L’amica geniale

Achi crede o vuole far credere che la guerra in Ucraina sia iniziata il 24 febbraio 2022 con l’attacco criminale di Putin e dimentica i 16mila morti in otto anni nel Donbass, gli accordi di Minsk sull’autonomia della regione russofona traditi da Kiev e altre cosucce, segnalo un fatterello che mi ha ricordato il lettore Angelo Caria. La protagonista è Victoria J. Nuland, oggi sottosegretario agli Affari politici di Joe Biden (democratico), ieri pedina-chiave dell’amministrazione di George W. Bush (repubblicano), che la promosse consigliere del suo vice Dick Cheney (2003-05) e ambasciatrice alla Nato (2005-08), e poi dell’amministrazione di Barack Obama (democratico), che nel 2013 la nominò Assistente del Segretario di Stato (John Kerry) per gli Affari Europei ed Eurasiatici. Moglie del superfalco neocon Robert Kagan, fervida sostenitrice delle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, nel dicembre 2013 la Nuland dichiara: “Gli Usa hanno investito 5 miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita”. Poi vola a Kiev a promuovere la “rivolta di Euromaidan”: la sanguinosa protesta nazionalista che il 22 febbraio 2014, con l’ausilio di milizie neonaziste, caccerà il presidente eletto Viktor Yanukovich, filo-russo ma anche filo-Ue.

A fine gennaio, un mese prima del ribaltone, mentre Obama&C. inneggiano all’autodeterminazione degli ucraini, la Nuland si fa beccare da uno spione (forse russo, che pubblica il leak su YouTube) al telefono con Geoffrey Pyatt, ambasciatore Usa in Ucraina. Nella conversazione, tuttora in rete, i due già sanno che Yanukovich cadrà e decidono – non si sa bene a che titolo – chi dei suoi oppositori dovrà fare il premier e il ministro del futuro governo. La Nuland confida di aver esposto il suo piano di “pacificazione” dell’Ucraina al sottosegretario per gli Affari politici dell’Onu, l’americano Jeffrey Feltman, intenzionato a nominare un inviato speciale d’intesa col vicepresidente Usa Joe Biden e all’insaputa degli alleati Nato e Ue. “Sarebbe grande”, chiosa la Nuland. Che non gradisce come futuro premier ucraino il capo dell’opposizione, l’ex pugile Vitali Klitschko (“Non penso sia una buona idea”): meglio l’uomo delle banche Arseniy Yatsenyuk, che infatti andrà al governo di lì a un mese. Pyatt vorrebbe consultare l’Ue, ma la Nuland replica con una frase che è tutta un programma, infatti sarà il programma di Obama e Biden sull’Ucraina e sull’Europa: “Fuck the Eu!” (l’Ue si fotta!). La Merkel e il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy protestano perchè sono “parole assolutamente inaccettabili”. Ma non perché gli Usa decidono il governo e il futuro dell’Ucraina come se fosse una loro colonia. Già: come se fosse.

Canfora fa a pezzi le “élite” di oggi (ed ecco perché non lo amano affatto)

La quantità di insulti e strali che Luciano Canfora si è attirato per le sue idee sulla guerra all’Ucraina c’entrano con questo pamphlet pubblicato poco prima che la guerra scoppiasse.

