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Prescrizione, lo stop dal 2020 non è affatto cosa da poco

Caro Direttore, sono un “quotidiano” lettore del Fatto e, confesso, suo ex detrattore ai tempi del primo Berlusconi. Aveva ragione Lei. E ora, non posso che riconoscerle onestà intellettuale e degna coerenza. Tuttavia, non sono del tutto d’accordo con Lei sulla lettura di sostanziale approvazione per quella che secondo me, riguardo la prescrizione, è una (evitabile) débâcle dei 5S.

Di Maio ha posto, a muso duro, un ultimatum alla Lega, pretendendo l’immediata applicazione della norma, accettando poi un deludente compromesso al ribasso. Quando si minaccia di far saltare il banco e se ne esce ridimensionati, significa che l’interlocutore può anche permettersi che salti, tu no. Ora, si è ancora in tempo per cambiare registro, cercando di portare a casa risultati il più possibile concreti, senza urlare proclami che poi si ritorcono contro, traducendosi fatalmente in erosione elettorale.

Giovanni Marini

 

Caro Giovanni,

purtroppo nei governi di coalizione così eterogenei bisogna scegliere tra il “nulla” e il “qualcosa”. Ma il compromesso del blocco della prescrizione per i reati commessi dal 1° gennaio 2020 non è affatto “qualcosa” da poco.

M.Trav.

 

La Raggi ha mostrato grande forza di volontà, vada avanti

Ho appreso la graditissima e attesa assoluzione della cara Sindaca che voterò in eterno anche se ho la strada sporca (viale Vaticano), frequentata da tanti turisti che lo vedono. Ma conosco le difficoltà e gli ostacoli che i “bassifondi” morali del “generone” romano, un frullato di palazzinari, malviventi, camarille e cosche dei rifiuti, hanno posto sul cammino della sindaca che ha mostrato, diciamocelo, una bella volontà di ferro.

Vada avanti nonostante gli autobus bruciati da “manine” malavitose. Siamo con lei.

Maurizio Dickmann

 

Prove generali di museruola: Salvini ricorda tanto Orbán

Domenica 11 c’è stato un duro scambio di battute tra Berlusconi e Salvini sulla situazione politica in Italia: il primo che dichiarava che se il clima continua com’è oggi siamo alla vigilia di una “dittatura” e il secondo che controbatteva che chi fa di queste affermazioni è un frustrato, che vive fuori della realtà. Peccato che Berlusconi si sia lasciato sfuggire un’ottima occasione per ribattere al suo sodale di destra, non richiamando quanto è accaduto sabato scorso. Ben centomila italiani, arrivati da tutta Italia, hanno sfilato a Roma per contestare il decreto Salvini su immigrazione e sicurezza. Senonché, secondo la denuncia degli organizzatori, oltre 40 pullman sono stati fermati alle porte di Roma, le persone schedate e filmate e gli striscioni srotolati dalle forze dell’ordine per poterne leggere il contenuto. A questa denuncia si sono aggiunte le proteste di parlamentari di Sinistra Italiana e di Leu, del segretario di Si Nicola Fratoianni, del senatore Francesco Laforgia, che ha dichiarato: “Ci troviamo di fronte a una grave limitazione delle libertà democratiche”. Ma in serata la Questura di Roma ha spiegato in una nota che, per carità, si è trattato di “normali controlli di sicurezza” previsti per simili eventi e, in qualche caso, i controlli sono stati “più stringenti in ragione della presenza di pullman non preventivamente segnalati e per evitare possibili criticità”. A me sembra che queste proteste siano totalmente da condividere e che ci si debba davvero preoccupare per questi segnali di prove generali di museruola da mettere alle manifestazioni di democrazia in Italia. Che da noi si mostrino piccoli apprendisti Mussolini è del tutto evidente già nel linguaggio: “molti nemici, molto onore”, “me ne frego”, poi “mitra imbracciati”, “qualche passo su un cavallo” (sbagliato il colore del pelo, quello che usava il Duce era di un bianco immacolato). Quel che ancora manca è l’affacciarsi a un balcone per comunicare la dichiarazione di guerra, che comunque c’è già stata: alla Ue. Occorrerà davvero mobilitarsi per evitare la vittoria di Salvini alle elezioni europee a maggio prossimo se non vogliamo un Orban anche in Italia.

