La guerra giusta: operai in rivolta contro il mercato

I profitti aumentano ma la fabbrica chiude. Provate a dirlo ai 1100 dipendenti francesi ivi impiegati. La risposta non può che sortire in una dichiarazione di guerra.

Lapidario, diretto, indignato al punto giusto, In guerra è quel che promette, e non esiste spettatore “pensante” incapace di apprezzarne la logica stringente laddove chi subisce un torto ed è nella ragione sia autorizzato a ribellarsi. Attrezzato di uno sguardo allertato alle ingiustizie umane ancor prima che civico-sociali, Stéphane Brizé riesce nell’intento di mostrare ciò che avviene prima della guerra (anche fisica) scatenata dagli impiegati di una fabbrica della Perrin Industries contro i loro datori di lavoro che li licenziano in massa, giustificandone così l’esplosione di violenza all’interno di una resistenza ai limiti della sopportazione. E questo “prima” si chiama indifferenza ai bisogni reali a vantaggio di un meccanismo economico perverso, impossibile da comprendere perché sostanziato in un paradosso.

Ma a reggere tale perversione è una legge di mercato ormai estranea persino alla ragioneria del buon senso, figuriamoci alle esigenze delle persone. Già, quella medesima Legge del mercato (La loi du marché) che lo stesso Brizé aveva indagato nell’omonima opera capace di incantare la Croisette nel 2015 e celebrare Vincent Lindon quale miglior attore. Ma per quanto vicino tematicamente a In guerra, quello era un testo cinematografico di sottrazioni, dove il dolore della frustrazione scorreva negli eloquenti silenzi dei personaggi.

Il film da ieri nelle sale è invece l’esatto opposto: un’esplosione in crescendo di furore verbale e gestuale quale vero attacco frontale contro chi nega il diritto al lavoro. E davanti alla macchina da presa, nei panni del portavoce sindacalista Laurent Amedeo, c’è ancora lui, il gigantesco Vincent Lindon che non avesse già vinto a Cannes come sopra, qui forse avrebbe meritato ancor di più il riconoscimento. Ma tant’è, così recita la legge dei festival e delle loro giurie. Questo non toglie nulla alla qualità di un lungometraggio di denuncia che leva il fiato, puntuale sull’esattezza del sentimento di “logica rabbia”, ossimoro che non dovrebbe esistere nella natura dei comportamenti umani. Come negli scenari del primo Ken Loach, il cineasta francese adotta il linguaggio della finzione per veicolare un messaggio civile e sociale di portata primaria, ritenendo “la ricostruzione verosimile” più potente del documentario per l’ovvia attrazione emozionale esercitata sul pubblico, chiamato poi alla giusta riflessione. La furiosa battaglia è combattuta soprattutto sul fronte della parola, del dibattito incisivo e martellante, come nella miglior tradizione francofona. Insomma, una guerra a picconate verbali dal ritmo serrato e infuocato e dall’inevitabile dolore per i più deboli. Nella “sua” finzione come purtroppo nella realtà a cui si ispira, In guerra è un film esemplare che vorremmo non più necessario.

Tornano i Coen, ma chi li ha visti?

Chi l’ha visto, anzi, chi li ha visti? Parliamo di Joel ed Ethan Coen e del loro ultimo film The Ballad of Buster Scruggs: negli Stati Uniti s’è perso in sala, letteralmente.

Lo distribuisce da oggi Netflix, ma se in Italia e altrove il western antologico dei Fratelli si vedrà solo in streaming il colosso di Los Gatos, California, ha fatto un’eccezione patria, apparecchiando una limitata uscita theatrical a New York, Los Angeles e San Francisco. Dagli esiti – stigmatizza il New York Times – a dir poco surreali: solo tre sale e solo per quattro giorni, dall’8 all’11 novembre, anziché la canonica settimana di programmazione. Non bastasse, pubblicità al lumicino e capienze così ridotte da meritarsi gli strali dei potenziali spettatori: “Netflix, state distribuendo il nuovo film dei Coen. La gente vuole vederlo. Permetteteglielo”, affondano su Twitter.

C’è chi vi ravvisa un secondo fine, ovvero una dimostrazione di interesse per la sala da parte di Netflix atta ad abbassare le difese dei membri dell’Academy e a lanciare nel migliore dei modi la corsa agli Oscar di Roma di Alfonso Cuarón. Già Leone d’Oro a Venezia e papabile pigliatutto all’award season, arriverà il 14 dicembre sulla piattaforma, anticipato – anche in Italia – da una circoscritta diffusione theatrical. E mo’ chi lo dice ai poveri Coen? Ridotti a sparring partner, derubricati a band di supporto, per maggiore gloria di Roma. Parafrasando un loro titolo del 2000, non possiamo che chiamarli a gran voce: Fratelli, dove siete?

