Vilipendio. I politici sorridono agli applausi, ma silenziano chi li contesta. Vedi Salvini

Se tutto corrisponde al vero, e a parte l’inopportunità delle invettive, non comprendo per quale motivo la polizia abbia condotto in commissariato la signora che a Roma ha contestato verbalmente Salvini. Il Codice penale punisce infatti chi vilipende od oltraggia gli organi costituzionali, mentre in questo caso le parole erano dirette al politico come tale. L’intervento della polizia può pertanto essere giustificato solo se l’abbia chiesto lo stesso Salvini al fine di procedere civilmente nei confronti di chi lo ha apostrofato in quel modo. In questo caso avremmo il paradosso: un politico che ha nel proprio curriculum continue invettive contro i “nemici” della Lega, da ultimo i migranti, non tollererebbe le aperte contestazioni che proprio i suoi toni ruvidi e intolleranti suscitano; tutto ciò mentre in Parlamento si salvano con l’immunità i politici che offendono comuni cittadini. Se invece è stata un’iniziativa degli agenti, che peraltro Salvini avrebbe potuto fermare, saremmo di fronte a un eccesso di zelo che rasenta quello di potere.

Matteo Salvini, caro Loris, vorrebbe mostrarsi diverso dai politici che lo hanno preceduto al governo. Vicino al “popolo”. Quando lo applaude o gli chiede un selfie. Ma quando lo contesta, diventa uguale ai suoi predecessori. Ricordate Piero Ricca? Era il 5 maggio 2003 quando il giovane militante dei Girotondi attese Silvio Berlusconi nel Palazzo di giustizia di Milano, fuori dall’aula dove era celebrato il processo Sme, rallentato da leggi ad personam e mille strategie dilatorie. Quando Berlusconi gli passò vicino, Piero Ricca gli gridò: “Fatti processare, buffone! Rispetta la legge! Rispetta la Costituzione! Rispetta la democrazia! Rispetta la dignità degli italiani! O farai la fine di Ceaucescu o di Don Rodrigo!”. “Identificatelo!”, sibilò Silvio ai carabinieri che lo scortavano. Ricca fu fermato, identificato, querelato per ingiuria e processato. Alla fine, la Cassazione lo assolse. Quindici anni dopo, è toccato a Ottavia Piccolo. Stava manifestando pacificamente e silenziosamente al Lido di Venezia, non distante dal tappeto rosso della Mostra del Cinema: una testimonianza per ricordare gli infortuni sul lavoro e la precarietà. È stata fermata dalla polizia, perché aveva al collo – pensate un po’ – un fazzoletto dell’Anpi, l’associazione dei partigiani italiani. Cambiano le fasi politiche, resta l’arroganza del potere: i politici sorridono quando li si applaude, fanno la faccia feroce quando li si contesta o si ricorda un problema che non sanno risolvere.

Una diciottenne tra i baby rapinatori: spara agli agenti

In fuga dopo una rapina a una farmacia. Milano, zona Gratosoglio, periferia ovest. È successo martedì sera. Lo scooter che corre veloce. Poi il lampeggiante della polizia. Che fare? La fuga pare la soluzione più semplice. A bordo tre giovanissimi. C’è anche una ragazzina di 18 anni che estrae la pistola (una Beretta 9X17 risultata rubata come lo scooter) e spara due colpi contro gli agenti che non rispondono al fuoco. Durante la sparatoria viene però ferito un complice. Si tratta di una marocchino di 19 anni con precedenti per spaccio. A quel punto i due giovani hanno abbandonato la 18enne, che si è arresa alla polizia. Per uno dei due, il 19enne ferito, la fuga è finita poco prima della mezzanotte al pronto soccorso della clinica Humanitas di Rozzano, dove è stato accompagnato da alcuni conoscenti, e rintracciato poco dopo dagli agenti del commissariato di Scalo Romana. Anche l’arma, una Beretta 9×17, è risultata rubata. La polizia ha sequestrato due bossoli ed è sulle tracce del complice. Per i due arrestati le accuse sono di rapina, ricettazione e possesso di arma da fuoco.

