Sfregiò con l’acido Gessica Notaro, 15 anni in appello

La Corte d’appello di Bologna ha condannato a 15 anni, 5 mesi e 20 giorni Edson Tavares, imputato per aver aggredito con l’acido e perseguitato l’ex fidanzata, la showgirl riminese Gessica Notaro. I giudici della prima sezione penale hanno letto la sentenza dopo quasi due ore di camera di consiglio.

“È andata bene, è sicuramente quello che ci aspettavamo, forse qualcosina in più del previsto”. Questo il primo commento di Gessica Notaro alla condanna in appello all’ex Edson Tavares, il trentenne di origine capoverdiana con cui aveva convissuto tre anni e che il 10 gennaio 2017 la sfregiò con l’acido .

“Sembra un film, è incredibile finire così. È una persona con cui ho dormito tre anni. Ma se l’è cercata, ha fatto tutto lui”, ha aggiunto. Gessica ha parlato di una “sentenza giusta”, e ha ringraziato il lavoro dei suoi avvocati e della Procura.

Finalista a Miss Italia prima dell’aggressione, Gessica è ora uno dei simboli della lotta contro la violenza alle donne e recentemente è stata protagonista di programmi televisivi, come Ballando con le stelle.

“La Trattativa in Antimafia, c’è ancora molto da scoprire”

Il nuovo presidente della Commissione parlamentare antimafia è il senatore Nicola Morra, del Movimento 5 Stelle, che succede a Rosy Bindi. Morra, 55 anni, è nato a Genova ma vive da anni in Calabria, dove ha insegnato nei licei Storia e Filosofia.

Da dove comincerà i lavori la sua Commissione antimafia? Quale sarà la sua prima preoccupazione?

Sarà quella di studiare sempre meglio la mafia invisibile, quella dei colletti bianchi, quella che alle coppole e alle lupare preferisce menti raffinatissime e compie reati con un click, invece che con un fucile a canne mozze. Lo ha dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, l’operazione ‘Gambling’: in un’intercettazione, uno degli indagati dice che i clan devono reclutare nelle migliori università mondiali, per avere a disposizione uomini capaci di compiere reati sulla rete. Sappiamo che il mercato dei capitali non è più vincolato dai confini nazionali. Per questo dovremo confrontarci con i Paesi stranieri, spingendo affinché si dotino, per esempio, di una legislazione anti-riciclaggio efficace come la nostra.

Abbiamo da insegnare all’estero?

Sì, l’esperienza italiana nella lotta antimafia è molto avanzata e anche dal punto di vista della legislazione possiamo indicare agli altri Paesi una strada per contrastare le mafie, che non sono fermate dai confini nazionali.

Da tempo il Movimento 5 Stelle spinge perché il Parlamento indaghi sulla trattativa Stato-mafia. In che forme e con quali strumenti?

Sarebbe opportuno che la Commissione istituisca un comitato che si dedichi alla trattativa Stato-mafia. La Commissione opera anche attraverso comitati, nella scorsa legislatura erano 16. Spero che in tempi brevi cominci a lavorare un comitato sulla trattativa, che potrebbe essere guidato dal senatore Mario Michele Giarrusso.

Giarrusso era in gara con lei per la presidenza dell’Antimafia.

Sarà il capogruppo del Movimento 5 Stelle dentro la Commissione. E, spero trovando pieno accordo con gli altri gruppi, potrà essere a capo del comitato che indagherà sulla trattativa.

Dopo la sentenza e le condanne della Corte d’Assise di Palermo, quali risultati ulteriori potrebbe raggiungere un comitato parlamentare?

Dobbiamo essere filologici, ma nello stesso tempo non fermarci davanti a niente e a nessuno. Dobbiamo approfondire le responsabilità di coloro che dentro la politica e dentro lo Stato hanno trattato con Cosa nostra, andando contro gli interessi dello Stato. Individuarli avrà come risultato quello di rafforzare la credibilità dello Stato. Abbiamo il dovere di accertare la verità, che non è stata tutta accertata nella sentenza del processo di Palermo. E dobbiamo accertarla in tempi rapidi, altrimenti non riusciremo a fare davvero giustizia.