Tanto rumore per Netflix

Grande è la confusione sotto il “decreto finestre”. Non nel decreto Bonisoli, s’intende, ma tra gli esegeti: nella vulgata giornalistica, sarebbe “una norma anti-Netflix”, peccato che non lo sia, anzi. Parola del ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli, il decreto alla firma, che peraltro è uno degli attuativi della Legge cinema voluta dal predecessore Dario Franceschini, “regola le finestre in base a cui i film dovranno essere prima distribuiti nelle sale e poi su tutte le piattaforme che si vuole”. Con il sottosegretario Lucia Borgonzoni, è una significativa modifica dell’attuale iato, “105 giorni (un gentlemen’s agreement, ndr) prima di approdare in tv o su una piattaforma, che non andava bene. Il provvedimento non è e non voleva essere contro Netflix: si decide esclusivamente quali film possano godere o no dei contributi pubblici”.

Che cambia. 105 i giorni tra theatrical e altro sfruttamento perché l’opera cinematografica possa accedere ai benefici che la legge riconosce ai film italiani (tax credit, contributi selettivi, contributi automatici, ecc.). Ma l’intervallo è ridotto a 60 giorni, se il suddetto film è veicolato su non più di 80 schermi e dopo i primi 21 giorni di programmazione ha ottenuto meno di 50 mila spettatori, o addirittura dieci giorni, se è distribuito per tre – o meno – giorni feriali, con esclusione del weekend. Con queste nuove regole – evidenzia Borgonzoni – “nel periodo 1° gennaio 2013-30 settembre 2018 oltre 750 film italiani su circa 1.000 avrebbero avuto la possibilità di essere visti su altre piattaforme molto prima dei 105 giorni previsti nelle prassi di mercato, con evidenti benefici sui ricavi complessivi”.

Il caso Cucchi. Alcune precisazioni: queste regole non si applicano a film stranieri – per esempio, l’atteso The Irishman di Martin Scorsese targato Netflix – e non inibiscono le piattaforme streaming, Netflix, Amazon o quant’altro, dal programmare un’uscita contemporanea in sala e Vod (Video On Demand), a patto che non si voglia usufruire delle agevolazioni ministeriali. È il caso del film su Cucchi Sulla mia pelle, diretto da Alessio Cremonini, prodotto e distribuito in sala da Lucky Red il 12 settembre scorso, reso disponibile in streaming lo stesso giorno da Netflix, ma – attenzione! – nulla vieta a Lucky Red di accedere ai contributi pubblici previsti per le opere audiovisive non considerate film, che per giunta non differiscono nemmeno troppo. In breve, tanto rumore per nulla?

Problema. Solo un tema si profila con qualche gravosità all’orizzonte: il Ministero è titolato a discernere tra film tout court, che per definizione nasce e cresce per approdare in sala, e altra opera audiovisiva? Non è una distinzione obsoleta, un discrimine che non tiene, ancor più nel momento che le sale stesse programmano altri prodotti, dai pilot delle serie all’opera in diretta e ai documentari-evento? Di certo, non aiuta la Legge vigente, sintomaticamente denominata “Disciplina del cinema e dell’audiovisivo”, come a dire “della rosetta e del pane”.

Reazioni. “No comment” da Netflix, indifferenziato è il plauso delle associazioni di categoria: Anec, Anem, Acec e Fice, con i produttori e distributori di Anica, lodano “il confronto tra tutti i componenti dell’industria che ha portato a una piena e produttiva condivisione di idee”; per Anac “l’Italia non arriva ancora a eguagliare il sistema che vige in Francia, ma si avvicina alle altre legislazioni europee”; 100autori guarda già oltre, alla “definizione degli obblighi di investimento e di programmazione per le reti televisive e le OTT, che in Italia coinvolgeranno anche le piattaforme globali del web”.

