutto – qui sta il bello – per “tarare la talpa”, cioè per definirne alcune caratteristiche tecniche. È vero che il Tav è una macchina di sprechi senza precedenti ma allo scavo di 9 chilometri per decidere il diametro della talpa ancora non si era arrivati.

A questo punto Repubblica trae le conclusioni: “Quella del tunnel che non c’è è solo una delle tante bufale che politici e media governativi diffondono in questi giorni fidando sulla disinformazione generale”. Proprio così. Senza commenti. Se non che, scherzi della lingua inglese, si scrive fact checking e si legge fake news.

Mail box

 

Non capisco lo sdegno per il blocco della prescrizione

Finalmente anche l’Italia potrebbe avere la sua bomba atomica. Non quella che ammazza fisicamente e indistintamente tutti, ma quella che spazza via le ipocrisie giudiziarie e i ghigni dei colpevoli. Io non capisco lo sdegno riguardo al blocco della prescrizione dopo il primo processo. Se viene accertata la colpevolezza con grande perizia e con l’uso di strumenti che rivelano inconfutabilmente il reo, non capisco perché ci debba essere la possibilità che la punizione si prescriva. È come se il Tenente Colombo, dopo un’ora e mezza di film, dopo aver lavorato con minuzia di particolari e aver scoperto il colpevole, dicesse: “Io ho fatto il mio lavoro. Ora l’assassino può andare in galera oppure in vacanza”. Poi mi chiedo: se lascio, ad esempio, la macchina fuori posto per due minuti e il vigile è pronto col fischietto e il blocchetto per le multe, e una volta avuta la multa io la devo pagare per forza, perché se rubo, evado o uccido non vale lo stesso principio?

Roberto Calò

 

Il Traforo del Brennero è come il Tav Torino-Lione

Impeccabili i fondi di Travaglio sul Tav Torino-Lione. Li si potrebbe trasportare sul Tav “dimenticato”: il Traforo del Brennero. Stesse caratteristiche, una linea ad alta velocità spacciata per alta capacità, costi moltiplicatisi nel corso degli anni. Poi la proroga dell’apertura al 2029, tanto chi si ricorda. Soprattutto si ignora sempre il fatto che il traforo finisce nella Pampa. Mancano 200 km di tunnel per renderlo credibile.

Sergio Fratucello

 

L’informazione è diventata l’arma di forze come la Lega

Quanto volete scommettere che i filmati e le foto in cui è presente Marra spariranno d’incanto, dopo l’assoluzione della Raggi, da tutte le tv e i giornali? Come sostengo da tempo, siamo in guerra, una guerra tra chi combatte con archi e frecce ma col sostegno di gran parte dei cittadini e le “forze potenti”, in cui anche la Lega è incistata al di là delle apparenze (si veda come i giudici hanno concesso di pagare i 49 milioni), che usano tutte le armi più evolute tra cui l’ “informazione”, anche se è sputtanata da tempo.

Pretendere un sussulto di dignità da questa gente che ormai ha svenduto tutto ciò che poteva è come pretendere da un fiume di invertire la corrente.

P.S. Qualche giorno fa ho chiesto alla redazione di Prima Pagina su Radio 3 tramite sms il perché si leggano in maniera completa editoriali del Foglio e simili e non, per esempio, quelli di Travaglio. Mi hanno risposto che Travaglio è stato sempre invitato a partecipare a Prima Pagina ma ha sempre declinato.

Io ho risposto che non era questo che avevo chiesto, bensì solo perché i suoi editoriali a Prima Pagina fossero sempre assenti. Nessuna risposta dalla Redazione.

Michele Lenti

 

Art. 3 della Carta: uguaglianza anche davanti alla morte?

Ho letto l’interessante e costruttiva intervista pubblicata il 10 novembre sul Fatto Quotidiano di Silvia Truzzi alla professoressa emerita di Diritto costituzionale Lorenza Carlassare. Ho quindi una domanda da porre: la morte, intesa come modo di inumare e conservare una salma, almeno nell’essenziale, cioè in una nicchia comune a tutti, (ferma restando la libertà di inumarla in cappelle per chi ne abbia le possibilità) e come modo di rivolgersi a lei, cioè se in luogo separato o in una fossa comune, rientra nella “pari dignità sociale” di cui parla l’articolo 3 della Costituzione Italiana? O lo stesso articolo andrebbe invece modificato e integrato in questa maniera: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge e alla morte, senza distinzione ecc.”?

