“Salvare, salvarsi: il rebus della mia Germania”

Chi non farebbe di tutto per salvare la vita degli altri, qualora essa fosse messa in pericolo? Ma l’istinto all’altruismo si scontra con quello del limite. Soprattutto quando soccorrere un solo naufrago non è abbastanza, ma salvarli tutti, oltre a non essere fattibile, comporterebbe un rischio troppo grande. È il dilemma di Rike, medico di professione e velista per diletto che salpa in solitaria con la sua barca a vela da Gibilterra alla volta di un agognato paradiso tropicale, ma troverà sulla sua rotta una nave di profughi alla deriva. Rike è la protagonista di Styx, che altro non è che lo Stige – il mitologico fiume degli inferi che separa i vivi dai morti, i salvati dai sommersi –, film dell’austriaco Wolfgang Fischer. Già alla Berlinale 2018, e da oggi nelle sale italiane, Styx è stato presentato, come finalista del Premio Lux del Parlamento europeo, a Strasburgo, dove abbiamo incontrato il regista.

Signor Fischer, il tormento della protagonista non è in fondo simile a quello di Angela Merkel, che ha aperto ai migranti le frontiere della Germania?

Il mio intento è stato quello di descrivere chi siamo e cosa vogliamo diventare come persone. Seguendo il viaggio di Rike, viene sollevata la questione di cosa avremo fatto noi stessi in caso dell’incontro inatteso con i naufraghi. La storia non si riferisce alla Merkel direttamente ma a tutto il genere umano.

Salvare vite è un dovere a cui non ci si può sottrarre, anche a rischio della propria sopravvivenza?

Ho cercato di ridurre il problema alla dimensione individuale: non aiutare un altro essere umano è moralmente impossibile, lasciarlo morire è impossibile. Partendo da questo dato di fatto, è poi necessario lottare tutti insieme, in modo da poter affermare questo principio come universale. Non significa però che io sia ottimista. Da quando ho cominciato a scrivere la storia, 9 anni fa, l’attitudine verso l’accoglienza in Europa è molto peggiorata.

Eppure, se come lei afferma, è stato giusto aprire le frontiere come Merkel ha fatto, perché chi ha contestato le scelte della Cancelliera ottiene consenso?

Nonostante il flusso migratorio sia in diminuzione, ci sono politici che danno sempre la colpa di tutto alle persone più deboli. In Europa, un continente di mezzo miliardo di persone, non possiamo aiutare 5 milioni di migranti? La verità è che i populisti non vogliono trovare soluzioni ai problemi, ma solo usare la paura per accrescere il proprio consenso.

“Styx” ha suscitato polemiche.

Capisco che il messaggio del film non può raggiungere tutti. Tuttavia la reazione che ho registrato nel pubblico è stata di grande coinvolgimento. Mi sono sentito dire: ‘Le notizie sulle navi affondate, sui migranti morti non fanno più effetto. Invece, vedendo il film mi sono immedesimato nella situazione’. E questo era lo scopo che da filmmaker volevo ottenere.

Una critica alle politiche anti-migranti di Orban e Salvini?

L’intento non era quello di biasimare nessuno, ma di mostrare la realtà dei fatti. Mi sono chiesto che tipo di paradiso vogliamo raggiungere noi europei. Prima di arrivarci, mi sono risposto, dobbiamo trovare una soluzione al problema enorme che è davanti ai nostri occhi.

“Sei fuori!”: Melania come Donald in The Apprentice, spietata con chi la intralcia

Trump ha un caratteraccio, ormai lo sappiamo, e quel “Sei fuori!” che ripeteva nel programma televisivo The Apprentice lo ha ripetuto molte volte anche da presidente. Le donne di casa non sono da meno: Melania, la first lady, dopo avere licenziato e assunto maggiordomi e personale, adesso ‘taglia le teste’ dell’Amministrazione; e ha un rapporto che il New York Times qualifica come “complicato” con Ivanka Trump. Non è un pettegolezzo che Melania abbia chiesto il licenziamento di Mira Ricardel, vice consigliera per la Sicurezza nazionale, cioè la numero due di John Bolton. Con mossa del tutto inedita e inattesa, la richiesta è stata confermata dalla portavoce di Melania, Stephanie Grisham: “La posizione dell’ufficio della first lady è che la Ricardel non meriti più l’onore di servire in questa Casa Bianca”. La vice di Bolton e Melania hanno litigato, ma non si sa perché.