Avrete anche in questa legislatura un’attenzione particolare agli insediamenti mafiosi al Nord?

Sì, le mafie vanno dove c’è business e si sono saldamente insediate nelle regioni del Nord. Soprattutto la ’ndrangheta. Basti vedere il processo Aemilia. Ma anche tante indagini in Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto… Dobbiamo ascoltare la voce di giovani come Elia Minari, che a vent’anni ha realizzato una videoinchiesta che ha fatto sciogliere per mafia il Comune di Brescello, in Emilia. Dobbiamo parlare di mafia, come ci ha insegnato Paolo Borsellino, anche in contesti che negano o sottovalutano il problema.

Nel Blog delle Stelle vi proponete di approfondire il rapporto tra mafie e informazione, “in considerazione dell’elevato numero di pressioni e intimidazioni a cui sono sottoposti i giornalisti”.

Sì, sappiamo, come ci ha mostrato l’inchiesta Montante, che le organizzazioni criminali sono molto attente a controllare l’informazione. D’altra parte i giornalisti che raccontano le mafie, come Michele Albanese, che vive sotto scorta dal 2014 e che conosco bene, devono avere la massima protezione e tutela da parte dello Stato.

Sui giornalisti alcuni esponenti Cinquestelle hanno avuto parole pesanti.

Noi critichiamo chi non sa fare il suo lavoro di giornalista e svende la sua penna alle logiche del potere, chi si mette sotto padrone e prende ordini. Sappiamo invece come siano importanti i giornalisti che fanno bene il loro lavoro senza guardare in faccia nessuno. Lo sappiamo così bene che nel 2013 abbiamo proposto proprio una giornalista, Milena Gabanelli, come candidata addirittura alla presidenza della Repubblica. Mark Twain diceva che il giornalista deve essere pagato bene per poter fare bene il suo lavoro. Oggi invece tanta editoria sopravvive sfruttando giornalisti malpagati ed eterni precari; o prendendo soldi pubblici e sostegni indiretti, per esempio per prepensionare i lavoratori poligrafici.

Quali temi ha intenzione di portare in primo piano nel lavoro della Commissione antimafia?

Dovremo approfondire la presenza della criminalità organizzata nella sanità, perché ogni volta che si trasferisce un servizio pubblico ai privati, come succede sempre più nella sanità, arrivano interessi mafiosi. In Calabria lo sappiamo bene: in passato c’è stato il caso Fortugno e ora a essere commissariati per mafia non sono soltanto gli enti locali, ma anche le aziende sanitarie. Poi dovremo avere un’attenzione particolare al business del gioco d’azzardo: nell’operazione ‘Gambling’ è stato sequestrato oltre 1 miliardo di euro. E dovremo continuare il lavoro svolto dalla Commissione Bindi sui rapporti tra mafia e chiesa, perché il papa è netto contro le organizzazioni criminali, ma tanti preti e parroci non seguono affatto il suo insegnamento. Più in generale, dobbiamo ripensare a quello che diceva Gesualdo Bufalino: la mafia sarà sconfitta da un esercito di maestri. Io credo che Kant possa sconfiggere la mafia, se riusciremo a diffondere cultura e rispetto delle regole.

