Il condono si sgonfia ma la Lega adesso pensa a nuove sanatorie

L’argomento condoni rimane ancora una nota dolente per il governo gialloverde, proprio mentre all’orizzonte se ne preannuncia un altro: questa volta per stralciare totalmente le imposte alle famiglie che dichiarano un basso reddito. L’altroieri era toccato al vicepremier Di Maio subire il colpo di spugna in commissione al Senato sull’emendamento che apre la strada al condono a Ischia. Tentativo rintuzzato in aula, dove però la maggioranza per la prima volta ha traballato per i tanti malpancisti emersi tra i 5stelle. Oggi tocca all’omologo Salvini prevenire la fronda e mandare giù il rospo su uno dei punti del contratto di governo considerato “imprescindibile” dalla Lega: la Pace fiscale.

In un vertice notturno convocato dopo il rientro del presidente del Consiglio Conte da Abu Dhabi, si è deciso di far saltare in tutto o in parte quel famoso articolo 9 del decreto fiscale su cui gli stati maggiori di Lega e M5S si sono fronteggiati a colpi di “manine” e minacce di crisi. Scompaiono infatti dal disegno di legge di conversione quelle “dichiarazioni integrative” che davano la possibilità di pagare al singolo contribuente infedele (ma anche – come rivelato dal Fatto – a qualche riciclatore di denaro sporco attraverso la sanatoria della frode fiscale) imposte pari solo al 20% dell’imponibile “riemerso” che poteva raggiungere anche 2 milioni e mezzo di euro in cinque anni. Si potrà sanare in questo modo solo quanto già dichiarato e non versato. “Se n’è parlato l’altra sera, vedremo cosa fare nei prossimi giorni”, spiega cauto al Fatto il sottosegretario all’Economia, il leghista Massimo Bitonci. “Abbiamo considerato che la dichiarazione integrativa così come è adesso ha un impatto estremamente limitato, mentre è molto più efficace e prevede un gettito maggiore la sanatoria delle irregolarità formali, che ci hanno sollecitato tra l’altro i commercialisti”, aggiunge Bitonci che non prevede un taglio netto del testo della norma incriminata: “Lunedì inizierà la trattazione in Commissione al Senato emendamento per emendamento, quando arriveremo all’articolo 9 vedremo se sarà totalmente stralciato”. Anche la misura che introduce il carcere per gli evasori rimane ufficialmente nel perimetro delle cose da fare, ma la si affida al limbo di un futuro disegno di legge ad hoc. È il frutto dello scambio con la Lega, non entusiasta della misura.

“Già nel 2015 fu fatta una modifica consistente – sottolinea il sottosegretario del Carroccio – nel Contratto di governo è chiaro che il provvedimento deve essere legato a un cospicuo taglio delle tasse che verrà introdotto solo con la prossima legge di Bilancio”. Bitonci annuncia anche un nuovo condono, questa volta a favore delle famiglie con un Isee – la dichiarazione della situazione economica –, molto basso: “Ci sarà un emendamento del governo per stralciare in casi molto particolari l’intero debito verso il fisco ma solo per i redditi molto bassi”. Rimangono nel testo di legge bollinato da Palazzo Chigi l’altra sera gli altri 9 condoni previsti dal decreto a vario titolo: dalla rottamazione ter sulle cartelle, che probabilmente sarà allargata anche agli avvisi bonari, alla cancellazione totale delle vecchie cartelle, fino al 2010, non superiori a 1.000 euro e la sanatoria sulle liti tributarie. Tra le novità da varare immediatamente che si vanno consolidando – come conferma Bitonci – spunta la sanatoria degli errori formali (in gran parte riguardano i ritardi nelle dichiarazioni Iva e irregolarità catastali). Basterà pagare un’oblazione di 200 euro per ogni anno d’imposta. Su ispirazione della Lega si propone inoltre di introdurre una tassa dell’1,5% sui Money transfer, quei canali usati generalmente dagli immigrati per trasferire le rimesse in denaro alle famiglie nel loro paese d’origine.

