I libri e gli incarichi al Tesoro: il doppio conflitto di Garofoli

C’è un conflitto di interessi che il capo di gabinetto del ministero dell’Economia Roberto Garofoli non ha neppure provato a nascondere: alcuni dei collaboratori che ha chiamato al suo fianco sono anche autori della casa editrice Neldiritto, intestata alla moglie, Maria Elena Mancini. Roberto Garofoli, magistrato, presidente di sezione del Consiglio di Stato, diventa capo di gabinetto del ministro Pier Carlo Padoan nel 2014. A fine 2016 chiama come consigliere giuridico del gabinetto Lorenzo Saltari, nato nel 1973, professore ordinario di Diritto pubblico all’Università di Palermo: 160.000 euro di stipendio. Nessuno al ministero ha obiezioni sulle competenze di Saltari, ma qualcuno nota che giusto in contemporanea all’insediamento di Saltari al ministero, marzo 2017, Neldiritto editore pubblica la quarta edizione di Costituzione ragionata, firmato da Saltari e da Alfonso Celotto, costituzionalista con una lunga carriera nelle istituzioni, da ultimo come capo di gabinetto del ministro della Salute Giulia Grillo (M5S).

Saltari scrive molto: nel 2017 ha pubblicato anche Il regime giuridico delle autostrade, per l’editore Giuffré, con un co-autore, Alessandro Tonetti, all’epoca vice capo di gabinetto (quindi numero due di Garofoli) e oggi vicedirettore generale della Cassa Depositi e Prestiti. I due hanno presentato il volume alla Camera dei deputati il 13 dicembre 2017 in un evento che nei corridoi del ministero fece discutere: proprio mentre i funzionari del Tesoro duellavano con i vari concessionari autostradali sugli abituali aumenti tariffari da far scattare con l’anno nuovo, Tonetti e Saltari presentavano il loro saggio con un interlocutore ingombrante come l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci. Non mancava l’ex giudice costituzionale Sabino Cassese, il ministro dei Trasporti Graziano Delrio e ovviamente Roberto Garofoli.

Il 16 settembre 2016 il ministero dell’Economia sceglie il nuovo capo dell’ufficio legislativo Finanze: Glauco Zaccardi, magistrato ordinario, già consigliere giuridico delle Finanze. Mantiene lo stipendio da magistrato più una retribuzione accessoria da 31.000 euro annui. Anche nel suo caso c’è un legame editoriale con la casa editrice Neldiritto della moglie di Garofoli: due edizioni del Manuale di diritto del lavoro, sindacale e della previdenza sociale, tra 2015 e 2016. A maggio 2018 è stata pubblicata la quarta. Una portavoce del Tesoro precisa che gli autori di Neldiritto, come Saltari e Zaccardi, “sono legati alla casa editrice con contratti di cessione dei diritti d’autore per i libri che scrivono”.

Chiara Cavallari ha un contratto dal ministero del Tesoro come specialista giuridica – 19.000 euro all’anno – ma è anche l’autrice del Compendio di diritto europeo, nella collana “Compendi” di Neldiritto diretta da Garofoli in persona. Fino a gennaio scorso c’era un’altra collaboratrice in comune tra la vita editoriale di Garofoli e quella ministeriale: Maria Rosaria Boncompagni, che poi ha vinto il concorso in magistratura.

Una discreta parte della produzione editoriale di Neldiritto è anche disponibile nelle tre biblioteche del ministero dell’Economia: da Diritto amministrativo del 2014 a Le tracce dell’anno amministrativo con giurisprudenza (2015) al Compendio di diritto penale: parte generale e speciale: con analisi di tutti gli istituti di parte generale e dei principali reati anche di legislazione complementare (2018). Soltanto una copia di Manuale di diritto penale parte generale (2016) risulta come “donata dal capo di gabinetto”, le altre sono state acquistate dal ministero. Beneficio economico trascurabile per Neldiritto, ma quello che conta è il prestigio per il quale gli aspiranti avvocati, magistrati e funzionari sono disposti a pagare cifre a tre zeri.

Un ex collaboratore della casa editrice Neldiritto ha dichiarato al Fatto che per convincere avvocati e giuristi a partecipare ai corsi di formazione organizzati da Neldiritto e pagati soltanto in modo simbolico (200-300 euro a weekend), era istruito a dire: “Il presidente Garofoli ci terrebbe che lei seguisse questo corso, che potrà avere varie collaborazioni con lui”.

