Tre indagini sulla maxicondotta della discordia

Sono tre le indagini penali sul contestatissimo gasdotto Tap che porterà il gas dall’Azerbaijan sulle spiagge del Salento. Quella sull’inquinamento delle falde acquifere è l’ultima. La prima ipotizza la truffa e la violazione della direttiva europea Seveso sugli impianti a rischio di incidente rilevante. Entro il 18 novembre sarà depositata la superperizia che stabilirà se il terminale di ricezione di 12 ettari di Tap e il tratto di gasdotto della Snam, che sorgeranno a 400 metri dalle prime abitazioni, siano da considerarsi un’unica opera e se vadano classificati come uno stabilimento che modifica temperatura e pressione del gas o come un impianto più semplice.

Se si tratta di uno stabilimento, come lo chiamano ben 28 volte gli stessi documenti Tap secondo un’inchiesta de ilfattoquotidiano.it, la direttiva Seveso va applicata, con l’obbligo conseguente di garantire la messa in sicurezza e la consultazione popolare prima dell’inizio dei lavori. Al centro dell’indagine c’è il quantitativo di gas previsto, originariamente ben oltre la soglia delle 50 tonnellate fissata dalla direttiva Seveso. Erano 100, ora sono 48,6. La direttiva era indicata come obbligatoria nella Valutazione di impatto ambientale (Via) ma poi è stata eliminata dalla conferenza dei servizi nel 2014, con il benestare di tre ministeri, grazie a un parere della Commissione europea la cui traduzione è piuttosto contestata. In seguito Tar Lazio e Consiglio di Stato hanno dato ragione a Tap. L’indagine è stata riaperta dopo l’esposto di otto sindaci salentini, supportati dalle perizie di ingegneri che denunciano “rischi estremamente rilevanti di esplosioni e incendi” per i 30 mila residenti. Tra gli indagati, oltre al country manger di Tap Michele Mario Elia e alla rappresentante legale Clara Risso, coinvolti anche nell’ultimo filone di indagine, c’è il direttore generale per la sicurezza dell’approvvigionamento e delle infrastrutture energetiche del ministero dello Sviluppo economico, Gilberto Dialuce.

Ma non è tutto. C’è anche un’altra indagine sulla presunta violazione dei vincoli paesaggistici nel cantiere in contrada “Le Paesane”, sotto sequestro probatorio dal 27 aprile scorso. Ancora Clara Risso risponde del reato di opere eseguite in assenza di autorizzazione, distruzione e deturpamento di alberi e abusivismo in aree vincolate. Il gip di Lecce Cinzia Vergine ha rigettato la richiesta di dissequestro avanzata da Tap che in quell’area intende posare un tratto di condotta. Si indaga anche sulla possibilità che l’eradicazione di 477 ulivi sia avvenuta fuori dal tempo prestabilito. Restano però le multe da migliaia di euro comminate a centinaia di cittadini che si opposero alla movimentazione degli alberi nel 2017.

Sul versante amministrativo, invece, oltre al giudizio chiesto da Tap e atteso per il 5 dicembre sull’ordinanza che blocca i lavori per l’inquinamento delle falde acquifere di cui è stata negata la sospensiva, restano il ricorso contro Tap sulle prescrizioni (obbligatorie da Via) A36 e A55 sulla presunta mancata impermeabilizzazione del cantiere e quello contro il ministero dell’Ambiente per la prescrizione A5, che riguarda il microtunnel di Tap non assoggettato a Via. Quest’ultimo interferirebbe con la posidonia, un’alga protetta. La battaglia per fermare l’opera è tutta giudiziaria. Con la politica che si è ormai fatta scudo con i risarcimenti miliardari che sarebbero dovuti senza la prospettiva di un arbitrato internazionale, i cittadini che si oppongono all’opera puntano tutto sulla magistratura.