Pensioni, Boeri: “Per quota 100 mancano dei fondi aggiuntivi”

Ennesima accusa del presidente dell’Insp Boeri alla manovra del governo sulle pensioni. “Per quota 100 sulle pensioni mancano risorse per il 2020 e il 2021. Secondo tutte le nostre simulazioni – spiega Boeri, costa in alcuni casi un terzo in più e in altri casi addirittura due volte in più rispetto al primo anno. Nella legge di Bilancio è previsto che la dotazione del fondo sia la stessa: 6,7 miliardi nel 2019 e 7 miliardi nel 2020 e 2021. Mi chiedo come sia possibile e cosa abbia in mente il governo per far fronte al fatto che inevitabilmente il secondo anno la misura costerà molto di più”. Un’accusa a cui ha replicato il vicepremier della Lega Matteo Salvini: “È in perenne campagna elettorale: ha stufato. Si dimetta, si candidi col Pd alle Europee e la smetta di diffondere ignoranza e pregiudizio”. Non è la prima volta che Boeri si scontra con l’esecutivo, tanto che più volte si è parlato dell’ipotesi dimissioni. A luglio scorso, ad esempio, aveva detto che Luigi Di Maio “ha perso il contatto con la crosta terrestre”. Mentre, quando il presidente Inps aveva dichiarato che “senza l’ingresso dei migranti il sistema non regge”, Salvini gli aveva replicato dicendo che “vive su Marte”.

Bollette del gas, scatta la prescrizione di Pirro

Le buone notizie per i consumatori, si sa, si nascondono sempre dietro a successi incompleti. Come nel caso del giro di vite annunciato in questi giorni contro i maxi-conguagli pluriennali nelle bollette del gas. La buona novella: dal 1° gennaio 2019 anche per il metano, come già avviene dallo scorso marzo per le fatture dell’elettricità e accadrà nel 2020 per l’acqua, in caso di ritardo della fatturazione per responsabilità del venditore o del distributore, l’utente sarà chiamato a pagare solo gli importi relativi agli ultimi 24 mesi e non più 60 come avviene oggi. Il taglio della prescrizione da 5 a due anni è stato previsto dalla legge di Bilancio 2018 e rappresenta un bel passo in avanti per evitare di ritrovarsi a pagare importi stratosferici che superano anche i 10 mila euro. Somme a cui spesso ci si arriva a causa dei ritardi del distributore: letture ritardate, contatori rotti, rettifiche del dato di misura precedentemente fornito dal distributore e via dicendo. Casistiche esplose soprattutto negli ultimi due anni con l’inizio – partito un po’ in sordina – della sostituzione dei vecchi contatori del gas con quelli elettronici che consentono la telelettura dei consumi a distanza. Se per anni, infatti, una famiglia ha pagato regolarmente le bollette con una stima presunta (non è stata mai effettuata la lettura del contatore), con l’installazione del nuovo contatore – che ha rilevato il calcolo effettivo – si è ritrovata con un conguaglio da capogiro da saldare. Una bomba, tuttavia, pronta ancora ad esplodere visto che la sostituzione di contatori continua ad andare a rilento.

Così, se finora la regola era che le morosità, vere o presunte, si trascinassero in estenuanti botta e risposta, il cui effetto principale era rinviare di anni la definizione delle controversie, dall’inizio del nuovo anno – secondo quando stabilità dall’Authority dell’Energia (Arera) – i fornitori incapaci di muoversi in tempi brevi perderanno semplicemente il denaro dovuto dai clienti morosi oltre a dover lasciar in pace quelli che sono a posto con i pagamenti. Inoltre, per una maggiore trasparenza sugli importi prescrittibili e per rendere più facile al cliente esercitare il proprio diritto, i venditori saranno tenuti anche a emettere una fattura separata contenente esclusivamente gli importi per consumi risalenti a più di 2 anni. E i venditori dovranno informare il cliente della possibilità di contestare gli importi prescrittibili e di fornire un format che faciliti la comunicazione della sua volontà di non pagare.