 

Omicidio Khashoggi: cinque condanne a morte: “Avvelenato e fatto a pezzi”

Dopo un mese e mezzo di dinieghi e versioni tanto parziali quanto ridicole, se non fossero state tragiche, Ryad ha ammesso ciò che tutti ormai sapevano. Ovvero che il giornalista Jamal Khashoggi è stato avvelenato da una squadra di membri della sicurezza saudita, all’interno del consolato di Istanbul, con una iniezione contenente una dose letale di veleno, e il suo corpo smembrato e portato fuori dalla sede consolare per essere affidato a un collaboratore turco. La nuova spiegazione della scomparsa del giornalista dissidente, da tempo residente negli Stati Uniti, è stata data dal procuratore capo di Ryad, Saud al Mojeb alla tv saudita al Arabiya. Il procuratore ha inoltre chiesto la pena di morte per cinque dei 21 sospettati di aver architettato ed eseguito il piano. I nomi dei possibili candidati alla decapitazione non sono stati resi noti, ma è certo che il più alto ufficiale in grado nel team omicida, e quindi quello che in ultima istanza avrebbe deciso l’uccisione del reporter, era il numero due dell’intelligence e un fedelissimo del principe ereditario Mohammed bin Salman, Ahmad al Asiri, che è stato già rimosso dalle sue funzioni. La procura ha anche confermato la notizia della sospensione di Saud al Qahtani, di cui Il Fatto ha svelato le vere mansioni e agganci internazionali, ex responsabile della comunicazione di Bin Salman, che è indagato e sottoposto a divieto di espatrio.

Secondo i sauditi un team di 15 membri della sicurezza, tra cui un chirurgo forense, avrebbe avuto il compito di riportare Khashoggi in patria per essere interrogato. La dichiarazione ufficiale della magistratura saudita mostra che gli inquirenti turchi avevano ricostruito la vicenda in modo corretto, ma il coinvolgimento di un agente turco non è piaciuta ad Ankara. “Le parti del corpo di Khashoggi sono state consegnate a un agente di sicurezza turco fuori dalla sede consolare”, ha detto il portavoce del procuratore, che avrebbe mandato alla controparte turca un ritratto segnaletico dell’agente, di cui sostiene non conoscere il nome, cosa del tutto inverosimile. A detta del procuratore sarebbe stato il vice capo dell’intelligence saudita, il generale Ahmed al-Assiri, a dare l’ordine di riportare Khashoggi, volente o nolente, a Riad, ma il capo della squadra di quelli che definisce “negoziatori” avrebbe poi dato l’ordine di ucciderlo.

Il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu ha commentato le nuove dichiarazioni ritenendole “insufficienti” e insistendo sul carattere premeditato dell’operazione. “Ci dicono che Khashoggi è stato ucciso perché si sarebbe opposto a essere riportato nel suo Paese. Ma in realtà questo omicidio, come abbiamo già detto, era stato pianificato in anticipo”. Fare a pezzi il corpo “non è un’operazione che si può improvvisare e infatti avevano portato persone e strumenti necessario per farlo, avevano già pianificato come ucciderlo e come farlo a pezzi”. Il ministro degli Esteri saudita Adel al Jubeir, dal canto suo ha ribadito che “è stato un grande errore uccidere il giornalista”, ma ha tuttavia bacchettato neanche troppo velatamente la Turchia per aver politicizzato la vicenda: “Il caso Khashoggi è passato alla magistratura. Respingiamo la politicizzazione del caso e le interferenze nella politica interna dell’Arabia Saudita”. Il titolare degli Esteri si è detto contrario all’apertura di un’inchiesta internazionale e all’estradizione dei sospettati in Turchia.

In seguito alla sconvolgente ammissione di Ryad, l’Amministrazione americana, alleata di ferro di Riad, si è trovata alla fine costretta a varare sanzioni nei confronti di 17 funzionari, in primis contro al- Qahtani. “I funzionai sauditi che stiamo sanzionando – dice il tesoro Usa – sono coinvolti nel ripugnante omicidio di Khashoggi e dovranno rispondere delle loro azioni”. Le sanzioni riguardano tutte le proprietà o gli interessi che i funzionari colpiti detengono negli Usa, dunque il blocco di tutti i loro beni e asset. E a nessun americano sarà permesso di compiere affari o transazioni con gli individui sanzionati. La Francia ha salutato la decisione saudita di incriminare i sospettati dell’omicidio parlando di passo “nella giusta direzione”. Meglio tardi che mai.

