Accordo Lega-M5S: saltano condono e carcere per chi evade

Niente condono, almeno non quello più rilevante, ma spariscono anche le manette agli evasori. Il decreto fiscale verrà svuotato della sua norma principale: salterà infatti la “dichiarazione integrativa speciale”, cioè la possibilità di integrare i redditi già dichiarati sanando il dovuto con un’aliquota del 20% (e tetto a 100 mila euro). La decisione è arrivata ieri a sorpresa al vertice a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, i vice Di Maio e Salvini oltre al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e ai sottosegretari del Tesoro. La norma, voluta dalla Lega, era la più contestata dal Movimento, anche perché permetteva di sanare i profitti frutto di frodi fiscali e false fatturazioni ma di fatto portava poche decine di milioni di euro come maggior gettito. Nello scambio, il Carrocio ottiene però che venga archiviata qualsiasi ipotesi di inasprire il carcere per chi evade (era già pronto un emendamento firmato dai 5Stelle).

Restano confermate tutte le altre norme condonistiche del decreto, dalla rottamazione delle cartelle alla possibilità di uscire da ogni grado di giudizio del processo tributario pagando una piccola percentuale commisurata alla vittoria nei vari gradi di giudizio.

La cancellazione dell’integrativa arriverà con un emendamento del governo. Verranno introdotte altre modifiche. Per la lotta all’evasione, per dire, si sbloccano le banche dati. La Guardia di finanza potrà accedere direttamente alla banca dati dell’anagrafe dei rapporti finanziari senza dover più chiedere autorizzazioni alla magistratura. In questo modo potrà monitorare i grandi evasori in qualsiasi momento. In più, è stato deciso che il contrasto al fenomeno del caporalato si avvarrà dell’incremento di 3 milioni di euro a decorrere dall’anno 2019 del Fondo nazionale per le politiche migratorie. Questi soldi serviranno anche a far funzionare presso il ministero del Lavoro un tavolo apposito. Sbloccate inoltre le procedure per consentire alle Regioni di recuperare le spese versate alle case farmaceutiche che eccedono il budget prestabilito. Infine, ci sarà un emendamento per evitare la tassa sui metri quadrati di ombra degli ombrelloni presenti negli stabilimenti balneari. Detassate le sigarette elettroniche e reintrodotto il bonus bebè.

Il Csm boccia il dl Sicurezza: “Criticità costituzionali”

Bocciato il decreto Sicurezza. La Sesta Commissione del Csm, presieduta da Giuseppe Cascini, ieri sera ha votato un documento in cui si evidenziano “criticità costituzionali”. Con questo provvedimento ci sarà “un possibile ritardo nella tutela dei diritti fondamentali degli stranieri vulnerabili” in primo luogo per il ridimensionamento della protezione internazionale. Il parere, non vincolante, ma pesante, per governo e Parlamento sarà votato definitivamente dal Plenum il 21 novembre, relatori il laico M5S Benedetti e il togato di Magistratura indipendente Criscuoli. In merito all’ampliamento della possibilità di diniego o di revoca della protezione internazionale “appare per talune fattispecie non pienamente rispettoso degli obblighi costituzionali derivanti dagli articoli 10 e 117”. La durata possibile di trattenimento per l’identificazione “appare non proporzionata”. Quanto agli “interventi significativi” del decreto sul “periodo massimo dello straniero in un centro di Permanenza per il rimpatrio” nonché di nuove modalità di trattenimento prima dell’espulsione “risulta eccessivamente generico il riferimento a strutture idonee, diverse dai Centri”.

La sterminata Rimborsopoli del Carroccio: Rixi, i capigruppo e un esercito di peones

Non è difficile capire perché alla Lega la “questione peculato” stia così a cuore. Per colpa di tre processi – tra i tanti celebrati in questi anni per le “spese pazze” nei consigli regionali – sono nei guai altrettanti uomini chiave del partito di Matteo Salvini: un viceministro e tutti e due i capigruppo in Parlamento. Gli imputati eccellenti sono Riccardo Molinari (presidente dei deputati), Massimiliano Romeo (presidente dei senatori) e soprattutto Edoardo Rixi (vice di Danilo Toninelli al ministero dei Trasporti ).

