La borghesia: primo grande ritorno lessicale sulle testate e sulla bocca dei politici. E lo si può pure accettare. Maria Stella Gelmini: secondo grande ritorno, nei media e a quanto pare anche in piazza. E pure questo, per amor di pluralismo, ci sta. Ma metti insieme i due pezzi e viene fuori una miscela fatta di “cattive ragazze” della “borghesia” che lottano “per le infrastrutture strategiche” di questo Paese, come il Tav, e che si “ribellano ai no apriopristici dei Grillini che bloccano il Paese”. L’ex ministra dell’Istruzione riserva, in una intervista al Dubbio, splendide parole da salotto per le madamine della piazza pro-Tav di Torino. Stucchevoli e melense, come il tentativo di comprendere fino in fondo di cosa abbia bisogno il paese dal buffet di un evento del Rotary Club: “Le sette capitane coraggiose (e già il riferimento è ardito, ndr) che hanno organizzato la mobilitazione provengono tutte dal mondo del lavoro”. Loro sono “nemiche del popolo” solo “nella narrazone dei Cinque Stelle”, perché “sono eccellenze nei loro settori e quindi la negazione dell’uno vale uno che è la cifra negativa della dottrina di Grillo”. Sette eccellenze come evidentermente – nell’equazione della Gelmini – non ce ne sono tra tutti gli elettori italiani. E lei, ovviamente, è l’ottava.
Tangenti sul metano, arrestato presidente Conscoop Pasolini
Il presidente del colosso cooperativo di Forlì Conscoop Mauro Pasolini, agli arresti domiciliari, così come Giuseppe Cangione, membro dell’ufficio del Mise responsabile della “metanizzazione del mezzogiorno”. In carcere anche un ex dirigente Conscoop e cinque avvisi di garanzia per professionisti e vertici di una municipalizzata di Salerno che gestisce la distribuzione del metano. È l’esito di un’indagine della procura di Forlì-Cesena per le ipotesi di reato di estorsione, corruzione, favoreggiamento personale, false informazioni al pubblico ministero e turbata libertà degl’incanti. Secondo quanto spiegato dal procuratore Maria Teresa Cameli, i vertici di Conscoop avrebbero attuato un sistema di pressioni su alcuni professionisti affinché consegnassero somme di denaro per ottenere il pagamento di quanto dovuto e successivi ulteriori incarichi. Un solo professionista cesenate sarebbe stato costretto a versare circa 200 mila euro nell’arco di cinque anni. Parte di tali somme sarebbe poi servita ai vertici di Conscoop per “ungere” il funzionario ministeriale responsabile del progetto di metanizzazione del mezzogiorno per ottenere la proroga del termine per il completamento dei lavori.
Prima gli slovacchi: piano di governo per stoccare scorie nucleari all’estero
Sorpresa. Il ministero dello Sviluppo economico vuole accelerare sui rifiuti radioattivi. E pensa di sbarazzarsi della scomoda eredità atomica dell’Italia, uscita con il referendum del 1987 dall’esperienza nucleare, portando le scorie all’estero: per questo si starebbe valutando la disponibilità di alcuni Paesi di accogliere i rifiuti più pericolosi ancora conservati nei nostri impianti. Il primo Paese in lista è la Slovacchia. Ma a quanto pare è un percorso tutto in salita e non privo di conseguenze.
Perché nonostante i ritardi accumulati bisogna ritoccare il Programma nazionale sulla gestione dei rifiuti radioattivi, oggetto di valutazione ambientale strategica ancora in corso.
E il nostro Paese è già in ritardo: la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione proprio per la mancata notifica entro i termini del Programma, in violazione della direttiva Ue che impone una gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi. E che esige che anche l’Italia definisca un piano adeguato in ambito nazionale per garantire un elevato livello di sicurezza.
A partire dai rifiuti radioattivi liquidi di Saluggia. O dalle barre del ciclo uranio-torio dell’Itrec di Rotondella a Matera che si è tentato inutilmente di rispedire negli Stati Uniti, da cui le avevano comprate in passato per fini di ricerca. Decidere se insistere con Donald Trump o percorrere la strada della Slovacchia, a ben vedere, chiama in causa anche profili di natura geopolitica.