Vivere in mezzo alla terramala

Ho conosciuto decine di famiglie che mi hanno aperto le porte delle loro case. Ho ritratto il degrado del territorio, i campi nomadi autorizzati su cumuli d’immondizia; uomini, donne e bambini che ogni giorno sono costretti a vivere su una terra tossica. Ho registrato dimensioni delle discariche illegali, cumuli di veleni sotterranei a pochi metri dalle abitazioni.

Era il 1991 quando Mario Tamburino, camionista italo-argentino, fu ricoverato in ospedale a Pozzuoli per un improvviso bruciore agli occhi che gli impediva anche di vedere. Di lì a poco sarebbe diventato completamente cieco. Quel bruciore era provocato dalle gocce di una sostanza corrosiva fuoriuscita dai fusti tossici (ben 571) che lui stesso aveva caricato a Cuneo, in Piemonte, presso un’azienda specializzata nello smaltimento di rifiuti pericolosi, e che dovevano essere sversati in un terreno nelle campagne di Sant’Anastasia, a Nord di Napoli. Dall’inchiesta che scaturì da questa storia nacque la parola “ecomafia” e si palesò un business di miliardi tra l’imprenditoria del Nord Italia e la classe politica campana. Gli effetti devastanti di questo accordo criminale hanno segnato per sempre le sorti di quella che è diventata tristemente nota come la Terra dei Fuochi: 1474 Km² di veleni altamente tossici. I dettagli sulle procedure impiegate per sversare rifiuti pericolosi sono stati svelati dalle testimonianze di collaboratori di giustizia e pentiti come Carmine Schiavone e Gaetano Vassallo, rispettivamente tesoriere e “ministro dei rifiuti” del clan dei Casalesi, tra i principali fautori di quei traffici illeciti.

Le prime tecniche di smaltimento prevedevano lo scavo con ruspe a più di sette metri di profondità e il successivo interramento delle scorie tossiche, trasportate indisturbate con camion di grande taratura. Dopo le prime indagini della magistratura, la camorra ricorre al piccolo smaltimento: furgoni o motocarri di dimensioni modeste, carichi di rifiuti pericolosi, abbandonati nelle campagne e bruciati in pire innescate da cumuli di pneumatici cosparsi di benzina. I roghi sprigionano alte colonne di fumo nero, estremamente tossico, che rendono l’aria irrespirabile.

Don Patriciello: “La responsabilità di non dire mezze verità”

Ubi amor ibi oculos. È vero, Riccardo di San Vittore aveva ragione. L’amore attrae lo sguardo. Anche quando si punta l’obiettivo su una scena triste, dolorosa; anche quando si macinano chilometri per correre a fotografare una disgustosa, puzzolente discarica a cielo aperto, una campagna scempiata, un bambino costretto a mendicare, una mamma che piange il figlio morto di leucemia. Lo si fa per gridare al mondo che il prezzo degli egoismi dei ricchi, degli irresponsabili, dei camorristi, dei politici ignavi, e spesse volte collusi e corrotti, lo pagano sempre i più deboli, i più poveri. Lo si fa per richiamare gli uomini alle loro responsabilità. “Dio mise l’uomo nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse” è scritto nella Bibbia. Lo coltivasse per sé e per i propri cari, e lo custodisse per le future generazioni. Il mondo non è nostro, noi non ne siamo i proprietari. (…) Abbiamo il dovere di consegnare ai figli la terra che ci è stata data da vivere e sognare perché anch’essi possano coltivarla e preservarla. Abbiamo il dovere, la responsabilità, di non avvelenare l’acqua del mare e delle falde perché dovrà dissetare i nostri figli e i figli dei loro figli. (…) Responsabilità. Un uomo è veramente uomo quando si rende responsabile, si fa carico non solo di chi gli vive accanto oggi ma anche di chi lo sostituirà sulla terra domani. (…)

Le mezze verità sono sempre mezze bugie. Nascondere il brutto che l’uomo del nostro tempo riesce a fare per egoismo, ingordigia, per un’anomala e suicida sete di possesso non è un bene, ma un peccato di omissione. Dal punto di vista professionale una grave mancanza. Farlo conoscere, al contrario, è un atto di responsabilità e di amore. Perché l’uomo, pentito, possa fare marcia indietro. Perché ai danni provocati nel passato si possa rimediare sapendo che chi dimentica gli errori dei padri sarà costretto a ripeterli.