Oltre a Ricardel, è in partenza il capo dello staff della Casa Bianca John Kelly, un generale finito anch’egli in conflitto con la first lady per richieste di promozione rifiutate e sistemazioni di viaggio inadeguate. Ma non basta. Melania, che non sarebbe estranea agli avvicendamenti alla Casa Bianca dell’estate 2017, non vive bene la vicinanza con Ivanka, anche se lei sta nella East Wing mentre l’ufficio della ‘Prima Figlia’ è nella West Wing. Secondo il NYT, gli incidenti sono frequenti. Melania non è mai stata tutta latte e miele. A giugno 2017, appena installatasi alla Casa Bianca, dopo essere rimasta per mesi alla Trump Tower di New York con il figlio Barron, aveva licenziato il maggiordomo e, contro la consuetudine che vuole in quel ruolo dipendenti pubblici o militari, aveva assunto un uomo di fiducia, Timothy Harlect, già direttore del Trump Hotel di Washington. A metà febbraio, Melania recise i ponti con la consigliera e amica Stephanie Winston Wolkoff, la cui società aveva ricevuto 26 milioni di dollari per organizzare eventi legati all’inaugurazione della presidenza Trump. La first lady non lo sapeva: andò su tutte le furie e mise fuori la Wolkoff, che aveva personalmente incassato 1,62 milioni di dollari.

La pace di Bibi non piace ai “falchi”: il ministro va via

Gerusalemme

Fra le vittime della fiammata di violenza a Gaza di questi giorni ci potrebbe anche essere il governo guidato da Benjamin Netanyahu. Ieri mattina il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha annunciato le sue dimissioni e l’uscita del suo partito Yisrael Beiteinu dalla coalizione di governo sulla scia delle polemiche per il cessate il fuoco con Hamas nella Striscia di Gaza. Dopo i 460 razzi e missili, sparati in 48 ore contro Israele, Lieberman voleva andare fino in fondo con i gruppi armati di Gaza. L’ha fermato Netanyahu che ha “imposto” l’accordo di cessate-il-fuoco mediato dall’Egitto.

La decisione del premier ha spinto Lieberman alle dimissioni, anche se da mesi Netanyahu e il capo della Difesa non erano più in sintonia. La mossa del leader di Yisrael Beitenu quasi sicuramente comporterà le elezioni all’inizio del 2019 – almeno sei mesi prima della data programmata. Venendo a mancare i 6 voti del partito di Lieberman la maggioranza di governo adesso dispone solo di 61 seggi su 120, e questo espone Netanyahu ai “ricatti politici” sia del partito dei coloni “Focolare ebraico” sia dei due partiti degli ortodossi. “Focolare ebraico”, guidato da Naftali Bennet, ieri sera ha tenuto un vertice straordinario e per restare nella coalizione di governo chiede a Netanyahu il portafoglio della Difesa

In caso di voto le prossime settimane costringeranno il primo ministro Benjamin Netanyahu a difendere le sue impopolari decisioni su Gaza in campagna elettorale, che è esattamente ciò che il premier e leader del Likud sperava di evitare. Il partito di Lieberman era in calo nel recenti sondaggi di opinione, forse persino lottare per ottenere i voti per superare la soglia elettorale e mantenere i seggi di Knesset. Ma il vento potrebbe cambiare adesso.

Con le sue dimissioni Lieberman vorrebbe posizionarsi alla destra di Netanyahu e punta a galvanizzare il sostegno attraverso la rabbia della gente. “Quello che è successo, il cessate il fuoco, insieme all’accordo con Hamas, è una capitolazione al terrore. Non c’è altro modo di spiegarlo”, ha accusato ieri Lieberman e predetto che gli elettori di destra avrebbero ricompensato il suo partito. Martedì sera, centinaia di persone hanno manifestato contro il cessate il fuoco all’ingresso della città di Sderot gridando slogan contro Netanyahu.

Al premier non piace la prospettiva che gli elettori di destra di una roccaforte del Likud considerino Lieberman il loro salvatore, invece di lui. Anche l’opposizione attacca il governo e il presidente dell’Unione sionista Avi Gabbay ha elogiato Lieberman: “Questo è il modo di agire, se uno fallisce nel suo lavoro, deve dimettersi”. Gabbay ha aderito alla richiesta di Lieberman di elezioni anticipate, così come l’altra esponente dell’opposizione Tzipi Livni. “Né la pace né la sicurezza sono state raggiunte – sostiene Livni – andare alle elezioni ora comporterebbe una coalizione di emergenza guidata dall’Unione sionista, ripristineremo la sicurezza e agiremo per raggiungere la pace”.