Piemonte. Per Molinari è già arrivata una condanna in appello nella rimborsopoli piemontese (quella, per capirci, delle “mutande verdi” dell’ex governatore Roberto Cota). Assolto in primo grado, il giudizio sul deputato alessandrino è stato ribaltato il 24 luglio: 11 mesi per peculato, a causa di 1.158 euro di spese non giustificate. Con la condanna è arrivata anche l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. La pena accessoria è sospesa per 12 mesi, ma se entro luglio non ci saranno ulteriori novità il capogruppo leghista rischia di dover lasciare il Parlamento (valuterà, in caso, la Giunta delle elezioni). Nella stessa rimborsopoli piemontese sono stati condannati diversi uomini del Carroccio: l’ex presidente Cota (1 anno e 7 mesi), il deputato Paolo Tiramani (1 anno e 5 mesi) e il sindaco di Narzolese (Cuneo) Federico Gregorio (1 anno e 5 mesi). Un’altra neoparlamentare, Elena Maccanti, si era sfilata dallo stesso processo nel 2014 patteggiando una pena di un anno, sempre per peculato. Tra i condannati degli altri partiti c’è anche la deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli (1 anno e 7 mesi).

Lombardia. A gennaio il tribunale di Milano emetterà la sentenza sui 57 ex consiglieri lombardi accusati per le “spese pazze” al Pirellone. Tra i tanti volti noti spiccano quelli del “Trota” Renzo Bossi e di Nicole Minetti (eletta con Forza Italia). Quello che interessa di più alla Lega però è il nome di Massimiliano Romeo, il monzese rampante scelto da Salvini per guidare il gruppo dei senatori del Carroccio. Romeo è accusato di essersi appropriato di 21.917 euro “eseguendo spese estranee all’esercizio delle funzioni istituzionali”. Il leghista ha già riconosciuto le sue responsabilità nel processo amministrativo di fronte alla Corte dei Conti, restituendo 33.900 euro complessivi (dei quali 3.500 per il “danno d’immagine” arrecato alla Regione). Ora attende la sentenza della giustizia ordinaria. È in ottima compagnia, i leghisti imputati per peculato in Lombardia sono un esercito: ci sono gli attuali deputati salviniani Jari Colla e Fabrizio Cecchetti, il senatore Ugo Parolo, l’eurodeputato Angelo Ciocca (quello che ha calpestato il discorso di Moscovici a Bruxelles), l’ex presidente del Consiglio regionale Davide Boni e gli ex consiglieri Cesare Bossetti, Claudio Bottari, Achille De Capitani, Giosuè Frosio, Stefano Galli, Mauro Gallina, Giangiacomo Longoni, Alessandro Marelli, Enio Moretti, Corrado Paroli, Roberto Pedretti, Monica Rizzi, Luciana Ruffinelli, Pierluigi Toscani.

Liguria. Qui la situazione più delicata è quella di Edoardo Rixi, viceministro ai Trasporti e uomo di fiducia di Salvini nella partita politica per la ricostruzione del ponte Morandi a Genova. È il volto più noto della Rimborsopoli ligure: per lui i pm genovesi hanno chiesto la condanna a 3 anni e 4 mesi (il “solito” peculato). Nella stessa inchiesta, per lo stesso motivo, è accusato il senatore leghista Francesco Bruzzone (chiesti 2 anni e 3 mesi).

Titoli e sondaggi: tutti per il ministro tridimensionale

Negli ultimi cinque giorni, Matteo Salvini è andato al Salone del Ciclo e Motociclo di Milano, si è disteso sul pavimento e si è fatto saltare più volte dalla bici inforcata dal campione di bike trial, Vittorio Brumotti. Ha inaugurato il format di Rai3, Alla Lavagna, sottoponendosi di buon grado, e con sorriso stampato, alle domande degli scolari. Ha intonato Albachiara di Vasco Rossi, nel salotto di Maurizio Costanzo, riscuotendo il convinto applauso della sala e un botto di ascolti. Ha deplorato il comportamento in campo di Gonzalo Higuain, espulso nel corso di Milan-Juventus, non facendosi condizionare dalla passione per i colori rossoneri. Quindi, mentre dava ordine di sgomberare con le ruspe l’insediamento abusivo del centro Baobab di Roma, piombava all’aeroporto di Pratica di Mare. Dove accoglieva personalmente 51 immigrati provenienti dall’Africa, molte le donne sole con bambini, tutti con lo status di rifugiato o nelle condizioni di richiedere la protezione internazionale. Tra un bagno di folla e un’invenzione demagogica ha trovato il modo di smarcarsi dalle accuse contro giornali e giornalisti lanciate dalla coppia Di Maio-Di Battista (“Non usino quei toni”). Intanto, zitto zitto conquistava senza colpo ferire la presidenza della Commissione parlamentare sui Diritti umani, collocandovi la senatrice leghista Stefania Pucciarelli. Nota alle cronache perché contraria a introdurre il reato di tortura, per il disprezzo manifestato nei confronti dei rom, e per essersi felicitata sui social con un tale che invocava il forno per i migranti. Uno sputo in faccia ai valori più elementari di umanità e civiltà, propugnati soprattutto dalla sinistra perennemente indignata. Che tuttavia doveva essere troppo impegnata a organizzare flash mob, a difesa della libertà di stampa (pesantemente minacciata da espressioni golpiste, come “puttane”, “pennivendoli”, “sciacalli”), per proferire verbo.

