Il piano del ministero della Salute: “800mila vaccini anti-morbillo”

Mezzo milione di vaccinazioni l’anno prossimo, altre 300 mila negli anni successivi, per un totale di 800 mila. Il ministero della Salute sta studiando un piano nazionale per contrastare la diffusione del morbillo e Vittorio Demicheli, consulenti per i vaccini del ministro Grillo, ha annunciato ieri a Sanità24 i prossimi passi del governo: “L’obbligo per le nuove generazioni sarà mantenuto affinché la copertura resti buona, ma bisogna in fretta offrire la vaccinazione agli adolescenti e ai giovani adulti suscettibili. Altrimenti ci vorranno moltissimi anni per interrompere la catena dei contagi”. L’idea dunque è quella di vaccinare anche chi ha più di 16 anni, e fino a 30-35 anni: “È lì – ha spiegato Vittorio Demicheli – che esiste un’emergenza morbillo. Ed è a questa fascia d’età che il prossimo Piano nazionale di eliminazione della malattia, fermo ancora al 2015, dedicherà particolare attenzione”. L’obiettivo del governo è mettere a punto una strategia per proporre le vaccinazioni nelle scuole, nelle università ma anche in altri contesti non prettamente pubblici, come le società sportive.

Salvini sugli attacchi alla stampa: “L’insulto non è mai una risposta”

Mantienei toni bassi Matteo Salvini, tornando sugli insulti sferrati dal Movimento 5 Stelle ai giornalisti dopo l’assoluzione di Virginia Raggi. Ieri il ministro dell’Interno, intervenendo a Radio Anch’io, ha escluso di poter utilizzare toni simili agli alleati nei confronti della stampa: “L’insulto non è mai una risposta: il giornale che non mi piace non lo leggo, il programma che non mi piace non lo vedo”. Ma pur smarcandosi dai colleghi dei 5 Stelle, Salvini non ha risparmiato critiche ai giornalisti: “Detto questo, leggo tante fesserie, ad esempio sulle pensioni. C’è un’opera di disinformazione, si parla di tagli, di penalizzazioni, quando non è vero niente di tutto ciò”.

Legambiente: “I senatori M5S fermino lo scempio”

Cinque anni di battaglie comuni nella scorsa legislatura. Tra gli obiettivi raggiunti la legge sugli ecoreati, quella sul miglioramento dei controlli ambientali pubblici e la lotta vinta contro il disegno di legge del senatore Falanga di Forza Italia per fermare i magistrati anti-abusivismo edilizio.

Col Movimento 5 Stelle al governo ci eravamo illusi che la rivoluzione iniziata 5 anni fa, grazie al voto trasversale in Parlamento tra maggioranza e opposizione, potesse continuare. Questa illusione è durata pochi mesi in seguito al nuovo condono edilizio per Ischia e il Centro Italia: uno strumento già utilizzato da Psi e Dc (1985) e da Forza Italia e Lega (1994 e 2003), che favorisce da sempre i disonesti.

Il vicepremier Luigi Di Maio ha più volte spiegato che il condono edilizio non c’è. Un messaggio che stona con la presa di distanza del ministro dell’Ambiente Sergio Costa o di diversi rappresentanti del Movimento, spesso informalmente.

Il condono edilizio invece c’è. Riguarda le case abusive terremotate a Ischia nel 2017, che saranno sanate e ricostruite con i soldi pubblici, anche in zone a rischio idrogeologico e sismico, grazie alla valutazione delle istanze inevase dai Comuni utilizzando i vincoli inesistenti del condono Craxi. Questa sanatoria si aggiunge a quella varata a luglio col decreto sul terremoto nel Centro Italia, peggiorata col decreto Genova, grazie al quale saranno condonati gli abusi fatti fino all’estate 2016 (per la prima volta si riaprono i termini temporali dell’ultimo condono Berlusconi).

Il Senato sta votando il decreto Genova e oggi saremo in piazza Vidoni vicino Palazzo Madama per chiedere ai senatori M5S di cancellare i condoni. Anche loro del resto hanno sempre urlato in piazza lo slogan “onestà, onestà”. Abbiamo sentito male o era banalmente uno slogan di quando si stava all’opposizione?

 

 

Una figura di palta per 409 case abusive: sono questi i numeri del salva-Ischia

In queste righe cercheremo di spiegare cos’è e cosa comporta di preciso quello che viene chiamato “condono di Ischia”, però il senso della cosa può essere ridotto a poche righe: una bella figura di palta, soprattutto per i 5 Stelle e Luigi Di Maio, per 409 case.

A che serve. A Ischia, come nel Centro Italia (dove sindaci e governatori del Pd però esultano e quindi sui giornali se ne parla poco), la ricostruzione post terremoto è spesso bloccata da incertezze legate a cosa e dove ricostruire: chi ha domande di sanatoria pendenti ritiene di poter ripristinare l’immobile com’era prima e, laddove questo gli venisse negato, può ricorrere invocando il suo diritto a veder concluso l’iter amministrativo sul suo immobile e persino il silenzio assenso.

Il testo. In sé non è un condono, non c’è alcuna riapertura dei termini, nessuno potrà chiedere di sanare alcunché: in sostanza, finisce però per esserlo. La norma riguarda le pratiche inevase per i condoni del 1985, 1994 e 2003 – ed è già una notizia che ce ne siano – e prevede che quelle riguardanti edifici distrutti o danneggiati vadano evase entro 6 mesi sospendendo, nelle more, l’eventuale erogazione dei contributi alla ricostruzione. Secondo i dati ufficiali, a quanto risulta al Fatto, l’articolo incriminato riguarda 409 domande di sanatoria inevase in tutto.