Così come entrerà nel decreto il rinnovo del bonus bebè, su cui si è personalmente impegnato il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Saranno detassate le sigarette elettroniche, con una revisione a tre aliquote, mentre il Movimento 5 Stelle ha annunciato la detassazione dei “metri quadrati di ombra degli ombrelloni presenti negli stabilimenti balneari”. Sempre in campo fiscale mai più cartelle esattoriali senza poter contestare preventivamente l’atto impositivo. Un emendamento dei 5 Stelle, infatti, introduce l’obbligo di una sorta di “avviso di garanzia” che l’ufficio delle Entrate – “pena di nullità dell’atto” – ha l’obbligo di notificare. Il contribuente sarà preventivamente invitato al contraddittorio.

Il prezzo della verità

Avrei voluto parlarvi anche oggi di ciò che accade nel mondo reale. Ma ieri ho trascorso il pomeriggio a correr dietro a un post di Matteo Renzi su Facebook con la notizia di una sentenza del Tribunale di Firenze che, per la seconda volta in un mese, mi vede soccombente con suo padre Tiziano per un risarcimento di 50 mila euro. Solite geremiadi sulle “ingiustizie, le falsità, le diffamazioni”, il “mare di fango” che lui e i suoi genitori plurinquisiti hanno dovuto “sopportare”. Solito elogio ai magistrati che (al momento) gli danno ragione (“ci sono dei giudici in Italia”: soprattutto a Firenze). Solito auspicio che “torni il tempo della serietà” e della “verità” (cioè il tempo dei Renzi). E minaccioso avvertimento ai tg (“sono curioso di vedere come daranno la notizia”, come se fossero usi occuparsi di processi per diffamazione). Il bello è che non so letteralmente di quale sentenza o processo stia parlando, perché né a me né ai miei avvocati risultava quella causa. Forse la busta verde con l’atto di citazione si è persa tra le tante per colpa mia o dell’ufficiale giudiziario, o è andata smarrita nella trasmissione dalla nostra segreteria allo studio legale, chissà. Sta di fatto che ero contumace e non ho potuto difendermi. Poi, in serata, una giornalista molto addentro alle cose della famiglia Renzi – in un’intercettazione depositata agli atti di Consip, Tiziano ne elogia la performance in una puntata di Otto e mezzo con il sottoscritto e Matteo ridacchia: “L’abbiamo mandata noi” – cita sul sito del Foglio brani della sentenza e soprattutto la frase che mi è costata 50 mila euro. La pronunciai proprio nella puntata di cui parlano babbo e figliolo: quella del 9 marzo 2017. Eccola: “Il padre del capo del governo si mette in affari o s’interessa di affari che riguardano aziende controllate dal governo”. Il minimo sindacale della cronaca del momento, e anche di oggi: com’è universalmente noto, Tiziano Renzi era ed è indagato dalla Procura di Roma (con richiesta di archiviazione non ancora valutata dal gip) per traffico d’influenze illecite con la Consip: società controllata dal governo, ai tempi in cui il premier era il figlio Matteo, che aveva nominato l’ad di Consip Luigi Marroni. Non solo. Tiziano Renzi si era messo in affari con un’altra società partecipata dal governo, Poste Italiane, ottenendo per la sua “Eventi 6” un lucroso appalto per distribuire le Pagine Gialle nel 2016, quando Matteo sedeva a Palazzo Chigi. Affare legittimo, a parte la puzza di conflitto d’interessi, e mai sfiorato da indagini. Ma totalmente vero e verificato. Ricapitolando: quella sera, dalla Gruber, dissi la pura, semplice e anche banale verità. E la ripeterei identica oggi. Purtroppo, non so ancora perché (la sentenza non la posseggo), ero contumace, nessuno mi ha avvertito che si stava procedendo in mia assenza e non ho potuto dimostrare di aver detto la verità. Nel processo civile non c’è un pm che conduce le indagini (se ci fosse stato, avrebbe acquisito le carte dell’inchiesta Consip e dell’affare Poste-Eventi6, e subito archiviato il caso): c’è solo un giudice che esamina le “memorie” legali del denunciante e del denunciato e su quelle decide, senza nemmeno tener conto dei fatti notori. Ma in questo processo i miei legali non c’erano, dunque il giudice ha deciso su quel che gli raccontavano gli avvocati di Renzi sr. E ha concluso – almeno secondo ilfoglio.it – che le mie parole “hanno connotazioni oggettivamente negative, alludendo ad un contesto di malaffare e ad un intreccio di interessi privati, economici e politici ad elevati livelli… L’offesa è tanto più grave in quanto si mettono in relazione gli affari personali dell’attore (Tiziano Renzi, ndr) con l’ascesa politica del figlio che, all’epoca dei fatti, … era stato capo del governo e, quindi, figura istituzionale dalla quale tutti si attendono attenzione e sensibilità per gli interessi dello Stato”. Cioè avevo addirittura insinuato un’inchiesta su Tiziano Renzi per Consip e un legame diverso dall’omonimia fra il Renzi che s’interessava a Consip e prendeva appalti da Poste, e il Renzi che guidava il governo azionista di Consip e di Poste. Quanto all’importo di 50 mila euro, meglio non commentare.
Un caso simile mi era già accaduto vent’anni fa. Nel ’95 Cesare Previti mi denunciò perché l’avevo definito sull’Indipendente “cliente di procure e tribunali” (e lo era eccome: era indagato a Brescia per un ricatto a Di Pietro, per cui sarebbe stato poi rinviato a giudizio e infine assolto). Durante il processo, l’Indipendente chiuse i battenti. L’avvocato, non più pagato dall’editore in liquidazione, pensò bene di smettere di difendermi. Così nel ’99 mi ritrovai condannato dal Tribunale di Roma allo sproposito di 79 milioni di lire per non aver prodotto le carte che provavano quanto avevo scritto: cioè l’atto di iscrizione di Previti sul registro degli indagati, di cui tutti i giornali parlavano, ma che il giudice non poteva conoscere perché poteva basarsi solo sulle carte prodotte dalle parti (e la mia non aveva prodotto nulla: il mio fascicolo era vuoto, così come la sedia del mio difensore). Siccome non avevo 79 milioni sull’unghia, Previti mi pignorò per due anni il quinto dello stipendio. Poi la Corte d’appello ribaltò la sentenza, ma non del tutto, perché le prove già disponibili in primo grado non erano più ammissibili in secondo: i giudici ridussero il danno alla somma che avevo già pagato (una ventina di milioni). Vedremo se stavolta andrà meglio. Ma me la vedrò io. Se ve l’ho fatta tanto lunga, cari lettori, è perché ne sentirete come sempre di tutti i colori. Ma mi preme dirvi ciò che vi ho già detto in occasione dell’altra causa alla fiorentina persa con babbo Renzi: ho detto la pura verità, quindi – se volete – potete continuare a fidarvi di me e del Fatto . Ci vuole ben altro per intimidirci.