Il fatto è che Salvini dimostra, giorno dopo giorno, uno straordinario talento nella gestione dell’intrattenimento di governo. Poiché, nella premiata interpretazione, trascendente, da ministro degli Interni, egli è qua e là e in ogni luogo. Tranne che al Viminale. Dove lo si è visto in azione soltanto nella celebre scena della busta arrivata dalla Procura, aperta in diretta Facebook: “Io indagato? Scopriamolo” (con il successivo sequel: “Archiviazione, ne ero sicuro”). Per il resto abbiamo goduto, sempre in esterna, di un ministro tridimensionale. Piacione, con notevole seguito femminile (donne è arrivato l’arrotino). Severo ma giusto. (baci agli sparuti immigrati regolari per meglio dire foer da le bal a tutti gli altri). Mi faccio i cazzi miei (nomine Rai, presidenze e gestione del potere nelle mani del fido Giorgetti). Se Salvini rappresenta il minimo sforzo con il massimo risultato, Di Maio è il massimo sforzo e basta. Mentre uno impazza al festival della pedivella, l’altro sgobba sui dossier delle aziende in crisi (e ne fa perfino riaprire qualcuna). Si dirà, vabbè i grillini se le cercano pure. Gli assolvono la Raggi e scivolano sulle puttanate. Gli approvano il decreto su Genova e tutti a parlare del pugnetto esultante di Toninelli. O forse a loro non ne perdonano una. Perché poi meravigliarsi se c’è chi cresce nei sondaggi, e altri no?

La Lega prova a salvare i furbetti delle spese pazze

Stavolta non c’è bisogno di andare a caccia di manine. A rivendicare l’emendamento che voleva mandare all’aria il peculato, salvando decine di consiglieri e parlamentari a processo per le spese pazze, ci sono nove firmatari leghisti. Alla fine tutto resta com’è, con l’opposizione che a metà giornata di ieri denuncia il tentativo del Carroccio e il Movimento 5 Stelle, irritato con gli alleati, che non ci sta a far da sponda e spinge la Lega a ritirare l’emendamento.

Un passo indietro. Due giorni fa i salviniani hanno presentato in commissione Giustizia alla Camera una proposta di modifica al ddl Anticorruzione, il cosiddetto Spazzacorrotti, per intervenire sul reato di peculato, quello che punisce il pubblico ufficiale che, “avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria”. Otto righe, quelle dell’emendamento, per legare la punibilità del reato alla condizione “che la distrazione si verifichi nel- l’ambito di procedimento normato da legge o da regolamento e appartenga alla sua competenza”.

Traducendo: se un consigliere comunale o regionale si appropria di denaro pubblico per spese proprie – e in questi anni abbiamo visto addebitati alla comunità tosaerba, mutandoni, film erotici e cioccolatini – si salva, purché esista un regolamento regionale, comunale o comunque dell’ente di riferimento che disciplini come e quando si possono spendere quei soldi. Siccome ogni Regione ha già norme del genere, l’emendamento avrebbe permesso di rendere quasi inapplicabile il reato di peculato, non contestabile neanche nei casi in cui quei regolamenti locali fossero stati violati. I protagonisti delle nuove rimborsopoli avrebbero così scampato il pericolo di pene pesanti, dai 4 anni ai 10 anni e 6 mesi di reclusione.

Non solo: oltre a condizionare i futuri processi, la modifica avrebbe ribaltato anche quelli già in essere, concedendo a tutti gli imputati di avvalersi delle novità e di vedersi così smontate le accuse.

I 5 Stelle, che guidano la commissione con Giulia Sarti, fanno sapere di aver accantonato l’emendamento una prima volta mercoledì sera, sperando che la Lega provvedesse a ritirarlo il giorno seguente, preso atto del mancato sostegno da parte degli alleati.