Ma proprio qui si annida la maggiore preoccupazione: resta ancora aperta la questione delle responsabilità. Nella norma, infatti, si contempla anche che sia il cliente ad aver sbagliato, a non aver quindi pagato le bollette. Casistica certamente plausibile, ma che spalanca le porte alla possibilità che il distributore respinga i ricorsi di quanti non hanno mai comunicato il reale conteggio dei consumi, perché nessuno si è mai recato a casa loro per leggere il contatore. Querelle che va avanti da anni e che non è stata sanata dal provvedimento. Una circostanza che non piace ai consumatori come spiega Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione nazionale consumatori: “Restano da definire i casi in cui è l’utente a essere responsabile della mancata lettura del contatore”. A fargli eco Luigi Gabriele di Adiconsum: “Insieme alla nuova delibera Arera ha anche avviato una procedura che dovrà concludersi entro l’anno in cui miriamo a far definire in modo più chiaro quando la mancata lettura è colpa dell’operatore e quando del cliente finale. L’obiettivo è quello di arrivare a una prescrizione automatica”.

Il governo sfida Bruxelles e Bce: scudo anti-spread alle banche

È un segnale a una parte del mondo del credito, che lo chiedeva a gran voce. E si materializza con un emendamento alla manovra in commissione Finanze alla Camera che come primo firmatario ha uno sconosciuto deputato M5S, Raffaele Trano, commercialista di Formia alla prima legislatura.

Dietro la mossa, però, c’è l’intero governo. Che ieri ha fatto approvare una doppia modifica alla legge di Bilancio che può avere un effetto dirompente: uno scudo anti spread per le banche non quotate, che potranno avere anche maggiore libertà nel registrare le perdite sui crediti. “Vogliamo metterle al riparo dalle speculazioni finanziarie”, ha spiegato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro. L’emendamento agisce su due fronti. Permette alle banche non quotate (e anche alle assicurazioni) di non applicare i principi contabili internazionali, ma di usare quelli nazionali. È quello che avviene in Germania. Per chi lo fa, interviene una seconda norma che consente agli istituti di sterilizzare gli effetti dello spread sui titoli di Stato detenuti nelle attività disponibili per la vendita. È l’escamotage trovato per scudare le piccole banche, e sono centinaia, da una norma che in tempi di spread a 300 danneggia il patrimonio degli istituti. Fino al 2016 le banche godevano di un filtro prudenziale che permetteva loro di non dover prezzare il valore dei titoli di Stato nel portafoglio degli asset non immobilizzati. Nel 2016 questo filtro è stato tolto per le grandi banche vigilate dalla Bce. Le piccole hanno continuato a beneficiarne fino al 2018, quando è stato eliminato con l’introduzione del nuovo principio contabile internazionale Irfs9. In questo modo, quando lo spread sale (e quindi si abbassa il valore dei titoli di Stato) danneggia il patrimonio degli istituti a cui guarda la vigilanza. È quello che sta avvenendo in questi mesi, con il differenziale di rischio tra titoli italiani e tedeschi stabile a quota 300. Un bel guaio per le banche italiane, che hanno in pancia 370 miliardi di titoli di Stato domestici. Ripristinare il filtro sarebbe stato più efficace ma avrebbe costretto il governo a modificare una normativa comunitaria. E così si è deciso per una strada alternativa, disponibile per tutte le banche non quotate. La norma però non riguarda solo lo spread. Il problema dei principi contabili vale anche per i crediti, perché l’Ifrs9 obbliga le banche a effettuare accantonamenti per coprire le perdite non solo di quelli già deteriorati, ma anche di quelli che potrebbero deteriorarsi in futuro. Bankitalia ha stimato che la novità, per gli istituti meno grandi, comporterà un calo medio di 47 punti sul patrimonio di vigilanza (Cet1).