L’argomento non è la politica internazionale e forse nemmeno troppo la politica interna e istituzionale. Il quesito che sostiene il titolo, infatti, “come è potuto accadere che il potere legislativo passasse di fatto nelle mani dell’esecutivo?” è un buon pretesto per interrogarsi su quell’intricato, e morboso, rapporto tra le frequenti “soluzioni irregolari” della crisi italiana e “l’antica tabe del conformismo giornalistico”. Il punto ricorre costantemente nell’agile opuscolo che costituisce una critica aspra del governo Draghi e della sua genesi, ma anche del lato debole del giornalismo italiano, il più molesto dei quali è “l’inclinazione ad anticipare (molto più che assecondare) i desiderata del princeps”. Esempio di questo atteggiamento, che ha la pulsione di “interpretare in senso ammirativo gli atti” del governo, è la categoria dei “quirinalisti” nuovi oracoli di Delfi che hanno accompagnato, facendo il tifo, la scelta di Mattarella per Draghi. “Da tempo – scrive Canfora – i presidenti della Repubblica si regolano come se fosse in vigore da noi la Costituzione della Quinta Repubblica francese o forse pensano che sia tornato lo Statuto albertino”. Si tratta di un orientamento funzionale alle due coordinate che governano davvero la politica italiana, l’europeismo e l’atlantismo, che mette in soffitta il legislativo e produce il ritorno a un “suffragio ristretto”. Una democrazia elitaria, che per giustificare la propria involuzione e chiusura se la prende con il populismo “non avendo l’onestà di interrogarsi sul nesso tra le proprie scelte e il conseguente successo del torbido fenomeno snobisticamente definito ‘populista’ che da anni ormai li tiene in sacco”. Canfora lo spiega con semplicità e profondità e questo, forse, spiega il risentimento di quel giornalismo conformista nei suoi confronti.

La democrazia dei signori, Luciano Canfora, Pagine: 76, Prezzo: 12, Editore: Laterza

 

“La terra collassa e io sto qui a scriver mail”

“Ecco che nel bel mezzo di tutto, con il mondo messo com’è, l’umanità sull’orlo dell’estinzione, io mi ritrovo qui a scriverti un’altra mail a proposito di sesso e amicizia. C’è altro per cui valga la pena vivere?”. Il passaggio – tratto da Dove sei, mondo bello, terza opera di Sally Rooney e fresca di stampa per Einaudi – non è che l’eco dell’inquietudine che attraversa la stessa autrice irlandese, se è vero che in un’intervista si è domandata se valga la pena, nel mezzo di crisi internazionali, inventare persone finte che hanno storie d’amore finte. Evidentemente sì, pure a dispetto di quella notorietà che sembra procurarle disagio (tra le tante derive del merchandising persino un furgone, tappezzato con la copertina del suo ultimo romanzo, a servire caffè per le strade di New York).

Milioni di copie vendute, record di traduzioni, una serie tv prodotta dalla Bbc, lettori del rango di Barack Obama o di Taylor Swift. Com’è riuscita “la Salinger della Snapchat generation” a diventare un’autrice di culto? Una risposta possibile: “È come se il genere umano fosse stato progettato da Sally Rooney, che in ogni nuovo romanzo ci mostra le carte, e non ha alcuna difficoltà a farci vedere come funzioniamo, a mettere in scena l’epica delle relazioni umane”. Niente male per questa acclamata voce dei millennial, nata nel 1991 a Castlebar, figlia di un tecnico delle telecomunicazioni e di una professoressa, seconda di tre fratelli, vissuta in una casa stipata di libri e con conversazioni su socialismo e femminismo a scandire le cene di famiglia. Studi al Trinity College di Dublino (allieva tanto brillante da vincere a suo tempo i Campionati europei di dibattito universitario), utili anche a tagliare i ponti con la tradizione. Uno dei suoi personaggi liquida così un monumento nazionale: “Nessuno a cui piace Yeats è capace di intimità umana”.

In una Irlanda che ha legalizzato l’aborto solo nel 2018, Rooney, libera da ogni ipoteca confessionale, è fieramente laica e di estrema sinistra (in onore della causa palestinese ha vietato la traduzione del nuovo libro in Israele). Ogni mattina, dopo che suo marito va a insegnare matematica in una scuola secondaria, l’autrice si concede un sudoku o una partita di scacchi online e poi si accomoda sul divano per scrivere. Immersa nella campagna irlandese delinea i suoi personaggi, trentenni fragili e benestanti, e li scaraventa sul suo palcoscenico di carta.

