Rifiuti, Salvini non ferma i roghi e la butta in vacca

Per capire l’uscita di Matteo Salvini sulla Terra dei Fuochi che ha mandato fuori di testa i 5 Stelle bisogna partire dal suo modo di essere ministro dell’Interno: molta politica, poco lavoro di macchina. A luglio il nostro dirama una circolare, condivisa col ministro dell’Ambiente Sergio Costa, in cui inserisce tra i “siti sensibili” che vanno sottoposti a controllo anche gli impianti di stoccaggio delle plastiche, cioè quelli che vanno in fumo nella Terra dei fuochi – una vasta area tra Napoletano e Casertano – come nel Nord Italia. Parliamo di 300 casi in un paio d’anni, roghi che producono diossina e altre sostanze tossiche: alle Prefetture toccava dare seguito alla circolare del ministro, ma i risultati non si sono visti e “il capitano” aveva altro a cui pensare. E così un mese fa Milano ha scoperto com’è fatto il fumo dei rifiuti che avvelena l’aria per giorni e ieri – per tornare in Campania – è andato a fuoco un piccolo sito a San Tammaro, provincia di Caserta.

Ieri il ministro dell’Interno era, appunto, a Napoli per un Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico, palco istituzionale dal quale, parlando di Terra dei Fuochi, ha messo a verbale questo: “Tra qualche mese in Campania si rischia un’emergenza sanitaria e sociale a livello mondiale. Non so cosa abbiano fatto gli amministratori locali e regionali negli ultimi decenni, ma dal 2008 la situazione non è cambiata, anzi è peggiorata. Non c’è programmazione, c’è incapacità e lo dico per essere ottimista”. Proposta: “Il commissariamento di tutti gli Ato e serve il coraggio di dire che il termovalorizzatore serve”. Non ci sentiremmo di dargli torto sugli amministratori campani e di certo può avere le sue idee sugli inceneritori in ogni provincia, ma è pure vero che Salvini ha firmato un contratto di governo che li esclude privilegiando, magari ottimisticamente, l’economia circolare.

I grillini, toccati su uno dei loro cavalli di battaglia, hanno reagito male: “La Terra dei Fuochi è un disastro legato ai rifiuti industriali (provenienti da tutta Italia) non a quelli domestici. Gli inceneritori non c’entrano una beneamata ceppa” (Luigi Di Maio); “Salvini è stato provocatorio. Riduzione, riuso, recupero, riciclo, sono le quattro R: chi non è in sintonia con queste direttrici vive nel passato” (Sergio Costa). Replica del leghista: “Quando Acerra si ferma per la manutenzione a gennaio, io voglio che ci sia una soluzione per i napoletani e per i campani. Io sono per costruire, coi no non si va da nessuna parte”. Entrambi, ovviamente, si rinfacciano un piano che favorirebbe “la camorra”. Dissensi politici che terranno banco lunedì, quando molti ministri, tra cui Salvini, saranno a Caserta proprio per un protocollo sulla Terra dei Fuochi, e tanti saluti alle inadempienze delle Prefetture, cioè del Viminale, sulla protezione dei siti di stoccaggio.

Più curiosa, però, è la previsione di Salvini circa una crisi “a livello mondiale” che partirà a gennaio in Campania perché “si fermerà l’inceneritore di Acerra” (evento, peraltro, difficilmente arginabile con nuovi inceneritori ancora da costruire): in realtà a gennaio non si fermerà l’inceneritore di Acerra, gestito dalla lombarda A2a, ma una delle tre linee per lavori programmati, come succede sei volte l’anno causando sì problemi nella raccolta, ma non certo una crisi “a livello mondiale”.

La previsione catastrofica sparata da Salvini era peraltro stata anticipata da una nota della Lega campana, peculiare compagine su cui torneremo. Sostiene Fulvio Bonavitacola, assessore all’Ambiente e braccio destro di De Luca: “Falsità. Ricordo a Salvini che, se la manutenzione dell’inceneritore è programmata, non previsti sono invece gli incendi agli impianti Stir e a quelli della raccolta differenziata, in cui la Campania peraltro supera il 50%, che vanno aumentando”.