“Metalli pesanti nelle acque”. Perquisizioni nelle sedi Tap

Perquisizioni e sequestri nelle sedi italiane del Trans Adriatic Pipeline, il contestato gasdotto che dall’Azerbaigian arriverà in Puglia. I carabinieri del Noe, su decreto del procuratore capo Leonardo Leone De Castris e del sostituto procuratore di Lecce, Valeria Farina Valaori, ieri mattina hanno passato al setaccio uffici e cantieri del consorzio internazionale a Lecce, Roma e Milano. Coinvolto anche il laboratorio di analisi “Sgs Italia Spa” di Villafranca Padovana, che ha fatto le indagini ambientali per Tap.

Corposa la documentazione cartacea e digitale sequestrata nell’inchiesta sul presunto inquinamento delle falde acquifere nella zona di San Basilio a Melendugno (Lecce), dove è prevista la costruzione del microtunnel di tre metri di diametro. Sono indagati il country manager di Tap Michele Mario Elia, la rappresentante legale Clara Risso e il project manager Gabriele Paolo Lanza per lo scarico di acque reflue industriali contenenti sostanze pericolose, senza autorizzazione.

L’allarme risale a luglio con l’ordinanza di divieto di prelievo delle acque e sospensione dei lavori del sindaco di Melendugno, Marco Potì, emessa sulla base del rapporto di Arpa Puglia che evidenziava il superamento della soglia di alcuni metalli pesanti. Oltre i limiti stabiliti nichel, arsenico, vanadio, manganese e cromo esavalente, quest’ultimo il più temuto perché cancerogeno. Tap si era giustificata sostenendo che la falda fosse inquinata già prima dell’avvio dei lavori e aveva fatto ricorso al Tar. Ma, ventiquattr’ore prima delle perquisizioni, il Tribunale amministrativo ha negato la sospensiva e chiesto ad Arpa, in dieci giorni, un rapporto sul livello di contaminazione della falda acquifera da novembre 2017 a oggi. L’udienza è rinviata al 5 dicembre. Nel frattempo la Procura ha chiesto ai carabinieri del Noe di verificare l’impermeabilizzazione del cantiere. Si ipotizza che a causare la contaminazione delle acque sia stato il cemento utilizzato da Tap.

Si riaccende lo scontro tra i Comitati locali contrari all’opera, che rivendicano di aver fatto aprire le inchieste insieme al Comune, e il M5S che era contrario all’opera e ora ha dato via libera, spaventato dai rischi di dover pagare ingenti danni al consorzio dei petrolieri che ha sede in Svizzera. “Come abbiamo sempre ribadito, noi le promesse le manteniamo. Non siamo mica Barbara Lezzi”, dice Gianluca Maggiore, portavoce del Comitato No Tap, prendendosela con la ministra M5S del Sud. Lezzi assicura che non ci saranno “agevolazioni” per Tap, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa promette “controlli”, Alessandro Di Battista per la prima volta chiede scusa. Anche il sindaco Potì ironizza: “Non sento i 5s dal 18 ottobre, da quando hanno scelto di dire sì a Tap anziché restare al fianco dei cittadini. L’azione della Procura – aggiunge – conferma che quest’opera è incompatibile con il nostro territorio. Ci sono problemi a mare con gli habitat protetti, problemi con la centrale per la sicurezza dei cittadini e problemi con le falde acquifere. Cos’altro deve emergere per fermare l’opera?”. Ma Tap si dice fiduciosa: “Abbiamo collaborato e collaboreremo alle indagini. Speriamo che la magistratura faccia presto luce. A noi risulta che i livelli di sostanze pericolose siano rientrati. Da lunedì inizieremo a costruire il terminale di ricezione e a mare è già pronto un terzo delle palancole”.