L’oncologo: “Il Registro Tumori… uovo di Colombo”

Ho iniziato i miei studi rispetto alla questione ambientale, e alla Terra dei Fuochi, dopo la morte di mio padre, volgendo lo sguardo alla sua carriera da scienziato. L’insegnamento all’Università di Napoli, la direzione dell’Istituto Tumori “G. Pascale” di Napoli, gli studi… Partendo dalla “fotografia” da lui scattata nel lontano 1977, ho voluto guardare con obiettività alla situazione ambientale della Campania quarant’anni dopo, consapevole che il fenomeno “Terra dei Fuochi” non coinvolge solo la mia regione d’origine, ma l’Italia intera e molti Paesi del mondo. Alcuni territori della Campania sono stati etichettati “Terra dei Fuochi”, ma non perché siano più inquinati di altri, piuttosto perché qui, diversamente che altrove, le mamme vulcaniche, alcune associazioni ambientaliste e il parroco di Caivano, Don Maurizio Patriciello si sono battuti e continuano a battersi per la verità. Napoli come Milano, Milano come Genova, l’Italia come la Serbia, la Serbia come la Germania, l’Europa come l’Africa, l’Africa come l’Asia. Un business miliardario, quello dei rifiuti tossici.

I dati sono impressionanti. Nell’Unione europea, secondo il Rapporto Rifiuti Speciali 2017 dell’Ispra, nel solo 2014 si sono prodotti 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti industriali di cui 95 milioni di rifiuti pericolosi. Benzene, pigmenti di cromo, solfato di piombo sono solo alcune delle sostanze cancerogene ritrovate nei rifiuti tossici che trasformano la Campania come altre zone del mondo in un laboratorio di cancerogenesi a cielo aperto. Dal mio punto di vista, le condizioni ambientali influiscono fortemente sulla nostra salute, come del resto emerge da numerosi studi epidemiologici che evidenziano un aumento delle patologie tumorali anche nei giovani. (…) Diversi anni fa, attraverso un lavoro scientifico pubblicato sulla rivista Cancer Biology & Therapy, ho evidenziato l’aumento delle morti in Campania per cancro (il 22% in più: +9,2% per gli uomini e + 12,4% per le donne) e delle malformazioni congenite, soprattutto urogenitali e del sistema nervoso: 82% in più per le prime e 84% per le seconde, rispetto ai valori normali. I dati raccolti in questo studio – fino al 2009 – dimostrano chiaramente che i decessi per tumore (carcinomi alla mammella, epatocarcinomi, tumori del colon) sono in eccesso rispetto alle previsioni, e la causa va senz’altro ricollegata allo sversamento illegale dei rifiuti tossici. (…) All’inizio del 2013 i Comuni inseriti nella Terra dei Fuochi (come Giugliano, Acerra, Casoria, Afragola, Caivano ecc.) erano ancora sforniti del registro tumori. (…) Di fatto, dopo quasi cinque anni sono stati pubblicati i primi dati relativi all’anno 2012 (sic!). Mi chiedo quanto sia costato in questi anni il registro in risorse umane e strumentali, ma soprattutto se e come siano state intraprese azioni a tutela della salute dei cittadini. (…)

Se è stata la “fotografia” scattata da mio padre, attraverso i suoi studi sulla situazione ambientale in Campania, a dare avvio al percorso di ricerca sulla “Terra dei Fuochi”, sono oggi queste fotografie, quelle del progetto Terra Mala, a distanza di più di quaranta anni da quegli studi, a rendere in immagine i numeri e i dati raccolti in questi decenni. I ritratti che, con mezzi diversi, abbiamo fatto di quel territorio, possono servire a tenere alta l’attenzione sulle persone che vivono in quell’area della Campania, nonché la loro capacità di reagire, la loro volontà di far conoscere l’emergenza ambientale di questa terra e la loro determinazione nel chiedere bonifiche.

Le parole passano, le foto restano.