La voce silenziosa della realtà a volte parla, almeno ai fumettisti

Chi frequenta gli appennini, o la montagna in generale, conosce la sensazione: ci sono momenti di silenzio – silenzio naturale, quindi mai assoluto – in cui pare di avvertire una vibrazione, come se la montagna avesse una sua voce, forse una musica o almeno un’armonia, una frequenza che l’orecchio umano riesce soltanto ad avvertire lontana. Giacomo Nanni è un fumettista che a quel silenzio eloquente presta grande attenzione, e riesce a portare sulla carta la polifonia della natura. Non con il lirismo di chi la osserva in cerca di qualche emozione, ma con la sorpresa del narratore che elimina dalla scena i personaggi e lascia che siano gli sfondi ad agire, e a parlare. Atto di dio è un libro poetico, in cui si intrecciano storie diverse – se vogliamo chiamarle storie – ma che seguono un’unica trama, quella della vita e della morte, entrambe ineluttabili, da rispettare senza esaltare l’una o temere l’altra. Il formato è quello del fumetto popolare da edicola – due vignette per tavola, dimensioni pocket – ma il contenuto non potrebbe essere più diverso. Un capriolo si ambienta a vivere in un’aiuola con strade e uomini intorno, i cacciatori ottengono come trofeo la testa di un unicorno (un capriolo con un corno solo), il terremoto di Amatrice raccoglie la sua messe di vite umane e parla, per riconoscere responsabilità ma non colpe, un chirocefalo (un piccolo crostaceo) attraversa i millenni. La precisione assoluta del disegno di Nanni, la colorazione a retini e le sagome nere degli esseri umani che vi attacca sopra danno al lettore la sensazione di avvicinarsi così tanto all’essenza della vita da riuscire a vedere soltanto i dettagli e perdere così il senso d’insieme. Ma forse è questa l’unica via per trovare uno spazio nel mondo, rinunciare a ogni pretesa di spiegazione e osservare con muto rispetto.