I gruppi terroristici palestinesi a Gaza gioiscono delle dimissioni di Lieberman. Hamas sostiene che “Israele ammette la sconfitta e riconosce la sua incapacità di gestire la resistenza palestinese; questa è una vittoria politica per Gaza, che è riuscita a rimanere forte e causare un terremoto politico in Israele”.

“Questo accordo sarà affondato in Parlamento”

Lord Andrew Adonis, 55 anni, è una delle menti più acute del fronte anti-Brexit. Figlio di un immigrato cipriota, è uno studente tanto brillante da essere ammesso a Oxford. Da lì la sua carriera decolla: nel 1998 è consigliere politico del governo Blair, poi nominato alla Camera dei Lord e ministro laburista prima dell’Istruzione e poi dei Trasporti.

Le sue capacità sono riconosciute anche da David Cameron, che lo vuole presidente della Commissione Infrastrutture. Theresa May lo conferma, ma nel 2017, in dissenso con la politica governativa sulla Brexit, si dimette e aderisce a The People’s Vote, la campagna per un secondo referendum.

Lei ha detto che l’accordo di Theresa May verrà massacrato da entrambi gli schieramenti. Perché è inaccettabile per tutti?

Per il Labour non è accettabile perché peggiora enormemente la situazione del Regno Unito rispetto a quella di cui godiamo stando nell’unione. Ma capisco anche il punto di vista dei Brexiters quando dicono che tiene il Paese in uno stato di vassallaggio in cui dobbiamo seguire le imposizioni di Bruxelles senza voce in capitolo. Escludo che sopravviva al voto in Parlamento. Noi non lo voteremo.

Una sconfitta parlamentare significa l’abisso del no deal. Chi avrà davvero il coraggio di prendersi questa responsabilità di fronte al Paese?

Si sbaglia, questo è lo spauracchio agitato dalla May per ottenere il voto. Le alternative sono due: nuove elezioni – ma dubito che i Conservatori provocheranno una crisi di governo perché rischiano di perderle – o un secondo referendum che contenga l’opzione di restare in Europa.

E ci sono i numeri alla House of Commons per ottenere un secondo referendum?

La situazione ora è molto fluida, ma prevedo che a dicembre, quando esploderà la crisi parlamentare, saranno in molti a vedere il voto popolare come unica soluzione.

Con quali tempi?

Abbiamo calcolato circa sei mesi, quindi a giugno. Sarà necessaria un’estensione dell’articolo 50….

Per la quale serve l’assenso di 27 Paesi europei…

Sì, ma ci è stato fatto capire che sarebbero molto più favorevoli a concederla per un secondo referendum che per ulteriori negoziati.

E cosa le fa credere che stavolta prevarrebbe il Remain?

I sondaggi registrano un rilevante cambiamento nell’opinione pubblica, dovuto a due fattori: in questi due anni è emersa la verità sulle conseguenze dell’uscita, e soprattutto c’è stata una mobilitazione fra i più giovani, le generazioni più danneggiate. Penso che un voto popolare vedrebbe una altissima partecipazione di ragazzi e under 40.

Ma non teme che una nuova campagna referendaria inasprirebbe le divisioni già forti nel Paese?

È vero, le divisioni sono profonde. Ma l’esperienza mi ha insegnato che il loro principale motore è la povertà, e lasciare l’Unione finirà per impoverire ampi settori della popolazione. L’unica soluzione sensata è restare.

C’è però l’elefante nella stanza: l’opposizione di Jeremy Corbyn, che anche di recente ha escluso un voto popolare. Lei tenta da mesi di convincerlo senza successo…

Jeremy vuole andare al governo, e lo voglio anche io. Ma se non sarà possibile avere nuove elezioni, la strada è il referendum, come chiaramente indicato dalla maggioranza dei delegati laburisti all’ultimo congresso. Il Labour è un partito democratico. Anche il segretario deve seguire le indicazioni della maggioranza.

May e il giorno più lungo: Brexit, il governo dice “Sì”

Alla fine Theresa May la spunta anche su un esecutivo per metà ostile, e supera il primo grande ostacolo di politica interna all’approvazione dell’accordo di divorzio dall’Unione europea. Ci vogliono quasi sei ore di Consiglio dei ministri, molto più del previsto: il premier emerge da Downing Street con una breve dichiarazione di conferma. “Dopo un lungo è sofferto dibattito, il governo ha approvato l’accordo. Il mio dovere verso questo Paese è prendere decisioni nell’interesse nazionale. E sono fermamente convinta, con la mente e con il cuore, che questa decisione sia nel migliore interesse di tutto il Regno Unito”.