Sì Tav: Berlusconi torna in piazza per l’alta velocità

Forza italia scende in piazza per difendere la realizzazione del progetto della Tav, la linea ferroviaria Torino-Lione. E per l’occasione arrivano a Torino anche i big, dal calibro di Silvio Berlusconi. “Forza Italia, da sempre a favore della realizzazione della Tav, ha deciso di raccogliere la protesta dei torinesi e trasformarla in ‘Proposta’, scendendo in piazza sabato prossimo davanti al Municipio di Torino con i nostri amministratori, i nostri militanti, i nostri simpatizzanti”, aveva scritto il fondatore di Forza Italia in una nota, per poi ricevere a Palazzo Grazioli gli eletti di Forza Italia in Piemonte, Parlamentari nazionali ed europei e Consiglieri regionali. Proprio sul tema ieri è intervenuto il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli, annunciando che entro fine dicembre saranno resi pubblici i risultati dell’analisi della commissione costi-benefici: “Sul Tav non ho pregiudizi – ha detto – ma non voglio sprecare soldi pubblici. Poi vorremmo condividere questa analisi con i tecnici francesi e ci sarà una decisione presa a maggioranza. Dicono che sono io a bloccare Tav ma quest’opera è cominciata nel 1991”.

Meloni fa la spesa e punta al sorpasso su B.

Un’opa su Forza Italia. Da parte di Giorgia Meloni. Con un nuovo partito che farà il suo esordio alle elezioni europee. L’obiettivo è quello di superare il partito di Berlusconi, erodendogli consensi al Centro-Sud. Ma andando a prendere qualcosa anche a M5S e Lega.

La nuova creatura, infatti, ha la mission di conquistare una parte dei voti che ancora rimangono nel serbatoio berlusconiano. C’è addirittura un sondaggio, commissionato da Affaritaliani.it, secondo cui un nuovo soggetto politico nato dall’evoluzione di Fratelli d’Italia e dalla fusione con altri movimenti può ambire a una forbice che sta tra l’8 e il 14%. Un sorpasso su FI che segnerebbe la fine del partito azzurro. Dove stanno fiutando il pericolo: non è un caso se Antonio Tajani si è sbrigato ad annunciare che per le Europee si cambierà nome (Altra Italia) e simbolo.

L’idea frulla nella testa della Meloni da qualche tempo e parte dal fatto che FdI, sempre secondo gli istituti di ricerca, non si schioda dal 4-4,5%. Non male, ma poca roba. Da qui l’esigenza di andare oltre (un tempo i cosiddetti “oltristi” stavano a sinistra) e allargare il campo a forze liberali, cattoliche e moderate. Così da diventare la seconda gamba di una coalizione sovranista e conservatrice il cui timone sarà sempre tenuto da Matteo Salvini, ma il comandante in seconda non sarà più l’ex Cav. ma lei, Giorgia. Che però nel cammino verso questa operazione rischia di imbarcare di tutto. Per esempio, della partita sembra già essere Francesco Storace, ex governatore della Regione Lazio, che di recente si era impegnato in un movimento sovranista del centro- sud insieme a Gianni Alemanno e Roberto Menia.

Poi c’è Raffaele Fitto, ex forzista oggi leader di Noi con l’Italia, movimento che vanta una discreta rete di amministratori locali, 4 parlamentari italiani e 2 europei, tra cui lo stesso Fitto. Ma c’è anche Andrea Augello, storico esponente della destra romana che nel finale di legislatura ha dato gran filo da torcere al Pd nella commissione banche. Altri nomi in ballo: l’ex senatore Francesco Aracri, la consigliera regionale lombarda Silvia Sardone e il sindaco di Ascoli Piceno Guido Castelli. Ma il colpo grosso, per Meloni, sarebbe Giovanni Toti. Il governatore ligure da tempo spinge per una fusione tra FI e FdI, ma in questo caso verrebbe superato dagli eventi e potrebbe fare quel passo che molti, anche dentro FI, si aspettano. “Stiamo ragionando in questi giorni, ma credo ci sia lo spazio, nel centrodestra, per un soggetto che metta in campo una politica di contenuti”, osserva Augello. Che potrebbe essere tra i candidati alle Europee, insieme a Fitto.