Vittorio Colavitto

 

I danni del maltempo agli animali sono “invisibili”

Gli eventi naturali di portata eccezionale degli ultimi giorni hanno lasciato abbattuti interi boschi. Non si possono trascurare però i danni “invisibili” che il cataclisma ha recato. Mi riferisco agli animali che sono rimasti schiacciati sotto il peso degli alberi venuti giù a causa del forte vento: cervi, caprioli, daini, cinghiali, galli cedroni. Il maltempo, così devastante, ha cancellato interi ettari di boschi, in particolare nel Veneto, ma ha ucciso anche parecchi animali. Per quanto la preoccupazione vada concentrata sulla ricostruzione delle strade, sulla messa in sicurezza delle case e sul recupero degli alberi riversi sui pendii, esiste, di fatto, una strage di bestiame le cui conseguenze sono difficili da rimuovere interamente. Purtroppo, sopraggiungerà ora l’inverno e con l’arrivo della prossima primavera gli animali deceduti andranno in decomposizione e ciò potrebbe portare a una massiccia diffusione di parassiti e virus tra gli animali superstiti.

Adalberto De Bartolomeis

Latino a scuola? Consecutio temporum tra senso del passato e visioni del futuro

 

L’indolenza, la mediocrità, la strafottenza e la sciatteria che, in questi ultimi 40 anni, hanno caratterizzato il costume della società italiana mi hanno indotto a una riflessione sulla scuola. Col il senno di poi mi sono sempre maggiormente convinto che la vera autentica “Buona Scuola” fu quella concepita e realizzata dal prof. Giovanni Gentile. Con lungimiranza aveva intuito che il fine ultimo era quello di fare di uno studente un Cittadino modello. La scuola dalla media inferiore fino alle superiori avrebbe dovuto essere propedeutica all’indirizzo universitario che si sarebbe inteso intraprendere ( … ). Materie come Latino, Greco, Filosofia, Letteratura italiana e straniera, Storia dell’Arte e Musica sono discipline che propriamente insegnano a pensare, a immaginare, a soffrire e ad amare. Tradurre un compito di Latino o una versione di Greco, leggere un testo di Filosofia, un brano di letteratura non sono un esercizio meccanico privo di utilità. Non a caso, Fabiola Gianotti, direttrice del Cern di Ginevra si è diplomata al liceo classico e così anche Alessio Figalli che ha vinto la Medaglia Fields, una sorta di premio Nobel della Matematica. Apprendimento, quindi, di una metodologia che affonda le sue radici in quella cultura classica che raggiunge la massima espressione logica nella lingua latina, animata da un rigore scientifico che declina regole di grammatica a una sintassi perfetta ( … ) Qualunque professione si andrà a svolgere, soprattutto se si assumono incarichi di responsabilità, lo studio del latino rappresenta una prerogativa essenziale e insostituibile perché induce e disciplina al ragionamento logico razionale e non al ragionamento aritmetico matematico… Chissà se i tecnici che, nel corso degli anni e a vario titolo, sono interventi sul ponte Morandi avevano studiato Latino e conoscevano il significato e l’importanza della “Consecutio Temporum”.

Venerando Spina

Gentile Spina, la riforma Gentile della scuola – “la più fascista delle riforme” secondo Mussolini – aveva un’impronta dichiaratamente classista e non mi pare il caso di averne nostalgia; tuttavia, è vero che certe “rivoluzioni” rischiano di farcela rivalutare. In particolare, non c’è dubbio che la conoscenza del latino resti un insostituibile strumento di formazione (a conferma di quanto il Liceo classico possa formare eccellenti uomini di scienza, ai nomi di Gianotti e Figalli aggiungerei anche quello di Carlo Rovelli, l’autore delle magnifiche “Sette brevi lezioni di fisica”). Oggi questa conoscenza si trova tra due fuochi: la facilità, la rapidità e la grossolanità con cui si adopera la scrittura in Rete – quanto di più remoto dalla pratica della concinnitas; e il dilagare non tanto dell’inglese (piaccia o no, il latino dei nostri tempi), quanto dell’osceno inglesorum; l’anglicizzazione senza pietà della lingua italiana. A maggior ragione, dunque, la conoscenza del latino andrebbe protetta e salvaguardata dalla scuola secondaria, come d’altronde accade nella maggioranza dei Paesi europei; è da qui che parte ogni consecutio temporum tra senso del passato e visioni del futuro.