Gli inceneritori da Costa a Costa

Nel governo gialloverde in questo periodo volano gli stracci. Pure sulla monnezza. E a fare le spese dello scontro tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini sulla questione dei termovalorizzatori, è Sergio Costa. Finito sulla graticola per aver vergato nel 2012 un intervento certamente non ostile a questi impianti che solo a nominarli il M5S vede rosso. Ma che sosteneva in quel focus di 22 pagine pubblicato sulla rivista del Corpo Forestale di cui allora era Comandante provinciale a Napoli? Che il Piano regionale di gestione dei rifiuti della Campania (che all’epoca era stato appena approvato) “ha posto le fondamenta per la svolta definitiva”. Addio per sempre all’emergenza rifiuti con la realizzazione di un termovalorizzatore per la distruzione delle famigerate ecoballe. E, tra l’altro, la costruzione di termovalorizzatori di ultima generazione. Un endorsement? Giammai, si difende Costa: fu una valutazione “da servitore dello Stato”, per definizione ‘uso obbedir tacendo’. Da ministro è tutta un’altra storia.

Malagò non ci crede: “Hanno ucciso il Coni” Giorgetti: “Avanti”

Non si rassegna, Giovannino Malagò, principe dei salotti romani e, da qualche anno, re dello sport italiano a mezzo Coni. Ieri, da casa sua, il Foro italico, è tornato sulla decisione del governo di creare la società Sport e Salute togliendo la gestione dei soldi degli sportivi proprio al Coni. Decisione da cui, giovedì, è scaturito uno scontro col sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che allo Sport ha la delega: “Dalla mattina alla sera, con 4 righe nella Finanziaria è stato ucciso il Coni – si rammarica Malagò coi cronisti –. Da tutte le parti si era ribadito l’invito al dialogo. Se qualcuno ritiene che si sia andati oltre coi toni, valutate voi se in proporzione è meno o di più rispetto alla gravità del problema e dei fatti. Ci mancherebbe che il Coni si identifichi con una persona. Il Coni è 105 anni di storia ed è un’eccellenza. Giorgetti ha perfettamente ragione quando dice che il Comitato olimpico non è Malagò”. Giorgetti, però, non pare intenzionato al dialogo: “Con serietà e serenità abbiamo un programma di governo”, cioè si va avanti. Anzi, “il Comitato olimpico avrà 40 milioni per preparare le Olimpiadi. Alle federazioni andranno 400 milioni per l’attività sportiva. Tuteleremo l’autonomia dello sport e dei vertici del Coni”.

Nuovi guai per Silvio: a giudizio per aver pagato Tarantini per mentire ai pm

Ancora un rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi. Stavolta l’ex Cavaliere è nei guai per l’inchiesta sulle escort. Il reato per cui sarà processato è il seguente: induzione a rendere false dichiarazioni  all’autorità giudiziaria. Secondo la tesi dell’accusa, sostenuta da Pasquale Drago e Eugenia Pontassuglia, il leader di Forza Italia fornì all’imprenditore barese Giampaolo Tarantini, per il tramite del direttore de L’Avanti Valter Lavitola, un lavoro, avvocati e centinaia di migliaia di euro perché mentisse ai magistrati che indagavano a Bari sulle escort condotte tra il 2008 e il 2009 nelle residenze estive dell’allora Presidente del Consiglio.

Il gup di Bari Anna Depalo, al termine dell’udienza preliminare, ha però dichiarato la propria incompetenza territoriale nei confronti di Lavitola, difeso dagli avvocati Marianna Febbraio e Arturo Cola, e ha pertanto disposto la trasmissione degli atti ai magistrati di Napoli. Nel procedimento a carico di Berlusconi è costituita parte civile la presidenza del Consiglio, che rileva un danno alla propria immagine per la condotta dell’allora primo ministro.

L’avvocato senatore Niccolò Ghedini, coadiuvato nella difesa di Berlusconi dal collega barese Francesco Paolo Sisto, deputato, si dice “tranquillo”: “A dibattimento in tempi rapidi il presidente Berlusconi sarà completamente assolto”. “Il rinvio a giudizio è giustificato dall’imponente materiale che legittima, secondo il giudice, l’esperimento dibattimentale” ha aggiunto Sisto, pronosticando che però il processo “sarà la fotografia di una difesa che secondo noi è più che sufficiente per ottenere l’assoluzione del presidente Berlusconi”. L’attività parlamentare dei due avvocati ha concorso a dilatare i tempi dell’udienza preliminare oltre ogni record. La celebrazione dell’udienza ha subito innumerevoli rinvii: per l’elezione del presidente della Repubblica; per ragioni istruttorie, ossia per esaminare i risultati delle intercettazioni telefoniche o assumere le testimonianze delle ragazze coinvolte; o, ancora, per motivi di salute addotti dall’indagato.