Desirée e il mix letale, giudici contro giudici

C’è un nodo giuridico sulla morte di Desirée Mariottini. Una questione più tecnica che entra in una storia di degrado e sofferenza. E riguarda l’accusa di omicidio volontario contestato inizialmente ai quattro nordafricani arrestati. La linea della Procura di Roma fin dall’inizio è stata dura: chi ha somministrato il mix di droghe e psicofarmaci a Desirée e ne ha poi abusato, per i pm non poteva ignorare la morte come una delle terribili conseguenze possibili.

Questa impostazione però due giorni fa non è riuscita a superare l’ostacolo del Riesame, che non ha riconosciuto proprio l’accusa di omicidio volontario per il nigeriano Chima Alinno, detto Sisco, e il senegalese Brian Minteh, detto Ibrahim, e ha derubricato anche quella di violenza sessuale di gruppo in abuso sessuale aggravato dalla minore età della vittima.

La questione giuridica così da giorni si combatte a colpi di ordinanze e verdetti. Perché a fronte della decisione del Riesame che fa cadere il reato più grave per due nordafricani, il gip Maria Paola Tomaselli ha disposto una nuova ordinanza per Yusif Salia, detto Youssef e sempre per omicidio volontario. A Foggia, dove è stato fermato, i giudici pugliesi avevano convalidato il fermo ma non per omicidio. Ma la competenza è romana. E qui la Tomaselli nella nuova ordinanza sposa la linea dei pm Maria Monteleone e Stefano Pizza. Secondo quanto ricostruito dal gip, Youssef è colui che “conduce Desirée all’interno del container, ha con lei per primo il rapporto sessuale alla presenza di Paco (Mamadou Gara, ndr), sdraiato su un giaciglio accanto”. “Non può certamente escludersi – continua il gip – che non fossero consapevoli del carattere letale del mix” somministrato, per i pm, alla minorenne. E ancora: “Il dolo eventuale del reato di omicidio volontario (…) si trasforma con l’evolversi degli accadimenti in dolo diretto nel momento in cui i due omettono di prestare a Desirée qualsiasi soccorso, allontanandosi Paco dal luogo nonostante lo stato di evidente stordimento della vittima o addirittura ostacolando e impedendo l’intervento di altri soggetti”.

Per il gip, il fatto che gli altri due arrestati, Sisco e Ibrahim, “siano intervenuti in un momento successivo rispetto a Paco e Youssef e che allo stato non vi siano convincenti elementi atti a provare che essi abbiano partecipato alla cessione delle sostanze stupefacenti, non esclude il loro concorso nel reato di violenza sessuale di gruppo” (nel frattempo, però, derubricato in semplice abuso sessuale).

Youssef ieri è stato interrogato a Foggia. “Sapeva che Desirée aveva vent’anni – ha precisato uno dei suoi legali, Margherita Matrella –. Il 18 ottobre sono entrati mano nella mano in via dei Lucani. Poi, all’interno, hanno consumato un rapporto sessuale consensuale”. Il ghanese ha poi negato di aver drogato la ragazza.

L’ordinanza della Tomaselli però non chiude la questione. Bisognerà capire se anche Youssef farà ricorso e cosa nel frattempo il Riesame deciderà per Mamadou Gara. La questione dell’omicidio volontario non è affatto risolta.

Intanto il gip Tomaselli ha confermato il carcere per Marco Mancini (l’italiano indicato come colui che portava psicofarmaci in via dei Lucani), ma non per aver ceduto sostanze alla minorenne. Per il magistrato potrebbe averle cedute solo agli extracomunitari, anche se lui ha negato. Mancini aveva infatti spiegato che quei giorni non era a San Lorenzo e che non aveva dato nulla a Desirée.

Il paese va in piazza contro l’insegnante che minaccia “calci”

Èuna storia di diritti violati e di lotta contro l’autoritarismo nella scuola italiana. Oppure un banale litigio fra studenti e professore, degenerato chissà come tra ripicche, accuse incrociate (persino di razzismo) e l’immancabile zampino della politica locale. A Trebisacce, piccolo Comune in provincia di Cosenza, 2 mila persone (quasi un quarto dell’intera popolazione) scendono in piazza: studenti e famiglie bloccano addirittura una statale per protestare contro una insegnante colpevole di utilizzare maniere troppo rudi ed epiteti offensivi, e contro la preside che la protegge.