Il Carroccio ha invece tirato dritto, nonostante il Movimento giurasse di non voler votare un emendamento del genere “neanche sotto tortura” e il Pd, attraverso Alessia Morani, avesse denunciato sui social il tentato colpo di spugna: “Provate a pensare chi è che ha qualche accusa di peculato nella maggioranza? Mi viene in mente Riccardo Molinari, che fa il capogruppo della Lega, o il viceministro Edoardo Rixi. Siamo ormai alle leggi ad personam”.

Parole simili a quelle di un altro renziano, il deputato Pd Franco Vazio, che come la collega ha accusato il governo di voler trasformare il disegno di legge in un “salvacorrotti”: “Gli emendamenti che sono piovuti in Commissione sul reato di peculato cancelleranno processi, imputazioni e condanne pronunciate a carico dei leghisti”.

Così ieri l’emendamento – siglato dai deputati Fabio Boniardi, Ingrid Bisa, Anna Rita Tateo, Riccardo Augusto Marchetti, Gianluca Cantalamessa, Flavio Di Muro, Roberto Turri, Luca Rodolfo Paolini e Manfredi Potenti – è rimasto tutto il giorno in commissione, dove nel frattempo si approvava, tra l’altro, l’emendamento che introduce il blocco della prescrizione al primo grado di giudizio a partire dal 2020.

Poi, in serata, il Movimento 5 Stelle ha espresso parere negativo sulla norma e l’emendamento è stato ancora accantonato, con i grillini irritati con gli alleati per la figuraccia a cui è stato esposto il governo e di nuovo in pressing perché, pur con un giorno di ritardo, ritirassero la proposta: “Occorre sgomberare il campo da dubbi o illazioni – ha precisato stizzita Angela Salafia, capogruppo del Movimento in commissione – l’emendamento che rivede la norma sul peculato è iniziativa della Lega, non del Movimento 5 Stelle e non diventerà mai legge”.

Una precisazione dovuta e che fa eco a quella del ministero della Giustizia guidato da Alfonso Bonafede, che poche ore prima aveva preso le distanze dalla proposta. Contrario il dicastero, contrari gli alleati, contraria pure l’opposizione: a tarda serata, chiusa all’angolo, la Lega ha poi deciso di ritirare l’emendamento. Impossibile da approvare, ma perfetto per far litigare di nuovo i gialloverdi.

Scusali, Silvio

Lo attendevamo con ansia, e finalmente il gran giorno è arrivato: il giorno della difesa del conflitto d’interessi da parte di chi l’aveva sempre denunciato. L’ingrato compito è toccato, su La Stampa, a Lucia Annunziata. Si parte, naturalmente, dal “bullismo dei 5Stelle” che, ispirati dall’empireo direttamente da Gianroberto Casaleggio, vorrebbero “distruggere i media tradizionali” (come se questi non ci pensassero già da soli), “smembrare i maggiori gruppi del Paese”, “abbatterli” e “smantellare l’editoria”. Tutto perché Di Maio ha annunciato una legge contro i conflitti d’interessi editoriali degli “editori impuri” che usano i mezzi d’informazione come merce di scambio per fare profitti in altri settori che confliggono con la libertà di stampa. L’Annunziata riconosce, bontà sua, che “il conflitto d’interessi è un tema serio”, ma purché non disturbi i suoi editori (le famiglie Elkann-De Benedetti, proprietarie col gruppo Gedi di Stampa, Repubblica, Espresso, Secolo XIX e varie testate locali). Infatti riesce a dire, restando seria, che “c’è anche in Italia una legge (sia pur morbida) che regola il rapporto fra editoria e interessi economici”.

Deve trattarsi di quella barzelletta della legge Frattini del 2004 che, insieme alla coetanea Gasparri per le tv, ha sempre fatto scompisciare il mondo intero e, fino all’altroieri, anche Repubblica, Espresso e Annunziata: una legge-selfie su misura per B. che, essendo solo il “mero proprietario” di Mediaset&C., non ha conflitti d’interessi. Una legge senza sanzioni, ma soprattutto senza colpevoli che, avallando il mega-conflitto del Caimano, avalla quelli medi e mini di tutti gli altri. Cioè degli editori impuri che producono un’informazione serva e falsaria. Ora si scopre, grazie all’autorevole penna dell’Annunziata, che quella norma-farsa magari sarà un po’ “morbida”, ma nessuno deve azzardarsi a riformarla, nemmeno se l’ha promesso agli elettori. Saranno contenti Frattini e B. per il tardivo riconoscimento dopo 14 anni di calunnie. Un po’ meno i lettori di Stampubblica, nello scoprire che i loro liberissimi giornali non solo si sono innamorati in tarda età della prescrizione solo perché a riformarla sono i 5Stelle. Ma difendono pure i conflitti d’interessi, perché quei barbari minacciano di punirli tutti, compresi quelli dei loro editori. L’Annunziata previene l’obiezione con una supercazzola: “Il caso Berlusconi ha provato a essere estremo non perché la legge non ci fosse a regolarlo, ma perché estremi erano gli intrecci fra proprietà e politica. E del resto la opposizione ha fatto di questo intreccio una battaglia”.