Parlarne tra amici e Persone normali, eredi della lezione carveriana, raccontano rapporti zavorrati da ambizioni frustrate, senso di inadeguatezza, incapacità di comunicare. Il primo ha al centro hipster verbosi minati da un triangolo amoroso tra una giovane in cerca d’identità e una coppia più matura che va in frantumi. Il secondo, una sorta di young adult sofisticato, narra di una storia d’amore tra due ragazzi che, inibiti dal ceto sociale, procedono in un tira e molla di litigi e riappacificazioni perché lui si “vergogna” di lei.

I personaggi di Rooney spesso si nascondono dietro una tastiera e tentano con la posta elettronica di rimettere ordine nella loro quotidianità di emozioni liofilizzate. Dove sei, mondo bello segue lo stesso canovaccio dei due precedenti. Qui due amiche, una scrittrice di successo e una editor di una rivista letteraria, restano impigliate in relazioni tossiche, la prima con un magazziniere, la seconda con un consulente politico. Ancora una volta sono i dialoghi, sospesi tra frivolezza e impegno, a sciogliere via via l’intreccio. L’autrice in queste pagine tenta però un azzardo: sotto la superficie dell’intrattenimento brillante proietta, sulla scorta della sua ostentata fede marxista, le sue storie minime dentro la Storia. Ecco allora le due amiche intellettuali sdottorare sul declino della civiltà nella tarda età del bronzo, sulla dissoluzione dell’Urss, sull’emergenza climatica.

L’ossessione che sembra alimentare la vocazione letteraria di Rooney si chiarisce meglio: come entrare in comunione con il destino degli altri? I sentimenti semplici che doniamo e riceviamo possono davvero prescindere dal nostro ruolo sociale? Inciampare nei fallimenti è pressoché ineludibile ma “è sempre meglio amare qualcosa che non amare affatto, amare qualcuno che nessuno”.

Milano metropoli d’amore e di morte: la nuova inchiesta di Carlo Monterossi

Ah, l’amore. Aduso a guardare da una certa distanza le vite degli altri e a “pettinare” le loro storie per la Grande Fabbrica della Merda alias la Grande Tivù Commerciale, stavolta Carlo Monterossi affronta un caso che allarga qualche crepa nel suo spleen notturno un po’ cinico e un po’ malinconico. L’amore, appunto. Come quello tra Ana e Stefano. Lei è una magnifica rumena quarantenne già amante di boss e potenti e che si è messa in proprio con affari e commerci vari. Lui è il rampollo ventenne figlio di ricconi divorziati che vive da solo (il papà a Roma, la mamma in Svizzera) in una “reggia” nel centro di Milano. Stefano ha quindi la metà degli anni di Ana e si rivolge alla Sistema Integrati, l’agenzia investigativa di Monterossi e suoi due soci Oscar Falcone e Agatina Cirrielli, per ritrovare la sua bella scomparsa all’improvviso, inseguita dal padrino più feroce della città.

E il primo rebus che tormenta Monterossi – autore tv, detective nonché single a metà con la sua storia/non storia con Bianca Ballesi – è la reale consistenza del legame tra Ana e Stefano. Possibile mai che una scafata donna come lei abbia perso la testa, ricambiata, per un ragazzino? Puntellati dai versi dell’amato Bob Dylan, i dubbi di Carlo su questi insoliti Giulietta e Romeo si sciolgono durante un’inchiesta che si rivela una scatola nera di misteri e omicidi. Una piccola questione di cuore esce dopo il battesimo tv di Prime Video (Monterossi è Fabrizio Bentivoglio) e conferma la felice vena giallistico-esistenziale di Alessandro Robecchi. Nonostante la serialità di Monterossi, un libro all’anno, la creatività e la cifra elegante e ironica dello scrittore non mostrano segni di una stanca deriva commerciale indotta dal successo, a differenza di illustri “colleghi”. Anzi.