Tommaso De Pascalis

 

La scelta tra sale e streaming appartiene agli spettatori

Con il decreto sulle finestre di distribuzione, i film saranno prima al cinema e poi sulle piattaforme digitali. È il risultato di un effetto nostalgia, mentre in un mondo che cambia rapidamente, è importante sempre guardare avanti. Un film sul grande schermo non è per tutti, ma solo per chi decide di andare al cinema e acquistare un biglietto. La stessa cosa vale per chi acquista un abbonamento o un ticket su una piattaforma digitale. Vale per gli acquisti sui prodotti in generale: il consumatore sceglie tra on line e il negozio; vale infine per il calcio, dove si sceglie tra divano e stadio. Sono esperienze differenti e la scelta è solo del consumatore. Oggi dobbiamo semplicemente renderci conto che è cambiato il modello di business per cui, alla base di tutto, c’è il meccanismo della gratificazione istantanea. I consumatori vogliono la loro esperienza: prodotti di qualità, immediatamente disponibili e con varie opzioni di scelta. Credo quindi che sala e web possano coesistere. Nel “mondo digitale” la personalizzazione non può più essere sottovalutata.

Andrea Zirilli

Quella piazza di Torino e il “dissenso consapevole”

Vorrei dare il mio umile punto di vista di nonna (ho una figlia e una nipotina) per parlare in maniera semplice di noi donne. Alla fine siamo noi ad allevare ed educare gli uomini. (…) Nella nostra politica, tenuto sempre conto delle resistenze degli uomini nel darci spazio, molte tendono a fare le “cheerleaders” dei loro capi per fare carriera: le renziane non sono state molto diverse dalle berlusconiane. Ora staremo a vedere cosa riusciranno a fare nel nuovo governo. Vivo da più di quarant’anni a Torino e penso che le organizzatrici del Sì Tav si siano prestate, più o meno consapevolmente, a una strumentalizzazione politica, raccogliendo una falsa bandiera e fingendo di credere che il reale problema della città sia il Tav e non i problemi di Fiat e altro. Alla fine hanno manifestato contro un’altra donna, la Appendino, rifiutandosi in seguito di parlarle e dicendo di voler incontrare Mattarella. Sono queste le donne che dovrebbero portare il progresso e il cambiamento, le madamine che fanno la catena di Sant’Antonio con le amiche che non sanno niente di quest’opera? Io mi sono limitata a parlare con chi conoscevo di quello che avevo letto a proposito di quest’opera così controversa, ma non mi sarei mai sognata di fare proselitismo su questo tema. La manifestazione è riuscita grazie agli inviti di associazioni varie (federmanager, commercialisti) e poteri politici cittadini che ormai fanno opposizione “tutti insieme appassionatamente”. Una grande mobilitazione alla quale molte donne torinesi si sono prestate, molte anche in buona fede. Sto riflettendo sull’opportunità o meno di partecipare all’altra manifestazione l’8 dicembre, perché preferirei che ci fosse una partecipazione su questioni sociali più importanti. Ma forse sarebbe positivo vedere in piazza anche qualche nonnina che cerca d’informarsi e non si fa strumentalizzare!

Che dispiacere Enza, dover tagliare la sua lettera! Lei ha centrato più temi, tutti sacrosanti, in una volta. Quando le animatrici della piazza dicono di non essere competenti rispetto alla questione in sé dimostrano una preoccupante mancanza di autonomia intellettuale, prestando il fianco alle accuse di strumentalizzazione. Il dissenso non va mai criminalizzato perché nutre la democrazia. Certo più è informato meglio è: e non è un dettaglio, men che meno di genere. Sulla manifestazione sono state spese troppe parole, molte delle quali a sproposito (la città che torna laboratorio, la rivincita della borghesia). Il punto è semplice: il Tav serve o no? Tutto il resto è rumore di sottofondo.