Il nuovo partito potrebbe diventare attrattivo anche per molti altri forzisti, a partire da quelli che hanno tentato di passare alla Lega senza successo. Anche per questo motivo, si dice, l’operazione ha avuto la benedizione di Salvini. Che riuscirebbe in colpo solo a indebolire FI, trovare casa agli esuli azzurri in cerca di collocazione e avere al proprio fianco un alleato più fedele e meno ingombrante di Berlusconi.

Minniti pare Godot: Renzi lo investe, lui tentenna ancora

“Edunque, vorrei dirvi che abbiamo organizzato questa cosa per lanciare la candidatura di Dario Nardella a sindaco di Firenze”. Ride Marco Minniti, mentre vicino a lui (ma non troppo), Matteo Renzi si lascia andare a un gesticolare liberatorio, come accompagnamento dell’esclamazione finale: “Molti di quelli che mi hanno rimproverato il mio caratteraccio, senza non sarebbero stati ministri”.

Il pubblico arrivato alla presentazione del libro dell’ex ministro dell’Interno, nella sala d’Armi di Palazzo Vecchio, lo coccola con entusiasmo. La clessidra portata all’occorrenza da Myrta Merlino continua a scorrere. Chi si aspettava l’annuncio ufficiale della candidatura di Minniti al congresso del Pd aveva già capito che non sarebbe arrivata. Ma visto il clima, il candidato in pectore avrebbe quasi potuto dire: “Abbiamo organizzato questa cosa per lanciare la candidatura di Matteo Renzi”.

Pomeriggio singolare e ambivalente quello fiorentino, per entrambi i protagonisti. Arrivano insieme qualche minuto dopo le 18. Minniti si sceglie un angolo del palco. “Io mi metto a destra”, scherza Renzi. Distanza di sicurezza mantenuta: in mezzo ci stanno la Merlino, che modera, e il sindaco Nardella, che non ingombra. Renzi si toglie la giacca, si arrotola le maniche della camicia, rigira il taccuino con una mano, con l’altra accarezza lo smartphone. Una via di mezzo tra un pugile e un pokerista che si prepara alla battaglia. Minniti cambia espressione ogni 2 minuti, passando dal semi sgomento al buonumore.

D’altra parte sono settimane che racconta di un “travaglio vero”. Ha avviato tutte le consultazioni possibili: con amici vicini e lontani e con i maggiorenti del partito. Marcare la distanza da Renzi è fondamentale, pure se è evidente anche dalla presentazione di ieri che è un obiettivo non centrato. L’ex segretario ce la mette tutta a rispettare le regole d’ingaggio: appoggiare l’ex Ministro dell’Interno, ma con garbo. Un candidato alternativo non ce l’ha e l’ex ministro. Poi ci sono quelle irrinunciabili per lui, di regole d’ingaggio: porsi ancora come il leader numero 1.

Il campo da gioco, a ogni modo, lo definisce il potenziale candidato: “Se la sinistra mette in campo una moderna teoria politica possiamo essere un riferimento come Italia”. Con la parola “moderna” marca la distanza da Nicola Zingaretti: via il centrosinistra tradizionale. D’altra parte, mentre torna ai giorni in cui stava al Viminale si sente la passione per il tema che sarà centrale in una sua ancora non certissima campagna elettorale: la sicurezza. Terreno di sfida a Salvini, sul suo terreno.

Fine del primo round, il secondo è per Renzi. Che punta sull’operazione simpatia e nostalgia. È tutto un aneddoto, di quelli che nel libro non ci sono per “attenzione”, dai messaggi alle 5 e mezza di mattina all’operazione sul Papa per convincerlo a non aprire il Giubileo in Africa. L’ex ministro a tratti si scioglie. “Chi conosce Minniti sa che non gli mancano autonomia e indipendenza. Serve un candidato autorevole e riformista”. Parola numero 2 da tenere presente: “Riformista”.