Se si blocca il processo e si distruggono impianti pubblici con gli incendi, in una situazione già difficile com’è quella dei rifiuti in Campania (in specie a Napoli e dintorni) poi arriva il commissario – come chiede Salvini – che si rivolge con procedura d’urgenza al privato stoccando rifiuti qui e là a pagamento. Un modello già visto e che ha trovato ieri il plauso di Forza Italia.

Nessuna sorpresa: la Lega in Campania è un pot-pourri della vecchia destra cosentiniana, nel senso di Nicola Cosentino, condannato per camorra. Al fianco di Salvini, ieri a Napoli, c’era Pina Castiello, oggi sottosegretario leghista al Sud, già berlusconiana vicina a Cosentino e Luigi ’a purpetta Cesaro, con cui conserva ottimi rapporti. Gli stessi che mantiene il concittadino afragolese Vincenzo Nespoli, ex senatore di An, leghista pure lui. Il nuovo che è avanzato, pure sui rifiuti.

“Toninulla”, il demone del ministro lavora 18 ore per fare gaffe

Ultimo venne il pugno. E con il pugno: Toninelli. Ora che una intera batteria di barzellettieri & satiri finanziati dai poteri forti lo ha circondato per farlo prigioniero, Danilo Toninelli da Cremona è diventato una star di grandi e piccini. Un ministro che in poco più di tre mesi è transitato dai Trasporti al Buonumore, dalle Infrastrutture al Tunnel delle gag. Da Toninelli a Toninulla, il demone che lavora alle sue spalle, e sempre “con la massima concentrazione”, per metterlo nei guai.

Come molti suoi coetanei, Danilo si piace e si fotografa. Poi sceglie le sue migliori inquadrature – dalla scampagnata in montagna, alla pizzata in pianura – per affidarle ai posteri della Rete. Ma qualche volta è Toninulla che dagli oscuri labirinti del dicastero, decide per dispetto. E che per esempio lo inchioda, ben prima del pugno alzato in aula, da Bruno Vespa, mentre maneggia sorridente il plastico del ponte Morandi, facendolo sembrare del tutto ignaro dei lutti e delle macerie, dei pasticci e dei ritardi in una città che si prepara alla rivolta. O ce lo mostra mentre saluta, dalla spiaggia di questa estate, con moglie Maruska alle spalle e crema solare Nivea sul naso, proprio nelle stesse ore in cui la nave italiana Diciotti vagava senza un approdo nei porti italiani. Sembrando inconsapevole che proprio lui, il ministro in costume da bagno, aveva in cabina le chiavi dei porti. E aggiungendo, all’indizio dello sguardo non del tutto acuto, la prova della dichiarazione allegata: “Seguo con occhio sempre vigile”.

Al momento la sua gag migliore l’ha scavata in fondo al Brennero, cascando dentro a un tunnel che ancora non esiste. Ma siccome non poteva dare la colpa al suo demone e neppure alle élite radical chic, si è cosparso i riccioli di cenere: “Mi avete massacrato per un lapsus: ho detto tunnel, ma volevo dire valico”. Poverino. Ma poi è stato Toninulla a continuare: “È che lavoro 9 giorni la settimana, 18 ore al giorno, chiedete a mia moglie che è preoccupata”. Finendo il messaggio con una minaccia involontaria: “Credete davvero che io mi fermerò per questo? No, non mi fermerò!”

Va detto che in momenti così drammatici per la nazione, un ministro come lui serve almeno a temperare con qualche letizia il collettivo umor nero generato dal manicomio in corso e dallo spread. E pazienza se per scegliere il famoso commissario alla ricostruzione del ponte abbia impiegato la bellezza di 55 giorni, senza accorgersi che gli stava seduto a fianco, trattandosi di Marco Bucci, incidentalmente sindaco di Genova. E che quando una barca di migranti è approdata d’improvviso a Lampedusa – come è capitato – tutti lo abbiano cercato invano, visto che il suo cellulare risultava spento, essendo forse il decimo giorno della settimana, quello dedicato al riposo. Peccato, perché agli immigrati ci tiene: “È un problema che mi tocca profondamente come uomo e come padre”.