Fatto sta che la pista estera potrebbe, ma il condizionale è d’obbligo, far passare in secondo piano la questione del Deposito unico nazionale per i rifiuti nucleari: la Carta delle aree idonee a ospitarlo (la famigerata Cnapi) è pronta da oltre 3 anni, ma nessuno vuole rivelarne i contenuti. Per Luigi Di Maio la questione nucleare è potenzialmente una grana di proporzioni tali da declassare a livello “bazzecola” gli inciampi sul Tap, la marcia dei 20 mila pro Tav e persino le polemiche sulla riapertura delle pratiche di condono per i terremotati di Ischia. La Cnapi è chiusa a chiave in cassaforte proprio nel suo ministero già da quando l’inquilino del Mise era Carlo Calenda. Che più volte aveva promesso di renderla pubblica, anche prima delle elezioni del 4 marzo. Poi però, manco a dirlo, non se ne è fatto più nulla.
Di qui l’idea di modificare il Programma nazionale che dovrà essere approvato con decreto finale del Presidente del Consiglio. Prevedendo che la gestione dei rifiuti radioattivi possa avvenire “fuori dal perimetro nazionale” sulla base di accordi conclusi con altri Paesi.
“Una delle opzioni che stiamo valutando, di concerto con i ministeri, è la possibilità di trasferirli all’estero. Quali Paesi? La Slovacchia per esempio” ha detto al Fatto due giorni fa il presidente della commissione Industria del Senato, Gianni Girotto.
Ma ad accarezzare questa ipotesi, che evidentemente è in cima all’agenda, almeno all’interno del Movimento 5 Stelle, non è solo lui: se ne è parlato anche nel corso della riunione che si è tenuta, sempre due giorni fa, al Ministero dello Sviluppo. Convocata per mettere attorno a un tavolo su questo dossier i tecnici del Mise e del ministero dell’Ambiente e convocata dal sottosegretario Davide Crippa uomo di assoluta fiducia del ministro e vicepresidente del Consiglio Di Maio.
Lo stesso Crippa era presente pure a una riunione precedente, quella del 30 ottobre scorso che si era invece tenuta a Palazzo Chigi. Convocata questa volta dal Dipartimento per gli Affari europei che cerca di tenere a bada l’Europa. Che minaccia, pure sulle scorie nucleari, multe salatissime.
Avellino, si indaga sulle barriere di Autostrade Spa
A distanza di più di 5 anni dal disastro del viadotto Acqualonga (40 morti per un bus impazzito che sfondò le barriere laterali che si dimostrarono inadatte a contenere l’urto) c’è purtroppo da chiedersi se la sicurezza su quel ponte e sugli altri della A16 tra Napoli e Canosa sia aumentata o diminuita. È una domanda tremenda, ma più che lecita alla luce del fatto che il procuratore di Avellino, Rosario Cantelmo, dopo l’inchiesta sul disastro del 28 luglio 2013 per cui di recente sono state chieste pene pesantissime per i vertici di Autostrade per l’Italia del gruppo Benetton che gestisce quella tratta, ha deciso di avviare una seconda indagine per la quale al momento non ci sono indagati. La nuova inchiesta riguarda non solo Acqualonga, ma coinvolge la manutenzione dei viadotti della A16 e in particolare le condizioni delle barriere laterali di cemento del tipo New Jersey.