Nanni Delbecchi

Sole 24 Ore, ex vertici verso il processo per due gravi reati

La procura di Milano ha chiuso le indagini in vista della richiesta di rinvio a giudizio di Roberto Napoletano, ex direttore editoriale del Sole 24 Ore e ritenuto amministratore di fatto del gruppo, e di Donatella Treu e Benito Benedini, rispettivamente ex ad ed ex presidente, che ora rischiano di andare a processo. Le accuse sono false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo. La Procura sostiene che le vendite delle copie digitali del quotidiano economico siano state “enfatizzate” e siano “false” e si sarebbe verificato “uno scostamento tra la rappresentazione della realtà economica della società e la situazione effettiva”. “Si è veicolato un messaggio largamente positivo sull’andamento economico (vendite crescenti e ricavi correlativi in aumento), laddove le vendite sul digitale tanto enfatizzate erano false e una percentuale significativa delle quote cartacee andava dritta al macero”. Stralciata la posizione di altri 7 indagati accusati di appropriazione indebita per i quali si profila una richiesta di archiviazione. Chiusa l’indagine anche nei confronti dell’azienda, che quindi rischia di andare a processo per violazione della legge 231 del 2001, per cui sono previste pesanti sanzioni economiche.

Editoria, il crac milionario dell’esperto al ministero

Il nuovo presidente del Consiglio scientifico del Centro del libro e della lettura al ministero dei beni culturali (Mibac) è un editore di grande esperienza, anche se non quel genere di esperienza che di solito viene premiata: Alessandro Dalai ha alle spalle un fallimento da 13,5 milioni di euro, con centinaia di creditori, tra cui decine di autori, non pagati. Il ministro della Cultura, Alberto Bonisoli, ha voluto lui (l’incarico è a titolo gratuito) per rivitalizzare l’organismo che deve promuovere lettura ed editoria. Dalai, 70 anni, è stato patron della Baldini Castoldi, ha tentato il rilancio dell’Unità ed è stato amministratore delegato di Electa e di Einaudi.

Nel 1991 rilancia la casa editrice Baldini & Castoldi, con autori come Susanna Tamaro, Enrico Brizzi, Gino e Michele, Giorgio Faletti, Pennacchi e Busi. Dal 2003 al 2011, la società ha cambiato nome più volte: da Baldini Castoldi Dalai Editore a B.C. Dalai Editore, fino a Dalai Editore nel 2011, quando il marchio “Baldini & Castoldi” viene mantenuto come nome di collana. Poi la crisi finale: a giugno del 2013, la società chiede al Tribunale di Milano la possibilità di accedere al concordato preventivo. Il fallimento definitivo arriva a febbraio del 2014.

In un rapporto riepilogativo del tribunale del 2015, si legge l’entità del peso debitorio (che negli anni, con l’aggiunta di creditori, potrebbe essere aumentato o comunque variato): circa 800 mila euro di debiti nei confronti dell’erario e degli enti previdenziali, 600 mila verso i dipendenti, circa 9 milioni verso i fornitori, 2 milioni di debiti nei confronti delle banche e quasi un milione nei confronti di professionisti. Il totale è 13.456.640 euro.

La Baldini&Castoldi, però, dopo il crac, non scompare del tutto: il nome viene affittato e poi acquistato da una nuova società che prende il nome Baldini&Castoldi srl, distribuita da Messaggerie Italiane e fondata dal figlio di Alessandro, Michele Dalai e da Filippo Vannuccini, direttore finanziario della vecchia società. Ma anche stavolta l’impresa non va a buon fine. A giugno del 2017 il controllo dell’azienda viene acquisito dalla casa editrice La nave di Teseo: con 2 milioni di euro il gruppo guidato da Elisabetta Sgarbi rileva il 95 per cento del capitale e si accolla i debiti degli ultimi anni.

Il Centro del libro collabora con “le amministrazioni pubbliche, le istituzioni territoriali e i soggetti privati che operano nella filiera del libro”, ha l’obiettivo di “promuovere la lettura nelle istituzioni scolastiche”, per “far conoscere la rete delle biblioteche e dei relativi servizi”, per realizzare “campagne informative per la promozione della lettura”. Per il ministro il crac editoriale di Dalai non sembra essere un problema visto che con una sentenza del Tribunale di Milano del 25 giugno, Dalai viene assolto dall’accusa di aver commesso reati tributari (“omesso versamento di ritenute dovute o certificate”). E il giudice accetta una ricostruzione del crac del 2013 emersa in dibattimento secondo cui a rendere irreversibile la crisi della Baldini & Castoldi sarebbe stata la scelta dell’autore di punta, Giorgio Faletti, di passare a Mondadori senza consegnare il nuovo romanzo promesso. Faletti è morto pochi mesi dopo, nel luglio 2014. A Bonisoli basta quell’assoluzione perché non ci sia nulla di strano ad affidare la promozione dei libri ad Alessandro Dalai, probabilmente contando sullo spessore intellettuale più che manageriale.