La norma viene insomma incontro alle richieste del mondo bancario, anche se al momento c’è scetticismo sul fatto che possa bastare. Dal 2005 non c’è più una normativa vigente su principi contabili nazionali per le banche, ma solo il codice civile, e servirà probabilmente un nuovo intervento per raccordare le due normative. La norma, peraltro, prevede che si possa sterilizzare lo spread sui titoli solo per il 2018 (deciderà il Tesoro, via decreto, se prolungarlo anche per gli anni successivi) e quindi in poche settimane gli istituti che vorranno servirsene dovranno riscrivere l’intero bilancio con i nuovi principi contabili nazionali. L’altra incognita riguarda la vigilanza. Bankitalia non è contraria, visto che, finché ha potuto, ha applicato il filtro alle banche piccole. Servirà però convincere la Bce. Difficile che il segnale venga letto bene a Francoforte, e pure a Bruxelles, che avevano visto nell’eliminazione del filtro uno strumento per spingere le banche italiane a disfarsi dei titoli di Stato e rompere il legame tra settore bancario e debito pubblico, come chiedono da tempo i Paesi del Nord (Germania in testa).

Intanto l’esecutivo studia un emendamento al decreto fiscale per modificare la riforma della Banche di credito cooperativo del governo Renzi. L’ipotesi è di togliere l’obbligo agli istituti di aderire alle holding capogruppo. Di sicuro riguarderà le Bcc del Trentino Alto Adige (care a Lega e M5S). Estenderlo a tutti significherebbe demolire la riforma cara a Bankitalia. Che s’è già messa di traverso.

Manovra, scontro su sugar tax: “È per Irap” “No, vada agli atenei”

Tassare la Coca Cola, la Fanta, la Sprite e tutte le altre bevande zuccherate per coprire l’esclusione del regime Irap per le partita Iva fino a 100 mila euro. È quanto prevede una proposta M5S-Lega alla manovra, approvata in commissione Finanze e che dovrà essere esaminata dalla commissione Bilancio. L’emendamento, a prima firma della esponente pentastellata Carla Ruocco e sottoscritto da alcuni deputati leghisti, prevede come copertura principale la revisione delle spese fiscali. Sull’emendamento si parla di mezzo centesimo per ogni grammo di zucchero presente, in linea con la tassazione di altri Paesi europei. Ma è scontro nel governo con il ministro dell’Università e della Ricerca che propone, però, di utilizzare la tassa per il fondo ordinario dell’Università e la Ricerca. Nella serata di ieri è poi arrivata anche la precisazione dalla presidenza della Commissione Finanze: “Il corretto utilizzo di quelle risorse, probabilmente residuali per le necessità fiscali, sarà quello di darli al ministero della Salute per creare un fondo per l’obesità infantile”. Diventano, quindi, tre i dicasteri che aspirano alla dote che arriverà dalla sugar tax: Finanze, Istruzione e Sanità.

Recalcati legge Recalcati (cioè la storia d’Italia)

Come i lettori sanno, nutriamo una predilezione scostumata per lo psicoanalista Recalcati, almeno da quando partecipò da par suo ai fasti dell’era renzista (senza peraltro mai trovare una cura per il narcisismo del rignanese). Recalcati stava a Renzi come Hegel stava a Napoleone; nel baldo giovane a cavallo di una Smart lo psico-guru ha visto lo Spirito del Tempo, tanto da prestare la sua expertise per una scuola politica del Pd – che tanto ha fatto per la salute della politica, autodistruggendosi – intitolata al povero Pasolini, riavendone in cambio nulla, manco uno straccio di ministero della Cultura, affidato poi alla non scolarizzata Fedeli.