Visto il carattere e il talento – a rassicurazione dei suoi numerosi fan – l’uomo può ancora dare molto al nostro intrattenimento. Cominciando proprio con la sua storia, che dal borgo medioevale di Soncino, provincia di Cremona, dove studiava con puntiglio e con puntiglio affettava prosciutti, si è fatto eccellente ministro.

Come molti della premiata lotteria Cinque stelle, Danilo Toninelli viene dal quasi nulla della provincia, paese di Soresina, dove nasce il 2 agosto 1974. Babbo salumiere, madre casalinga, un fratello, una villetta. Fino ai vent’anni, dopo i compiti, aiuta in bottega al bancone. Qualcuno lo ricorda ancora in camiciola bianca e cappello tra i cotechini, già allora adornandosi i polsi con i bracciali colorati, dettaglio d’anticonformismo paesano che ancora coltiva. Finito il liceo e il capocollo, studia Giurisprudenza a Brescia, si laurea, e quando gli tocca il militare, anno 1999, si arruola carabiniere, ufficiale di complemento: ma l’Arma non è ancora il suo destino.

Tolta la divisa, indossa il tinta unita dell’assicuratore, qualifica di ispettore, uno di quelli che vanno a caccia di imbrogli da sbrogliare, ma sempre a vantaggio della ditta. Ancora niente politica, raccontano gli esegeti di laggiù, se non qualche distratto voto per la Lega di era bossiana, con successivo pentimento: “È un partito ipocrita”.

Poi il matrimonio, due figlie, la casa con giardino, la Golf usata.

Il colpo di fulmine per il Movimento, lampeggia nell’anno 2009, quando si intesta il primo Meetup di Cremona, le battaglie per la trasparenza dell’acqua e della politica municipale. Poi conosce Gianroberto Casaleggio, amore a prima vista, e l’intera schiera grillina, con la quale si candida alle Regionali del 2010. Come un diesel parte lento: 84 preferenza in tutto, non esattamente un trionfo. Ma non si arrende. Prova a ridare gas alle amministrative di due anni dopo. Stavolta il motore gli va in panne, le preferenze scendono a 9, cioè a dire che non lo hanno votato neanche i parenti stretti. Cosa che poteva insospettire i vertici del Movimento, ma non lui. Che l’anno dopo, elezioni politiche del 2013, incassa finalmente la sua rivincita: corre sul rettilineo del collettivo successo elettorale e taglia il traguardo con altri 108 deputati e 54 senatori, entrando trionfale alla Camera, la famosa scatola di tonno che tutti i neofiti della politica vogliono aprire con un colpo di spada, prima di diventare tonni. Lui si candida subito, dicendo il contrario: “Non ho ambizioni personali. Ma ovviamente sono sempre a disposizione”.

Per competenza giurisprudenziale, lo eleggono vice presidente della Commissione Affari costituzionali. Dai banchi dei Cinque stelle sa sorridere, ma anche ringhiare. Specie contro la Lega: “La Lega è il primo partito a volere gli immigrati: governano da dieci anni e gli sbarchi sono sempre di più. Senza di loro la Lega non esisterebbe. E senza la paura che gli italiani hanno degli immigrati, che la Lega fomenta da 30 anni, non prenderebbe un solo voto”. E Salvini? “A Bruxelles Salvini è noto per essere un fannullone assenteista”.

Si fa notare anche il giorno in cui la Camera approva l’Italicum: “È un omicidio della democrazia. Mette il Paese nelle mani di due capi, Renzi e Berlusconi”. Lo applaudono, lo insultano. Ma al giro successivo – e siamo al famoso 4 marzo scorso – gli italiani e l’Italicum, fanno il contrario di quello che Toninelli aveva previsto, incoronano Di Maio, il suo capo, e Salvini, il fannullone.

Vittoria che va molto al di là delle sue stesse aspettative, destinandolo, dal 1 giugno 2018 a governare i Trasporti e le Infrastrutture, cioè a dire l’intero sistema nervoso del Paese. Cosa che ampiamente spiega l’ondata di sconcerto tra gli italiani in viaggio per cielo per terra e per mare. Specie quando da neo ministro dichiarerà che “il decreto per il ponte lo abbiamo scritto col cuore”. Al punto che sul ponte scritto col cuore – ha subito aggiunto il demone Toninulla – si potrà “vivere, passeggiare, giocare, fare shopping mangiare”.