Caserta, finanziere uccide la moglie e la cognata e si suicida

È morto l’uomo responsabile del duplice omicidio avvenuto in una cartolibreria in via Roma a Vairano Patenora, in provincia di Caserta. Marcello De Prata, maresciallo della Guardia di Finanza di 52 anni in servizio nel Comando Provinciale di Napoli, secondo quanto accertato dai carabinieri, è entrato nel negozio, di proprietà della moglie Antonella Laurenza e ha ucciso quest’ultima e la sorella Rosanna.

Il finanziere ha poi aperto il fuoco anche nei confronti dei suoceri, che sono rimasti feriti. In ultimo ha quindi rivolto l’arma verso di sé. Rimasto ferito gravemente è stato subito trasportato e ricoverato in ospedale, dove è però poi deceduto nonostante il ricovero in terapia intensiva. La tragedia sembra sia avvenuta per precedenti liti tra l’uomo, la moglie e i familiari di quest’ultima; ai carabinieri non risultano comunque denunce a carico del 52enne maresciallo della Guardia di Finanza.

L’uomo, stando alle prime informazioni, si stava separando dalla moglie. La coppia aveva due figli.

Pensionata violentata in spiaggia da un rifugiato

Prima le si è seduto accanto sull’arenile per scambiare qualche parola, poi all’improvviso l’ha afferrata e ha abusato di lei. A subire violenza sessuale è stata una dottoressa in pensione di 68 anni che nella mattina di mercoledì scorso era scesa in spiaggia, a Ortona, in Abruzzo.

L’aggressore è un ventenne somalo, Saleban Nuur Shaieb, in Italia con un permesso di protezione sussidiaria. Era stato ospite di una struttura di accoglienza fino allo scorso ottobre, attualmente viveva di espedienti. I carabinieri di Ortona che lo hanno arrestato sono riusciti a identificarlo attraverso le impronte digitali, poiché non aveva effetti personali né documenti.

Nella colluttazione la vittima ha sbattuto violentemente la testa su una pietra ma è riuscita a divincolarsi e a scappare in mare, proprio mentre stavano arrivando le forze dell’ordine, avvisate da alcune persone che poco prima avevano assistito alla scena del giovane che si masturbava in mezzo alla strada.

La dottoressa, molto conosciuta in zona per la sua professione di medico, è ricoverata nell’ospedale di Lanciano per le numerose escoriazioni ed ecchimosi riscontrate, ma soprattutto per il trauma cranico subito. La prognosi è di 30 giorni. “Ho creduto che volesse uccidermi”, ha detto ai dottori.

L’uomo è stato immediatamente arrestato per violenza sessuale ed è rinchiuso nel carcere di Chieti. Per lui è scattata anche la denuncia per atti osceni in luogo pubblico e falsa attestazione sulla sua identità.

Benvenuti a Rimini. La seconda Questura d’Italia è un garage

Ogni mattina i cittadini di Rimini per fare una denuncia devono attendere che la serranda del garage si alzi. Locale al piano strada, senza aria né luce. Come un basso nei quartieri spagnoli di Napoli. Peccato che questa sia la Questura. Ma la situazione peggiora per l’Ufficio immigrazione. Altro garage, ma in un palazzo abusivo. È qui che arrivano i 36.000 stranieri regolari che abitano nel territorio della provincia. Anche cento in una giornata. La situazione è al collasso. Il Questore Maurizio Improta lo denuncia da anni. Dalla sua ha l’intero dipartimento di polizia, non, forse, la politica locale. Risultato: il trasloco non arriva. “È scandaloso – protesta il Questore – che la Polizia debba lavorare in un garage”.