Sovranità, vincoli Ue e le due Irlande: qui casca il “deal”

Dimissioni ministeriali, speculazioni politiche e ipotesi di sfiducia hanno indebolito il governo May, ma non hanno arrestato l’iter dell’accordo con Bruxelles. Di fatto l’accordo ha ancora, in questo momento, l’imprimatur tecnico-legale dei negoziatori e il mandato politico del governo britannico. Il deal, insomma, resta in piedi ed è la piattaforma per i negoziati sugli accordi commerciali. Come tale verrà presentato al summit europeo del 25 novembre a Bruxelles. Naturalmente, in caso di altre dimissioni di altissimo livello o di vittoriosa sfida alle premiership, quel mandato politico potrebbe indebolirsi al punto da non dare ai leader europei sufficienti garanzie di affidabilità. Si vedrà nei prossimi dieci giorni. Intanto ecco punti fondamentali e snodi critici delle 586 pagine.

Il confine irlandese: il grande ostacolo

È stato il grande ostacolo alla chiusura dell’accordo. La soluzione trovata per evitare il ritorno di un confine fisico fra le due Irlande, che potrebbe compromettere i delicati equilibri del Good Friday Agreement, è che l’intero Regno Unito rimanga nell’unione doganale, mentre per Belfast si applicheranno clausole speciali, con un ampio allineamento al mercato unico e ai regolamenti europei. È la famigerata backstop clause o clausola di salvaguardia, che scatterà nel caso al termine del periodo di transizione non sia stata trovata una soluzione alternativa per evitare il confine. Ma per gli unionisti irlandesi crea una distinzione inaccettabile fra Nord-Irlanda e Gran Bretagna, mentre i Brexiter denunciano la perdita di sovranità.

I limiti al commercio internazionale

Restando nell’unione doganale il Regno Unito avrà limitati margini per siglare accordi commerciali internazionali autonomi, come volevano i Brexiter.

I diritti dei cittadini: il meno controverso

È uno dei dossier meno controversi. Gli europei già residenti nel Regno Unito o che si trasferiranno entro la fine del periodo di transizione (e i britannici residenti in Europa) continueranno a godere dei diritti attuali. I primi dovranno però dimostrare la loro residenza attraverso una procedura semplificata che l’Home Office sta mettendo a punto. Dopo il 2021 per vivere e lavorare nel Regno Unito sarà necessario un permesso. Una vittoria di Londra, che così dice no a uno dei pilastri dell’architettura dell’Ue, la libertà di movimento.

La revisione della clausola di salvaguardia

Il trattato prevede che la revisione della clausola di salvaguardia debba essere concordata fra le parti. Per i Brexiters, una trappola che rischia di tenere il Regno Unito vincolato, a tempo indefinito, ai diktat europei. La richiesta del dimissionario Dominic Raab era che Londra potesse uscirne in modo unilaterale.

Sovranità: leggi Ue oppure leggi nazionali

Dopo il periodo di transizione eventuali dispute saranno valutate con arbitrati gestiti da un panel di 5 membri. Ma qualsiasi contrasto che coinvolga l’applicazione di una legge europea dovrà prima passare dalla Corte europea di Giustizia. Un esito che fa infuriare i Brexiter ed è in contrasto con l’iniziale impegno della May di “riprendere il controllo delle nostre leggi”.

I mercati finanziari: non proprio equivalenti

Delusione per la City, a cui è garantito solo il regime di “equivalenza”, cioè un accesso di base al mercato europeo simile a quello delle società statunitensi o giapponesi ma molto ridotto rispetto all’amplissimo accesso garantito dall’attuale regime di passporting.

May si aggrappa al referendum: “È la Brexit scelta dai cittadini”

“Sono convinta, con ogni fibra del mio essere, che la rotta che ho scelto sia quella giusta per il Paese”. Theresa May affronta i giornalisti in una delle conferenze stampa più difficili della sua vita politica.

Sono le 17.30 del giorno ribattezzato dai media “la fine dei giochi”, iniziato con le dimissioni di 4 dei suoi ministri entro le 10 del mattino. Il più grave e rischioso, sia per la tenuta politica dei negoziati sulla Brexit sia per quella del suo premierato, è l’abbandono di Dominic Raab, ministro per la Brexit.

Nella sua lettera di dimissioni Raab spiega fra l’altro di considerare il regime regolatorio per l’Irlanda del Nord concordato con Bruxelles “una reale minaccia alla integrità del Regno Unito”. Per completezza di informazione, va ricordato che Raab è stato il referente politico di quel negoziato per gli ultimi quattro mesi. La lettura politica è che, semplicemente, non voglia perdere la chance di candidarsi a primo ministro, in futuro, legandosi a un accordo destinato a fallire.