Difficile capire cosa abbia spinto a mobilitarsi in questo modo un paesino calabrese che nemmeno per i rifiuti tossici o gli ecomostri si era scaldato tanto. Per farlo bisogna ricostruire l’accaduto nel liceo scientifico Galileo Galilei, o almeno provarci, visto che ci sono tante versioni differenti, voci che si rincorrono, protagonisti, vittime e comparse. La terza D (ormai quarta) è una classe come tante di un istituto qualsiasi del Sud, con i suoi tipici problemi di scuola: un gruppo di studenti in subbuglio e una professoressa d’italiano, Rosanna De Gaudio, che mette votacci e insulta. “Capre, ignoranti, vi prendo a calci in culo”, denunciano i ragazzi: l’ultima offesa conterrebbe addirittura allusioni ai “forni crematori”.

Il clima si fa pesante, la preside in carica decide di metterci una pezza e spostarla in un’altra classe. Laura Gioia, all’epoca reggente, è la persona che ha visto nascere il caso: “È iniziato tutto con me e non avrei mai immaginato che sarebbe finita così: eravamo a maggio, per placare gli animi decisi di trasferire la docente, in vista dell’anno successivo, quando sapevo che non ci sarei più stata io, avvisando la dirigente titolare”. Quando però la preside D’Alfonso è rientrata a settembre, ha annullato il provvedimento, riportando la De Gaudio al suo posto.

Di lì in poi è stato il finimondo: scioperi, assemblee, manifestazioni in piazza. In prima fila pure il sindaco di Trebisacce, Franco Mundo: “Qualcuno dice che cavalco la protesta, ma sono solo preoccupato per la mia comunità. Il liceo è un centro nevralgico, vi sono iscritti più di mille studenti dai paesi limitrofi. E poi ormai sta diventando un problema di ordine pubblico: ho assembramenti in strada tutti i giorni”.

A scuola, infatti, non si fa più lezione: professori e studenti girano per i corridoi col registratore in mano per carpire conversazioni e si denunciano a vicenda. I ragazzi, sostenuti dai genitori e da alcuni docenti, si sono rivolti al Garante per l’infanzia, che ha stilato una relazione dopo aver ascoltato un audio degli insulti. Nel liceo sono arrivati anche tre ispettori del provveditorato, che hanno fatto rapporto: gli esiti però non sono ancora noti e pure questo ha esasperato gli animi. “Dall’esterno potrà sembrare esagerato, ma è l’unico modo per far sentire la nostra voce”, spiega Federica del comitato studentesco. “I ragazzi sono terrorizzati, c’è chi è finito dallo psicologo. La professoressa ha superato il limite e non è la prima volta: abbiamo ricevuto la solidarietà di tanti ex alunni che avevano subito gli stessi soprusi. Siamo stanchi, pretendiamo risposte: la prof se ne deve andare”. La preside non ha mai preso provvedimenti, almeno non nei suoi confronti: altri due docenti sono stati allontanati dalla classe per presunti maltrattamenti. Anche lei adesso è nel mirino della protesta, che si è estesa a tutta la dirigenza.

La diretta interessata, invece, continua a negare tutto: “È una vicenda surreale, Kafka non avrebbe saputo scrivere di meglio”, dice la professoressa De Gaudio. Non vuole parlare, al suo posto lo fa il suo avvocato: “La mia assistita è vittima di un ricatto: l’unica ragione del polverone sono i brutti voti, a cui ragazzi con poca voglia di studiare non erano abituati. Trasferirla sarebbe un’ingiustizia e una sconfitta per le istituzioni”. Peraltro non tutti gli studenti si sarebbero schierati contro di lei, rivendica la difesa: la docente avrebbe ricevuto il sostegno di tre studentesse, di origini maghrebine, che per questo sarebbero state apostrofate malamente (e in maniera razzista) da alcuni compagni, in una chat di classe che il legale porta a riprova della sua tesi. Un altro squallido dettaglio di una storia che intanto è arrivata sul tavolo del ministro Marco Bussetti e ora rischia di finire in aula. Di tribunale, non di scuola.

“Volevano far fuori Ultimo, intercettò il ministro Pinotti”

Sergio Pascali è andato in pensione a 63 anni da generale di Brigata. Era il comandante del Nucleo Tutela Ambiente, il celebre Noe che ha svolto le indagini sull’allora Comandante dei carabinieri Tullio Del Sette, sull’allora ministro Luca Lotti e su Tiziano Renzi. Tullio Del Sette non si è astenuto e ha preso parte alla commissione che ha valutato Pascali per la promozione.