Per capire bisogna tornare al 1995, quando Rimini diventa Provincia. Da qui la necessità di trasformare l’allora commissariato in una Questura. Che succede? Non si pensa a un trasloco in una struttura idonea. Si procede, invece, per accorpamenti di locali rispetto al commissariato che si trova nel centro storico. Ecco allora che vengono presi in affitto garage, ma anche due alberghi falliti e un palazzo preso a un’asta fallimentare. Conclusione: oggi la Questura per poter sopravvivere paga otto affitti per un totale all’anno di circa 800 mila euro. Ed è così che oggi lavorano i 270 agenti e funzionari della Polizia di Stato. Con immaginabili problemi logistici.

Se, ad esempio, il Questore deve leggere una denuncia, l’agente che l’ha presa dovrà uscire e a piedi portarla dove ha la sede l’ufficio di Improta. L’inefficienza è anche operativa. Tra i tanti garage adibiti a ufficio non ve ne è uno per parcheggiare le auto di servizio che regolarmente vengono messe in strada e danneggiate con graffi e altro. Per non parlare delle celle di sicurezza ormai vetuste o dell’archivio generale, ovvero il cuore pulsante di una Questura, messo nell’ennesimo garage, sempre a livello strada senza la minima sicurezza, aperto d’estate per far passare un poco d’aria e totalmente privo di controlli. Chiunque volesse passare e dare fuoco ai documenti potrebbe farlo senza grandi difficoltà.

Due giorni fa, i sindacati hanno manifestato in piazza. La Questura non ha ascensore, le barriere architettoniche sono a ogni angolo. Nel 2000 qualcosa pareva cambiare. Un palazzo viene costruito da un privato nella zona dietro allo stadio, circa 39 mila metri quadrati. Affitto pattuito: 6 milioni poi scesi a 3. Una cifra enorme. Nulla si fa. Risultato: il privato fallisce e quell’ecomostro resta lì da quasi 13 anni inutilizzato. Rimini, secondo una lista stilata dal Sole 24 Ore, è la seconda città, dopo Milano, per numero di reati denunciati. Non che qui si siano dati appuntamenti tutti i malavitosi d’Italia. Semplicemente a Rimini passano ogni anno 24 milioni di persone, 17 solo nella finestra estiva. All’orizzonte qualcosa pare vedersi. Si tratta di un palazzo privato che ospita il Centro per l’impiego.

L’obiettivo è spostarlo in un’altra struttura e adibire questa alla nuova Questura. Affitto: 650 mila euro. Cifra rubricata dal dipartimento a 500 mila e che non comprende i lavori di adeguamento dello stabile. Tanti soldi, dunque. Come quelli che, ad esempio, nel 2017 sono stati spesi solo per i rinforzi arrivati durante il periodo estivo. Fattura alla mano: 700 mila euro. “E pensare – conclude Improta – che la nuova struttura compare nel Patto per la Sicurezza firmato con l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti”.

Desirée, passa la linea dei pm “L’omicidio è confermato”

Nuovo colpo di scena nell’indagine sulla morte di Desirée Mariottini, la 16enne trovata senza vita lo scorso 18 ottobre in uno stabile abbandonato di via dei Lucani, nel quartiere romano di San Lorenzo. Il Riesame ha confermato l’accusa più grave, quella di omicidio volontario, per uno dei quattro nordafricani arrestati. Si tratta di Mamadou Gara, senegalese di 27 anni, detto Paco: nei suoi confronti è stata confermata anche la violenza sessuale di gruppo, escludendo però l’aggravante dei futili motivi.

La decisione è arrivata a pochi giorni da un altro verdetto, quello con il quale i giudici hanno fatto cadere l’ipotesi di omicidio volontario per altri due arrestati, il nigeriano Chima Alinno, detto Sisco, e il senegalese Brian Minteh, detto Ibrahim. Sono verdetti diversi, contrastanti tra loro. E ciò potrebbe significare che si stanno delineando quadri differenti in base alle posizioni dei singoli indagati. I pm però restano convinti della propria impostazione accusatoria: chi ha somministrato il mix letale di droghe e psicofarmaci alla minorenne non poteva ignorare la morte come una delle conseguenze possibili.