Da tutto ciò, lo specialista pare non aver conseguito danni morali o reputazionali e gode anzi di gagliarda salute mediatica. Mercoledì in prime time presentava il suo nuovo libro sul canale La Effe di proprietà dell’editore che pubblica il libro di Recalcati in un poetico documentario su Recalcati intitolato a A libro aperto. Ad essere onesti, non proprio un biopic sulla persona di Recalcati, quanto una specie di storia d’Italia sub specie Recalcatis: a letture di libri cari a Recalcati e filmati di repertorio tratti dalle epoche in cui Recalcati si formava, andava all’università, diventava padre, si alternano immagini di Recalcati che parla, legge, sottolinea un libro, cammina in un parco, siede su una panchina, si mette una mano sotto il mento, guarda i riflessi sull’acqua di uno stagno, calpesta foglie cadute, sposta una lampada nel suo studio, contempla le orchidee sulla consolle del soggiorno. Il feticismo minimale che forse cita Godard lascia spazio a illuminazioni da intellettuale engagé: “Il mio primo ricordo”, dice Recalcati con una voce diaframmatica da far svenire le casalinghe, “è mio nonno che ammazzava i conigli sbattendo la loro testa contro il muro e poi scuoiandoli. Io mi identificavo col coniglio. Ecco, per me la lotta di classe era schierarmi con tutti i conigli del mondo”. Ecco, noi saremmo già paghi così, con Marx e Lenin accoppati dalla metafora leporide, ma una poeticità implacabile insuffla il racconto. “I miei amici si erano persi chi nel terrorismo, chi andando alla deriva in India (sic), chi bruciandosi nell’eroina”. E lui? Un attimo di tregua la pubblicità, annunciata da un jingle con Recalcati a braccia conserte tipo Raffaele Morelli dei benestanti.

Ora Recalcati siede sul muretto sotto le arcate di un chiostro (scarpe di ottima fattura italiana, calze in filo di Scozia): storditi, percepiamo lo svolgersi della biografia in frammenti di cultura maiuscola: “Kierkegaard, Nietzsche, Sartre… il clinamen… il mistero della soggettivazione…”, risuona la voce di Recalcati mentre scorrono immagini di Recalcati che gioca col cane, guarda l’orizzonte, sfiora la tela di un quadro coi polpastrelli, sistema i libri nella libreria. Apprendiamo che il suo maestro gli ha “fatto incontrare libri come se fossero mari”.

Dopo i Vangeli, Ungaretti, Sartre e Lacan, la voce legge Recalcati: è Il complesso di Telemaco, vero saggio di formazione del renzismo (noi spiegammo come Renzi fosse semmai il capo dei Proci che devastano il palazzo di Ulisse), mentre Recalcati, sdraiato su chaise longue da 6 mila euro, dice frasi profonde e torride, come “Ogni figlio è il figlio giusto in quanto sforzo di poesia”, “Ogni libro ha un modo di camminare e di esistere” e “Essere e tempo di Heidegger è pieno di grumi teorici”.

Ci torna in mente come in un sogno quel passo di Thomas Bernhard: “Ho visto delle fotografie di Heidegger… Heidegger scende dal letto, si rimette a letto, dorme, si risveglia, indossa i mutandoni, infila i pedalini, contempla l’orizzonte, intaglia il bastone, si mette il berretto, si toglie il berretto, cammina davanti a casa, cammina dietro la casa, si dirige verso casa, legge, mangia, si taglia una fetta di pane (fatto in casa), apre un libro (scritto in casa), chiude un libro (scritto in casa), si china, si stiracchia… Roba da vomitare. È sempre stato comico, un megalomane… Un imbecille delle Prealpi”. Ed era Heidegger.

La battaglia sulla pelle di Tim Voto al buio per la scelta dell’ad

A memoria d’uomo non c’è stata una vicenda così assurda nella storia del capitalismo. Dentro il consiglio d’amministrazione di Tim – e sulla pelle della rete telefonica, cioè del Paese – si è aperta una miserabile contesa per la poltrona di amministratore delegato. Senza un soprassalto di senso di responsabilità, al cda convocato per domenica prossima per la scelta del successore di Amos Genish vincerà chi, tra i due pretendenti Luigi Gubitosi e Alfredo Altavilla, otterrà più voti. Una farsa a metà strada tra X Factor e il congresso del Pd.