La clessidra scorre. Dietro le quinte, si lavora a una candidatura quasi fatta: si parla di ticket con Teresa Bellanova. E poi ci sono i confronti per la parte più economica del programma: con Marco Bentivogli, con Carlo Calenda, con Enrico Morando. I minnitiani doc sono uno sparuto drappello, peraltro fatto fuori alle ultime elezioni: Enzo Amendola, Nicola Latorre, Andrea Manciulli. Nessuno ama Renzi, ma sono pronti a rientrare in gioco.

Ancora Minniti: “Ho sempre detto che non avevo nessuna intenzione di candidarmi, a meno che non me lo avessero chiesto pubblicamente. Ebbene mi hanno preso in parola”. Un appello c’è stato, di 13 sindaci, tutti renziani. L’ex ministro cerca gli ultimi sostegni: Vincenzo De Luca sembra pronto a sostenerlo, Lorenzo Guerini e Luca Lotti raccolgono le firme tra i parlamentari. “Se sarà utile a unire il Pd – concede l’ex ministro – mi candiderò”. Impresa quasi impossibile. Intanto Renzi si lascia andare: “Ci chiedono l’analisi della sconfitta, ma dobbiamo fare l’analisi del 40%. La percentuale che abbiamo tenuto dal 2014 al 2016, fino a quando mi sono dimesso”. Applausi.

Il bersaglio è Gentiloni, che, schierato con Zingaretti, è l’altro protagonista della contesa. Oggi c’è l’assemblea del Pd che dà il via ufficialmente al congresso. “Scioglierò la riserva dopo qualche ora”, assicura Minniti. Si parla di un’intervista domenica. Difficile ormai che possa tirarsi indietro.

Il pubblico di Firenze, intanto si spella le mani solo per il suo ex sindaco. “Non lasciatevi travolgere dall’entusiasmo della platea”, dice, sommesso, fuori dalle telecamere il quasi candidato.

Rimborsi ai truffati, salterà lo scudo per istituti e Authority

I risparmiatori potranno sempre “agire” in giudizio per il risarcimento di quella parte del danno che non viene rimborsata dal Fondo ad hoc previsto dalla manovra. Dopo le proteste delle associazioni degli ex obbligazionisti e azionisti di Etruria & C. il governo, o almeno la Lega, è corsa ai ripari. Il fondo da 1,5 miliardi previsto dalla manovra serve per rimborsare i risparmiatori danneggiati nel crac delle banche “risolte” a novembre 2015 (Etruria, Marche, Carife e CariChieti) e delle due popolari venete nel 2017. Il ristoro è del 30%, ma è stata inserita una norma che impediva di fare causa alle nuove banche e alle authority di vigilanza per il restante 70%. Che ora viene eliminata. La modifica è contenuta in un emendamento della Lega alla legge di bilancio presentato dal sottosegretario all’Economia, Massimo Bitonci. Il testo, per la verità ancora pasticciato, prevede di alzare il plafond del fondo a 2,5 miliardi. “Il 30% va considerato un acconto”, ha spiegato Bitonci. Resta comunque il tetto massimo di 100 mila euro per i rimborsi e serve aver ottenuto una sentenza del giudice o dell’Arbitro per le controversie finanziarie.

Il Garante contro la fattura elettronica: “Va subito cambiata”