Una piccola questione di cuore, Alessandro Robecchi, Pagine: 368, Prezzo: 15, Editore: Sellerio

 

Schizo-famiglia: storia di malattie mentali in casa

Corrono i primi anni 70 e i cattolici Galvin vivono nella Woodmen Valley, distesa di boschi e campi coltivati tra alture scoscese e altopiani di arenaria nel Colorado centrale. Donald Galvin, battezzato nel ’45, ha ventisette anni, Mary Galvin sette. Tra Donald e Mary ci sono altri dieci fratelli, per un totale di dodici figli di cui solo le ultime due femmine: una squadra di football, scherza il padre, che ha una carriera militare ed è sovente fuori casa. La madre, Mimi, li educa al rigore, all’ordine, alla cooperazione, ma liti e scazzottate sono all’ordine del giorno. E fin qui: fatica, sacrifici, il sogno di una famiglia modello.

Tutto precipita quando a Donald, nel ’65, viene diagnosticata la schizofrenia: è violento, sadico, tormentato da questioni di natura religiosa. La stessa sorte toccherà rapidamente ad altri cinque di loro. Tutti gli altri vivono, crescendo, una doppia tensione costante: il terrore di sviluppare sintomi, l’angoscia di stare in mezzo ai “pazzi”.

Come biasimarli. Matthew crede che il sole lo segua ovunque quando non è convinto di essere Paul McCartney; Joseph sente voci da epoche e luoghi diversi; Jim abusa delle sorelline (e non solo); Peter, ossessivo-compulsivo, rifiuta ogni aiuto; Brian finisce per sparare alla moglie e suicidarsi. Una situazione quasi impensabile, ma a raccontarla in un’opera di ottimo giornalismo narrativo, Hidden Valley road, a combinare l’epopea dei Galvin agli studi sulla schizofrenia da Freud a oggi, ci ha pensato l’americano Robert Kolker che in tre anni, fino a poco prima che Mimi morisse nel 2017, ha raccolto una ingente mole di testimonianze incontrando a più riprese i superstiti della famiglia, decine di amici, vicini di casa, insegnanti, terapeuti, parenti, ricercatori e scartabellando cartelle cliniche. Se avere uno schizofrenico in famiglia destabilizza tutti gli altri, averne sei rese i Galvin tragicamente straordinari, non da ultimo per i ricercatori che ne studiarono il corredo genetico dagli anni 80 in poi.

I Galvin nacquero poi tra il ’45 e il ’65, nel pieno del dibattito sulle origini della schizofrenia. Biochimiche, neurologiche, genetiche, ambientali, virali o batteriche? O un mix di tutto ciò? A lungo i medici cucirono su Mimi la teoria della madre schizofrenogena. Insomma, pareva che la colpa fosse sua, del suo atteggiamento dominante e di controllo. Oggi l’unica cosa certa è che fattori (epi)genetici e ambientali giocano un ruolo importante, ma non esiste diagnosi univoca né definizione che vada bene per tutti. La schizofrenia, in tutte le sue sfumature, resta per certi versi un mistero.

Nonostante la tragicità degli eventi narrati l’opera di Kolker si rivela preziosa, oltre che appassionante, soprattutto perché parla di bambini, ora adulti, intenti a scandagliare la loro infanzia, “rimettendo insieme i cocci del sogno dei genitori, plasmandolo in qualcosa di nuovo”.

Nodale in tal senso la figura di Mary, oggi 57 anni, che ha assunto un ruolo di supporto per i fratelli ancora vivi e malati dopo aver sputato sangue per “restare sana”. Prendersene cura è terapia per cicatrizzare le proprie ferite, per riscattarli dalle sofferenze sperimentate nei ripetuti ricoveri e per le pesantissime terapie, è tentativo di concepire una nuova idea di famiglia dopo aver visto l’inferno.