L’indagine dovrà stabilire se e quanti New Jersey sono tuttora ancorati all’asfalto con i vecchi e logori tiranti che i tecnici chiamano del tipo Liebig, gli stessi piazzati nel lontano 1988 sul viadotto Acqualonga. E verificare se nel frattempo quegli ancoraggi sono stati sostituiti con i tiranti conosciuti come “barre filettate e inghisate nel cordolo”. Autostrade per l’Italia avrebbe voluto piazzare queste barre su tutti i circa 3 mila chilometri della sua rete senza neanche aver effettuato gli indispensabili crash test. Rischiando così di riparare il buco di Acqualonga e degli altri viadotti con una toppa peggiore del buco stesso. Nel resto della rete autostradale Benetton il tentativo è stato bloccato, come ha scritto il Fatto il 12 ottobre, dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici che ha bocciato le barriere di tipo nuovo di Autostrade perché sprovviste dei requisiti minimi necessari. Con la nuova inchiesta il procuratore di Avellino vuole capire, in sostanza, che cosa Autostrade per l’Italia ha fatto sulla A16 sul piano della manutenzione dopo la strage di Acqualonga, in particolare per le barriere di sicurezza. Con un decreto apposito il magistrato impone ad Autostrade di esibire e consegnare “gli atti relativi agli interventi manutentivi sulle barriere laterali dei viadotti” tra le uscite di Baiano e Benevento. Cioè i viadotti Pietra Gemma, Vallonalto II, Sabato, Vallone del Duca, Carafone, Lenze Pazze, Boscogrande, Del Varco, Vallonalto I, Scofeta Vergine e Francia.
La nuova iniziativa del procuratore di Avellino scaturisce da un’altra indagine di tipo tecnico effettuata nel 2016 e 2017 dall’ufficio territoriale dell’Ivca, l’Istituto di vigilanza sulle concessionarie autostradali del ministero dei Trasporti ora guidato da Danilo Toninelli. Gli ispettori hanno accertato la sussistenza di “gravi inadempimenti” derivanti “dall’inadeguato stato manutentivo dell’infrastruttura e da una carenza delle condizioni di sicurezza”. Per quanto riguarda le condizioni specifiche delle barriere laterali i tecnici ministeriali hanno constatato “la vetustà dei dispositivi di sicurezza e l’anomalia degli ancoraggi al suolo avvenuti mediante barre filettate e non con Liebig”. Gli ispettori si sono imbattuti in una realtà doppiamente preoccupante. La prima preoccupazione deriva dalla constatazione che i vecchi dispositivi di tipo Liebig dopo tanti anni non sono in grado di svolgere a dovere il loro compito. La seconda preoccupazione scaturisce dalla decisione di sostituirli con barre filettate non omologate. Nell’adunanza del 26 luglio 2018 il Consiglio superiore dei lavori pubblici ha bocciato il nuovo sistema di ancoraggi adottato da Autostrade per l’Italia perché “non è sufficientemente documentata la sostanziale equivalenza tra il dispositivo modificato e quello dotato di qualificazione”.
Tav, tutte le inesattezze nei numeri del commissario
Un dossier per il governo sul Tav, in attesa dell’analisi costi-benefici: Paolo Foietta, commissario straordinario alla Torino-Lione (che in passato ha scritto un libro di propaganda Sì-Tav col pasdaran dell’alta velocità Stefano Esposito, ex senatore Pd) ha inviato martedì il Quaderno 11, che contiene osservazioni tecniche sull’opera, realizzato dall’Osservatorio sulla Torino-Lione. E ieri lo ha presentato a Torino.
Il tassametro. Prima dichiarazione: “Se a dicembre non partiranno le gare di appalto per la Torino-Lione, si perdono 75 milioni di euro al mese e si configura un problema di danno erariale”. Foietta non chiarisce quale sia l’origine di questo calcolo. Probabilmente, il riferimento è agli 813 milioni di finanziamento europeo che non arriverebbero. Non una spesa, dunque. Per il resto, va considerato che: gli accordi bilaterali non prevedono clausole che compensino le spese per lavori fatti dalla Francia; nei trattati non sono previste penali; se la Francia dovesse chiederle per un eventuale blocco, dovrebbe farlo per un’opera giudicata inutile; andare avanti costerebbe all’Italia almeno cinque miliardi.
Gli esperti. Foietta ha poi detto che gli esperti del ministero che stanno lavorando all’analisi costi-benefici non sono stati nominati ufficialmente. In verità il gruppo ha firmato ad agosto un contratto che attualmente è all’analisi della Corte dei Conti. Non sono quindi degli abusivi.