La giornata continua avvitandosi in una spirale di pessime notizie. Mentre la May, alla House of Commons, difende il suo deal per 2 ore e 58 minuti, attorno è una grandinata di attentati alla sua leadership. La sterlina precipita.

Il leader degli indipendentisti scozzesi a Westminster l’accusa di volere imporre un accordo “già cadavere”. Quello dei falchi conservatori Jacob Rees- Moog porta avanti l’attacco iniziato mercoledì sera e annuncia di aver inviato la sua lettera per chiedere la mozione di sfiducia. Ne servono 48 per attivare la procedura, e per tutta la giornata di ieri si rincorrono rumours sul fatto che il numero stia per essere raggiunto. Lui rincara: “Questa non è Brexit. È il fallimento della politica del governo. Deve essere respinto”, e aggiunge che la sfida alla leadership del partito conservatore sarà questione di settimane. Però lui non si candida.

Nel pomeriggio si diffonde la notizia che la May abbia offerto il posto vacante di ministro della Brexit a Michael Gove, l’unico Brexiter che durante la riunione dell’esecutivo di mercoledì l’aveva sostenuta senza riserve. Si scopre che le riserve le aveva: sarebbe pronto ad accettare solo a patto di riaprire il negoziato. In questa desolazione umana e politica, fra parlamentari e compagni di partito pronti a demolirla ma non a offrire una alternativa credibile al suo deal – imperfetto ma reale – il primo ministro decide di convocare la conferenza stampa decisiva.

Appare stanca, tirata e ironizza sul fatto di avere avuto una giornata piena. Ma tira dritto, con una schiettezza quasi senza precedenti. Non si dimette, non rivede i termini del negoziato, non cede, non considera né elezioni anticipate né un secondo referendum.

“Il mio approccio fin dall’inizio è stato di dare priorità all’interesse nazionale, no a quello di una parte politica né certamente al mio. Non giudico i colleghi che hanno raggiunto conclusioni diverse dalle mie. Ma essere al governo significa prendere le decisioni difficili. Il mio lavoro è portare a casa un accordo che funzioni per la popolazione, e sono convinta che questo lo sia”. Il messaggio è diretto: il mio accordo, nessun accordo o niente Brexit. E a meno di sorprese, la strategia altrettanto chiara: arrivare viva al voto parlamentare e confidare nel fatto che, di fronte alla seconda o terza prospettiva, una maggioranza in qualche modo uscirà fuori. Ma da qui al voto alla House of Commons tutto può ancora succedere. Il primo scenario, il più realistico per ora, è che il parlamento bocci l’accordo, lasciando alla May 21 giorni per proporre un nuovo piano. Una corsa contro il tempo prima della scadenza per l’uscita dall’Ue, il 29 marzo. Il secondo è che, per evitare la disfatta, il primo ministro non sottoponga l’accordo al Parlamento: sarebbe una enorme umiliazione e quasi certamente il detonatore di un attacco alla leadership, anche se per ora mancano candidati credibili, e i falchi che oggi fanno la faccia feroce non sono affatto certi di avere i numeri per spodestare la premier. C’è poi l’ipotesi di una richiesta di estensione dell’articolo 50, che però deve essere approvata dai 27 paesi dell’Unione, alcuni molto reticenti a concedere altro tempo senza una soluzione in vista.

Il ricorso a elezioni anticipate è possibile ma improbabile, perché richiederebbe il voto della maggioranza del partito conservatore senza alcuna certezza del risultato. Infine, il secondo referendum. Lei continua a escluderlo, ma potrebbe essere, in caso di grave impasse parlamentare, l’unica anche se incerta via di uscita.

I bambini dell’ex Telekabul a scuola da Salvini

La buona scuola? Altro che buona, quella che si vede in Alla lavagna! (Rai3, 20.15: c’era una volta Telekabul) è ’nu babà, una classe di piccoli fan trasformata in studio promozionale, tanti balilla dello spot compatti nel celebrare la celebrità di turno. L’insegnante vero si può contestare e all’occorrenza bullizzare; ma quando arriva il Vip, magari lo stesso Vip a cui non si può urlare “Buffone!”, tutti in piedi a applaudire: e il Vip lascia che i pargoli vengano a lui, pronto a cantare le canzoncine, a mostrare il calzino con le paperelle, a confondere Heather Parisi con la Cuccarini (prima le italiane).