Il caso è esploso ieri mattina, quando si è riunito il “comitato nomine” di Telecom Italia (formato da 5 dei 15 consiglieri) per istruire la pratica per il cda di domenica. A riunione in corso un’agenzia di stampa ha lanciato una notizia falsa: “Tim: Gubitosi nuovo Ad”. Altavilla, già designato dai consiglieri che avevano votato il siluramento di Genish, si è comprensibilmente infuriato e la riunione si è chiusa con un nulla di fatto. Ma il fatto è certo: Gubitosi ha avviato una campagna elettorale privata e sotterranea convincendo alcuni consiglieri. Adesso è rissa tutti contro tutti.

Riavvolgendo la pellicola si vede un film dell’orrore. Il 4 maggio scorso l’assemblea degli azionisti ha tolto agli uomini della francese Vivendi (primo azionista con il 24 per cento) il controllo di Tim, lasciando al gruppo di Vincent Bolloré 5 consiglieri ed eleggendo i 10 della lista del fondo americano Elliott. È stato confermato come amministratore delegato Genish, espresso da Bollorè. Ma nei mesi seguenti l’insoddisfazione per il manager israeliano è cresciuta fino a esplodere martedì scorso, quando il cda ha votato a maggioranza la cacciata. L’operazione è stata condotta dal presidente Fulvio Conti che ha personalmente confezionato un capo d’imputazione articolato su tre punti sostanziali: cattivi risultati industriali e finanziari e insoddisfacente realizzazione del piano DigiTim; pessima scelta dei manager, con cacciata degli esperti e assunzioni discutibili come quella del direttore commerciale Pietro Scott Jovane, scelto e spedito via in pochi mesi; assenteismo. L’ultimo punto è il più incredibile: anche qui, a memoria d’uomo non si ricorda un cda che abbia rimproverato all’amministratore delegato di non esserci mai.

Mentre tesseva l’accordo tra i 10 consiglieri eletti da Elliott, Conti ha anche creduto di gestire l’intesa sul successore, apparentemente trovata sul nome di Altavilla, braccio destro di Sergio Marchionne che nel luglio scorso, alla morte del capo, l’azionista di controllo della Fiat John Elkann ha scartato come successore.

Sia Altavilla che Gubitosi fanno parte della squadra di consiglieri Elliott e Conti ha creduto che non ci fossero problemi, anche perché l’ex direttore generale della Rai in questo momento è impegnato sulla disperata crisi Alitalia. Invece, non appena convocato il comitato nomine per l’indicazione del nuovo Ad, Gubitosi ha riproposto la sua candidatura con un’inedita questua dei voti. Ieri sera il borsino dava 6 consiglieri a suo favore e due a favore di Altavilla. In queste condizioni Gubitosi rischia di diventare Ad con 6 voti su 15.E rischia di dover trattare la complessa questione della nazionalizzazione della rete telefonica con Luigi Di Maio subito dopo averlo messo nelle peste con l’Alitalia, andandosene a inseguire una poltrona più remunerativa.

Il colpo di scena finale potrebbe essere che i cinque consiglieri espressione di Bolloré, tra cui lo stesso Genish, abbandonino la linea del popcorn per votare in blocco Altavilla, che a quel punto vincerebbe 7 a 6. Con il voto di Genish che risulterebbe decisivo nella scelta del suo successore. Se va così questa nobile schiatta di manager magari sfascerà Tim, ma un Oscar lo vince sicuro.

 