 

 

Affidate i vostri sogni all’unicorno del mare

Ognuno di noi ha un superpotere, ma non tutti i superpoteri sono visibili. E allora perché non affidare a un unicorno del mare la possibilità di scoprire il nostro? Il narvalo esiste davvero, ma se non esistesse bisognerebbe inventarlo. Si tratta di un cetaceo simile a un delfino, ma con una particolarità fiabesca: un dente molto lungo quasi all’altezza del naso – a vederlo sembrerebbe una vite – una specie di corno che lo rende più simile a una creatura della fantasia che del mare. Anzi, a un unicorno del mare. E allora chi meglio di lui può raccontare ai bambini storie di amicizia, di differenze che arricchiscono e di supereroi? Nato dalla penna, anzi dalla matita, di Ben Clanton, vincitore dell’Oscar del fumetto made in Usa, “Narval” ha un amico che si chiama Jelly ed è una medusa. E anche se Narval non ha mai visto una medusa e Jelly non ha mai incontrato un narvalo (“Non posso crederci. La cosa che sto immaginando sta immaginando di stare immaginando me”), tra i due nasce un rapporto speciale, sviluppato, per adesso, in due deliziosi volumetti editi in Italia da Il Battello a Vapore (Piemme). Clanton ha raccontato che il personaggio è nato praticamente da uno schizzo su un foglio bianco molti anni fa e che, dopo essersi materializzato in un libro fotografico interamente dedicato ai narvali, ha trovato forme e colori. E sogni, come quelli che portano gli unicorni.

 

Gli eccidi sabaudi in Basilicata: torna la pm Tataranni (pronta per RaiUno)

Quando la legalità, non la giustizia, è un “paraocchi” per giustificare la nostra indifferenza dinnanzi alla morte: accade oggi con i migranti che muoiono in mare. E accadde nel Risorgimento quando si fece l’Italia nel profondo sud, in Basilicata. I briganti: un pretesto, per l’esercito unitario dei Savoia, per distruggere, sterminare interi paesini. “Imma tirò fuori delle altre foto che dispose sul tavolo. Su una si vedeva un donna nuda trafitta da una baionetta. In un’altra un ufficiale sabaudo reggeva per i piedi un feto che sembrava un coniglio scuoiato”. Ancora: “Imma prese un’altra foto dal cassetto. Un bambino di una decina di anni, o meglio la sua testa infissa a un palo”.

Imma si chiama in realtà Immacolata e di cognome fa Tataranni: è la pestifera pm di successo dei gialli di Mariolina Venezia. Protagonista assoluta è tutta la Basilicata, non solo la città dei Sassi. Quei Sassi oggi patrimonio dell’Unesco e assediati dai turisti ma fino a pochi decenni fa caverne dove uomini e animali vivevano insieme. E Stella Pisicchio, vergine e zitella, è stata ammazzata in una palazzina del Rione Serra Venerdì, costruito negli anni Cinquanta per svuotare i Sassi. Stella ha fatto il liceo con la pm e così il passato mescola intimità e storia. Ché la povera Stella era originaria della provincia di Potenza, laddove i sabaudi si erano comportati come i barbari di Attila. L’omicidio è un classico della narrativa gialla: il delitto della porta chiusa. Il cadavere e la porta sbarrata dall’interno. Per la pm quarantenne e “cozzara” – un tipo, non una bellezza – non sarà facile scansare le “trappole del passato”, sottotitolo di Rione Serra Venerdì, il terzo romanzo della serie della Tataranni, tra un po’ anche fiction di RaiUno.

 

 

Romanticismo, l’arte di amare sé e la Natura

Nel terzo atto di Romeo e Giulietta, dopo essere riusciti in gran segreto a sposarsi, i due giovani innamorati sono costretti a separarsi definitivamente. Così, mentre monta l’alba di un nuovo giorno sulla loro notte d’amore, Romeo si riveste e fa per uscire dalla finestra, ma voltando solo il capo e già proteso verso la propria morte, dice a Giulietta: “Addio, addio, un ultimo bacio, e scendo”. La stessa intensità delle parole di Shakespeare la possiamo ritrovare in L’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo (1823) di Francesco Hayez, esposto oggi in una irrinunciabile mostra a Milano: “Romanticismo” (a cura di Fernando Mazzocca, alle Gallerie d’Italia, Piazza Scala e al Museo Poldi Pezzoli, fino al 17 marzo) che, con più di 200 opere a narrare la guizzante rivoluzione culturale romantica, già nei primi 12 giorni di apertura può vantare oltre 17.000 visitatori.