Annettendo alla propaganda quel che resta dell’infanzia, Alla lavagna! è un programma davvero istruttivo, dove il messaggio del mezzo è cristallino. Se i bambini interrogassero i Vip con domande di cultura generale – matematica, geografia, storia –, ne vedremmo delle belle; allora sì, che con il permesso del ministro Salvini, la laurea potrebbe sperare ancora in uno straccio di valore legale. Invece gli alunni sono costretti a ripetere a pappagallo le domande degli autori (altro che Portobello!) e ovviamente il Vip non aspetta altro. Io razzista? Ma quando mai. Nulla di diverso dai confortevoli talk per adulti, non è mai troppo presto per diventare pubblico plaudente. Anche la discussa scelta di Salvini primo ospite è mediaticamente rivelatrice: tutta la Tv è in ginocchio dai politici, la politica italiana non avrà cambiato il mondo, ma ha rivoluzionato il varietà.

Burocrazia e leggi assurde sono i veri ostacoli alla spesa

Raccontiamola così: da trent’anni a questa parte, a ogni legge finanziaria, tutti dicono che per far ripartire l’Italia ci vogliono gli investimenti. Decine e decine di miliardi da spendere in opere piccole e grandi che diano lavoro a centinaia di migliaia di persone. È il famoso volano per la crescita che secondo gli economisti è riassumibile in una formula precisa: 15.500 nuovi posti ogni miliardo messo sul piatto. Anche per questo oggi in molti urlano contro l’Europa cattiva che, impedendoci di spendere, ci costringe a stagnare o decrescere. Va bene. L’Europa sarà pure cattiva, ma in questo caso qualcuno più cattivo di lei c’è: lo Stato italiano. A dircelo sono i numeri.

Pensate, il nuovo esecutivo si è ritrovato in eredità ben 140 miliardi euro, spalmati su 15 anni, immediatamente utilizzabili grazie a un accordo con la Bei (Banca europea degli investimenti). Sono i soldi stanziati dai passati governi ai quali ora si aggiungono altri 15 miliardi che la manovra vuole investire in tre anni per “trasformare le città in cantieri”. Purtroppo però questo tesoro nessuno è stato fin qui capace di spenderlo. Burocrazia, leggi assurde, un codice degli appalti da rivedere, i continui passaggi davanti alla Corte dei conti e al Cipe (Comitato interministeriale per programmazione economica) portano sempre a un unico risultato: l’immobilismo più assoluto.

Sulla carta, tra il 2016 e il 2018, ci informa Business Insider, gli investimenti pubblici sarebbero dovuti aumentare di 6,8 miliardi, invece sono calati di 3,7. Matteo Renzi, poco prima delle sue dimissioni, aveva creato un fondo di 83 miliardi spiegando che, nel giro di 24 mesi, ne sarebbero stati spesi 3. Niente da fare. Anche per lui il fallimento è stato totale. Perché, come dice l’Anci (l’Associazione dei Comuni), alla fine l’investimento reale è stato di soli 300 milioni.

Oggi i gialloverdi giurano che troveranno il modo di sbloccare tutto rivedendo le norme, istituendo una cabina di regia a Palazzo Chigi, riscrivendo codice degli appalti e codice civile e soprattutto (questo lo dicono i Cinque stelle) grazie al pacchetto delle leggi Anticorruzione. L’idea di fondo è che se diventa più facile scoprire e punire i tangentisti si può evitare di assillare le imprese con scartoffie e burocrazia. Funzionerà? Non lo sappiamo. Sappiamo però che in caso di fallimento ci resta sempre un’ultima strada. Prendere quei 155 miliardi, nasconderli in vecchie bottiglie, sotterrarli e lasciare che i cittadini si organizzino per scoprirle. Non è uno scherzo, ma esattamente quello che suggeriva nel secolo scorso il grande economista John Maynard Keynes. Sentite qui: “Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse a una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata di scavar fuori di nuovo i biglietti (ottenendo naturalmente il diritto di scavo mediante offerta all’incanto per l’affitto dei terreni), non dovrebbe più esistere disoccupazione (…) e il reddito reale della collettività e anche la ricchezza capitale di essa diverrebbero probabilmente molto maggiori di quanto realmente siano. Effettivamente sarebbe più sensato costruire case e simili; ma se per farlo si incontrano difficoltà politiche e pratiche, quanto sopra detto sarebbe meglio di niente”. Concordiamo con lui. Anche se, essendo in Italia, temiamo che pure l’asta per i diritti di scavo alla fine si rivelerebbe truccata o interminabile. Comunque sia, buona fortuna a tutti.