Paco, quindi, resta in carcere. Ma il suo legale, l’avvocato Ilaria Angelini, nei prossimi giorni potrebbe chiederne l’affidamento in una comunità religiosa romana, peraltro già individuata. Nell’ordinanza di custodia cautelare del 27 ottobre scorso, quella con la quale viene disposto il carcere, il gip Maria Paola Tomaselli descrive Paco come colui che resta nell’immobile “durante la commissione del rapporto sessuale” tra Desirée e Youssef (il quarto uomo arrestato), “in evidente attesa del proprio turno”. E poi c’è la testimonianza di Alexander Asumadu, il quale ha dichiarato “di aver raccolto le confidenze di Paco, incontrato il 22 ottobre” che gli avrebbe detto “di aver abusato della giovane dopo averle somministrato un farmaco”. Dal canto suo, Paco ha negato, con il proprio legale, qualsiasi ruolo nella terribile vicenda. Eppure era stato lui stesso, al momento dell’arresto, ad aver parlato di un rapporto consenziente. Dichiarazioni queste per il suo avvocato inutilizzabili.

Nei prossimi giorni è attesa un’ulteriore svolta nell’indagine. Oggi infatti la Procura affiderà a un consulente le analisi sui reperti biologici per individuare le tracce di Dna sul corpo di Desirée. È un esame importante per i pm Maria Monteleone e Stefano Pizza, perché consentirà di dare un nome e un volto a chi ha abusato di Desirée.

Metro Milano, due treni frenano improvvisamente

Paura ieri mattina in metropolitana a Milano: un treno della linea rossa in prossimità della fermata Uruguay ha frenato bruscamente e improvvisamente causando il ferimento di una quindicina di persone (tra cui due bambini), che sono rimaste contuse in modo lieve e trasportate in ospedale. Incredibilmente, nel pomeriggio, si è verificato un episodio-fotocopia alla fermata Palestro: il convoglio ha frenato e quattro persone sono rimaste contuse. “La frenata – spiega in una nota Atm – è avvenuta a seguito di un intervento di disalimentazione dell’intera linea metropolitana che si è ritenuto indispensabile poiché una persona era entrata abusivamente in galleria alle 7.47 con presunte intenzioni suicide. L’intera linea è stata pertanto disalimentata per 10 minuti, fino a quando la persona è stata individuata e fermata dalla security Atm a Loreto”. Alla ripresa del servizio, prosegue la nota, “un treno in ripartenza dalla stazione di Bonola M1 ha effettuato una frenata improvvisa attivata dal sistema di sicurezza dei convogli, pochi secondi dopo la rialimentazione della linea”. L’Azienda, che si scusa per il disagio di questa mattina, è al lavoro per accertare le cause correlate all’innesco della frenatura.

La vagina è timida, il pene uno spaccone e i gay vanno guariti

Insegnare a ragazzi di 13-15 anni che l’omosessualità è una “malformazione psicologica”, un “autentico dis-orientamento della personalità nelle sue pulsioni elementari e che può essere, almeno in parte, recuperabile durante l’infanzia e l’adolescenza”: eccolo il programma di educazione sessuale del professor Armando Baldissin, insegnante di matematica e scienze alla scuola paritaria di orientamento cattolico La Traccia di Calcinate, in provincia di Bergamo. Il Fatto Quotidiano è venuto in possesso di alcune schede che sarebbero state consegnate agli studenti delle classi terze della scuola secondaria di primo grado, durante le ore di scienze, e che catalogano l’omosessualità, insieme alle pedofilia, tra le “sessualità incompiute”.

L’istituto e il professore, contattati più volte per telefono ed email, preferiscono non commentare la vicenda: le schede, tuttavia, sono brani di un libro di Armando Baldissin pubblicato nel 2011, Educare all’affettività (Itaca) e che, fino al 2017, è stato riproposto, in occasione dell’annuale festa scolastica, tra i testi di riferimento nell’offerta editoriale dell’istituto.