Intermodalità. Ad Avvenire Foietta ieri ha poi detto che “il rapporto costi-benefici cambia in relazione ai presupposti politici. Se decido che l’intermodalità è una scelta strategica, perché toglie traffico dalle autostrade, dovrò valutare i benefici in un certo modo. Se non le assegno valore, l’analisi avrà un risultato diverso”. In realtà esiste uno studio della Commissione Europea (Handbook on External Costs of Transport) che fissa i parametri per stimare i costi esterni del trasporto sia a livello Ue che nazionale. E che è un riferimento numerico pensato per i decisori politici.
Servizi. Nonostante il trasporto passeggeri sia sempre stato accennato, la linea Torino-Lione nasce per il trasporto merci (tant’è che interessa di più agli industriali e che si parla di treno ad “alta capacità” per questo). Ai passeggeri, però, è dedicato un intero capitolo dello studio, in cui si legge anche che “negli ultimi 20 anni il trasporto ferroviario ha perso il 70% dei volumi di merce trasportata” salvo poi attribuire il problema alla qualità della linea, definita “obsoleta, insicura e inadeguata”. Si tira in ballo una osservazione di Rfi, secondo cui il tunnel storico “non è in grado di soddisfare gli standard delle gallerie attuali”. Che la pendenza implichi l’utilizzo di treni corti e pesanti è vero, così come che da qualche anno è stato imposto – per motivi di sicurezza – il passaggio di un treno alla volta nel tunnel del Fréjus. Ma anche in questo caso, bisogna valutare il rapporto tri i costi e i benefici nel complesso, non il singolo dato. Inoltre, in base all’obiettivo riferito da Foietta (di raggiungere 20-25 milioni di tonnellate di merci ogni anno) dovrebbero partire in ciascuna direzione una settantina di treni da 60 vagoni al giorno, uno ogni venti minuti, e in mezzo aggiungersi almeno 25 coppie di treni passeggeri. Impossibile se si considera che un treno merci viaggia a meno della metà della velocità di uno passeggeri.
Merci.Tra Francia e Italia passano poi circa 42 milioni di tonnellate di merci ogni anno, solo 3,4 via treno. Le previsioni di Sì Tav, quindi, sono irrealistiche. Il solo modo per ottenere un aumento importante – come auspicava l’accordo italo-francese del 2012 – è aumentare i pedaggi sull’autostrada del Fréjus. Oppure dirottare di 200 chilometri il traffico di Ventimiglia, da dove passa il grosso del traffico merci su strada. Ma per farlo, dovrebbero salire i costi del trasporto su gomma. Si sostiene poi che già entro il 2030 si toglierebbero dalla strada, sui percorsi di attraversamento delle Alpi Occidentali, 856 mila veicoli pesanti l’anno. Circa 2 mila al giorno. Se si considera che ogni giorno sulla sola tangenziale di Torino circolano almeno 80 mila camion e poco più di 300 mila auto, la percezione del beneficio ambientale si riduce sensibilmente.
L’opera. Repubblica.it ieri (oltre a precisare che Tav, acronimo di Treno Alta velocità, sia ‘femminile’ perché è una “linea”) scriveva: “Il tunnel di base della Torino-Lione esiste. Sono già stati scavati 5,5 chilometri del primo lotto di 9”. A smentire è lo stesso sito di Telt: si tratta di uno scavo geognostico “in asse” e non è ancora il tunnel di base.
La ministra. Foietta dichiara poi che “la ministra dei trasporti francese Elisabeth Borne ha smentito in modo chiaro e netto, rispondendo a un’interrogazione in Senato, il comunicato stampa fatto dal ministero italiano dei Trasporti”. In realtà, riportano i media francesi, Borne ha parlato di “rispetto per il processo decisionale dei nostri vicini italiani” e ha solo ribadito la necessità “di non perdere i finanziamenti europei”. D’altronde anche in Francia vogliono fare attenzione ai costi. A inizio anno, il Consiglio di orientamento sulle infrastrutture nel rapporto Duron ha suggerito di rimandare l’onerosa costruzione della linea ferroviaria che da Lione conduce al tunnel alpino dando precedenza a interventi sulle linee esistenti.