Nell’attesa di scoprire come trasformerà il ponte Morandi nel ponte di Pasquetta, ha silurato via Facebook l’intero vertice di Ferrovie dello Stato, ma intestandosi il loro piano di rilancio dei treni regionali. Ha rottamato “l’Air Force Renzi” che però era una idea di Di Maio. Ha detto basta al Tav e al Tap che invece si continuano a scavare. Per le Olimpiadi 2026 ha detto “meglio Torino”, quando, senza avvertirlo, avevano già scelto Milano e Cortina. Infine ha inaugurato una grande campagna per la sicurezza autostradale, purtroppo facendosi fotografare senza la cintura di sicurezza obbligatorie. Colpa di un altro lapsus. O del solito, maledetto demone di Toninulla.

Il “ribelle”. Renzi mette un “like” a chi gli dice di uscire dal Pd

Certo che dobbiamo reagire Matteo ma liberiamoci di questa zavorra di partito. Apriamo nuovi percorsi… una prateria ci aspetta!”. È questo il commento di Giuseppe Peppino all’ultimo post di Matteo Renzi su Facebook. Un commento che è stato apprezzato da 23 persone con un ‘mi piace’. Tra questi lo stesso Renzi che ha messo un like sotto le parole del sostenitore. Segnali sempre più evidenti che l’ex premier sta lavorando al Piano B, e mentre parte la macchina del congresso Pd potrebbe accelerare. Domani l’assemblea nazionale dem a Roma discuterà di un restringimento dei tempi per eleggere il nuovo segretario, vista la situazione politica e le elezioni europee a maggio 2019 (ma anche le Regionali in Abruzzo, Basilicata e Sardegna tra febbraio e marzo). Con queste scadenze le primarie il 3 marzo, come ipotizzato, potrebbero arrivare tardi, lasciando poche settimane al neo leader per comporre le liste in vista del voto per Strasburgo. Il sasso lo ha lanciato ieri Pierluigi Castagnetti, già segretario del Partito popolare e parlamentare di lungo corso, anche di Margherita e Pd, con un tweet.

La regola è chiara: devi fare squadra anche se non ti piace

È tanto difficile quanto noioso commentare i cosiddetti “epurati” 5 Stelle: è un tema che non sposta mezzo voto e interessa solo la stampa. Nella precedente legislatura, questi presunti “martiri” si son rivelati quasi tutti stampelle di Renzi, avendo unicamente in dono – prima del giusto oblio – il plauso fugace dei Mannoni & Lavia. Sfighe grosse. Ora tocca a De Falco e qualche altro dissidente di professione. Non credo che De Falco lo faccia per soldi. Come cittadino qualsiasi che mai farà politica, non voterei mai quel condono tombale a Ischia. Ma De Falco non è un cittadino qualsiasi: è un parlamentare M5S e non gliel’ha certo ordinato il dottore di candidarsi. Sapeva benissimo come funziona quella forza politica. E sa bene che, ancor più al governo con tutti contro, il suo atteggiamento da malpancista gigione è un regalo enorme a opposizioni e giornalisti annessi. La politica è sangue e merda: devi fare squadra e poche pippe. Detta più in breve: il cittadino De Falco ha ragione, il parlamentare De Falco ha torto marcio.

Cacciarli è contro la Carta (e spegne la “stella” Ambiente)

La linea scelta dai vertici del Movimento 5 Stelle contro i cosiddetti “dissidenti” è gravemente sbagliata, e anche difficilmente comprensibile. Lo è sul piano formale, perché è evidentemente nullo qualunque contratto pretenda di vincolare il voto parlamentare, che è libero da ogni vincolo in forza del sacrosanto articolo 67 della Costituzione. Lo è sul piano procedurale, perché il Movimento si era impegnato a non abusare dello strumento della fiducia, così come di quello della decretazione d’urgenza: e invece per il terribile decreto Sicurezza (in sé gravemente incostituzionale) ha fatto entrambi questi errori. Lo è soprattutto sul piano sostanziale: perché il condono di fatto di Ischia grida vendetta, e spegne una delle 5 stelle, quella della lotta per l’ambiente. Il senatore De Falco sta urlando a Luigi Di Maio: “Risalga sui suoi princìpi, cazzo!”. In tanti lo stanno facendo, in giorni in cui (e penso alla ennesima svendita del patrimonio pubblico) del tanto sbandierato cambiamento non rimane nulla.