 

Hidden Valley road. Nella mente di una famiglia americana, Robert Kolker, Pagine: 448, Prezzo: 22, Editore: Feltrinelli

La donna è immobile: da Tiziano a Boldini, viene ritratta sempre come giovane e bella

Per Tiziano in Maddalena penitente, la donna è in estasi – chissà se erotica o divina – e con gli occhi contempla il cielo, mentre le braccia corrono sul corpo fremente coperto alla buona da un drappo; per Klimt in Coppia di amanti in piedi, è come materia amorfa, squagliata quasi liquida, che prende forma solo nell’abbraccio di un uomo forte che la salverà; per Boldini, è una nobile dalla pelle diafana adagiata con eleganza su un divano fin de siècle e totalmente immersa in una pelliccia di cincillà e un abito di chiffon rosa che non dimentica, certo, di sedurre lasciando scoperto il decolleté; per De Nittis in Nudo di spalle, più semplicemente, posa di schiena distesa su di un raso argenteo e, nell’esporre le morbide terga, tace.

Questi sono solo alcuni dei meravigliosi capolavori collezionati nella mostra Donne nell’arte: da Tiziano a Boldini (visitabile fino al 22 giugno) a Palazzo Martinego di Brescia, consacrata alla rappresentazione della donna dal Cinquecento fino alla Belle Époque.

Il titolo, però, lascia perplessi, o meglio sembra parziale, cioè di parte. Scorrendo, infatti, le sale del prezioso percorso espositivo, verrebbe quasi da fare una provocazione a tanta ricchezza, un divertissement dei nostri tempi: non servirebbe, forse, un sottotitolo del tipo “come gli uomini vorrebbero le donne”? Che sia infatti la cristiana Maddalena o la stoica Cleopatra, la battagliera Minerva o la principesca Salomè, la coraggiosa Giuditta o la regale Leda, i maestri qui presenti – oltre ai già citati, il Guercino, Hayez, Corcos – non rinunciano al tòpos del femminino, della seduzione, della civetteria, che rischia di imprigionare la complessità della donna in quanto creatura umana in una specie di mono-dimensione del desiderio irreale, apparente, senza tempo. Quasi che le donne debbano essere sempre giovani e belle. Manca, infatti, lo spessore del tempo e dei difetti: dov’è la vecchiaia della Maddalena lignea di Donatello, dove sono le malefiche streghe della Pinturas Negras di Francisco Goya, e dov’è la sgradevole Pisseuse di Picasso, che lascia correre la sua piscia a terra?

 

“Belle” e la bestia diventano un manga nel metaverso

Altro che Metaverso. Preparatevi per una pop star dai capelli rosa che impazza nella realtà virtuale cavalcando una gigantesca balena blu: è Belle, l’avatar di Suzu (Kaho Nakamura), un’adolescente che non canta da quando ancora bambina le è morta la madre. Accedendo all’app di U, scopre una rutilante, fantasmagorica metropoli digitale e, sopra tutto, riscopre la sua voce, diventando un fenomeno globale, idolatrata dai follower e insolentita dagli hater.

Tutto qui? Macché, gli avatar di U vengono generati automaticamente a partire dai punti di forza nascosti degli utenti, che potendo occultare la propria identità invero non faranno altro che esprimerla completamente nell’alter ego. Conscia di questa benedetta potenzialità, Belle si batterà per preservare l’identità di un misterioso drago (Takeru Satoh) che le interrompe il concerto: il canovaccio, avete capito, è quello de La bella e la Bestia, ma il giapponese Mamoru Hosoda ha gusto e sostanza per innovarlo e sublimarlo nell’animazione.

Tra i campioni mondiali di specialità, già candidato all’Oscar nel 2019 per Mirai, immagina il web come un’infinita prateria sintetica di connessioni, complici l’animazione 3d e una telecamera ipercinetica che trasfigurano la realtà disegnata a mano di Suzu. Di vulnerabilità potenza, da inibizione (libertà di) espressione: il messaggio è davvero il medium, ed è non solo ottimistica considerazione, bensì promessa di salvezza.

Applauditissimo all’ultimo festival di Cannes, battezzato in Italia ad Alice nella Città, riconsegna il genio nipponico a sei anni da The Boy and the Beast, riverberato qui da orfana e drago, e scopre un’armonia potente e misericordiosa tra tradizione occidentale, la fiaba de La bella e la Bestia di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve e l’omonimo film Disney del 1991, e orientale, La storia del poeta che si trasformò in tigre di Atsushi Nakjima. Tra romanticismo e ironia, parla di bullismo e realizzazione personale con sagacia, empatia e innata eleganza, grazie all’eccellenza artistica dello Studio Chizu di Mamoru Hosoda, che con Belle celebra il decimo anniversario nel migliore dei modi. Per grandi e piccini: fatevi sotto.