Risultato? Pascali non è stato promosso generale di divisione e ha perso un aumento di poco meno di 2 mila euro al mese. L’allora ministra Roberta Pinotti lo ha anche privato della soddisfazione di una doppia medaglia al valore per sé e per il suo Corpo, il Noe dei Carabinieri. Nonostante la proposta del ministro dell’Ambiente Galletti.

Pochi mesi prima di lasciare l’incarico, Pascali è stato convocato dai pm Giuseppe Pignatone, Paolo Ielo e Mario Palazzi come persona informata dei fatti nell’inchiesta Consip. Appena i pm hanno acceso il registratore è partito il suo flusso di coscienza sull’Arma, sul Noe, sulle fughe di notizie. Il suo verbale spiega meglio di un trattato il momento nero dei carabinieri. Per questa ragione abbiamo pensato di pubblicarlo a puntate. Pascali spara subito la prima bomba: “Durante l’indagine sulla Cpl Concordia, vi era stata un’attività intercettiva nei confronti del dottor Recchia, amministratore delegato di Difesa spa”. Fausto Recchia, già deputato Pd, poi segretario particolare di Roberta Pinotti quando era sottosegretaria alla Difesa nel 2013 con Enrico Letta, dal 2014 è amministratore delegato di Difesa Servizi Spa, una società che fattura 20 milioni gestendo anche gli immobili delle forze armate. Nel Cda siede dal 2014 anche Luigi Ferrara, allora presidente di Consip e poi – secondo l’accusa – destinatario nell’estate 2016 della confidenza sulle indagini del comandante Del Sette. Così Pascali continua il suo racconto: “A Recchia viene notificato dall’Autorità giudiziaria di Napoli un avviso di proroga delle indagini, per cui è a conoscenza dell’attività che è posta nei suoi confronti, e nel quadro di questa attività vengono intercettate diverse telefonate tra Recchia e la Pinotti con riferimento al generale Del Sette, all’epoca capo di gabinetto del ministro, il quale – a dire della Pinotti – sollecita la sua nomina (a comandante dei carabinieri, ndr) e frasi del tipo che il generale Del Sette è una persona che, comunque, assicura una sua disponibilità, questo era il quadro delle intercettazioni”.

La notizia di un’indagine (finita nel nulla) nella quale sono state intercettate conversazioni simili tra Recchia e Pinotti è inedita. Pascali la cita (senza fornire una data) per far capire ai pm che il Noe non stava ‘simpatico’ a Del Sette. Pascali non sa che fine abbiano fatto queste telefonate. “Io ho saputo dai miei reparti ma io non ho ascoltato, non mi sono assolutamente premurato di rivederle, non so neppure se giacciono nell’ufficio o se sono state depositate”.

Quando il generale Pascali cita queste conversazioni del ministro Pinotti (non rilevanti penalmente e delle quali il Fatto non sa nulla anche perché l’ex ministra, da noi contattata via telefono e whatsapp, non ha risposto) il pm Paolo Ielo chiede precisazioni. Pascali non si tira indietro: “Nel quadro di Cpl Concordia (indagine condotta dal pm Woodcock, ndr) si intercetta Fausto Recchia e si intercettano poi alcuni personaggi interessati anche alla Fondazione Icsa in cui è stato vice segretario della fondazione Santilli, in questo considerato da sempre il portaborse dell’onorevole Marco Minniti. Viene intercettata anche una telefonata di questo Santilli, così mi hanno riferito i miei nel quadro di questa attività, di questo tenore: ‘Dobbiamo fare qualcosa per bloccare Ultimo’. Ultimo è il colonnello Sergio De Caprio (l’ufficiale che ha arrestato il boss di Cosa Nostra, Totò Riina, nel 1993, ndr) che era all’epoca vicecomandante del Comando Tutela Ambiente. Il figlio di questo Santilli è stato rinviato a giudizio dalla Procura di Velletri (poi condannato a un anno con pena sospesa e non menzione dal tribunale, ndr) a seguito di attività investigativa fatta sempre dal Comando Tutela Ambiente”.

Pascali spiega che lui non era comandante allora, ma che lo viene a sapere dai suoi uomini quando arriva. Sta riferendo quei particolari per spiegare il clima che si respirava al Noe vice-guidato da Ultimo rispetto al vertice dell’Arma e al ministro Pd.