Cinque minuti di leninismo. Ma il dissenso è il sale dell’agorà

Cinque minuti di leninismo al giorno non farebbero male al M5S, giusto per inquadrare nella chiarezza della politica ogni atto e relativa conseguenza: segnalare ai probiviri il senatore De Falco e con lui gli altri nove “disobbedienti” rispetto al voto del decreto Genova e magari arrivare all’espulsione inquadrerebbe l’atto nel solco dei soviet. Quella dottrina è sempre valida. Altrimenti sarebbe solo romanticismo (impolitico). La regola sottoscritta dai parlamentari M5S è di votare compatti quanto è stato precedentemente deciso per procedere uniti e colpire quello che a tutti gli effetti, malgrado il governo, è un potere molto più tracotante di qualsiasi maggioranza parlamentare. Tutto perfetto, tutto secondo lo schema leninista ma il dissenso, il sacrosanto confronto tra le opinioni, è il sale dell’agorà, di gran più importante della democrazia, ed è la guadagnata novità di questa stagione. Cinque minuti di leninismo riguardino però la sostanza, non il formalismo parlamentare perché uno, infine, non vale uno. Uno – insegna Eraclito – “vale per diecimila”. A meno che non si tratti di un dissenso in cerca di notorietà: uno Schettino al giorno, toglie il senatore di torno…

Il codice etico M5S: coerenza o bavaglio?

A cinque mesi dal giuramento del governo gialloverde si ripropone una delle questioni che hanno animato il dibattito la scorsa legislatura: le sanzioni ai dissidenti grillini. Annosa questione, che il Movimento – prima delle elezioni del 4 marzo – ha regolamentato nel codice etico che i candidati firmano nel momento in cui accettano la candidatura a Cinque Stelle. Nel mirino, stavolta, c’è in particolare il senatore Gregorio De Falco che non ha votato la fiducia al decreto Sicurezza e ha sostenuto, insieme all’opposizione, un emendamento che aboliva il condono a Ischia: una norma inserita nel decreto Genova, che non è prevista né dal programma M5S, né nel Contratto di governo firmato con la Lega. Insieme a De Falco, ieri, si sono astenuti altri nove colleghi 5 Stelle a Palazzo Madama.

I giovani penalisti e le domande “vietate” a Di Maio

Si prospettaper Luigi Di Maio un’accoglienza frizzante da parte degli avvocati under 40 di Napoli. Lunedì 19 novembre il vicepremier M5S sarà all’Auditorium del Palazzo di Giustizia per le conclusioni di un dibattito organizzato dall’Unione Giovani Penalisti di Napoli. E il presidente dell’Ugpn, Gennaro Demetrio Papais, amico di Di Maio dai tempi dell’università, si è visto piovere addosso le proteste di numerosi colleghi irritati da tempi, modi e circostanze dell’evento: “Non possiamo dialogare col governo in questo momento storico, dopo le riforme proposte dal ministro Bonafede e il giorno prima dell’astensione delle Camere Penali”. “Ci è stato persino comunicato che non potremo dibattere né fare domande a Di Maio sulla riforma della prescrizione”, dice un avvocato al Fatto.

“Di Maio sarà accolto da 24 associazioni forensi – replica Papais, che si è ritrovato la bacheca Fb invasa da commenti di avvocati, alcuni ai limiti dell’ingiuria – e le proteste, legittime purché costruttive, arrivano da singoli colleghi. Lunedì non parleremo di giustizia, ma di prospettive di sviluppo per i giovani avvocati”.