La giornata più lunga di Theresa continua nella notte, con un incontro con la leader degli Unionisti irlandesi: Arlene Foster, tirannica stampella del governo, ieri pomeriggio aveva promesso “conseguenze” se il testo del documento – che fino a ieri avevano letto solo i ministri – dovesse mettere in discussione l’unità territoriale fra Ulster e Gran Bretagna: la minaccia, insomma, è di far mancare i voti indispensabili per l’approvazione parlamentare.

La battaglia si sposta appunto in Parlamento, dove il voto sull’accordo finale è previsto per i primi di dicembre. Una battaglia ancora più in salita. Ieri mattina se ne è avuto un assaggio durante il Question Time, quando la May è stata assediata da un fuoco di fila di critiche sull’accordo tecnico concluso con Bruxelles martedì. Gli attacchi sono arrivati da tutte le parti politiche. Il compagno di partito, Peter Bone, l’ha avvertita che il suo compromesso le alienerà il sostegno sia dei parlamentari che degli elettori conservatori. Poi è stato il turno di Jeremy Corbyn, che ha definito l’esito dei negoziati “un caotico pasticcio” e accusato il governo di aver fallito la sua missione negoziale. Ieri sera un tweet della corrispondente politica della BBC Laura Kuessemberg ha aperto un altro fronte: “Una fonte qualificata mi dice che la rabbia dei Brexiter è tale che si profila una mozione di sfiducia per domani – le lettere si stanno accumulando”. Si riferisce a un regolamento interno al Partito conservatore: per avviare la sfiducia al premier, il Comitato 1922, l’organo di partito chiamato a indire nuove elezioni per la leadership, deve ricevere lettere da almeno il 15% dei parlamentari – 48 in questa legislatura. Il gruppo dei falchi ne conta circa 60.

Finora il loro leader Jacob Rees Moog li ha tenuti a bada, ma altre fonti giornalistiche riferiscono di un cambio di strategia. Alla May basterebbero 158 voti a favore per restare in sella e non potrebbe essere sfiduciata per un altro anno: ma la mossa dei falchi sarebbe un assaggio del voto parlamentare. Certo, l’approvazione da parte dell’esecutivo rende il cammino un po’ meno tormentato. C’è ancora la possibilità che qualcuno dei ministri si dimetta nelle prossime ore, ma la strategia su cui la May si sta giocando il premierato, e il Regno Unito il futuro, può sopravvivere al dissenso di ministri euroscettici minori come Penny Mordaunt. Quello che non può perdere è il sostegno del ministro per la Brexit, Dominic Raab, quello del Commercio Estero Liam Fox o quello degli Esteri Jeremy Hunt, con le loro rispettive correnti.

Le dimissioni tardive anche solo di uno di loro rischierebbero di scatenare l’ammutinamento anche dei conservatori più leali invocato da Boris Johnson, e con l’opposizione di una buona parte dei Tories sommata a quella di quasi tutti i laburisti, degli unionisti, dei Lib-Dem e probabilmente degli indipendentisti scozzesi è davvero impensabile che l’accordo venga approvato alla House of Commons. Il prossimo passo è il summit europeo del 25 novembre, in forse fino a ieri. E già ieri sera il testo dell’accordo è stato pubblicato congiuntamente dal governo britannico e dall’Unione europea. Oggi il premier riferirà alla House of Commons. La Brexit va avanti, con lei ancora al timone.

L’io diviso ai tempi dello zero virgola: il caso Tria

Passano i governi, ma c’è una cosa che non cambia: fare il ministro dell’Economia è lavoro di enormi responsabilità e scarse soddisfazioni, il povero Giovanni Tria – l’ennesimo stimato tecnico – non fa eccezione. Leggere la lettera che ha inviato alla Commissione Ue sulla manovra è una cosa che strazia il cuore, perché la sensibilità scissa dell’estensore, se non finisce sulle righe, emerge palese tra l’una e l’altra. Prendete quando dice che il quadro macroeconomico “non tiene conto della crescita programmata” e quindi nel bilancio c’è “un cuscinetto di salvaguardia, che previene un deterioramento dei saldi” o che “il livello del deficit al 2,4% per il 2019 sarà considerato un limite invalicabile”. Non vi pare di sentirlo? Eddai, Valdis, Pierre, è un mese che ve lo dico: non lo facciamo il 2,4%, ve lo giuro, rinvia di qua, controlla di là… l’ho costruita bene, fidatevi, però mica lo posso dire. O ancora: “Al fine di accelerare la riduzione del rapporto debito/Pil (…) il governo ha deciso di innalzare all’1% del Pil, per il 2019, l’obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico”. Lo sentite? No, Luigi, Matteo, si fa per scherzare: ma voi l’avete visti mai 18 miliardi di privatizzazioni in un anno? Dai, è uno scherzo: qualcosa gli dovevo pur dire a quei due burocrati. Però anche: No no, Valdis, Pierre, mi vendo tutto, pure la scrivania, giurin giurello, dico così solo per quei due buzzurri… E infine: “Cordiali saluti” (No, vabbè, io non campo più: stavo tanto bene in Cina da giovane, ma chi me l’ha fatto fare?). È L’io diviso ai tempi dello zero virgola: un giorno ci scriveranno un libro.