Cioè, se capiamo bene, il problema sarebbe che un giorno B. entrò in politica (quanto alla “battaglia” del centrosinistra, ci vien da ridere). Già, ma il conflitto d’interessi ce l’aveva anche prima. Già nel 1983, aggirando Montanelli, chiamò il condirettore del Giornale per raccomandare di non attaccare Craxi in quanto Bettino “deve farmi la legge sulle tv”. Idem la famiglia Angelucci, che ha il suo patriarca in Senato con FI, ma sarebbe in conflitto d’interessi anche senza, perché controlla Libero e il Tempo e fa soldi a palate con le cliniche private convenzionate con le Regioni. Se per decenni la Fiat ha incassato carrettate di miliardi dallo Stato in aiuti diretti, commesse pubbliche, cig straordinaria e rottamazioni, difficilmente La Stampa poteva mettersi contro i governi: infatti, come diceva Giovanni Agnelli sr., è stata per oltre un secolo “governativa per definizione” (salvo negli ultimi 5 mesi). Se il costruttore Caltagirone vive di appalti pubblici, qualcuno può pensare che la linea del Messaggero, del Mattino e del Gazzettino sui governi nazionali e locali non ne risenta? Infatti il suo gruppo ha sempre lisciato giunte e governi che assecondavano i suoi interessi; ha sempre beatificato tutte le opere pubbliche sparse nell’orbe terracqueo, tranne una, lo stadio della Roma (lo fa il suo rivale Parnasi); e i primi sindaci di Roma che ha massacrato sono stati Marino e la Raggi (vedi alla voce Olimpiadi). Se il Sole 24 Ore è di Confindustria, che affidabilità possono mai avere le sue pagine finanziarie o i suoi pezzi sul Tav? La stessa che hanno le pagine dell’auto de La Stampa, le recensioni del Giornale sui programmi di Mediaset e del Corriere sui programmi di La7 (medesimo editore: Cairo). La stessa che ha Repubblica sulla politica da quando s’è scoperto che Renzi aveva spifferato il decreto Banche popolari in anteprima a De Benedetti, consentendogli di specularci in Borsa e tirar su 600 mila euro in un minuto senza muovere un sopracciglio. L’unico editore puro prima dell’avvento del Fatto era il genovese Carlo Perrone col Secolo XIX, che però tre anni fa fu venduto agli Elkann.

Questi padroni di giornali non fanno direttamente politica, ma sono in conflitto d’interessi lo stesso. Il grosso del loro business non è l’editoria, ma gli autoveicoli, la finanza, le banche, le assicurazioni, le costruzioni, gli appalti pubblici. E i loro giornali sono ora bastoni per minacciare o punire chi non asseconda i loro affari, ora carote per premiare chi li agevola. E se i lettori se ne accorgono e fuggono, poco importa: molto meglio tenerseli e ripianarne ogni anno le perdite, che rinunciare a una preziosa arma di pressione e di ricatto sulla politica. Non sappiamo se Di Maio riuscirà a varare una buona legge contro i conflitti d’interessi che inquinano l’informazione in Italia, né se Salvini – il nuovo cocco dei giornali – glielo consentirà. Ma sappiamo che, come già sul Tav e sulla prescrizione, ha toccato una delle metastasi del cancro italiano: una classe dirigente che campa da sempre di soldi pubblici e di impunità; e la stampa al seguito, che più rivendica la sua libertà e più difende la sua servitù.

Da “Kemp” a “Red Shoes”. Il cinema inglese in Italia

Red Shoes, le iconiche scarpette rosse di Michael Powell & Emeric Pressburger del 1948, idolatrate da Martin Scorsese e dai cinefili di mezzo mondo: poteva esistere nome migliore per ribattezzare un’associazione per la diffusione della cultura e della storia del cinema britannico in Italia? Presieduta da Anna Maria Pasetti, membri onorari Stephen Frears, Lynne Ramsay, Terence Davies e Iain Sinclair, Red Shoes si presenta a Milano (Spazio Oberdan della Fondazione Cineteca Italiana) domani e venerdì con i primi UK Film Days Italia. Tra gli eventi, Edoardo Gabbriellini presenta domani alcuni estratti in anteprima del suo documentario Kemp, dedicato al celebre coreografo Lindsay; a seguire, proiezione della copia restaurata di The Red Shoes, introdotta dalla direttrice del Torino Film Festival, Emanuela Martini. Sabato Piera Detassis, direttrice artistica dell’Accademia del Cinema Italiano, tiene la masterclass “Donne che non chiedono scusa. Vivienne Westwood: creatività e autonomia al femminile”, poi in serata la prima nazionale del doc Westwood. Punk, Icon, Activist di Lorna Tucker.