La scuola La Traccia è una scuola paritaria che, per il ruolo che svolge, riceve finanziamenti dallo Stato “garantendo un progetto educativo in armonia con i princípi della Costituzione”, secondo quanto previsto dalla legge 62 del 2000. Tra elementari, medie e licei conta quasi mille studenti e riceve dalla pubblica istruzione (dati 2016/2017), contributi per oltre 350 mila euro l’anno, cui sommare 48.969 euro di cinque per mille e altri 479.524 euro di “dote scuola regione”, ovvero soldi versati dal Pirellone alle famiglie per pagare la retta.

In Educare all’affettività Baldissin illustra il suo programma di educazione sessuale che copre venti ore curricolari, e su cui i ragazzi vengono valutati con un voto. Si insegna la diversità tra uomo e donna partendo dalla demolizione della lotta per l’emancipazione femminile: “Negli anni ‘70 – scrive Baldissin – sembrava che la diversità sessuale fosse un elaborato culturale, un prodotto dell’educazione maschilista, dal quale bisognasse sbarazzarsi in funzione di un’ideale di emancipazione e di uguaglianza. La campagna (fatte salve le ovvie positività sul piano dei diritti civili) ha indotto a minimizzare le peculiarità psicologiche dei due sessi”. Il libro è rivolto non solo agli studenti ma soprattutto a educatori e genitori. Agli altri insegnanti interessati a seguire il suo programma, Baldissin suggerisce di far notare ai ragazzi come “sia sorprendente che, per certi aspetti, gli organi genitali corrispondano alle tipologie temperamentali: semplice, eccitabile e impulsiva l’una; complessa, accogliente e riservata l’altra”.

Se la vagina timida e il pene spaccone possono far ridere, fa meno ridere che da qui si passi a qualificare l’omosessualità come un disturbo. L’omosessualità, viene spiegato, deriva dalla “percezione della propria inadeguatezza ed inferiorità rispetto all’idealizzazione della propria identità sessuale”. Tra gli approfondimenti, anche un brano di Luca Di Tolve, sedicente ex gay, organizzatore di seminari per “guarire” dalle proprie pulsioni omosessuali. Abbiamo quindi chiesto alla scuola e al docente se promuovano terapie riparative tra gli studenti, ma senza risposta.

Lo scenario in cui si muove Baldissin è desolato: l’Italia non ha un piano nazionale per l’educazione sessuale e la scelta di inserire nella riforma scolastica del 2015 un vago riferimento alla promozione di attività di “educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni” è stata in gran parte disattesa anche a causa dell’opposizione degli attivisti pro-vita che agitano lo spauracchio dell’inesistente “dittatura del gender”.

Secondo i dati italiani dello studio internazionale Hbsc sulla salute degli adolescenti, il 28% dei ragazzi e il 21% delle ragazze di 15 anni dichiarano di aver avuto rapporti sessuali completi, e di questi uno su due opta per il coito interrotto come prevenzione. “Mentre le scuole svolgono spesso attività sull’educazione alimentare o per contrastare l’abuso di sostanze, il bullismo e il gioco d’azzardo; sull’educazione sessuale e all’affettività non c’è nulla” dichiara il curatore italiano dello studio, Franco Cavalli. Spesso disattese – spiega Marco Silvaggi dell’Istituto di sessuologia clinica di Roma – anche le linee guida dell’Oms che segnalano la necessità di anticipare alla fascia 9-12 anni l’insegnamento della prevenzione, affrontando i temi della sessualità e delle differenze di genere: “Aspettare i 15 anni è come insegnare a un aviatore come funziona un paracadute mentre si sta già buttando”.