Incredibile ma vero. Anche a Milano ci sono le buche

Notiziona: anche a Milano ci sono le buche nelle strade. Avvertenza preventiva ai lettori: non vogliamo fare alcun confronto con Roma, che ha già i suoi Soloni che sanno tutto di buche, spazzatura, giornalismi e processi alla sindaca. Non ci intromettiamo. Vogliamo semplicemente parlare di Milano e di una sua emergenza. Nella scorsa settimana di cattivo tempo, ci sono stati ben 500 interventi per rappezzare buche nelle strade, che hanno rischiato di fare danni gravi alla circolazione di auto, moto e biciclette. Due giorni fa, un autobus della linea 61 ha infilato una grande buca nell’asfalto di via Beato Angelico e a causa del botto ha perso carburante per strada. Il giorno prima, si era aperta una voragine in via Fantoli, zona Mecenate: nessun ferito, ma traffico in tilt. In viale Corsica sono fiorite sette buche, una Orsa Maggiore dell’asfalto distrutto. In via Strabone, quartiere Isola, da tempo gli abitanti protestano sostenendo che per loro è difficile perfino camminare per strada, figurarsi guidare una bici o un motorino. Davanti alla Stazione Centrale, proprio a pochi metri dal Pirellone sede del Consiglio regionale della Lombardia, c’è la Luisona delle buche milanesi, una fossa lunga e profonda che continua a riaprirsi accanto alla rotaia del tram, che gli automobilisti (e soprattutto i tassisti) devono evitare con manovre di destrezza da rally per non restare incastrati con le ruote.

Democratiche, la buche milanesi: si aprono in centro come in periferia, nelle vie dei ricchi e in quelle dei poveri. L’assessore all’Ambiente e alla mobilità, Marco Granelli, ha ammesso l’emergenza: “A causa delle piogge cadute in modo abbondante e straordinario dopo mesi di siccità, si sono aperte nelle strade milanesi diverse buche. Grazie alle segnalazioni dei cittadini, della polizia locale e ai nostri monitoraggi, siamo intervenuti in molte località”. “Il lavoro continua”, conclude l’assessore, “e soprattutto continua l’attività di controllo, per questo ogni segnalazione per noi è importante”.

Non è male che l’amministrazione pubblica chieda ai milanesi di segnalare le buche, invece di ritenere fastidiose le proteste dei cittadini. Naturalmente anche qui non manca chi usa le buche per lanciare un attacco politico: l’ex vicesindaco di centrodestra Riccardo De Corato, per esempio, già nel marzo scorso protestava così: “Le strade milanesi conciate peggio di Roma sono evidentemente frutto della non manutenzione del recente passato. Ai tempi del centrodestra, appena chiuse le scuole, passavamo due mesi a lavorare intensamente sulla rete stradale”.

Il bilancio preventivo 2018 del Comune di Milano prevede 56,1 milioni di euro per spese di manutenzione delle strade, 10 milioni in più dell’anno scorso, con un incremento di risorse del 22 per cento. Di questi soldi, 32 milioni saranno impiegati per la manutenzione straordinaria (nuove pose d’asfalto, scivoli e allargamento dei marciapiedi) e 9 milioni invece per la manutenzione ordinaria delle strade, cioè rappezzi dell’asfalto e copertura delle buche.

Ma c’è un problema a monte che andrebbe affrontato: quello della qualità degli asfalti e dei lavori stradali. Se le vie milanesi ogni anno si trasformano in un calvario di buche per chi usa le quattro e (ancor più) le due ruote, siamo sicuri che i lavori iniziali d’asfaltatura siano stati fatti per bene? O dovremo aspettare una inchiesta giudiziaria, una Strade Pulite, per scoprire che chi vince gli appalti risparmia sui materiali e chi dovrebbe controllare non lo fa?