De Falco non torni a bordo

Credo che nella prossima legislatura i Cinque Stelle dovranno essere molto più attenti nel selezionare i propri candidati per la Camera e il Senato. Nelle prime due, essendo un movimento nuovo, hanno dovuto imbarcare n’importe quoi purché avesse la fedina penale pulita.

Così nelle elezioni del 2018 si sono fatti affascinare da Gregorio De Falco, famoso e popolarissimo per la frase diretta al comandante Schettino: “Torni a bordo, cazzo!”. Non c’era alcun bisogno di fare il fenomeno, umiliando un uomo già umiliato e che con tutta evidenza non era più in grado di agire. Quello che doveva fare De Falco, come capo sezione operativa della Capitaneria di porto di Livorno, era inviare un elicottero (da Livorno all’Argentario ci vogliono 15 minuti) con a bordo un paio di ufficiali di Marina che scendessero sulla nave e prendessero il controllo della situazione. Non lo fece, accontentandosi di quella inutile e maramaldesca esibizione. Un comandante di una di queste grandi navi, che nella sua lunga carriera non aveva avuto incidenti di rilievo, senza voler difendere l’indifendibile Schettino ma evidentemente rivolto a De Falco, disse: “C’è chi va per mare e chi sta a terra”. E De Falco è uno che nella sua carriera è sempre stato a terra. De Falco si aspettava chissà quale promozione. Invece il suo atteggiamento non piacque affatto, e a nostro avviso giustamente, al Comando generale della Marina mercantile che nel 2014 lo trasferì alla Direzione Marittima di Livorno con le mansioni di capo ufficio studi e relazioni esterne. Fu relegato a un ruolo meramente amministrativo, una decisione punitiva tanto che De Falco fece ricorso, ma inutilmente.

De Falco è un uomo che va per terra, molto per terra. Tanto che colse subito l’occasione, approfittando dell’indebita popolarità acquisita, e si fece candidare al Senato dai Cinque Stelle e fu eletto. Adesso Gregorio De Falco, che a me pare un uomo molto più attento a se stesso che ai valori dei Cinque Stelle, si è messo di traverso contro il Movimento in cui milita (o militava, nel momento in cui scriviamo non sappiamo se è stato espulso) in tre occasioni: sul decreto Sicurezza, sull’emendamento al dl Genova per il quale ha votato contro insieme a Forza Italia e al Pd, sull’articolo 41 che riguarda lo sversamento dei fanghi da depurazione.

È vero che la nostra Costituzione all’articolo 67 dichiara: “Ogni membro del Parlamento… esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Questa disposizione fu presa dai nostri Padri costituenti perché ogni parlamentare potesse votare in piena libertà di coscienza. Ma allora i partiti non avevano ancora occupato, del tutto arbitrariamente come abbiamo scritto più volte, buona parte del sistema democratico. Bisogna quindi prenderne atto.

La libertà di voto, in linea teorica sacrosanta, si è trasformata nel disinvolto passaggio di un parlamentare da un gruppo all’altro, come abbiamo visto tante, troppe volte, spesso in modo prezzolato (il caso De Gregorio, comprato da Berlusconi con 3 milioni di euro per sottrarlo al gruppo di Antonio Di Pietro, docet). Per evitare queste situazioni i Cinque Stelle si sono dati regole rigidissime sul comportamento dei loro parlamentari che devono seguire la linea politica e le direttive del Movimento, pena il richiamo, la sospensione e l’espulsione. Si può discutere molto su queste regole dei Cinque Stelle, ma quando De Falco è entrato a far parte del movimento fondato da Beppe Grillo le conosceva benissimo e non può ora darsela da martire. Adesso la questione è questa: se Gregorio De Falco, come crediamo, sarà espulso dal Movimento politico che lo ha portato in Parlamento, si dimetterà dal Parlamento, come coerenza vorrebbe, lasciando il posto a chi ha diritto a subentrare? Non crediamo proprio. De Falco è “un uomo di terra”.

La patria è un valore, il nazionalismo no

Pochi giorni fa, nel corso della cerimonia che si è svolta a Parigi per ricordare la fine della Prima guerra mondiale, il presidente Emmanuel Macron ha affermato che “le patriotisme est l’exact contraire du nationalisme. Le nationalisme en est sa trahison”. Il 4 novembre, in occasione delle commemorazioni italiane, il presidente Sergio Mattarella, in un’intervista al Corriere della Sera, ha sostenuto che “oggi possiamo dirlo con ancora maggior forza: l’amor di Patria non coincide con l’estremismo nazionalista. L’amor di Patria viene da più lontano, dal Risorgimento. Un impegno di libertà, per affrancarsi dal dominio imposto con la forza: allora da Stati stranieri. Dopo la Grande Guerra fu una parte politica a comprimere la libertà di tutti. In questo risiede il profondo legame tra Risorgimento e Resistenza”.