La Procura di Bari ha infatti presentato la richiesta di rinvio a giudizio ben quattro anni fa. Negli ultimi tempi, il procedimento è stato ancora rinviato per l’emergenza che interessa la giustizia barese dopo che il Tribunale è stato dichiarato inagibile. Il processo inizierà il 4 febbraio 2019.

Per l’Agenzia spaziale i gialloverdi nominano il commissario Benvenuti

L’agenzia spaziale italiana sarà commissariata. Dopo aver rimosso Roberto Battiston il governo gialloverde nomina un “traghettatore” che guiderà l’Asi per i prossimi 6 mesi: sarà il professor Piero Benvenuti, astrofisico 72enne. Per lui è un ritorno: era stato vicecommissario dell’agenzia nel biennio 2007- 2008. In questo nuovo incarico sarà affiancato da un subcommissario, l’avvocato Giovanni Cinque. La scelta di Benvenuti arriva dopo la rinuncia dell’ex capo di Stato maggiore del- l’Aeronautica, Pasquale Preziosa.

Si chiude così, almeno per il prossimo semestre, una vicenda che ha contribuito ad alimentare le tensioni tra il Movimento 5 Stelle e la Lega nelle ultime settimane. L’ex presidente dell’agenzia Battiston, il cui mandato era stato prorogato dal governo Gentiloni a ridosso del voto del 4 marzo, era stato sollevato dalla sua carica per decisione del ministro dell’Università e della Ricerca Marco Bussetti (nominato in quota Lega). Una scelta compiuta senza informare gli alleati grillini. E che ha fatto scatenare la plateale reazione del suo viceministro, il pentastellato Lorenzo Fioramonti, che ha pubblicamente espresso il suo disappunto per l’iniziativa leghista.

In serata è arrivato il primo commento del commissario Benvenuti: “Non è una novità che al cambio di governo si chieda il cambio dei vertici di enti di ricerca, con lo spoils system o in altri modi. Ho accettato per spirito di servizio. Con Battiston siamo amici”.

Transfughi & riciclati: in Campania la Lega non fa la differenziata

Asfogliare il catalogo dei salviniani della Campania (un tempo un ossimoro, la Lega e il sud, oggi purtroppo non più) c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ceppa o non ceppa, il ministro dell’Interno sarà pure un fan degli inceneritori ma nel suo partito, a transfughi riciclati e trasformisti, non applica alcun criterio di raccolta differenziata. Tutti insieme senza distinzione perché quando si vola nei sondaggi i voti non puzzano mai, a prescindere.

Per rimanere dunque in tema di monnezza, non si può che cominciare dal tragico accadimento capitato all’esperto Ciro Borriello da Torre del Greco, la città leopardiana dello Sterminator Vesevo, quel vulcano poi caro allo stesso Salvini nei suoi rutti da stadio contro Napoli. Già democristiano, berlusconiano, mastelliano, persino dipietrista, Borriello aderì un anno fa, da sindaco della città, con vigoroso entusiasmo alla Lega salviniana. Poi il doloroso evento: l’euforico neoleghista vesuviano finì in manette per corruzione e truffa: mazzette per favorire una ditta nella raccolta rifiuti. Drammatiche coincidenze. Peccato.

Dalle tangenti alla droga, a qualche chilometro di distanza, a nord di Napoli. Questa è notizia più recente, dell’ottobre scorso. Bartolomeo Falco, già centrista dell’Udc e neo coordinatore della Lega a Comiziano, paesino del Nolano, viene arrestato in un’operazione antidroga dell’Antimafia napoletana. Spaccio. Non proprio il massimo per il partito che occupa il ministero dell’Interno. Di più: una roba mai vista, neanche ai tempi del dc Antonio Gava buonanima, al Viminale nell’era del Caf.