Assolta la leghista che ha scritto su Fb “Forza Vesuvio!”
Assolta perché “il fatto non sussiste”. La Corte d’appello di Milano ha scagionato l’ex consigliera provinciale di Monza eletta in quota Lega Nord, Donatella Galli, che in primo grado era stata condannata venti giorni di reclusione per un post su Facebook nel quale si augurava “una catastrofe naturale nel centro-sud Italia” al grido di “Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili”. La denuncia era stata presentata dall’ottava municipalità di Napoli, che ieri – tramite l’avvocato Sergio Pisani – ha commentato così: “Siamo increduli, non ci resta che attendere le motivazioni e poi faremo ricorso. Questa sentenza può dare il via libera a tutti quegli insulti che si sentono nelle curve degli stadi”. Galli era stata condannata anche a risarcire la parte civile che aveva chiesto “un euro simbolico”. Era accusata di aver propagandato “idee fondate sulla superiorità razziale ed etnica degli italiani settentrionali rispetto ai meridionali” e di “discriminazione razziale ed etnica”. Lei si è sempre difesa dicendo che si trattava solo di una battuta tra amici.
Il “metodo Varriale”: usava la sua tv per diffamare
Il “metodo Varriale” esiste ancora. A distanza di quasi venti anni dai volantini disseminati a Napoli per calunniare il giovane pm Raffaele Cantone che indagava sulla compagnia assicurativa Themis e sui miliardi di lire dirottati su conti a lui riconducibili, ieri hanno di nuovo arrestato l’avvocato Lucio Varriale.
Stavolta nella qualità di editore di fatto della tv Julie Italia, e le circostanze non si discostano molto da allora.
La Procura di Napoli lo accusa di associazione a delinquere, fatture false e truffe al Corecom grazie alle quali avrebbe spillato più di 2 milioni di euro di finanziamenti pubblici per l’editoria televisiva locale. E a pagina 93 dell’ordinanza il Gip Valeria Montesarchio spiega perché Varriale va arrestato: “Si avvale dell’utilizzo delle televisioni al fine di screditare chiunque si frapponga alla realizzazione dei disegni e scopi perseguiti”.
È il ‘metodo Varriale’ aggiornato. E ben riassunto in un capitolo di una informativa sul tavolo del pm Raffaello Falcone. Oltre a orientare la linea della sua televisione verso servizi particolarmente aggressivi su magistrati e avvocati che si erano occupati di lui, Varriale si era autoritagliato un ruolo da editorialista e dal pulpito della rubrica Vostro Onore, ricorda il Gip, ha preso di mira la Guardia di Finanza che ha condotto l’inchiesta sui conti di Julie Italia. E ha pubblicato un dossier intitolato “375 CP-Depistaggio a Palazzo di Giustizia. Il caso Napoli”, in copertina un berretto simile a quello dei finanzieri. Una parte delle indagini le ha fatte la Digos, su ipotesi di estorsioni e diffamazioni verso politici e giornalisti che non si piegarono a Varriale. Uno di loro, l’ex governatore azzurro Stefano Caldoro, fu tartassato in tv per anni. La campagna cessò all’improvviso con la candidatura della nuora di Varriale in Forza Italia.
“Sui social gli ultrà mi augurano la morte”
Si è risvegliato con il pavimento di casa cosparso di benzina, il cane che abbaiava forte e una croce di vernice rossa sulla parete, come a segnare un mirino. Il bersaglio, in questo caso, è lui, Federico Ruffo, giornalista romano di 39 anni appena scampato all’incendio della sua casa di Ostia. Il motivo dell’attacco? L’inchiesta a sua firma andata in onda un paio di settimane fa su Report nella quale Ruffo denunciava i rapporti nella gestione dei biglietti delle partite della Juventus tra la curva, parte della dirigenza e la criminalità organizzata.
Federico Ruffo, in Italia si può toccare tutto tranne il tifo.