Morte Magherini, assolti in Cassazione i tre carabinieri

La Cassazioneha assolto i tre carabinieri accusati di omicidio colposo per la morte di Riccardo Magherini. L’ex calciatore 40enne era morto il 3 marzo 2014 dopo essere stato arrestato e messo a terra con il torace premuto sul fondo stradale in Borgo San Frediano, a Firenze. La Suprema Corte, accogliendo il ricorso della difesa, ha annullato la sentenza di appello perché “il fatto non costituisce reato”. Nei primi due gradi di giudizio Vincenzo Corni, Stefano Castellano e Agostino della Porta erano stati condannati. Secondo la ricostruzione avevano immobilizzato e ammanettato Magherini mentre camminava sotto effetto di cocaina e in preda ad allucinazioni. Non lo avevano messo in posizione eretta quando aveva smesso di agitarsi e invocare aiuto. Per il Procuratore Generale in Cassazione, Felicetta Marinelli, l’ex calciatore sarebbe deceduto per lo stress respiratorio dovuto all’assunzione di stupefacenti e alla posizione prona nella quale era stato tenuto dai militari. I giudici della Cassazione hanno anche respinto il ricorso dei familiari di Magherini, rappresentati dall’avvocato Fabio Anselmo. In aula erano presenti amici di Magherini e Ilaria Cucchi.

Il generale Maruccia e la strana telefonata ai vertici della Consip

Una telefonata dal Comando generale dei carabinieri alla Consip poche settimane prima della fuga di notizie letale per l’inchiesta. La riporta la segretaria del presidente Consip a Luigi Ferrara mentre è intercettato e poi la svela ai pm (ignari) l’ex comandante del Noe, Sergio Pascali. Non in un’informativa dei suoi uomini ma in un suo esame da teste. La telefonata di cui parla la segretaria partirebbe il 25 luglio 2016 dal generale Gaetano Maruccia per la segreteria del presidente della Consip di allora, Luigi Ferrara.

In pratica il Capo di Stato Maggiore, di fatto il numero due dei carabinieri, cercherebbe il numero due della Consip, alla vigilia di una fuga di notizie che vedrà come destinatario proprio Luigi Ferrara e come presunta gola profonda il numero uno dell’Arma di allora, Tullio Del Sette. È questo l’ennesimo scoop contenuto nella trascrizione del verbale del 17 marzo 2018 di Sergio Pascali. Un testo che si legge d’un fiato. Ieri abbiamo pubblicato la prima parte.

Ai pm Paolo Ielo, Mario Palazzi e Giuseppe Pignatone, come scritto ieri, Pascali racconta il clima teso che si respirava nel 2015, quando fu nominato al Noe per il timore di una sorta di rappresaglia con trasferimenti per gli ufficiali del Corpo che aveva eseguito le intercettazioni e le indagini su delega del pm partenopeo Henry John Woodcock in direzione di ambienti del Pd.

Pascali, quindi, riconduce la sua nomina a una sorta di tentativo di mettere sotto controllo un Corpo sfuggito di mano e di fatto gestito dall’allora vicecomandante Sergio De Caprio, alias Ultimo, l’uomo che nel 1993 ha arrestato Totò Riina. Pascali, poi racconta ai pm che “il comandante Del Sette (…) riteneva che io potessi sistemare alcune situazioni che vi erano in seno a questo reparto. Prima di assumere l’incarico, incontro, ancora, Del Sette che mi dice, chiaramente, di regolare De Caprio, di fare in modo di circoscrivere tutte le attività alla competenza per materia (l’ambiente, che effettivamente c’entra poco con la Consip, ndr), di non trascendere”.

Il mandato di Del Sette era quindi ‘regolare’ Ultimo. Però Pascali prosegue: “Io non regolo De Caprio. Il mio rapporto con De Caprio è stato improntato sempre, da parte mia, alla massima trasparenza e lealtà, a una fiducia incondizionata nei confronti del collega che ritengo, tuttora, un valoroso ufficiale. Io ho cercato di sistemare in seno al reparto una serie di discrasie (…) limitando anche alcune spese, intervenendo proprio nella gestione del personale e delle risorse. Questa era l’unica cosa che io ho imposto a De Caprio”.

Nonostante Pascali non ‘regoli’ De Caprio, “lui ha deciso poi di andare ai Servizi”.

Così Pascali racconta ai pm che il posto di De Caprio sarà preso dal colonnello Alessandro Sessa che lui non voleva, ma che l’attuale Capo di Stato Maggiore Gaetano Maruccia gli disse: “No (…) è bene che Sessa rimanga”. De Caprio va via il 16 marzo 2016 “nella fase iniziale delle attività Consip”.