“Lennie” il genio compositore fu meglio del Bernstein direttore

Cent’anni dalla nascita di Leonard Bernstein. Lo ricordo solo giovane, scattante, elegante, e con un fascino sexy un po’ da rettile, un po’ da felino, accentuato dalle ombre dello sguardo. Invecchiò precocemente. Il whisky gli aveva fatto crescere un ventre gargantuesco che rendeva penosi i balletti sul podio, ridicoli anche durante la giovinezza. Era tutto un ammiccare, un volgersi, un danzare, uno sculettare. Ciò era consono allo stile rapsodico e irrazionale delle sue interpretazioni. Nella musica propria, e in alcuni del Novecento, come Stravinskij, era grande: sebbene il Maestro russo, cultore del rigore, non potesse amarlo. Ma in Haydn, Beethoven, Brahms, Bizet, Ciaikovskij, ogni giorno andava come andava; e quasi sempre malissimo. Non parliamo di Verdi e Puccini. Una delle sue ultime apparizioni fu un’imbarazzante Bohème all’Accademia di Santa Cecilia: era impreparato, teneva la testa nella partitura per tema di perdersi. L’Europa l’ha rovinato più gli Stati Uniti: l’Europa nella quale gli facevano credere fosse più grande di Karajan. Nel suo paese, certo, fece una bruttissima azione: Dimitri Mitropoulos, uno dei sommi direttori di tutti i tempi, lesse sul giornale di essere stato licenziato dalla Filarmonica di New York, a favore del giovane arrampicatore.

Era un musicista di alta sfera. Per questo ho spiegato il suo punto debole: l’esaltazione acritica impedisce di cernere quello che lo rende immortale. Non ricorderò il pianista di talento, né quanto abbia servito alla diffusione della cultura musicale con trasmissioni televisive in apparenza facili, in realtà profonde. È stato un grandissimo compositore. E il compositore ha poco in comune con il direttore. Estroso, brillante, a volte snob, a volte pieno di pathos che gli veniva dallo straordinario dono melodico del quale era dotato: sempre con arte profonda, tecnica impeccabile, tanto maggiori quanto meno ostese.

La sua produzione si divide in due categorie. Le opere, dirò così, “ufficiali”: le Sinfonie, la Messa, i Salmi. Produzione di compositore provetto, un po’ accademico. E il resto: da West Side Story, uno dei più bei musicals mai scritti, al Candide, ai vari pezzi nei quali contamina con assoluta felicità stilistica il jazz con la composizione tradizionale. Qui ha una libertà, un estro, un’ispirazione, meravigliosi, che fanno tutt’uno con la sua libertà dalla moda e dalla cosiddetta “Avanguardia”. Anche questa contaminazione non l’ha inventata lui: prima, e con risultati supremi, l’hanno praticata Ravel, Debussy, De Sabata, Gershwin, Porter. “Lennie” ha aggiunto una sua parola a questa linea stilistica tra le più feconde del Novecento, degna dei suoi predecessori: anche se di genî come Gershwin ne nasce uno al secolo. I più grandi compositori americani del Novecento, Gershwin, Porter, Copland e Bernstein, sono omosessuali: pur se il primo, data l’epoca, non manifestasse pubblicamente la sua natura. E “Lennie”, ottimo marito e padre, omosessuale era in modo prorompente. Per un periodo della sua vita combinò questo con impegno antirazzista, se la faceva con le Black Panthers, tirava cocaina e chissà che altro, beveva. Era una manifestazione della sua gioia di vivere. Un anno (si era nei Settanta) al Festival di Salisburgo, dove dirigeva e assisteva ai concerti degli altri, prese una suite matrimoniale nel più lussuoso albergo collinare con Justus Frantz, un efebico e, musicalmente, non molto dotato pianista tedesco. Aveva sfasciato il ménage di costui con Cristoph Eschenbach, idem. Adesso questi due arrancano facendo i direttori d’orchestra, come tutti i pianisti finiti. Di Bernstein, ch’era una caricatura di Fritz Reiner, sono a loro volta una caricatura. Il genio di “Lennie” rifulge tra gli astri.