Accanto ai capolavori di Hayez – tra cui il celebre Ritratto di Alessandro Manzoni (1841), lo sguardo ipnotico della donna con il seno nudo de La Meditazione (1851) o l’erotico incanto dell’amore di Rinaldo e Armida (1812-1813) –, tre opere mai esposte in Italia del maestro Caspar David Friedrich: Vista dallo studio dell’artista (1805), Luna nascente sul mare (1821) e Finestra con vista su un parco (1836). Il suo tratto ricercato diventa il simbolo della visione romantica della realtà, che si riposiziona sulla centralità dell’artista – come testimoniano Giovanni Battista De Gubernatis in Studio del pittore a Parma (1812), Massimo d’Azeglio con Lo studio del pittore a Napoli (1827) e il vedutista Carlo Canella ne Il pittore Giuseppe Canella nel suo studio di Milano (1837) – e della natura, che diviene il soggetto dei grandi paesaggisti piemontesi: negli acquerelli e tempere di Massimo d’Azeglio, Giovanni Battista De Gubernatis, Giuseppe Pietro Bagetti la natura è potente, incontaminata proprio come la racconta Victor Hugo, e in essa riverbera l’irrequietezza dell’uomo smarrito e fiducioso insieme verso l’infinito. Mentre a guardare La campagna romana con l’acquedotto dell’Acqua Claudia e La Cascata delle Marmore (1826) di Jean-Baptiste-Camille Corot si comprende che per il maestro francese la natura è meno monumentale ma più intima, impalpabile, melanconica. Tuttavia, la mostra è anche l’occasione di rammemorare gli ideali politici del romanticismo grazie a pittori testimoni dei moti risorgimentali come il dipinto La Trasteverina colpita da una bomba (1849) in cui il pittore e patriota Gerolamo Induno denuncia gli orrori della guerra.

Romanticismo – Gallerie d’Italia, Piazza Scala e Museo Poldi Pezzoli (Milano), fino al 17.3

Le donne, il dolore e il potere negato

Una bambina bionda di sei anni cammina per le strade di Kyoto. Una bimba determinata a scappare di casa per non accettare un’accusa ingiusta. Principia con questo aneddoto Corpo felice, il nuovo libro di Dacia Maraini e in quel gesto l’autrice – già vincitrice del Premio Strega e Campiello – ritrova la sua prima “rivolta contro l’ingiustizia”. D’ora in avanti si arrogherà sempre il diritto di professare il libero pensiero. Ma a quale prezzo? Anni or sono, al settimo mese di gravidanza, Dacia Maraini perse un figlio e il matrimonio con il pittore Lucio Pozzi si ruppe. Il dolore e l’impossibilità di diventare madre erano già al centro del suo libro Un clandestino a bordo (1993) ma stavolta risale il fiume del tempo, scegliendo di scrivere un diario intimo del suo dialogo con questo figlio mai nato, chiamandolo Perdu(to), immaginando di seguirne la crescita sino alla maturità. Se la prima sorpresa per il lettore è l’argomento privato, la seconda consta nel tono scelto: Corpo felice non è né triste né pietoso, ma carico di vita, un inno a rompere il pregiudizio millenario sulle donne. Se oggi tornano in auge i valori autarchici – Dio, patria, famiglia – e si aggrediscono i diritti femminili, le parole della Maraini assumono maggiore vigore contro i semi dell’intolleranza. Il diario si fa cammino nei ricordi – dal campo di concentramento ai primi racconti cui nessuno badava, a eccezione di Moravia (“la persona più libera e allegra, nonostante il cipiglio, che io abbia mai conosciuto”) – puntellato da una bibliografia ricca, affrontando apertamente la cultura patriarcale imperante che fatica ad accettare l’emancipazione femminile. Maraini rievoca le sue prime confessioni – “perché l’amore sessuale fa tanta paura ai Padri della Chiesa?” – e ricorda gli esempi di Artemisia Gentileschi, Rita Levi Montalcini e Maria Gaetana Agnesi, donne che hanno sfidato il potere, vite celebri cui è stata imposto una rinuncia (“cosa c’è che fa tanto paura nel corpo di una madre?”). Esempi di rigore morale che ci esorta a non dimenticare, “perché il pensiero autonomo fa paura a tutti i fanatici e gli intolleranti del mondo”.