Così come ènon va bene. La fattura elettronica, che si prepara a debuttare dal primo gennaio prossimo anche nei rapporti tra fornitori e tra questi e i consumatori, per il Garante della privacy presenta diversi punti di forte criticità che possono mettere a repentaglio i diritti e le libertà degli interessati. Per questo, secondo l’Autorità guidata da Antonello Soro, va ripensata “con urgenza” per adeguarla al nuovo sistema normativo sulla protezione dei dati personali introdotto dal Gdpr, il regolamento europeo che ha debuttato il 25 maggio scorso. Il nuovo obbligo di fatturazione elettronica porterebbe a un trattamento sistematico, generalizzato e di dettaglio di dati personali, potenzialmente relativo ad ogni aspetto della vita quotidiana, sproporzionato rispetto all’obiettivo di interesse pubblico, pur legittimo, perseguito. Uno stop che arriva dopo le stime dei tecnici e dell’Agenzia delle Entrate sull’incasso previsto. È la prima volta che il Garante esercita il nuovo potere correttivo di avvertimento, attribuito dal Regolamento europeo, attraverso un provvedimento adottato anche a seguito di alcuni reclami. L’Autorità ha chiesto di modificare la norma nelle prossime settimane e di essere informato.

Il dubbio del Colle: vale più Bruxelles che la Costituzione

Nello scontro con l’Unione europea, la prima buona notizia – si fa per dire – per il governo Conte arriva da Mario Draghi: poiché l’economia europea sta rallentando, a dicembre la Banca centrale europea potrebbe proseguire con gli acquisti straordinari di titoli di Stato del programma Quantitative easing (15 miliardi di debito pubblico al mese). Nel gergo di Draghi: lo stop agli acquisti è previsto per fine anno ma “quando saranno disponibili le proiezioni più aggiornate saremo in condizioni migliori per una piena valutazione dei rischi su crescita e inflazione”. Nell’area euro l’inflazione è al 2,2 per cento, con l’obiettivo della Bce al 2, ma quella core, cioè al netto dei prezzi energetici, è soltanto all’1. E l’economia sembra si stia fermando.

La frenata della crescita per l’Italia è una cattiva notizia, ma almeno l’ombrello della Bce resterà aperto e i tassi d’interesse sul debito pubblico abbastanza bassi (anche se la scarsa fiducia nel governo ha spinto ormai il costo dei titoli decennali vicino al 4 per cento, con uno spread sulla Germania di 312 punti). Per evitare di essere accusato di favoritismi verso l’Italia, Draghi – che comunque decide insieme a tutti i governatori del consiglio Bce – ha ricordato che “la mancanza di consolidamento fiscale nei Paesi ad alto debito aumenta la loro vulnerabilità agli choc, siano essi determinati dal contestare le regole dell’unione monetaria o importati da fuori”. Un messaggio chiaro all’Italia, come la precisazione che “finora l’aumento degli spread è dovuto alla prima ragione e il contagio è stato limitato”. Sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini, a differenza che in passato, reagiscono soddisfatti, ignorano il rimprovero e applaudono la possibile prosecuzione del Quantitative easing: “Sono d’accordo con Draghi, bisogna diminuire il debito pubblico” (Di Maio) . “Draghi si è impegnato per l’Italia” (Salvini).

A parte la Bce, il clima intorno all’Italia resta fosco. Secondo lo Spiegel, alla riunione dell’Eurogruppo di lunedì, Francia e Germania sosterranno la linea che i fondi previsti dal nuovo budget per la zona euro vadano solo ai Paesi che rispettano le regole sui conti. Quindi non l’Italia. E dal Quirinale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha veicolato tramite Stampa e Sole 24 Ore una minaccia più concreta: potrebbe non firmare la legge di Bilancio perché non rispetta gli articoli 81 e 97 della Costituzione sul pareggio di bilancio.

Mattarella è in una posizione delicata per colpa di come sono state recepite le regole di bilancio rafforzate volute dalla Germania dopo il 2011. In sintesi: nessuna delle leggi di Bilancio approvate da allora ha mai raggiunto il pareggio strutturale (deficit pari a zero una volta tolti gli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum). Il saldo strutturale programmato per il 2017 era 0,9 e per il 2019 l’1,1 per cento del Pil. Come si è giustificata dunque la costituzionalità di quelle leggi di Bilancio? Col fatto che la Commissione europea ha ritenuto che l’Italia avesse diritto a delle attenuanti, perché stava facendo riforme strutturali, perché c’era la crisi dei migranti, o semplicemente sulla base di un “margine di discrezionalità” che le regole attribuiscono a Bruxelles. Si è così arrivati a un paradosso: la costituzionalità della più importante legge dello Stato italiano dipende da una valutazione discrezionale della Commissione europea che a sua volta si basa in gran parte sul (contestato) lavoro di tecnici che stabiliscono quale deve essere l’aggiustamento necessario ogni anno.