Questo è il pensiero che ho avuto subito. In tanti anni tra Report e Presadiretta mi sono occupato di moltissimi argomenti, ma una roba del genere non mi era mai successa. Il problema però adesso non è tanto che tu non possa toccare le curve, ma l’odio che sprigiona la gente quando si parla di calcio.
In che senso?
Il tifo rende legittima ogni cosa. Sui social mi scrivono persone che si augurano che la ’ndrangheta completi il lavoro, gente dispiaciuta perché mi sono salvato, altri che mi dicono di non speculare sul tentato incendio perché la mafia non si scomoda certo “per una merda” come me.
Il giorno dopo il pericolo scampato, quindi, si ritrova anche chi solidarizza con i criminali?
In questo momento per fortuna mi sento protetto dalle forze dell’ordine e dall’azienda, ma più che la violenza fisica mi spaventa l’odio delle persone: non se ne andrà e non ho modo di difendermi, ogni volta che scriverò qualcosa, che ci sarà il mio nome su Internet dovrò fare i conti con questi attacchi assurdi, per lo più da parte di tifosi juventini.
Eppure di calcio giocato, nella sua inchiesta, non si parla.
Il campo non c’entra niente, io tra l’altro sono juventino da sempre. È assurdo che quei tifosi se la prendano con me per fatti che riguardano la curva, la malavita e la dirigenza. Ma d’altra parte sono stati aizzati anche da molti blog e microblog che per giorni hanno screditato l’inchiesta.
Un conto sono le offese online, un conto tentare di incendiare la casa.
Non voglio certo sostituirmi a chi farà le indagini, ma mi viene da pensare che possa esser stato qualche fanatico e non una banda organizzata.
Non era la prima volta che si occupava di calcio. In passato aveva avuto problemi con le tifoserie?
Cinque anni fa feci un’inchiesta sul calcioscommesse, ma non ci furono reazioni violente, forse perché riguardava squadre meno importanti della Juventus.
Sapeva di essere in pericolo?
Già da quando annunciammo l’inchiesta, che sarebbe andata in onda dopo qualche settimana, io e Sigfrido Ranucci (il conduttore di Report, ndr) abbiamo ricevuto minacce, soprattutto sui social. All’inizio rispondevo cercando di far ragionare le persone, poi mi sono accorto che era del tutto inutile, erano persone che non avevano alcun interesse a capire.
Lei ha detto di sentirsi protetto, ma non ha paura che possa succederle di nuovo qualcosa?
La casa adesso è vigilata e i miei, che vivono nell’appartamento al piano di sotto, se ne andranno per un po’. Non ho intenzione di cambiare casa: vivo qui da 40 anni e significherebbe dargliela vinta.
Ruspe, burqa, corsi di boxe: com’è umana la Pucciarelli
Salviniana al cubo, devota alla sacra effigie della ruspa, paladina della destra nera ligure che si è data una tinta di verde ed è salita sul carro della Lega, nazionalista e vincente. È il ritratto della senatrice Stefania Pucciarelli, nuova presidente della commissione per la Tutela dei diritti umani. Una carica che nella passata legislatura era di Luigi Manconi, e che fino a ieri le è stata contesa da Emma Bonino.
Invece tocca a Pucciarelli, malgrado una biografia ruspante e politicamente scorretta. Non c’è solo l’episodio che ora ricordano tutti: il “Mi piace” a un post su Facebook che suggeriva l’uso dei “forni” per i migranti. La frase, per la precisione, era questa: “Certe persone andrebbero eliminate dalla graduatoria. E poi vogliono la casa popolare. Un forno gli darei”. Pucciarelli all’epoca era una semisconosciuta consigliera regionale: il suo “like” le diede improvvisa fama, ma le costò una denuncia dall’Associazione 21 luglio (che si occupa dei diritti delle minoranze rom e sinti) e una convocazione al Tribunale di La Spezia, lo scorso 3 ottobre, per propaganda di idee “fondate sull’odio razziale” (reato per cui è stata archiviata). Lei si difese sostenendo che non aveva letto bene quella frase.