 

Iran, l’Europa può reagire al diktat Usa

Il 5 novembre è scattato il diktat americano rivolto all’intera comunità mondiale: nessun commercio con l’Iran, nei settori energetici e finanziari. Donald Trump ha graziosamente esentato alcuni Paesi, fra cui l’Italia (gli altri sono Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Grecia, Turchia, Taiwan) dall’applicare queste sanzioni, ma a termine: entro sei mesi dovranno adeguarsi. Chi si credono di essere gli Stati Uniti d’America? I padroni del mondo tanto da poter imporre le loro decisioni unilaterali all’intero pianeta? Effettivamente lo sono, i padroni.

Ma il loro predominio globale comincia a vacillare, anche per l’ingresso sulla scena di altre grandi potenze, economiche e militari, come la Cina e l’India. La stessa decisione di Trump, la minaccia implicita di ritorsioni contro i Paesi che non ottempereranno al suo diktat, non è un segno di forza ma di debolezza. Non si ha bisogno di ringhiare quando si ha la situazione sotto controllo. Gli Stati Uniti capiscono o intuiscono che “il secolo americano” sta per concludersi e che siamo vicini alla fine del loro Impero. Gli antichi Imperi mesopotamici durarono tre millenni, più recentemente l’Impero austroungarico, quello ottomano e quello russo qualche secolo. Ma oggi le cose, non solo in politica ma in qualsiasi ambito, come sperimentiamo sulla nostra stessa pelle, vanno molto più velocemente. Un’egemonia durata un secolo è già al limite. Una reazione europea c’è stata, ma debole e fatta solo dei soliti comunicati. Ma l’Europa ha tutte le possibilità di non solo resistere a questo diktat ma di ricacciarlo in gola agli yankee. Basterebbe imporre agli americani lo stesso diktat, non in campo energetico, dove siamo deboli, ma in tutti gli altri settori. Cioè gli americani non potrebbero vendere i loro prodotti e fare affari in Italia. Poiché gli abitanti della Ue sono circa mezzo miliardo, e una parte consistente è costituita da forti consumatori, mentre gli americani sono 320 milioni, vediamo chi uscirebbe vincitore da questo braccio di ferro. Naturalmente dubito che l’Unione europea abbia non la forza, quella ce l’ha, almeno economica, ma il coraggio di prendere una decisione del genere che dovrebbe essere seguita tra l’altro dall’uscita dalla Nato e dalla cacciata dall’Europa delle basi militari americane, molte con missili atomici (in Germania ce ne sono 80, in Italia 60). Ma qualche piccola cosa possiamo già farla, anche noi italiani. Denunciare, come chiede una parte dei Cinque Stelle, il contratto che permette agli americani, dal 2016, di avere in Sicilia, a Niscemi, il cosiddetto Muos, una sorta di super radar che ha la funzione di tenere in collegamento le truppe americane sparse per il mondo e che occupa una superficie di un milione di metri quadri sottratti alla riserva naturale della Sughereta.

Al Muos Donald Trump tiene molto. Si dice che il nostro presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, esiterebbe perché ha di recente incontrato, in modo molto amichevole, Trump alla Casa Bianca. Ma la politica estera non la si fa con le pacche sulle spalle, ma avendo come obiettivo primario gli interessi del proprio Paese. Insomma come scrisse Sergio Romano, che di queste cose se ne intende essendo stato ambasciatore, in un bellissimo articolo sul Corriere: “La politica estera si fa alla moda di Andreotti, non in quella di Berlusconi”.

La sinistra è finita sotto il Tav

Come stanno le cose sul Tav lo sa benissimo chi, oltre a difenderla, la poca stampa libera la legge anche. Una grande opera la cui necessità è “smentita dai fatti”, per citare le parole del commissario dell’Osservatorio sul Tav (che non è una istituzione terza, ma un’emanazione dell’opera). Un’opera fuori tempo, che serve solo a chi la costruisce. Un’opera insostenibile sul piano ambientale, e su quello democratico. Un’opera che ha condotto lo Stato a imporre una sorta di stato d’assedio su una parte del proprio territorio (la Val di Susa) sollevando una gigantesca questione democratica in cui tutti i nodi sono venuti al pettine: dall’arretramento di un sindacato incapace di vedere il nesso tra il lavoro e i diritti della persona, ai drammatici limiti della libertà di espressione (il caso Erri De Luca, la condanna per le tesi di laurea ‘no Tav’). Un importante libro di Wu Ming 1 (Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav, Einaudi 2016) ha spiegato come la battaglia No Tav sia diventata una dei cruciali laboratori per qualunque sinistra possibile in un’Italia di fatto senza sinistra parlamentare.