Colgono nel segno le citazioni delle parole di Sant’Agostino – che considerava la donna “proprietà esclusiva dell’uomo” – e San Tommaso d’Aquino, secondo cui “la donna era ignobilior et villor ovvero più ignobile e vile dell’uomo” poiché “le femmine nascono a causa di un seme guasto o di venti umidi”. Su pietre come questa è fondata la nostra cultura e l’autrice ammonisce: “Noi non nasciamo innocenti e non sapere cosa sia accaduto prima della tua nascita sarebbe per te come restare sempre un bambino”. Parla a Perdu ma si rivolge a noi tutti, è tempo di aprire gli occhi. Pagina dopo pagina, Maraini racconta le amicizie del figlio perduto, una vita inventata, derivata da ciò che osserva accadere ai figli delle sue stesse amiche, visto che le è stata negata la gioia della maternità. Privazione e libertà si rincorrono in una vita di scrittura ma, infine, concede la speranza invocando l’amore su Perdu, “la forza capace di frantumare i pregiudizi sul mondo femminile”. Forse l’unica potenza in grado di far nascere un uomo.

 

Ballando con la stella (Virgilio Sieni), Pistoia reinventa la quotidianità

A reinventare la grigia quotidianità ci si è messo il coreografo Virgilio Sieni, che, ispirato dal classico di Michel de Certeau, coinvolgerà i cittadini di Pistoia in una creazione di danza collettiva al “debutto” il 12 dicembre.

L’invenzione del quotidiano è un progetto rivolto a maggiorenni “di ogni abilità” – danzatori, performer, attori, musicisti, educatori: partirà domani e si articolerà in un ciclo di prove e incontri, che hanno come filo rosso le scene del pulpito di Giovanni Pisano in Sant’Andrea.

“Da dieci anni coinvolgo nella mia ricerca artisti non professionisti”, spiega l’ex direttore della Biennale Danza, attualmente in tour con Nudità e Petruska. “A Pistoia i cittadini saranno chiamati a formare una comunità del gesto: lavoreranno su azioni molto semplici – il disporre una sedia, il riorganizzare uno spazio comune, l’utilizzare il corpo in modo rituale e cerimoniale… – per scavare e scardinare le abitudini schematizzate della quotidianità, che, dal mio punto di vista, esprimono solo la negatività del pensiero”.

“Non esagero a dire che, in questo tipo di laboratori, le persone risorgono: innanzitutto sperimentano un modo diverso di accoglienza e accettazione, come se l’altro fosse una mappa geografica con cui orientarsi”. Ma intanto il mondo là fuori è sempre più chiuso, diviso, murato… che può fare l’arte? “Non chiudere le porte, non chiudersi dentro una ricerca autoreferenziale. La danza è una splendida articolazione della complessità della vita”.

 

“Perfetti sconosciuti” sbarca anche in Polonia

Dopo il grande successo di Come un gatto in tangenziale Paola Cortellesi è tornata sul set a Roma per interpretare una nuova commedia corale sceneggiata con suo marito Riccardo Milani e da lui diretta. Si intitola Tutti sanno tutto, è prodotta come la precedente da Wildside e Vision che la distribuirà ad aprile e vede nel cast insieme all’attrice romana Stefano Fresi (al suo fianco anche nel fantasy La befana vien di notte di Michele Soavi, in uscita a fine anno), Paola Minaccioni, Carla Signoris, Claudia Pandolfi, Vinicio Marchioni, Lucia Mascino e Ricky Memphis.

Kasia Smutniak gira da un mese a Varsavia il remake polacco di Perfetti sconosciuti interpretando nella sua lingua madre lo stesso ruolo di Eva che aveva nella commedia di Paolo Genovese campione di incassi e di rifacimenti nel mondo. Oltre allo spagnolo Perfectos desconocidos di Álex de la Iglesia (25 milioni di dollari al botteghino) e al francese Le jeu di Fred Cavayé uscito un mese fa, il film italiano ha infatti ispirato nuove versioni locali in un numero sempre crescente di Paesi: Turchia (è di quest’anno quella diretta dall’attrice Serra Yilmaz), India, Messico, Ungheria, Svezia, Grecia e Corea del Sud oltre a quella attualmente in lavorazione in Germania.