Malagò, il governo e l’impero del Coni che frana: “Siete peggio dei fascisti”

Giovanni Malagò va alla guerra contro il governo al grido di “siete peggio dei fascisti”. Giorni di incontri e trattative non sono serviti a fermare la riforma dello sport firmata dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti (ma fortemente voluta dai 5 stelle) che ridimensiona il Coni. Così il n. 1 del Comitato olimpico prova a sobillare il suo mondo, sperando di far cambiare idea al governo.

L’idea che il Coni possa essere svuotato di denaro e potere, come previsto dalla manovra, in favore di una nuova società governativa (la Sport e salute Spa) fa impazzire Malagò: negli ultimi cinque anni è diventato il grande signore dello sport italiano; proprio non ci sta a fare “il becchino, il notaio”, come dice lui. Oggetto del contendere sono i soldi pubblici da distribuire alle Federazioni e ai grandi eventi: senza quei 400 milioni (gliene resterebbero appena 40 per l’attività istituzionale e la preparazione olimpica) la sua poltrona vale poco o nulla. Per questo medita anche l’addio: subito se la riforma dovesse andare a regime nel 2019 o alla fine del mandato, nel 2020. Intanto paragona i gialloverdi a Mussolini (“Persino il fascismo aveva rispettato la storia del Coni”) e si prende la standing ovation dei suoi sodali: “Non è una riforma dello sport, è una occupazione politica”. Parole che ovviamente non sono state apprezzate a Palazzo Chigi: “Quest’atteggiamento ci sorprende, l’autonomia dello sport non è in discussione. Molti sono con noi, andremo avanti”, la risposta dei sottosegretari Giorgetti e Valente, che seguono la riforma per conto di Lega e M5S.

In realtà il Consiglio straordinario del Coni ha prodotto un documento molto più conciliante, in cui si dà un generico mandato al presidente di “continuare il dialogo” con “l’obiettivo di preservare l’autonomia dello sport”: diversi membri hanno insistito perché fossero addolcite le espressioni più spigolose. Sarà perché il più preoccupato di tutti è proprio Malagò, che vede vacillare il suo impero. Mentre gli altri – soprattutto i presidenti più importanti, che con lui hanno rapporti complicati – un po’ sorridono per le disgrazie del rivale, un po’ già si preparano al nuovo corso. All’adunata mancavano quasi tutti i “big”: senza calcio, nuoto, tennis, pallavolo, basket, rugby – che guarda caso sono anche le Federazioni che non hanno bisogno delle prebende Coni per sopravvivere – la grande rivolta dello sport sembra un po’ più piccola. L’unico vero alleato contro la riforma potrebbe essere la riforma stessa: il progetto è chiarissimo, un po’ meno la sua attuazione. Bisogna modificare lo statuto, scrivere i nuovi criteri di finanziamento (per il 2019 continuerà a deciderli il Foro Italico), adeguare i contratti con aziende e dipendenti, trasformare la vecchia Coni servizi: ci vorrà tempo. E Malagò, che magari non è un grande generale, di sicuro è un ottimo temporeggiatore.

Genova, Toninelli show Fico ferma le espulsioni

Il Senato si tramuta in curva, tra pugni alzati, elette che se le promettono e una presidente contestata dal suo partito. Ma a bordo ring il decreto Genova diventa legge. E il Movimento, cioè Luigi Di Maio, decide di congelare le espulsioni. Anche su silente spinta di Roberto Fico. Così per ora è salvo perfino il capitano che doveva finire fuori bordo, il Gregorio De Falco che neppure ieri ha votato con la sua maggioranza, a suo dire per errore (“non ho fatto in tempo a rientrare in aula”).

Però adesso è necessario far calare l’attenzione sulla ferita dei dissidenti, pensano i Cinque Stelle. E provare a ricucire il ricucibile, seguendo i riservati suggerimenti di Fico, il presidente della Camera che dietro le quinte predica pace e dialogo. Però la pancia del Movimento ribolle senza pause, e in serata lo ricordano con nota incendiaria Lello Ciampolillo e Saverio De Bonis, che ieri non hanno votato il decreto proprio come De Falco e altre due dissidenti di nome, Elena Fattori e Paola Nugnes, ufficialmente malate. E il loro comunicato sui “valori violati del M5S” è in linea con un giovedì da mascelle serrate e urla.