A quel punto il procuratore capo Pignatone si interessa: “Lei sa se queste telefonate sono state trascritte?”

Pascali replica. “Ritengo trascritte e depositate all’Autorità giudiziaria di Napoli. Mi risulta, sempre per averlo saputo dai miei collaboratori, che in questo contesto si paventavano dei trasferimenti del maggiore Fabio De Rosa, di altri ufficiali e il mio predecessore generale Vincenzo Paticchio (attuale comandante della Legione Calabria, ndr) chiama il generale Mario Cinque, all’epoca capo personale ufficiali, e Cinque disse: “Guardate il generale Del Sette vuole mandare tutti, tutti via”. In questo quadro, quindi stiamo parlando del febbraio del 2015, il generale Del Sette si era appena insediato, quindi il 15 di gennaio, io ricevetti la prima telefonata di Del Sette il 13 febbraio 2016, che mi comunica di volermi mandare al Comando Tutela Ambiente.

(1.continua)

“Auschwitzland”, Forlì indaga l’ex Fn Selene Ticchi

La Procura di Forlì ha aperto un fascicolo a carico di Selene Ticchi D’Urso, attivista di Forza Nuova poi sospesa, che il 28 ottobre a Predappio, per la manifestazione dei nostalgici del fascismo nel giorno dell’anniversario della Marcia su Roma, ha indossato la maglietta nera con la scritta “Auschwitzland”, realizzata con la stessa grafica utilizzata dalla Disney. La conferma è arrivata dal procuratore Maria Teresa Cameli: “Si tratta di un fatto molto grave, che non può essere giustificato come una leggerezza o un eccesso di goliardia. I fatti della Seconda guerra mondiale, e in particolare dello sterminio degli ebrei, grondano sangue e debbono sempre e solo suscitare rispetto e commozione”. Il procuratore non è entrato nel merito delle ipotesi di reato contestate a Ticchi. Nei giorni scorsi l’Anpi aveva presentato una denuncia-querela nei confronti di tutti i partecipanti alla manifestazione e della stessa Ticchi, dicendo che la marcia “ha rappresentato l’occasione per una rievocazione criminale del fascismo: dalle divise al saluto romano, è stato tutto un celebrare il ventennio, in spregio della barbarie che esso ha rappresentato”.

Tre mafie “d’azzardo” e un uomo dei Servizi

Un giro d’affari superiore a 4,5 miliardi di euro. I numeri, se fosse un’attività legale, sarebbero quasi quelli di una manovra finanziaria di uno Stato. E invece è il business delle scommesse online gestito dalla ’ndrangheta, da Cosa Nostra e dal crimine organizzato pugliese.

L’operazione “Galassia” è scattata ieri mattina. Tre Procure coinvolte per 68 arresti e un sequestro preventivo di oltre un miliardo di euro eseguiti da Guardia di finanza, Dia, carabinieri e Polizia di Stato. Una montagna di soldi che poi venivano riciclati dalla mafia all’estero in società intestate ai prestanome dei clan.

L’inchiesta ha fatto luce su un’organizzazione transnazionale e ha dimostrato come le mafie si sono spartite e controllano il mercato della raccolta illecita delle scommesse on line.

I Tegano in Calabria, i Santapaola e i Cappello in Sicilia e i Capriati in Puglia. Il sistema era sempre lo stesso: con i siti web illegali “.com” e “.it” gli arrestati promuovevano ognuno nel suo territorio l’attività tipica dei bookmaker, organizzando e gestendo la raccolta illegale del gioco e delle scommesse attraverso una ramificata rete commerciale che aveva una struttura gerarchica e che vedeva al vertice i cosiddetti “master”.

Sotto di loro una serie di intermediari e, infine, i punti commerciali. Il denaro circolava attraverso “Skrill”. Il cosiddetto “conto gioco” collegato ai vari account diventava così un “contenitore di denaro” collegato a conti correnti e carte di credito da dove poi prelevare soldi in contanti in qualsiasi bancomat.

“Planetwin365”, “Betland” e “Enjoibet” sono solo alcune delle società di scommesse che, secondo gli inquirenti avevano un rapporto “sinallagmatico con la ’ndrangheta”. In Calabria, il giro d’affari era in mano ai rampolli della cosca Tegano. Uno dei “master” in grado di guadagnare il 5% di tutte le scommesse giocate era Mico Tegano, figlio del boss ergastolano Pasquale Tegano.