E arriviamo a oggi: già nel 2018 l’Italia non ha rispettato la riduzione prevista del deficit strutturale, che doveva essere 0,6 per cento, poi ridotta a 0,3 per decisione (discrezionale) dalla Commissione. Una deviazione tollerata anche perché l’Italia comunque manteneva l’impegno ad andare nella direzione giusta e perché la Commissione non voleva esacerbare gli animi a ridosso delle elezioni. Nella legge di Bilancio 2019, però, il governo Conte anziché ridurre il deficit strutturale di 0,6 sceglie di aumentarlo di 0,8. Risultato: la Commissione dovrà bocciare la manovra perché non ha più appigli per concedere attenuanti. E questo, per una specie di effetto retroattivo, toglie all’Italia la giustificazione per aver violato gli impegni anche sul 2018: lo sconto concesso per “buona condotta” non si giustifica più.

Nella riunione del 10 ottobre, i commissari europei – riferisce La Stampa – hanno ammesso di aver “abusato” della discrezionalità nel concedere flessibilità sui conti, “per esempio quando si è trattato di stabilizzare una situazione politica”. Come in Italia, per aiutare i governi Renzi-Gentiloni contro i populisti.

“L’articolo 81 viene violato: puoi fare debito aggiuntivo solo considerando gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere, al verificarsi di eventi eccezionali. Questo governo non ha motivato alcuna circostanza eccezionale: chi si sente danneggiato dalla manovra, qualunque cittadino o qualunque Regione, può fare ricorso alla Corte costituzionale e vincere”, spiega Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato del Pd. “Questo governo sui conti pubblici sta facendo una sorta di disobbedienza civile, ma questo ha delle conseguenze inevitabili”, dice Ceccanti.

Presidenza Istat, Cgil: “Il profilo di Blangiardo è incompatibile”

I ricercatori che aderiscono alla Flc Cgil si appellano ai componenti delle Commissioni parlamentari per bloccare la nomina di Gian Carlo Blangiardo alla presidenza dell’Istat, una figura che “non consentirà all’Istituto nazionale di statistica di continuare a difendere la propria autonomia e indipendenza”. Il nome dell’ordinario di demografia alla Bicocca di Milano, cattolico, classe 1948, contrario allo Ius soli e alla legge 194, circolava già dallo scorso luglio come candidato della Lega, partito con cui c’è feeling anche sul tema dell’immigrazione. Ma la ministra per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno nonostante allora lo smentì, l’ 8 novembre ha deliberato l’avvio della procedura per la nomina di Blangiardo. Per la Cgil “la procedura di selezione, prevista dalla normativa non è stata trasparente non essendo stata pubblicata la lista dei candidati. E il fatto che il nome finale sia lo stesso annunciato all’inizio lascia pensare che possa essere stata una mera operazione di facciata”, denunciato in un comunicato. Ora la palla passa alle commissioni di Camera e Senato che dovranno raggiungere una maggioranza qualificata dei due terzi per ratificare la nomina di Blangiardo.

Soldi ai partiti, i gialloverdi litigano sul tetto Poi il compromesso: “Via gli emendamenti”

Ogni giorno gialloverde ha la sua pena. E per non bruciarsi su una materia infiammabile, ossia la trasparenza sui soldi ai partiti, questa volta i coinquilini che non si sopportano hanno buttato la palla in tribuna, anzi in aula.