Nel segno del voto in aula, con le opposizioni contro il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, sui banchi del governo. Perché prima lo accusano di essere distratto dal suo telefonino, e piovono proteste verso la presidente, Maria Elisabetta Casellati. Ma Forza Italia gli rimprovera soprattutto l’esultanza a pugno alzato dopo il voto finale: un gesto che richiama la falce e il martello ma che nella versione del ministro, non proprio un marxista, pare più una reazione calcistica. Però ai forzisti basta per insorgere. Casellati, in affanno, sospende i lavori. Ma poco dopo il ministro sparge benzina dal microfono: “Magari c’è qualcuno in quest’aula che ha permesso a società autostradali di ingrassare le proprie finanze”. E aggiunge caramelle per Matteo Renzi, “mandato a casa dagli italiani”, e per l’ex governatore ligure forzista, Renzo Biasotti, “che in Liguria ha lasciato solo un rinvio a giudizio per spese pazze e peculato”. Così è baraonda, con Fi che arriva a invocare le dimissioni di Casellati, e la berlusconiana che se la prende (“Non vi fa onore”). Infine, la forzista Licia Ronzulli e il ministro a 5Stelle del Sud, Barbara Lezzi, che si scambiano a distanza gesti bellicosi. “Vai a casa”, sillaba Lezzi. E Ronzulli scende dal suo scranno per cercare il contatto. Tre commessi la placcano.

Fuori invece si chiedono cosa sarà di De Falco. Dai 5Stelle pronosticano l’espulsione entro sera, per mano del capogruppo Stefano Patanuelli. Il foglio di via è pronto. Ma poi Di Maio decide che è meglio evitare. “Terrebbe alto il tema dei dissidenti, e con decreto fiscale e manovra sul tavolo ci renderebbe più fragili di fronte alla Lega” è in sostanza il ragionamento del M5S. Dove valutano di sospendere due o tre senatori. E non subito.

Così De Falco resta a bordo. Come Nugnes, vicina a Fico, che non aveva votato la norma su Ischia. E da qui si torna al pacificatore. Al Fico in silenzio da giorni sui grandi temi, e non è un caso. Perché il suo dissenso su certi provvedimenti (il decreto Sicurezza) e certe dichiarazioni il presidente con il cuore rosso lo esprime così, tacendo. Ma fuori sacco consulta e viene consultato dai 5Stelle, di continuo. “Roberto fa moltissimo”, sostiene un parlamentare che lo conosce bene. Ovvero, tampona e aggiusta. Pochi giorni fa, con i poteri di cui dispone da regolamento, ha sbloccato lo stallo sull’emendamento sulla prescrizione. Le opposizioni urlavano che fosse impossibile inserirlo nel disegno di legge Anticorruzione, la Lega faceva muro e il M5S rischiava di finire fuori strada. Ma Fico ha mediato e riaperto i termini per emendare il testo. E la prescrizione non è evaporata. Intanto la temperatura in Senato saliva, su quel dl Salvini che non può piacergli. E poi ecco il decreto Genova, con il condono per Ischia. Contro cui si è schierata anche Nugnes.

Ma il malessere è molto più largo. E allora tra voglie di regolamenti di conti e richieste di maggiore democrazia ecco il presidente della Camera con la sua mediazione che è un mastice, per il M5S che di questi tempi è tutto uno spiffero. Nelle ultime ore Fico ha chiesto a tutti, vertici ed eletti, di calmarsi. E ha spinto contro le espulsioni. Di certo ha influito sulla frenata di ieri. Anche se il comunicato di Ciampolillo e De Bonis (già deferito ai probiviri per una condanna definitiva della Corte dei conti) è un siluro: “Mentre si votava il condono di Ischia e lo sversamento di fanghi velenosi nel suolo agricolo, abbiamo preferito andare al Fatebenefratelli a donare il sangue. Chi ha violato i principi del M5S chieda scusa”. I vertici non hanno affatto gradito. “Ma per ora non succede nulla”, dicono. Tradotto, la tregua. Ma è fragile, nonostante Fico.