Conosciuto con il soprannome di “El Tigre”, la giovane leva a 25 anni si muove già da capo di un gruppo criminale già conosciuto in città per le risse e lo spaccio di cocaina. I “Teganini”, però, erano i padroni delle scommesse online e ostentano sui social Ferrari e Rolex.

In Puglia, il leader indiscusso delle scommesse era “Vitino L’Enél” all’anagrafe Vito Martiradonna, storico cassiere del clan Capriati. Una sua frase intercettata dalla Guardia di finanza dice tutto: “Io cerco i nuovi adepti nelle migliori università mondiali. Io cerco quelli che fanno Pin, Pin!! Che cliccano! Quelli cliccano e movimentano… È tutta una questione di indice, capito?”.

“Vitino L’Enél” aveva “rapporti con Polizia giudiziaria e Servizi”. I pm sospettano che, attraverso un finanziere passato all’Aisi, il boss barese ebbe i verbali del pentito calabrese Mario Gennaro. Boss e barba finta si sono anche visti: “Il faccia a faccia è un fatto allarmante. – scrive il gip – ma non è sicuro se seguì un effettivo interessamento alle indagini da parte dell’agente dei servizi”.

A Catania, l’inchiesta della Procura ha coinvolto i clan Santapaola-Ercolano e Cappello. Erano loro che gestivano gli affari delle scommesse online e le raccolte da banco per poi riciclare il denaro sporto in immobili e società commerciali che sono stati ieri sequestrati. Tra questi anche una squadra di calcio milita in Promozione.

“La mafia sta sempre un passo avanti. E s’infiltra dove c’è il vuoto normativo”. Durante la conferenza stampa, il procuratore nazionale Federico Cafiero De Raho bacchetta la politica per la “sanatoria governativa del 2014 sui bookmaker esteri. Questa è la nuova frontiera della lotta alla mafia”.

Coinvolta nel caso degli 007, avrà l’ispettorato sulle carceri

C’è un giro di nomine di responsabili di uffici all’interno del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Una è più delicata delle altre, quella all’ufficio ispettivo e di controllo: tra le altre cose sovrintende il Nic (Nucleo centrale investigativo) che segue indagini su delega dei pubblici ministeri. Secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, per la prima volta, almeno nella storia degli ultimi vent’anni, il capo di questo ufficio potrebbe diventare non un magistrato, ma un funzionario interno: Anna Rita Burrafatto, attualmente dirigente della segreteria generale dell’ufficio del direttore del Dap. Il nome è sconosciuto al grande pubblico ma chi ha seguito una brutta storia di accordi con i Servizi segreti lo ricorderà.

Burrafatto fu coinvolta in un’indagine della Procura di Roma che si era imbattuta nel “Protocollo Farfalla” (2003- 2004, che poi sarà seguito da una “Convenzione”, del 2010), un accordo riservato tra l’amministrazione penitenziaria e il Sisde prima e l’Aisi dopo, il Servizio segreto interno, senza che la magistratura ne sapesse nulla, per scambi di informazioni e ingressi di 007 nelle carceri per colloqui con boss detenuti. Burrafatto finì sotto processo per rivelazione del segreto d’ufficio per aver raccontato, nel giugno 2007, al suo superiore di allora Salvatore Leopardi, il contenuto dell’interrogatorio segreto a cui era stata sottoposta dai pm di Roma Erminio Amelio e Maria Monteleone che stavano indagando su colloqui in carcere, ritenuti illegali, con boss mafiosi. Leopardi, come direttore dell’ufficio attività ispettive, quello che adesso dovrebbe dirigere proprio Burrafatto, fu accusato, processato e prescritto per falso in atto pubblico, falso per soppressione e omessa denuncia per episodi che risalivano al 2005-2006. Quando Burrafatto viene chiamata dai pm per essere ascoltata come persona informata sui fatti, non solo ha l’obbligo di dire la verità, ma anche quello di non rivelare quanto emerso dall’interrogatorio, soprattutto in merito a un ordine di esibizione degli inquirenti. Invece, la funzionaria del Dap chiama immediatamente Leopardi, che però è intercettato. Era il 27 giugno 2007 e Burrafatto, tra l’altro, gli disse: “Ciao Salvatore non sapevo dove chiamarti… Mi hanno dato un altro ordine di esibizione di documenti riservati dove c’è scritto soltanto ‘Riservato’ e ‘Operazione Farfalla-Pianificazione’”.