 

Quanto è sobria “La peste” di Camus

“Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati”. Tornato bestseller allo scoppio del Covid, La Peste di Albert Camus (1947) mantiene il fascino dei capolavori che vanno al nocciolo dei fenomeni e ne colgono l’essenziale anche al mutare delle contingenze (i mezzi di comunicazione; la tecnologia; il “progresso”). Dalle sezioni liminari, quando si annuncia l’uscita dall’epidemia, fino allo sguardo retrospettivo che nel corpo del testo ripercorre i mesi dell’incubo, il romanzo spiazza per scabro rigore e interroga la natura umana al punto da sembrare scritto oggi, per noi.

Ardua impresa (lo stesso Camus fallì clamorosamente mettendo in scena nel ’48 lo Stato d’assedio) è quella di proporre in teatro un testo che vive di pochi dialoghi, di profonde meditazioni umane (l’incredulità, l’isolamento, il degenerare dei rapporti, il lutto) e delle descrizioni di una città di vento e di brume, l’Orano dal “carattere mercantile” piombata nel riverbero di un sole malato o nel silenzio della cupa scacchiera dei caseggiati, la stessa Algeria tesa e contraddittoria che nel sessantesimo dell’Indipendenza occhieggia dalle vecchie e nuove foto in bianco e nero di Raymond Depardon all’Institut du Monde Arabe di Parigi (Il suo occhio nella mia mano, 1961-2019, fino al 17 luglio).

Tanto più lodevole la scelta minimalista di Serena Sinigaglia (e in particolare di Emanuele Aldovrandi, che ha curato l’adattamento): una scena di soli sacchi di sabbia (gli squarci assumono un forte valore simbolico); niente schermi né artifizi, ma solo parole per disegnare il folle bagno notturno nel mare colore del piombo, o la terrazza da cui si guarda la città contaminata (come il balcone del chitarrista su piazza Navona); nessuna ingombrante “voce narrante” né, come pure è accaduto in passato, un mattatore unico che fa 47 ruoli. Anzi, cinque attori maschi che restano sempre in scena narrando di sé in terza persona e poi dando vita a dialoghi schietti, mai impostati: se tre di loro recitano due personaggi a testa, con rapidi cambi di tono tra la stolidità del prefetto e la balbuziente ambizione di Grand, tra lo sventato portiere e il tormentato giornalista Rambert, d’altra parte Mattia Fabris e Oscar de Summa (rispettivamente Rieux e Tarrou) offrono una prova matura e partecipe, specie il secondo che gioca “dentro e fuori” il testo tramite l’espediente dei taccuini.

Mai noioso, e capace di commuovere con la falsariga dell’oggi (l’unico inserto scenico arbitrario è un’ossessiva vestizione dei personaggi con camici e mascherine, allegoria di un sacrificio che ha scandito gli ultimi mesi), lo spettacolo sollecita la memoria, oggi distratta da altre urgenze. In una chiusa consolatoria, che mette a sistema il “far bene il proprio mestiere”, e il senso solidale dell’“essere uomini”, si oblitera forse lo spunto finale di Camus, quel cenno al fatto che il bacillo della peste (vera o metaforica) “non muore né scompare mai” – una verità ancora troppo dura per una comunità di sopravvissuti che tiene sempre un tampone in borsa e freme per innalzare monumenti “Ai nostri morti”. È ancora troppo presto per quel contrarium della Peste (dei suoi toni, dei suoi sentimenti, della sua speranza laica) che è La caduta (1956): alla Contrescarpe di Parigi, recitata da Stanislas de la Tousche, continua da mesi a inquietare un folto pubblico di camusiani disillusi.