Il fatto è che quando orde di amministratori assatanati, con le tasche gonfie di voti in costante ricerca di una casa, bussano alla tua porta per salire sul carro, anzi sul Carroccio, non è facile distinguere. Soprattutto al Sud. E soprattutto se chi dirige il traffico in ingresso è a sua volta un riciclato, se non altro per storia familiare. Il capo ufficiale della Lega in Campania è infatti Gianluca Cantalamessa: suo padre Tonino, assicuratore di Portici, fu fedelissimo a Giorgio Almirante nonché consigliere regionale ed eurodeputato del Movimento sociale.

In realtà, e nessuno l’ha mai smentito, la vera eminenza grigia, anzi verde padana, del salvinismo campano è l’immarcescibile Vincenzo Nespoli da Afragola. Nespoli è stato uno dei big del centrodestra regionale nella golden age berlusconiana del Pdl, insieme ovviamente a Nicola Cosentino e a Luigi Cesaro.

Proveniente da An, Nespoli è anche detentore di un record scandaloso: riuscì a mantenere, nonostante l’incompatibilità, la poltrona di senatore e quella di sindaco. Era il 2008. Indi, il casellario giudiziale. Nespoli si è preso sei anni per bancarotta fraudolenta. Il fallimento di un istituto di vigilantes. Condanna confermata in appello all’inizio dell’anno. Quindi ha scontato sei mesi di domiciliari per un altro procedimento su alcune speculazioni immobiliari, fatte con una società intestata alla moglie.

Oggi Nespoli può finanche vantare un solido aggancio nel governo gialloverde di Conte: la sua pupilla Giuseppina Castiello detta Pina, altra afragolese doc. Castiello è ovviamente leghista e fa il sottosegretario al ministero per il Sud. Interrogata in tv un decennio fa, rispose che “l’attuale papa” era Bonifacio VIII. Ma queste sono inezie in confronto al periplo compiuto dalla prode sottosegretaria, uno dei frutti più belli del Porcellum della cooptazione. Già finiana, divenne berlusconiana a oltranza e l’ex Cavaliere fu l’ospite d’onore alla festa per il suo quarantesimo compleanno, cantando in francese e dispensando le solite barzellette sul bunga bunga.

Cantalamessa e Castiello, con l’aggiunta di Claudio Barbaro, sono i tre parlamentari eletti dalla Lega in Campania alle Politiche del 4 marzo. Sono loro, con Nespoli, il comitato d’accoglienza regionale per l’amato Salvini, non più odiato cantore dello Sterminator Vesevo. E al primo, Cantalamessa, tocca il complesso discernimento sui questuanti che si presentano quotidianamente. Uno degli ultimi è Ernesto Sica da Pontecagnano, nel Salernitano. Ha militato, Sica, sia in Forza Italia sia nel Pd. E da berlusconiano fu l’artefice materiale del falso dossier (processo P3) contro Stefano Caldoro, poi governatore della Campania. Oggi è convintamente leghista. Vamos caballeros: todos con Salvini.

Prescritto “il Papa” dei fanghi tossici

Che i veleni dal Nord Italia siano finiti nelle discariche di Gomorra è un fatto certo. Graniticamente acclarato da sentenze. Le scorie e i fanghi tossici delle industrie del Settentrione soprattutto. Poi si fanno i processi a carico di chi avrebbe contribuito ad avvelenare la cosiddetta Terra dei Fuochi, ma interviene la prescrizione e il Tribunale di Napoli è costretto a disporre il non luogo a procedere.

A finire alla sbarra davanti alla Corte d’Assise del Tribunale partenopeo nel maggio dell’anno scorso, il broker del pattume pericoloso Giambattista Toninelli, titolare dagli inizi degli anni 80 fino al 2004 della commerciale dei rifiuti CTM 2000. Così lo descrive uno dei pentiti: “Nel settore dei rifiuti tossici veri Toninelli era un mezzo… diciamo un Papa, uno molto grosso, uno molto importante”. L’uomo, del varesotto, rispondeva di disastro ambientale, avvelenamento delle falde acquifere e smaltimento illecito di rifiuti. Il tutto aggravato dal metodo mafioso per aver favorito il potente clan dei casalesi.