L’intercettazione costa a Burrafatto un’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio. Al processo, però, se la caverà con la prescrizione in primo grado, il 15 febbraio 2016. Ma nella sentenza i giudici scrivono nero su bianco che il reato c’è stato, facendo riferimento al colloquio registrato con Leopardi.

“Dall’intercettazione emerge in maniera chiara la propalazione da parte dell’imputata all’interlocutore (Leopardi, ndr) dell’integrale contenuto delle dichiarazioni rese al pm in cui si fa tra l’altro riferimento a un riservato ordine di esibizione dell’Autorità giudiziaria di specifici documenti a lei trasmesso per l’esecuzione, quale responsabile della segreteria amministrativa. La predetta condotta consente pertanto di ravvisare la sussistenza degli elementi del reato contestato. Deve essere conseguentemente pronunciata nei confronti della Burrafatto sentenza di non doversi procedere per essere il reato a lei contestato estinto per prescrizione non sussistendo l’evidenza di altra e più favorevole formula di proscioglimento (ex articolo 129 c.p.)”.

Insomma, essendo passati oltre 7 anni e mezzo dall’aver compiuto la rivelazione di segreto d’ufficio non poteva esserci la condanna.

Commissione antimafia, Morra eletto presidente

La presidenza della Commissione Antimafia va per la prima volta nella sua storia ad un esponente dei Cinque Stelle, il senatore Nicola Morra, 55 anni, fedelissimo di Roberto Fico, ha preso il posto che per cinque anni ha ricoperto l’ex deputata del Pd Rosy Bindi. L’incarico è stato per mesi conteso tra Morra e un altro senatore M5S, l’avvocato Mario Michele Giarrusso che, al contrario di Morra, ha fatto parte nella passata legislatura della Commissione. Alcune settimane fa, nelle votazioni interne ai Cinque Stelle Morra aveva battuto Giarrusso per due voti; oggi è arrivata l’ufficialità per la sua elezione. Contestualmente è stato eletto l’ufficio di presidenza – vicepresidenti sono stati eletti Christian Solinas (Lega-Psd’Az) e Jole Santelli (FI), segretari della Commissione sono stati nominati i deputati Gianni Tonelli (Lega) e Wanda Ferro (FdI) – che ha aperto un caso politico: il Pd, escluso da ogni incarico, ha accusato la maggioranza e Forza Italia di “patto scellerato”. “Non era mai successo – ha fatto notare la senatrice Pd Laura Garavaglia – che si chiudessero le porte della Presidenza ad una parte importante dell’opposizione.

“La Barbera cercava solo l’appiglio per rendere credibile Scarantino”

Chiudere le indagini con Vincenzo Scarantino, addebitare tutto alla Cupola di Cosa Nostra e risolvere l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio. “Così poi io divento questore, tu vieni promosso per meriti straordinari e poi tra 3 o 4 anni diventi questore pure tu”.

Più o meno con queste parole Arnaldo La Barbera, secondo l’ex funzionario di polizia Gioacchino Genchi, gli spiegò di aver deciso a tavolino i colpevoli dell’omicidio di Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta. I colpevoli sbagliati. Lo ha raccontato lo stesso Genchi alla commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana presieduta da Claudio Fava che sta svolgendo un’indagine sulla strage del 19 luglio 1992. Una serie di audizioni convocate dopo le motivazioni del processo Borsellino Quater. Pagine in cui la Corte d’assise considera le prime indagini come “il più grande depistaggio della storia italiana”.

Gli stessi giudici indicano in La Barbera il regista della “costruzione delle false collaborazioni”, che deviarono le indagini. La Barbera, tuttavia, non c’è più: lo ha ucciso un tumore nel 2002. Oggi alla sbarra ci sono tre poliziotti: Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia in concorso per aver indottrinato, secondo la tesi dei pm, il falso pentito Scarantino. I tre lavoravano nel gruppo investigativo “Falcone e Borsellino” creato per indagare su via D’Amelio e guidato da La Barbera. Lì lavorava anche Genchi, allora giovane poliziotto agli ordini di quello che era considerato il numero uno degli investigatori antimafia. Genchi, però, a un certo punto, uscì dal gruppo. Il motivo? L’intenzione del suo superiore di “vestire il pupo”, cioè indirizzare le indagini tutte su Scarantino, un balordo della Guadagna fatto passare per un mafioso di rango. La notte tra il 4 e il 5 maggio 1993 Genchi ha un lungo confronto con La Barbera: “Dalle 19 fino alle 5 e 45 del mattino. Non siamo andati neanche a cena. Alla fine sono uscito sbattendo la porta mentre La Barbera piangeva”. Il superpoliziotto che affrontava i rapinatori da solo piangeva? “Per la prima volta in vita mia l’ho visto piangere”, racconta Genchi il 17 ottobre.