 

Treviso, Teatro Del Monaco, fino a domani; Milano, Teatro Carcano, dal 22 al 27 marzo

La peste Da Albert Camus Regia di Serena Sinigaglia

Spencer “Io, Diana, sono solo una calamita per la pazzia”

Una favola tratta da una vera tragedia. Così recita l’incipit di Spencer, la fiaba al contrario su Lady Diana che, negandosi un futuro da regina, inverte il paradigma della felicità regale. Lo capovolge, ma non lo cancella dalla tela dell’immaginazione.

Lo sa bene Pablo Larraín, regista del film in uscita giovedì dopo aver concorso all’ultima Mostra veneziana, con la protagonista Kristen Stewart candidata all’Oscar da protagonista. Una figura estremamente complessa quella di Diana, capace di mescolare potere mediatico e fragilità psicologica con la straordinarietà di un personaggio classicamente tragico: “Del resto la fragilità umana non è cambiata nel corso della Storia” sottolinea il regista cileno consapevole che il nostro sentirsi oggi più vulnerabili è “legato a quanto stiamo assistendo in Ucraina, vittima di una folle e sanguinaria invasione… Ma noi siamo questo, lo siamo sempre stati: Diana ce lo mostra forse meglio di altre persone grazie alle sue contraddizioni”.

Invero, la sfortunata principessa del Galles, cuore dolente del weekend natalizio del 1992 narrato nel film, che sortì la sua decisione di lasciare Carlo, conosceva bene il prezzo da pagare per la libertà e l’affermazione della propria identità. Un costo altissimo che salda in coscienza, al pari di altri personaggi informati nel cinema di Larraín, da Neruda a Jackie (entrambi del 2016), passando per la Trilogia della dittatura dedicata al suo Cile, anch’esso personaggio-combattente per definizione: “Quando siamo di fronte al potere, spesso ci dimentichiamo della nostra identità profonda, diventiamo qualcun altro, talvolta anche un pericolo per noi stessi e chi ci circonda. Trovo questo processo è interessante perché scava negli meccanismi della natura umana” chiosa il cineasta.

E di certo l’iconicità drammatica di Diana Spencer ne ha fatto una creatura di irresistibile attrazione per la drammaturgia cinematografica, specie per uno sguardo che, come quello del cileno, concepisce il gesto cinematografico come sostanza politica “che riguarda l’umanità in ogni suo aspetto esistenziale”. Spencer dunque va ben oltre il biopic visionario: è l’ennesimo tassello di una filmografia coerente per poetica ed estetica di uno degli autori più estremi e intelligenti della sua generazione. Sotto la sua lente, Diana diviene oggetto/soggetto di una crisi psico-fisica radicale, un corpo espiatorio e una mente tormentata dai fantasmi. “Sono una calamita per la pazzia” dice di sé la principessa, scissa (e “doppia”) tra la finzione e la realtà come impone la Royal Family da cui vuole separarsi. Il muro che separa il falso dal vero, così come il “regale” dal reale, ovvero il cinema dalla realtà.

Film teso, complesso, disturbante, Spencer trascende i tormenti di Lady Diana per penetrare l’intimità universale di chi è prigioniero di un paradosso, ma anche pervaso dal mistero, e così facendo diviene anche un racconto sulle opposizioni e sul congelamento del tempo, laddove presente e passato si alleano a combattere la speranza di un futuro.

“Astratte” in mostra: l’altra “metà” dell’Avanguardia

Ma chi l’ha detto che l’astrazione sia stata una faccenda esclusivamente maschile? E qui non gettiamo in campo, alla rinfusa, pistolotti inclusivi ex post o bilance taroccate di precisione tra i generi. Parlano le opere messe in fila dalla mostra Astratte, che inaugura oggi a Villa Olmo a Como. Un’esposizione organizzata dal Comune e curata da Elena Di Raddo. Un viaggio che restituisce la giusta risonanza ad alcune tra le più grandi protagoniste dell’arte astratta italiana, dal 1930 all’alba del nuovo millennio.