Dopo 18 mesi di dibattimento, il pubblico ministero Salvatore Prisco, in sede di requisitoria, aveva chiesto sei anni e mezzo per il solo smaltimento illecito di rifiuti senza aggravante mafiosa. Ma nulla da fare. Tre giorni fa la presidente della III sezione, Lucia La Posta, in un’aula semideserta ha letto il dispositivo di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione.

I reati sono stati dichiarati estinti nonostante la Procura antimafia di Napoli avesse chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio “quale primario procacciatore e intermediario tra il Cerci Gaetano, Chianese Cipriano (imprenditori contigui al clan mafioso dei casalesi condannati in un altro procedimento per gli stessi reati, nda) e i produttori di rifiuti del Centro e Nord Italia”, per aver trasportato e smaltito veleni nella discarica Setri poi Resit di Giugliano, alle porte di Napoli. Troppo tardi purtroppo per conoscere la verità. Alle costituite parti civili nel processo non è stato riconosciuto nulla.

Non è la prima volta che Giambattista Toninelli finisce alla sbarra in Campania. Già nel 2003 venne chiamato a rispondere di traffico illecito di rifiuti e altri gravi reati ambientali davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Finì, assieme ad altri imprenditori, trasportatori e faccendieri, tutti del Nord Italia, nelle maglie del processo Cassiopea. L’inchiesta per competenza partì da Santa Maria poi finì a Napoli. Successivamente ritornò a Santa Maria. Il processo terminò senza colpevoli.

I reati più gravi, quelli associativi finalizzati alla delinquenza organizzata e il disastro ambientale rimasero lettera morta, per il resto intervenne la prescrizione. Oggi come ieri, dunque. Intanto la popolazione che vive tra le province di Napoli e Caserta continua ad ammalarsi e a morire di leucemie e di cancro. In una terra dove i clan della camorra casalese hanno accentrato tutto nelle proprie mani, nessuno mai saprà chi è stato ad avvelenare le falde acquifere e a causare il disastro ambientale.

Rifiuti, scontro nel governo tra ideologia e politichetta

Quello che ancora ieri continuava nel governo sui rifiuti in Campania è uno scontro su più livelli: ce n’è uno ideologico, che riguarda il modello di sviluppo; uno politico sul posizionamento in quella regione e più in generale nel Sud tra Lega e 5 Stelle; uno più squisitamente affaristico che riguarda la gestione di breve periodo, retropensiero che nasce dalle parole di Matteo Salvini sulla presunta emergenza “a livello mondiale” di gennaio.

Partiamo dalla fine e cioè dall’emergenza che – secondo il ministro dell’Interno che non riesce a fare il suo lavoro, cioè a impedire i roghi dei siti di stoccaggio (una decina in tre mesi a non contare i “piccoli” incendi) – verrà innescata dalla fermata dell’inceneritore di Acerra a gennaio: in realtà, come accade più volte l’anno, si fermerà una linea su tre per lavori programmati causando, al solito, un rallentamento nella raccolta (cioè disagi per i cittadini, ma non certo una “emergenza a livello mondiale”).

Invocare il commissariamento (sempre Salvini) è un programma politico che parla al vecchio “partito dei rifiuti” attraverso le procedure d’urgenza, le chiamate dirette e tutte le altre decisioni provvisorie che poi diventano eterne, come dimostrano le crisi precedenti. Un modello – caro al vecchio centrodestra “cosentiniano” e cioè all’attuale Lega campana (ve ne parliamo qui accanto) – politico e propagandistico che, ovviamente, mira soprattutto ai voti dei campani in vista di Europee, Regionali e Comunali (2019, 2020 e 2022 se Luigi de Magistris non si dimette prima).

Che succede allora in Campania? Una regione il cui sistema dei rifiuti è cronicamente sotto stress, che paga 120 mila euro al giorno di multe all’Ue e ha ancora da smaltire 6 milioni di ecoballe della crisi (quella sì “a livello mondiale”) di 10 anni fa, si ritrova coi siti di stoccaggio strapieni di plastiche di scarso pregio e carta da macero che si accumula senza sosta dall’inizio del 2018, cosa che sta accadendo in tutta Italia, dove però il sistema non è sempre sull’orlo del collasso come in Campania: da qui però la recrudescenza dei roghi, da Milano alla Terra dei fuochi, di cui Salvini non si occupa.