Su Facebook d’altra parte la sua attività è incessante. Giusto una settimana fa pubblicava la foto delle ruspe in azione in un campo rom nell’amata provincia spezzina, accompagnata dalle allegre emoticon dei caterpillar e da un severo richiamo alla legalità. Nessuna incoerenza: migranti, nomadi e islamofobia sono i temi a cui Pucciarelli si dedica dal principio della sua cavalcata politica.
Nel 2016 la nostra si presentò in consiglio regionale ligure in burqa (per chiedere la messa al bando del velo) e fu espulsa dall’aula per l’abbigliamento “non consono” dal collega di partito Francesco Bruzzone. Ad aprile 2017 lanciò una proposta di legge per negare “i contributi regionali alle strutture ricettive che ospitano i migranti”. Sempre in quel mese se la prese con il Pd che esprimeva la sua costernazione dopo la scoperta di cellule neonaziste alla Spezia. Questo il ragionamento dell’impeccabile Pucciarelli: perché i dem si preoccupano dei nazi visto che “nulla hanno proferito contro il vile attacco subìto dai giovani di CasaPound la scorsa settimana in centro città”?
Altre meritorie battaglie della leghista in consiglio regionale: un ordine del giorno per chiedere al ministero della Difesa di impiegare l’esercito sui treni Cinque Terre Express, infestati dagli extracomunitari; la protesta contro i corsi di boxe per migranti organizzati dalla Caritas a Santo Stefano Magra (La Spezia) e la contestuale organizzazione di un corso di autodifesa per le donne nella piazza del paese; la censura dello stesso comune di Santo Stefano Magra per aver coinvolto i migranti ospitati sul territorio in lavori di pubblica utilità, investendo la bellezza di 17 mila euro.
Questo costante impegno per la tutela delle minoranze l’ha portata all’apice (finora) della sua carriera politica: la presidenza della commissione Diritti umani. Un premio alla lunga militanza leghista, iniziata anche prima della svolta destrorsa salviniana. Alla quale Pucciarelli si è adeguata senza particolari disagi: tra la sua Sarzana e La Spezia – in quella zona ex rossa che ha mutato rapidamente pelle negli ultimi anni – la senatrice fa da chioccia a una generazione di giovani leghisti dalle idee non proprio democratiche. Come il 23enne Luca Spilamberti, che sui social ha pubblicato con disinvoltura scritte e immagini dedicate al Duce e a Predappio. O Cesare Crocini – che Pucciarelli si è portata a Roma come portavoce – che sul profilo whatsapp fa bella mostra di una bandiera nera.
Capitan Umanitario
Siccome c’è un Salvini per tutte le stagioni, c’è pure quello compassionevole e amico dei migranti. Non di tutti i migranti, pardon, solo dei “veri” richiedenti asilo (si riconoscono a vista d’occhio). Così il Capitano ieri ha convocato i media nazionali all’aeroporto di Pratica di Mare (Roma) affinché raccontassero al mondo la storia del suo primo corridoio umanitario. Cinquantuno rifugiati prelevati dall’Unhcr nei campi di detenzione libici, con alle spalle esperienze violentissime e strazianti. Salvini li ha aspettati ai piedi della scaletta dell’aereo che li ha portati a Roma insieme a una nutrita squadra di giornalisti e operatori. Ha pronunciato parole ecumeniche, il ministro. Un po’ insolite, dalla sua bocca: “Diventeranno italiani, saranno nostri figli, nostri fratelli”. A Pratica di Mare c’era anche la portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, Carlotta Sami. Ha spiegato: “La situazione in Libia è peggiorata e in tanti non riescono ad accedere ai corridoi umanitari. Va accolto anche chi arriva sui barconi”. Ma la solidarietà di Salvini non arriva a tanto: “L’unico arrivo possibile è in aereo, i barconi sono gestiti dai criminali. Spalanchiamo le porte dell’Italia a chi scappa dalla guerra e le chiudiamo a chi invece la guerra ce la porta in casa”.