“Madri, prostitute, vergini: le donne simbolo del sacrificio”

In libreria per Chiarelettere “Anche le parole sono nomadi”. Pubblichiamo l’introduzione di Dori Ghezzi e uno stralcio del capitolo “Intermezzo”. Il volume sarà presentato sabato a Bookcity.

“Ma se ghe pensu, alôa”?. Allora potrebbe esplodermi la testa se un ingorgo di ricordi dovessero riaffiorare tutti insieme, ricordi che non vogliono essere dimenticati con tutta la loro intenzione di sopravviverci. Certo, tutti insieme si sentono così forti, invincibili, ma se tento di isolarli, sviscerandoli, ogni ricordo s’intimidisce, mettendo a nudo tutta la sua fragilità. E poi?… “Tu prova ad avere un mondo nel cuore / e non riesci ad esprimerlo con le parole”. Ogni forma, ogni termine saranno sempre inadeguati a restituirti l’intensità integra del ricordo. E come faccio, ora io, su questo foglio bianco a descriverlo pienamente senza la complicità di un nostro gesto, uno sguardo, un sorriso? E perché no, anche da un’espressione a volte contrariata, incazzata o piovosa? Ci ha pensato sempre Fabrizio attraverso la sua voce, ironica o dolente, a non farci cogliere impreparati: “Prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume / vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume”… “Perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole”. E poi? Perché vivere solo di ricordi quando possiamo ancora tutti, insieme a Fabrizio, vivere l’oggi strizzando l’occhio al futuro? Ma se ghe pensu…

Dori Ghezzi

 

Femmine un giorno e poi madri per sempre… Noi che invochiam pietà fummo traviate. Primo discorso sulle donne. “Ho sempre pensato alla donna come al simbolo del sacrificio, e tra gli emblemi del sacrificio tre mi sembrano fondamentali. Il sacrificio della maternità, una malattia che il maschio non conosce e che dura ben più di nove mesi da quanto mi dicono, da quanto osservo, mi pare che continui per tutto il resto della vita. Il sacrificio della prostituzione, forse il più doloroso di tutti, che attraverso il dolore può anche diventare santificazione, secondo il mio punto di vista. Un altro tipo di sacrificio, un altro tabù che viene osservato non soltanto in paesi diversi dal nostro ma anche nel nostro, è il sacrificio della verginità, anche se correva voce qualche tempo fa che si poteva considerare vergine soltanto una bambina di quattro anni che corresse molto più svelta del fratello, ma, appunto, era soltanto una battuta”. “Così come le donne sono la rappresentazione del sacrificio, gli uomini sono la rappresentazione della sopraffazione. La maggior parte degli uomini, per come li conosco io e per quanto mi conosco, rappresentano, sono la simbologia del potere e il potere lo si conquista in vari modi, quasi nessuno dei quali corretto. Non è soltanto un problema di conquista del potere ma anche del suo esercizio; e se per arrivare al potere si possono usare mezzi tradizionalmente leciti, per esercitarlo e per mantenerlo i mezzi che vengono usati sono sempre illeciti: il potere, da che mondo è mondo, lo si esercita e lo si mantiene attraverso la violenza nelle sue diverse sfumature (violenza privata, violenza pubblica, violenza economica o violenza bellica). Fin da piccoli i bambini fanno la lotta, i bambini si picchiano e fanno la guerra; non così le bambine: che cos’è, un istinto diverso?

Può anche darsi, il fatto è che verso i maschi c’è molta più condiscendenza da parte dei genitori, c’è una forma di educazione che quasi si compiace della violenza e questa educazione si è talmente radicata che la violenza è entrata nel caso dei maschi a far parte della memoria prenatale: cioè temo che i maschi nascano violenti più per stratificazione di cattivi insegnamenti che non per istinto. O, come minimo, nulla si è fatto per combattere questo istinto. Vi sembra che stia esagerando?”.

Fabrizio De André

Luisa, Doris e Peggy, le Leonesse di Venezia

Anche i muri hanno orecchie. Quelli di Palazzo Venier a Venezia ne hanno sentite di ogni, e per tutto il Novecento: il gracchiare dei pappagalli, addestrati a dire parolacce; i lamenti della servitù (nera), truccata con polvere d’oro tossica; i miagolii delle ospiti, riunite in saffici consessi; i pettegolezzi sulla padrona di casa, che “sarebbe riuscita a far venire un cadavere”.