Fabio De Luigi, Edoardo Leo, Giampaolo Morelli, Giuseppe Ragone, Mariela Garriga, Matilde Gioli, Susy Laude e Gianmarco Tognazzi recitano a Torino in Gli uomini d’oro, un film prodotto da Italian International Film con Rai Cinema e diretto da Vincenzo Alfieri dopo l’apprezzata opera prima I peggiori.

Ambientato nel 1995 e ispirato a un vero episodio di cronaca, racconterà le vicende di quattro uomini che decidono di rapinare un furgone portavalori con l’illusione di un’occasione di riscatto da una vita senza speranze per il futuro.

Don Giovanni è una femme fatale

Se fosse un film, il regista sarebbe Baz Luhrmann, soprattutto quello del Grande Gatsby, dell’America anni Venti, dell’età del jazz, dei party tanto sgargianti quanto malinconici: sì, perché Don Giovanni di Mozart secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio rimanda a “Cab Calloway in un immaginario Music Club”, un po’ kabarett un po’ musical, un po’ café-chantant un po’ varietà.

Più che opera, insomma, è un’operetta questo originale, freschissimo Don Giovanni, in tour fino a maggio (con alcune importanti piazze francesi), prodotto dall’Accademia Filarmonica Romana, dal festival “Les nuits de fourvière” di Lione e dal Teatro Bellini di Napoli e firmato da Mario Tronco (storico fondatore e direttore artistico dell’Orchestra) e Andrea Renzi: per quanto la regia abbia stravolto l’immaginario mozartiano – a partire dalla scelta del protagonista, che è una donna: Petra Magoni –, l’operazione è coerente, elegante, coinvolgente, garrula, allegra.

Lo spettacolo è giocato tutto sui “travestimenti linguistici e musicali” (realizzati da Tronco insieme con Leandro Piccioni e Pino Pecorelli), in un felice e babelico meticciato di sonorità e idiomi, dal brasiliano al francese all’italiano (di Lorenzo Da Ponte). Le maschere, il travestimento, il travestitismo non riguardano solo l’androgina primattrice: “In questa duplicità”, si legge nelle note, “o meglio doppiezza perché ha a che fare con l’ipocrisia, sguazzano tutti i personaggi dell’opera”, a partire dal conturbante Leporello di Mama Marjas, pronta poco dopo a trasformarsi nella maliziosa Zerlina.

Oltre ai succitati, l’ensemble di interpreti (Simona Boo, Hersi Matmuja, Frances Alina Ascione, Evandro Dos Reis, Pap Yeri Samb, Houcine Ataa) e musicisti (Ernesto Lopez Maturell, Emanuele Bultrini, Andrea Pesce) è affiatato e appassionato: si diverte proprio, come si diverte il pubblico in sala. In questo colorato e dinamico caravanserraglio a rimetterci è la trama: sacrificata, sforbiciata e condensata in meno di un’ora e mezza ai limiti della leggibilità.

Questo Don Giovanni, lo spettacolo proprio come la protagonista, è ambiguo e luciferino, femminile e patinato, ma talvolta imbellettato con troppi virtuosismi e leziosità; è, per così dire, evirato: manca il maschile, il ferino, il nero, il cupo, il tragico.

E infatti il famigerato convitato di pietra compare solo in video, con fattezze fumettose quanto innocue: quando “il protagonista invita a cena una statua dell’uomo che ha ucciso oggi si potrebbe considerare un esercizio di psicanalisi”, così da indicazioni registiche. Ma alla fine la psicoanalisi risulta solo garbata e rassicurante: all’inferno di Mozart, per quanto lezioso, non troverà mai posto. Neanche in piedi.

 

Don Giovanni di Mozart secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio

Roma, Teatro Olimpico, fino al 18 novembre; Pistoia, Teatro Manzoni, 22-24 febbraio; Siena, Teatro dei Rinnovati, 26-28 febbraio; Pisa, Teatro Verdi, 16-17 marzo; Palermo, Teatro Biondo, 10-19 maggio; Milano, Piccolo Teatro Strehler, 29-31 maggio