Pascali spiega che però il suo vicecomandante, Sessa, a lui non diceva niente: “Vengo a sapere che Sessa si frequenta con Maruccia. Per sei, sette volte, mi conferma il tenente Fabio De Rosa, è presente anche lui agli incontri con il generale Maruccia. Io non vengo assolutamente informato di nulla (…) Maruccia ha lasciato chiaramente intendere di volere essere compiutamente informato su questa indagine”.

La fonte di queste notizie, dice Pascali, sarebbe il tenente colonnello Fabio De Rosa, comandante del Reparto Operativo del Noe. Pascali si lamenta di essere stato scavalcato e offre ai pm una notizia: “In questo quadro vengo informato, successivamente, che la segreteria del presidente della Consip, Luigi Ferrara, il 25 luglio 2016 informa il Ferrara (intercettato da giugno 2016, ndr) dicendo: ‘Ha chiamato il Generale Maruccia il 25 di luglio 2016’”.

Bisogna ricordare un dato a questo punto: all’inizio di agosto il pm Woodcock registra un calo delle notizie provenienti dalle intercettazioni e ne parla adirato con il capitano Gianpaolo Scafarto. Il 9 agosto 2016 Scafarto scrive a Sessa: “Io credo sinceramente, e mi scuso della mia schiettezza, che sia stato un errore parlare direttamente di tutto con il capo attuale e credo lo sia ancora di più continuare a farlo”. Scafarto insomma individua in Maruccia (“il capo”) la ragione della fuga di notizie. E nelle chat successive cerca di convincere Sessa a chiedere al pm l’intercettazione del loro Capo di Stato Maggiore.

Il procuratore Giuseppe Pignatone a quel punto chiede a Pascali da dove esca la notizia di questa telefonata: “Lei si è informato con chi? Con De Rosa? Il dato è solo la telefonata?”. E Pascali: “Mi sono informato attraverso De Rosa, il quale mi dice poi che non sappiamo cosa è emerso successivamente. De Rosa mi dice: ‘Sì, il 25 luglio 2016 c’è questa telefonata di Marruccia’. Siamo proprio nella fase iniziale. Io chiedo e perché chiama Maruccia? Cioè, l’amministratore (in realtà allora presidente, ndr) di Consip può essere chiamato dal direttore di amministrazione, può essere chiamato dal capo ufficio bilancio, cioè voglio dire mi desta non poche perplessità”.

Il procuratore Pignatone chiosa: “Le è sembrato strano il livello della conversazione” e cerca di capire meglio.

Poi tre giorni dopo, il 20 marzo 2018, i pm romani risentono a sommarie informazioni il tenente colonnello Fabio De Rosa. Era già stato sentito tre volte ma stavolta gli fanno la domanda giusta e lui risponde: “Mi viene chiesto se mi risulti un appuntamento tra il generale Maruccia e Ferrara, presidente di Consip, in data 25 luglio 2016, dopo la pubblicazione sui giornali dei whatsapp relativi all’appuntamento tra il generale Del Sette e l’ad di Consip Marroni, il generale Pascali mi chiese se mi risultavano altri appuntamenti con il generale Maruccia. Chiesi ai militari di verificare e così abbiamo trovato una conversazione il 25 luglio 2016 riassunta ma non trascritta, tra Ferrara e la sua segretaria in cui quest’ultima riferisce a Ferrara che lo aveva chiamato il generale Maruccia”.

I pm quel giorno non chiedono a De Rosa perché la telefonata non sia stata trascritta. Se non fosse stato per Pascali, questa telefonata in cui si parla del Capo di Stato Maggiore non sarebbe mai arrivata all’orecchio dei magistrati. Il generale Maruccia (non indagato nell’inchiesta Consip) al Fatto spiega di non avere incontrato dopo quella telefonata, che non ricorda, il presidente Ferrara. Ma sul punto non è mai stato sentito dai pm.

(2.Continua)