Due capi di Stato europei, in un’occasione solenne per la storia dei loro popoli, ci esortano dunque a prendere coscienza che patriottismo e nazionalismo, spesso confusi, sono concetti radicalmente diversi e che mentre il patriottismo è un valore da difendere, il nazionalismo è un male da combattere. Perché sono concetti radicalmente diversi, e perché l’uno è un valore e l’altro un male?

Nella storia è facile trovare diverse, e spesso contrastanti, definizioni di patriottismo e di nazionalismo. Ed è altrettanto facile trovare sovrapposizioni e contaminazioni. Ma se guardiamo al nostro Risorgimento troviamo un’interpretazione dell’amore di patria che si contrappone al nazionalismo e ha un alto valore morale e politico. Mi riferisco in primo luogo a Giuseppe Mazzini, che ha ripetuto per tutta la vita che la patria non è il territorio, ma l’associazione di liberi cittadini che garantisce il pieno rispetto dei diritti politici e sociali che permettono a tutti di vivere con dignità. Non contrapponeva la patria al principio dell’umanità affratellata, ma la considerava il mezzo più efficace per attuarlo. Giudicava invece il nazionalismo una politica di potenza giustificata in nome di un concetto di nazione non più illuminato dai valori supremi della libertà politica e dell’umanità.

Credo che il presidente Mattarella abbia pensato a Mazzini quando ha preparato il suo importante discorso. Ma forse ha inteso collegarsi anche all’eredità morale e politica del presidente Carlo Azeglio Ciampi, che a Mazzini si è più volte ispirato. Giuseppe Mazzini – ha affermato Ciampi in occasione del secondo centenario della nascita (2005) – “è stato un testimone autentico e appassionato della fratellanza fra le Nazioni europee. La sua idea di Patria supera i limiti angusti dei nazionalismi, per guardare all’Europa come federazione di popoli, uniti dalla fede comune nei valori di libertà e di uguaglianza”.

Più indietro ancora nel tempo, troviamo nel pensiero politico dell’Illuminismo la radice moderna dell’ideale della patria come valore di libertà: Patrie, leggiamo nell’Encyclopédie, “non significa il luogo in cui siamo nati, come vuole la concezione volgare, bensì uno Stato libero di cui siamo membri e le cui leggi proteggono le nostre libertà e la nostra felicità”. Probabilmente Macron si riferiva a questa tradizione, oppure ha pensato alle parole del presidente De Gaulle: “Le patriotisme, c’est aimer son pays. Le nationalisme, c’est détester celui des autres.”

Il nazionalismo, lo si capisce bene se consideriamo l’origine del concetto nel saggio di Johann Gottfried Herder, Ancora una filosofia della storia per l’educazione dell’umanità (1774), non nasce dall’esigenza di difendere o conquistare la libertà politica contro la tirannide o contro il dominio straniero, ma dall’esigenza di vivere in una comunità culturalmente omogenea. Per questo considera suoi nemici gli stati multinazionali e il pluralismo culturale: i primi soffocano l’identità nazionale, il secondo la corrompe.

So bene che ci sono esempi di scrittori politici che si definiscono nazionalisti e hanno sostenuto e sostengono ideali liberali e democratici, e altri che si definisco patrioti e hanno approvato politiche imperialistiche e violazioni dei diritti civili (il maccartismo è un esempio). Tuttavia, le tragedie più gravi del nostro tempo sono nate dai nazionalismi. Poiché il nazionalismo pone al primo posto l’omogeneità culturale di una nazione, incoraggia a mettere da parte gli ideali democratici e ammira gli stati totalitari. Il nome esatto del partito fascista italiano era “Partito Nazionale Fascista”; il nome esatto del partito nazista era Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei.

Con un presidente degli Stati Uniti come Trump che si è definito orgogliosamente “nazionalista” e tanti suoi emuli nel mondo, è pura follia sottovalutare la potenza devastatrice dell’ondata nazionalista. Per combatterla, non c’è arma più efficace del vecchio e buon patriottismo, se ne capiamo il significato e il valore.