Le padrone di casa, in verità, furono tre: Luisa Casati Stampa, Doris Castlerosse e Peggy Guggenheim, che abitarono con le loro corti strampalate Il palazzo incompiuto affacciato sul Canal Grande, protagonista del saggio di Judith Mackrell, in libreria da oggi per Edt.

“Vita, arte e amori di tre celebri donne a Venezia” sono filtrati da un’angolatura molto particolare, quella di Palazzo Venier, appunto, diroccato e perennemente in restauro, infestato di piante e animali esotici, set permanente di festini e lustrini, ma proprio per questo sopravvissuto al secolo breve con astuzia femminile. Eppure il viril edificio era stato progettato nel XVIII secolo “per celebrare una dinastia patriarcale”, i Venier, il cui più illustre antenato “aveva guidato la flotta veneziana in una storica vittoria contro i turchi”: la battaglia di Lepanto (1571), cui partecipò in ciabatte, perché – a 75 anni – soffriva per i calli. Scapestrati furono invece gli eredi: alla fine dell’800 la famiglia era ormai disgregata, il blasone ammuffito e la villa in rovina.

La marchesa vi entrò nel 1910, trovandovi “un giardino con le fondazioni di un palazzo”: da allora, e per quasi 15 anni, lo trasformò in un caravanserraglio sguaiato, cuore delle notti veneziane, manco fosse Gatsby a Long Island. A Palazzo Venier era carnevale tutto l’anno: mascherate, recite, ricevimenti “orientali” con schiavi africani imparruccati e un nutrito ensemble dallo zoo – scimmie, pappagalli, serpenti, pavoni (citati da Pound nei Cantos) e un ghepardo “mansueto” perché drogato di oppiacei. Quando non usciva sola e nuda, accompagnata da un pitone al collo, Luisa si portava appresso il felino, ma non fu per lui che ribattezzò la dimora “Palazzo dei Leoni”.

Casati era “un’opera d’arte vivente”; di lei si invaghirono D’Annunzio e Marinetti e diventò nobile sposando il marchese Camillo Casati Stampa: amava molto gli uomini, tanto che alcuni le morirono tra le braccia durante l’amplesso. Anche Doris Castlerosse deve il suo cognome al marito visconte, Valentine: all’anagrafe era una Delevingne, prozia della famosa (oggi) Cara. La “salonnière” acquistò il palazzo nel 1936, sovvenzionata da uno dei tanti amanti: “Non esistono uomini impotenti, solo donne incompetenti”, questo il suo motto. Sottoposto all’ennesimo restauro, l’edificio fu inaugurato nel 1938 con una sfarzosa festa, cui partecipò il jet set internazionale. Alle due, però, qualche ospite fuggì in fretta e furia: la guerra era alle porte e loro erano ebrei.

Sulla dama circolano molti gossip; sicuramente fu l’amante di Churchill, ma è tutta da verificare la frase a lui attribuita: “Doris, riusciresti a far venire un cadavere”. Poi, corteggiò il di lui figlio, Randolph, e persino Cecil Beaton, noto omosessuale, con cui si sollazzava ai party in costume e col frustino. Non disdegnava neppure la compagnia femminile, radunando una “comunità saffica… in un tipico rifugio per puledre”. Con l’avanzata dei fascismi l’allegrezza svanì: nel 1940 Doris fu costretta ad abbandonare l’Italia. Era così disperata da chiedere al marito di risposarla: morì depressa, nel 1942, per un’overdose di barbiturici e alcolici.

Ultima venne Peggy Guggenheim. Visitò Palazzo dei Leoni nel 1948 e l’anno dopo vi trasferì la sua collezione, aprendo le porte a tutti, non solo ad amici e mariti (due), oltre a numerosi cani e amanti: John, Douglas, Raoul, Ralph, Samuel (Beckett)…

Benché ambisse a diventare scrittrice, Peggy – newyorkese from Upper East Side – aveva l’arte nel sangue, per via ereditaria (zio Solomon et al.): iniziò a collazionare alla fine degli anni 30, inaugurando gallerie e accumulando “figli di guerra”, ovvero lavori di Dalí, Klee, Miró, Kandinskij, Braque, Mondrian, Giacometti… Oltre alle opere salvò molti artisti, non tutti riconoscenti: per Hare era “brutta come il peccato”, mentre Pollock, per andare a letto con lei, “avrebbe avuto bisogno di due asciugamani: uno per coprirle la faccia e l’altro il corpo”.