‘Il capitano’ a Napoli, scontri tra centri sociali e polizia

Centri socialiin corteo contro il vicepremier Matteo Salvini in visita a Napoli. Ieri mattina, durante la riunione del comitato per l’ordine pubblico, circa 20 ragazzi del centro sociale “Insurgencia” hanno cercato di forzare il blocco della Polizia all’interno della Galleria Umberto I, a pochi metri dalla Prefettura, sede dell’incontro. Gli agenti in tenuta antisommossa hanno respinto il gruppo con una carica di alleggerimento. Il bilancio è di un ferito: un quindicenne è stato colpito alla testa da una manganellata. “Anche oggi ho avuto un’accoglienza straordinaria a Napoli in stazione – ha commentato Salvini – poi mi hanno detto dei soliti quattro deficienti dei centri sociali. Di loro ci occuperemo quando finiremo le cose serie”. Poco prima dello scontro i manifestanti avevano mostrato striscioni che prendevano di mira la partecipazione del ministro alla trasmissione di Rai3 Alla lavagna. “Per noi sicurezza – ha spiegato uno di loro – vuol dire prima di tutto che non dobbiamo più morire di tumore in Campania per i rifiuti speciali che le aziende del nord continuano da anni a sversare nella nostra Regione”.

L’aumento degli incendi è senza fine: l’ultimo ieri in provincia di Caserta

Emergenza o spot elettorali? Mentre la maggioranza di governo litiga, la Terra dei Fuochi in Campania non si è mai spenta. L’ultimo rogo è di ieri pomeriggio. Ancora in provincia di Caserta, a San Tammaro, per la precisione proprio laddove dieci anni fa, in piena emergenza rifiuti, c’era una mega-discarica che doveva essere riaperta a tutti i costi prima di finire sotto sequestro.

Ciò che sta accadendo in Campania sul fronte rifiuti è un’escalation di roghi che sembra non avere mai fine. Otto impianti dati alle fiamme in un anno, tre in un mese. In quasi tutte le province campane. A inizio novembre brucia lo Stir di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) e a fine ottobre un incendio divampa in un’azienda privata di Marcianise. A settembre un’ex fabbrica di rifiuti nella zona industriale di Pignatore viene avvolta dalle fiamme. In provincia di Benevento, brucia il materiale lavorato nello Stir di Casalduni. Le fiamme non risparmiano neanche la provincia di Napoli e Salerno. A luglio due impianti vengono messi sotto torchio: quelli di Caivano e di San Vitaliano. Sempre a luglio brucia la Ilside di Bellona. E poi il sito di tritovagliatura di Battipaglia, in provincia di Salerno, dove i cittadini protestano da un anno per la puzza che invade la città.

Brucia tutto in Campania. Perché? Le inchieste aperte dalle Procure nelle varie province hanno sempre i fari puntati sulla criminalità organizzata. Tanti anni fa, l’ex boss del rione Traiano di Napoli, Nunzio Perrella, quando si pentì disse: “Per noi la monnezza è oro”.

E la cronaca giudiziaria è piena di indagini e processi su camorra e rifiuti. Ma è il sindaco di Marcianise, Antonello Velardi, a dare un’altra lettura della situazione: “È andato in tilt il sistema – dice – perché ci sono micro interessi legati a quello che io chiamo il partito dei rifiuti, dove ci sono pezzi di politica, burocrazia e imprenditoria”.

Chi ha ragione? Le indagini della magistratura sono in corso e nessuno si sbilancia sulle evoluzioni. Sul fronte impiantistica, invece, la situazione è più chiara. Basta soffermarsi sul termovalorizzatore di Acerra, anello finale della ciclo dei rifiuti, dove convoglia tutta la monnezza della Campania. Ma non tutta, perché l’impianto non ce la fa a contenerla tutta. Può lavorare solo 600.000 tonnellate all’anno. La Campania ne produce almeno il doppio. A luglio l’inceneritore non ha lavorato a regime. Era saturo. E a gennaio prossimo si stopperà per la manutenzione ordinaria.

E allora cosa succederà? Cerca di spiegarlo l’avvocato Fulvio Fiorillo, presidente della società Gisec che gestisce lo Stir andato a fuoco a Santa Maria di Capua Vetere a inizio novembre: “La Regione ha autorizzato i Comuni ad aprire piattaforme di trasferenza – dice – dove saranno depositati i rifiuti in attesa della riapertura dell’inceneritore”.

Insomma, da gennaio, ogni comune campano avrà la sua microdiscarica. Sarà ancora emergenza?