Tradotto, via i due emendamenti dei 5Stelle in commissione al disegno di legge Anticorruzione, che alzavano da 500 a 2mila euro il tetto oltre cui rendicontare i contributi a forza politiche e fondazioni. E via anche tutte le proposte di modifica dei leghisti agli articoli 7 e 8, quelli sui partiti. Se ne riparlerà da lunedì, dentro l’emiciclo. Ed è un compromesso forzato dopo lo psicodramma scatenato dal M5S, che ieri ha dovuto rimangiarsi la promessa alla Lega di alzare a 2.000 euro il limite oltre il quale rendere obbligatoria la rendicontazione di ogni contributo, con registrazione e diffusione pubblica sul web del nome e cognome di ogni donatore. E il tetto saliva a 3.000 euro nel caso di altre prestazioni.

Così almeno prevedevano gli emendamenti presentati dai relatori al testo, i grillini Francesca Businarolo e Francesco Forciniti. Ma l’intesa di giovedì sera, con il Carroccio che portava a casa un trofeo anche simbolico, è stata fermata dai vertici dei 5Stelle. Forse ignari, visto che in quelle stesse ore il premier Giuseppe Conte assieme a Luigi Di Maio e a vari ministri era alla riunione di Palazzo Chigi sul decreto fiscale. O forse i big hanno commesso un errore di valutazione, perché dalla Camera sussurrano di un via libera arrivato dall’alto giovedì.

Ma la certezza è che ieri mattina a calare lo stop all’accordo è stato innanzitutto Conte. Perché il tetto dei 500 euro era ed è considerato invalicabile, dal premier come da Di Maio. E anche dal Guardasigilli Alfonso Bonafede, che in mattinata a L’aria che tira su La7 ribadisce la linea: “La soglia è di 500 euro per le donazioni in contanti, sopra i 500 euro verrà tutto pubblicato online; e questo è l’accordo raggiunto in Consiglio dei ministri”. Ovvero, non trattabile. E allora nella riunione congiunta delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali il M5S fa dietrofront. E la Lega ha buon gioco nell’infuriarsi. “Con i 5Stelle avevamo un accordo, non si sta in maggioranza così”, sibila Igor Iezzi, capogruppo del Carroccio in Affari costituzionali, che aveva presentato emendamenti a pioggia per scardinare le norme sui partiti. E che giovedì ha già ottenuto che venisse tolta la norma che prevedeva l’obbligo per ogni partito di esser legato a una sola associazione: “Fatta apposta per la piattaforma Rousseau”, malignano le opposizioni. Intanto i leghisti si chiudono in riunione e le commissioni non riprendono. Mentre il Pd abbandona i lavori: “Non partecipiamo a una farsa”. I deputati del Movimento vanno in ansia. Ma c’è chi attacca: “Il Carroccio vuole solo approfittare della situazione, tanto che non ha rilanciato con una controproposta”. Intanto dietro le quinte si muove anche Di Maio. E alla fine si arriva al compromesso: via gli emendamenti di Lega e Movimento, e decisione all’aula. Mentre il sottosegretario alla Giustizia, il 5Stelle Vittorio Ferraresi, deve barcamenarsi: “C’è stato un difetto di comunicazione, qualcuno nel M5S ha preso delle iniziative su un punto che non era in discussione: ma con la Lega troveremo una soluzione”. E bisognerà cercarla tra oggi e domani, per evitare lo scontro da lunedì. “Ferraresi ha promesso alla commissione che gli articoli verranno aggiustati in Aula” dice al Fatto Iezzi a margine dei lavori.

Ma il rischio è quello di emendamenti a pioggia. Una miccia, in un clima di sospetti incrociati, evidente anche sul fronte manovra. “La Lega ha presentato tutti gli emendamenti alla legge di Bilancio senza confrontarli con i nostri”, protestano fonti dei 5Stelle. Lunedì i due partiti discuteranno sui “segnalati” (i più rilevanti). Cercando di non scontrarsi troppo.