Ora, è su questo punto che il discorso pubblico sulla manifestazione torinese di sabato scorso ha consumato l’ultima, simbolica, svolta. Mostrando in modo davvero definitivo che un importante blocco di opinione (quello, per intendersi, che si riconosce nelle posizioni di Repubblica) non intende superare, archiviare, criticare davvero le scelte strategiche della lunga stagione del centrosinistra. Una lunga stagione suicida.

Straordinariamente esplicito Ezio Mauro: per il quale il “papa straniero” capace di risollevare la sinistra potrebbe arrivare proprio dalla piazza delle madamine torinesi. Una piazza per nulla civica, e invece dominata dal blocco di partiti che hanno governato il Piemonte e l’Italia degli ultimi decenni: Pd, Forza Italia, Lega. Il sistema, e in particolare il Sistema Torino: come certifica il sostegno militante del giornale della Fiat. Una piazza autoselezionatasi non attraverso una conoscenza del Tav (come dichiarato candidamente da una delle promotrici), ma invece per censo e in base alle convenienze professionali. Una piazza di destra, come ha spiegato in modo cristallino Angelo D’Orsi per MicroMega. Una piazza che ha avuto dunque almeno il merito di riportare in superficie il conflitto sociale: quello eterno, tra i pochi ricchi e i molti poveri. L’idea che in questo conflitto la sinistra debba schierarsi è sacrosanto: che debba farlo dalla parte della destra è allucinante. Ma non sorprendente. Perché si possono dare due spiegazioni opposte del declino della sinistra. La prima è che, dopo il 1989, la sinistra europea (e quella italiana) si sia convinta di avere torto, e si sia genuflessa prima di fronte al trono del mercato poi all’idolo della sicurezza dei “salvati”, abbandonando i sommersi. E che dunque la sinistra perda perché è diventata troppo simile alla destra: che alla fine viene comunque preferita, perché più credibile.

La seconda, opposta, lettura è che la sinistra perda perché troppo di sinistra: poco moderna, poco sviluppista.

Per la prima lettura la sinistra è stata troppo di sistema, ha detto troppi sì: per la seconda è stata troppo antisistema, ha detto troppi no. La mia spiegazione è la prima: mentre con ogni evidenza Mauro sposa la seconda. Dunque per lui un papa venuto da quella piazza sarebbe straniero: mentre a me parrebbe fin troppo interno alle logiche che hanno distrutto la sinistra italiana. Mauro è in ottima compagnia: da Prodi a Veltroni, da Renzi a Mario Calabresi. Il quale, nell’editoriale di insediamento al posto di Mauro, scrisse ciò che Renzi aveva scritto (iddio lo perdoni) in una prefazione a un celebre saggio di Bobbio su destra e sinistra, e cioè che “la nostra società, senza aspettare la politica e dividendosi più sull’asse tra conservatorismo e innovazione che su quello destra-sinistra, ha aggiornato la sua agenda”.

Il paradosso è che il Tav non è certo innovazione, ma semmai retroguardia ideologica ed economica, oltre che conservazione dei privilegi di una casta parassitaria. Ed è ancora più paradossale che mentre il Movimento 5 Stelle tradisce platealmente le ragioni dell’ambientalismo e della democrazia (clamorosa, su entrambi i piani, la vicenda parlamentare del condono di Ischia), i suoi più fieri oppositori disegnino per la sinistra un futuro identico al passato, e dunque del tutto incapace di riscossa.

Mauro scrive che la piazza di Torino si è opposta a una visione “pauperista”: una parola finora usata, in questo senso, da Silvio Berlusconi. In un’Italia con 18 milioni di cittadini sulla soglia di povertà una sinistra che riparta dalla piazza dei ricchi e dalle grandi opere inutili non solo non è una sinistra: è anche morta.

Mail box

 

Basta ipocrisia: il giornalismo non è libero e indipendente

A proposito di giornali e giornalisti. Difendere la libertà di informazione e l’art. 21 della Costituzione è sacrosanto. Ma siamo proprio sicuri che il giornalismo nostrano sia un ambiente sano, scevro da “familismi amorali”, lottizzazioni politiche, e sia garante di indipendenza e libertà di informazione?

Chi mostra indignato sui social la sua tessera dell’Ordine, come l’ha ottenuta? La “casta” messa all’indice senza distinzione alcuna, dei politici, buttati tutti nello stesso fango, non è che si annida, a volte in maniera anche peggiore, nella professione? Nepotismi come eredità di padre in figlio (spesso basta leggere le firme) o assunzioni nella “pubblica” Rai secondo un Codice Cencelli applicato per decenni, salvo magari relegare i raccomandati in quota opposizione allo sport o in redazione…

Sepolcri imbiancati, con cui stridono levate di scudo a difesa della casta dei giornaloni o dell’informazione pubblica che ogni cittadino è costretto a pagare. Fingiamo ancora ci siano testate “libere” con mecenati che sostengono la “libera informazione”? Si potevano gabbare i lettori di ieri, oggi non più. Il giornalismo è diventato pubblicità ed è grave che l’Ordine e il Sindacato non se ne rendano conto, non ne prendano atto e non cerchino di trovare correttivi.