Ma cosa si sono detti i due: “In quei giorni erano uscite le motivazioni del maxi-processo”. Si parla della sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli per i boss di Cosa Nostra inflitti nel 1992. Da quel momento Totò Riina decise di “pulirsi i piedi” e di vendicarsi dei politici che non avevano mantenuto i patti assicurando l’impunità ai Corleonesi. Con quella sentenza, inoltre, la Corte sancì la validità del metodo Buscetta, secondo il quale i membri della Cupola sono sempre colpevoli per ogni delitto importante non deciso dalle famiglie a livello locale.

È un passaggio fondamentale. La Barbera e i suoi fedelissimi, che Genchi chiama “il sinedrio”, “l’avevano letta e senza di me avevano chiuso le indagini”. L’ex poliziotto spiega nel dettaglio come venne deciso il depistaggio: “Ormai è fatta, due più due fa quattro. La strage non può che essere responsabilità di Cosa nostra – le parole di La Barbera secondo Genchi –. Noi qui dobbiamo trovare qualche elemento minimale, addebitiamo tutto alla Cupola. Così poi io divento questore, tu vieni promosso per meriti straordinari e poi tra 3 o 4 anni diventi questore pure tu”. Col senno di poi si può dire che quella notte “l’elemento minimale” per addebitare tutto alla Cupola gli investigatori lo avessero già: è una nota del 10 ottobre 1992 del Sisde guidato all’epoca da Bruno Contrada. I servizi – per i quali lo stesso La Barbera aveva lavorato con nome in codice “Rutilius” – collaboravano alle indagini su via D’Amelio con la Procura di Caltanissetta in modo quantomeno irrituale: pranzavano con i magistrati, venivano citati in via ufficiale nei fascicoli. “Si era andato oltre”, ha anche raccontato alla stessa Antimafia il pm Carmelo Petralia. Anche quella nota del Sisde va oltre: è una dettagliata radiografia con tutto ciò che, al tempo, risultava su Scarantino e i suoi familiari, con tanto di precedenti penali, compresi i rapporti di parentela con esponenti delle famiglie mafiose palermitane.

Quella nota è un atto fondamentale del depistaggio, perché comincia a costruire il curriculum mafioso di Scarantino, che in realtà era solo un malavitoso di periferia, seppur con parentele in Cosa nostra. È “l’elemento minimale” di cui parla La Barbera per collegare Scarantino ai piani alti della mafia e addebitare la strage alla Cupola. La notte dell’ultimo colloquio con Genchi, in pratica, si era già compiuto tutto. È il 5 maggio 1993, il 14 esplode la bomba in via Fauro a Roma mentre passa la macchina con a bordo Maurizio Costanzo. Nella stessa via abitava Lorenzo Narracci, vice di Contrada, che era stato arrestato nel Natale del 1992. Due settimane dopo, il 27 maggio, tocca a Firenze essere colpita dall’esplosione di via dei Georgofili. Quindi, a luglio, la strage di via Palestro a Milano. Nel 1994 succedono due cose: Scarantino si pente raccontando la sua verità su via D’Amelio. La Barbera viene promosso questore di Palermo. Secondo Genchi, però, oggi quello non è l’unico motivo per cui le indagini deragliano su Scarantino: “Hanno individuato falsi colpevoli – dice all’Antimafia – non per fare carriera o chiudere le indagini, ma per evitare di incastrare i veri autori della strage di via D’Amelio. I veri mandanti”.

Il 1994 è anche l’anno in cui si chiude la Trattativa: i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano, Silvio Berlusconi diventa presidente del Consiglio. E secondo la Corte d’assise di Palermo anche da Palazzo Chigi continua a pagare gli uomini di Cosa Nostra. Questa, però, è un’altra storia.