Cos’è cambiato? Due cose: a gennaio la Cina, che dagli anni 90 assorbiva un bel po’ della plastica da riciclo europea di scarsa qualità, ha deciso che non ne importerà più: le basta la sua. Questo ha portato allo scoperto un equivoco: la bassa qualità della raccolta differenziata e la follia di un modello produttivo in cui domina l’usa e getta e l’imballaggio. A fine febbraio, poi, il Consiglio di Stato ha stabilito che il potere di determinare la cessazione della qualifica di rifiuto (end of waste) compete solo allo Stato e non anche, con singole autorizzazioni, alle Regioni: in attesa di una legge nazionale (che dovrebbe arrivare a gennaio), l’industria del riciclo in Italia – plastiche, pannolini e quant’altro non sia normato da leggi nazionali, cioè quasi tutto – è bloccata.

E qui arriva il conflitto ideologico tra la Lega e i 5 Stelle. Salvini, in sostanza, dice che servono altri inceneritori oltre a quelli già esistenti (41, il 63% al Nord) nelle regioni che non hanno un ciclo autosufficiente dei rifiuti: “No all’inceneritore, ma ditemi sì su qualcosa. Che devo fare se il capo dei vigili a Napoli mi dice che la situazione rischia di tornare al 2008? Gli inceneritori li dovrebbero volere i sindaci e la Regione ma dicono di no. Quindi li faremo”, ha detto ieri il leader leghista, non negandosi neanche un siparietto sulla “beneamata ceppa” con cui gli aveva risposto Di Maio.

I 5 Stelle hanno ribadito in coro la loro contrarietà. Citiamo Roberto Fico per tutti: “Vi assicuro che in questa regione non si farà neanche un inceneritore. È uno schiaffo forte a Napoli e alla Campania arrivare qui e dire che ci vuole un inceneritore dopo le lotte di questi anni”. La visione del M5S, del ministro dell’Ambiente e, particolare non secondario, del contratto di governo è opposta a quella di Salvini. Per costruire un inceneritore ci vogliono tra 5 e 7 anni: secondo il trend la differenziata in Campania, oggi al 52% (ma Napoli città è un buco nero), nel 2023 avrà raggiunto il 70% e non servirà un altro impianto oltre quello di Acerra.

Nel frattempo, però, vanno fatte alcune cose: incentivare l’industria del riciclo in ogni modo, soprattutto coi soldi; poi ridurre la quantità dei rifiuti (nella norma nazionale end of waste dovrebbe esserci il divieto della plastica usa e getta); spingere una differenziata di qualità funzionale al riciclo (economia circolare). La Campania dovrebbe dotarsi di impianti di trattamento dei rifiuti (ne ha pochi) e, per gestire la fase di transizione, di siti di stoccaggio pubblici più ampi e controllati. Due prospettive, come si vede, opposte: un compromesso su questo tema è impossibile, specie coi leghisti di Campania.

Di Battista chiede scusa ai salentini: “Giusto attaccarmi”

AlessandroDi Battista ha chiesto scusa ai salentini per averli illusi promettendo loro lo stop del Tap, poi rivelatosi troppo oneroso, nelle prime due settimane di governo. Ma “il primo sono stato io a illudermi”, ha ammesso l’ex deputato in collegamento dal Nicaragua davanti alle telecamere di Accordi e Disaccordi, la trasmissione di Andrea Scanzi e Luca Sommi prodotta da Loft Produzioni per Discovery Italia (canale 9 del digitale terrestre). Ha chiarito che però ai tempi delle promesse pensava “che il M5S avrebbe governato da solo e purtroppo non governa da solo”. Il riferimento è ai “rospi” che la Lega fa ingoiare al M5S, ma in alternativa “c’era il Pd che io reputo il partito più condizionato dalle lobby, che non avrebbe mai accettato il superamento della legge Fornero o di tirare picconate al Jobs Act”. Quindi ora, dopo quanto accaduto col Tap, ha fatto una promessa diversa, più “generale”: quella di “fare più pressione” affinché le promesse fatte, “e sulle quali abbiamo preso i voti”, vengano mantenute. E si è spinto oltre, dichiarando che i giornalisti hanno fatto bene a “metterlo al chiodo” sul gasdotto pugliese. Non ha ritrattato invece l’attacco che ha rivolto alla stampa dopo l’assoluzione della Raggi.