Si esca dall’ipocrisia, si ammetta che ogni testata è sostenuta e sostiene gruppi politici o imprenditoriali, lobby e interessi di potere. Almeno alcuni, da tempo, lo dichiarano. L’Unità, quando c’era, sottotitolava “giornale fondato da Antonio Gramsci”; Il Manifesto si dichiara orgogliosamente “quotidiano comunista”; Il Fatto Quotidiano , con altrettanta fierezza, scrive che “non riceve alcun finanziamento pubblico”. C’è del marcio anche nell’informazione. Forse è per questo che ci sono reazioni scomposte, anche se non giustificabili, visto che arrivano da chi ha responsabilità di Governo. Ma se guardiamo alla sostanza, dobbiamo ammettere che quelle parole non sono del tutto campate in aria. Allora anche rispondere alla chiamata di scendere in piazza diventa difficile. Perché si rischia di porsi a difesa dell’indifendibile.

Melquiades

 

Atac, i problemi vanno risolti dall’amministrazione pubblica

Noto che il referendum Atac ha motivato parecchi lettori, ma il risultato era scontato in partenza per due motivi. Primo, era un referendum consultivo, quindi senza conseguenze pratiche. Secondo, non si dimentichi che in Italia, molte volte, si sono aggirati i risultati anche di referendum vincolanti. E poi lo scetticismo nell’istituzione referendaria è antico, l’errore sta nell’averlo proposto e nel pensare che i problemi del trasporto pubblico romano possano essere risolti da un privato. I problemi alla base del cattivo funzionamento devono essere risolti da un’amministrazione pubblica responsabile ed efficiente che si assume le proprie responsabilità di fronte ai cittadini. È una questione di dirigenza politica, non di proprietà della società.

Francesco Degni

 

Perché le imprese italiane ottengono pessimi risultati?

Leggo sui giornali della situazione di alcune imprese in Italia. Tim ha appena allontanato l’ad Amos Genish a causa dei pessimi risultati conseguiti. Alitalia è all’ennesimo salvataggio. Anche sul piano tutto privato, la M&C di Carlo De Benedetti accusa pesanti perdite. Se il quadro è questo, mi domando quali siano stati i principi economici applicati per la gestione delle aziende menzionate. Non sono un economista, ma è chiaro che i modelli a cui ispirarsi vanno sostituiti, le strategie vanno radicalmente modificate. Fiducia, solidarietà, inclusione, etica, redistribuzione, sono le parole che devono trovare spazio nei piani industriali.

Se un’impresa deve essere giustamente redditizia, deve comunque mantenere i contatti con la realtà in cui è inserita: territorio, ambiente, persone, lavoratori, pubblica amministrazione. È così che si corre dietro solo a logiche di profitto, senza curarsi di quelli ai quali si fa pagare il prezzo delle “magnifiche sorti e progressive”.

Paride Antoniazzi

 

La “buona scuola” deve insegnare eleganza e amore

Per una buona scuola e una gioventù migliore, sarebbe bene inserire nei programmi scolastici tre importanti “materie”: educazione, eleganza, amore. La scostumatezza pare sia pane quotidiano per molti, giovani e meno giovani. Non parliamo poi della volgarità nell’esprimersi e nei comportamenti. Pare che il divertimento più di moda sia: insozzare, vandalizzare, distruggere. Le “virtù” vincenti: l’arroganza, la prepotenza e la scurrilità. È deprimente. Forse sono i risultati dei “confusi comportamenti” di noi “figli del dopoguerra” che non abbiamo saputo “guidare e amministrare bene” i passaggi generazionali; forse sono le conseguenze degli esempi, sicuramente non tutti da imitare, che tanta parte della società “che conta” propina quotidianamente senza ritegno: corruzione, ruberie varie, immoralità, degrado ecc. Certo è che, giorno dopo giorno, precipitiamo sempre di più in un baratro di fango e di malcostume. Una precisazione per quanto riguarda l’amore: attenzione, intendo “amore” per tutto ciò che facciamo, e mi riferisco soprattutto al lavoro, qualsiasi esso sia!

Raffaele Pisani