Finalmente alla ribalta artiste spesso marginalizzate e obliate, nonostante lo strenuo impegno per la causa del contemporaneo. Una primissima riaccensione critica in materia c’era stata nel 1980, grazie all’evento-spartiacque di Lea Vergine L’altra metà dell’avanguardia. In quel caso i riflettori erano puntati sul continente sommerso delle outsider, trasversali alle correnti: vi militavano, però, nomi di spicco del gruppo delle astrattiste comasche. Le stesse raccontate in seguito dalle mega-mostre Elles font l’abstraction al Centre Pompidou di Parigi e Women in Abstraction al Guggenheim Museum di Bilbao. Astratte chiude idealmente questo cerchio nobile, e il suo sguardo à rebours sceglie di interrompersi alla fine del Novecento perché in quegli anni l’indagine sul movimento in questione prese a frantumarsi tra astrazione geometrica e post-pittorica, informale e pittura analitica.

Il percorso espositivo, articolato in aree tematiche rappresentative delle diverse modalità con cui quest’arte aniconica si è dipanata, muove dal retaggio delle pioniere. Carla Badiali, Cordelia Cattaneo, Giannina Censi, Bice Lazzari, Carla Prina. Molte di loro furono legate in senso profondo alla città di Como, culla dell’arte astratta tricolore anche in virtù del dialogo della pittura con l’architettura razionalista, della presenza di un Setificio e della diffusione della pratica del disegno per tessuto. Un linguaggio sperimentale e moderno al pari della fotografia, della danza, del cinema.

Un focus è infatti consacrato ai lavori inaugurali di Regina, presentati nel 1936 proprio a Villa Olmo alla mostra di scenografia cinematografica. Nella sezione “segno/scrittura” sfilano le misconosciute pietre miliari degli anni Cinquanta di Carla Accardi, Irma Blank e Betty Danon: sancirono, senza far rumore, una via nuova all’astrazione, da incardinarsi sul libero fluire delle forme nello spazio mentale dell’artista. Era un’epoca di rinnovamento e ripensamento, dopo lo shock bellico. Quella della mostra milanese Arte astratta e concreta, svoltasi a Palazzo Reale nel 1947 e a cui Roma rispose con la nascita del Gruppo Forma, che ebbe in Carla Accardi la sua unica componente femminile. In “Geometrie” ammiriamo le opere di Nathalie du Pasquier, Chung Eun-Mo, Fernanda Fedi, Tilde Poli, Carol Rama e Fausta Squatriti: le leggi della matematica applicate all’entropia dell’avanguardia storica. “Materia” scruta i rapporti con l’esplorazione dei materiali. Luisa Albertini, Marion Baruch, Renata Boero, Gabriella Benedini e Mirella Saluzzo svisceravano i pigmenti e gli elementi fondamentali della scultura tradizionale, oppure l’acciaio.

“Corpo/azione/re-azione” poggia sulle “tele eterodosse” di Carmengloria Morales e Maria Morganti: al capolinea dei Sessanta, col dilagare dell’opera aperta, le artiste scoprirono le connessioni tra l’atto fisico del dipingere e il proprio corpo che sfociavano, al culmine del processo, nel dipinto finito.

“Meditazione/concetto” attesta come le creazioni di Mirella Bentivoglio, Alessandra Bonelli, Franca Ghitti, Maria Lai, Lucia Pescador e Claudia Peill fossero calate nella temperie culturale di fine Settanta: il voler ragionare sulle relazioni tra avanguardie ormai sedimentate e la storia dell’arte. “Spazio/luce” è dedicata invece al secondo dopoguerra, alla modernità nel suo complesso. Alice Cattaneo, Sonia Costantini, Dadamaino, Paola Di Bello, Elisabetta Di Maggio, Lia Drei, Nataly Maier, Eva Sørensen, Grazia Varisco e Nanda Vigo si distinguono per l’uso di materiali inediti, come il vetro o il neon. Realissimi per essere astratti. La mostra resterà aperta fino al 29 maggio.