Il problema. Al di là di quanti siano i casi, la norma – in sé giustificata – in realtà introduce maglie troppo larghe nella valutazione delle pratiche inevase. Intanto viene citato anche il condono del 2003, varato quando già era in vigore il piano paesistico campano che renderebbe di fatto tutte le domande di quella tornata inaccettabili. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, a cui questa norma su Ischia piace poco, è riuscito a far introdurre la previsione che il parere venga dato anche dalla Soprintendenza, competente sul paesaggio, e dalla città metropolitana, che deve vigilare invece sul dissesto idrogeologico.

La porcata. Il vero problema di questo articolo è però una previsione presente nel decreto pubblicato in Gazzetta ufficiale. Questa: “Per la definizione delle istanze di cui al presente articolo, trovano esclusiva applicazione le disposizioni di cui ai Capi IV e V della legge 28 febbraio 1985, n. 47”. Significa che tutte le 409 domande in questione saranno esaminate sulla base di un condono aperto prima che fossero in vigore leggi fondamentali sul paesaggio e il rischio idrogeologico esponendosi nel migliore dei casi, in caso di rifiuto ai sensi delle nuove leggi, ai ricorsi degli interessati. In sostanza applicare la legge del 1985, significa, come scrive Legambiente, “sanare anche abusi edilizi che oggi sono insanabili ai sensi dei due condoni successivi” o esporsi a nuovo contenzioso. Scelta incomprensibile tanto più che riguarderà pochi casi.

L’emendamento. Curiosamente l’emendamento approvato a sorpresa in commissione e ieri cancellato dall’aula di Palazzo Madama cancellava proprio la peggiore previsione del decreto, cioè l’applicazione della normativa del 1985 anche agli altri due condoni. Una proposta di buon senso che andava mantenuta e invece è stata cancellata con una prova di forza in aula ripristinando la porcata. La scusa dei tempi di conversione del decreto è, francamente, poco credibile: il Senato lo approverà stamattina (in via definitiva) e, nel caso, la Camera avrebbe avuto due settimane per confermare la modifica di un solo articolo. Non un’impresa impossibile.

Cosa manca. Si poteva inserire una norma difensiva quanto ai termini in cui esaminare tutte le pratiche giacenti: è vero che 409 pratiche non sono un’enormità, però se dovessero scadere i sei mesi senza risposte, gli interessati potrebbero invocare il principio del “silenzio assenso”. Per questo era stato proposto, con un emendamento, una sorta di “silenzio rifiuto”: si potevano scegliere altre vie, ma lasciare il termine senza previsioni difensive potrebbe incentivare le commissioni a lasciar passare il tempo per far approvare tutte le domande.

Mattone per sempre: la rivolta campana riporta FI alle origini

Per dare la giusta enfasi allo sfregio clamoroso subìto – l’altra sera nelle commissioni Ambiente e Lavori pubblici di Palazzo Madama – un navigato senatore forzista ricorre al sacro: “È come il fumo di Satana entrato nella Chiesa”. Un precedente notevole per descrivere le tumultuose 24 ore vissute da Forza Italia, partito che ha il condono nel suo dna da sempre. Una questione genetica, prima ancora che politica.

Di qui l’esempio del fumo diabolico che all’improvviso ha invaso il tempio condonista eretto da Silvio Berlusconi. E Satana, secondo l’immagine del navigato senatore forzista, è una matura siciliana dal cognome greco: Urania Giulia Rosina Papatheu, autrice dell’emendamento dello scandalo che ha mandato sotto il governo. Un’eretica azzurra, una “folle” che ha fama di secchiona, peraltro assolta per peculato un lustro fa. E così ieri mattina sei parlamentari campani di FI hanno guidato la ribellione condonista, in nome del povero e martoriato territorio ischitano. Tre senatori: Domenico De Siano (nella foto a destra), Luigi Cesaro alias “Giggino la Polpetta”, Vincenzo Carbone. E tre deputati: Paolo Russo, Carlo Sarro, Antonio Pentangelo.

I sei si sono autosospesi dai rispettivi gruppi di Camera e Senato e a quel punto è scattata la corsa alla “riparazione”, culminata ieri sera nell’emendamento “corretto” nell’aula di Palazzo Madama, con tanto di libertà di voto concessa ai forzisti. Non poteva finire che così, con il diradarsi del fumo di Satana sparso dall’eretica Urania. Contro di lei, per tutta la giornata, si sono abbattuti gli strali dei due condottieri a capo della rivolta: De Siano e Cesaro. Ovvero la coppia che comanda gli azzurri in Campania dopo la traumatica fine della gestione casalese di Nicola Cosentino. Mimmo De Siano è un ischitano al cento per cento: sull’isola possiede alberghi e propugna da sempre il consociativismo con il Pd dell’amico Giosi Ferrandino. Cesaro, alias “la Polpetta”, non ha bisogno di presentazioni.

In quel che resta di Forza Italia, De Siano e Cesaro hanno garantito a B. l’elezione blindata della prediletta e misteriosa Marta Fascina nonché blindato con pluricandidature a iosa l’amata Mara Carfagna, che ieri è stata una delle più leste a solidarizzare con i territori rappresentati da De Siano e Cesaro. Il quale De Siano, in aula, ha pure plaudito allo sdoganamento della parola condono, un risultato storico per lui: “In questo Parlamento finalmente si è sdoganata la parola condono. Tanti paesi hanno necessità di alcune risposte. Prendiamo atto con soddisfazione che in questo Parlamento si inizia a parlare finalmente, in maniera costruttiva, di un tema che coinvolge tante comunità e prendiamo atto che sulle posizioni di Forza Italia, finalmente, dopo quindici anni, è arrivata anche la Lega e, dopo cinque anni, il MoVimento 5 Stelle”.

Il gruppetto di autosospesi è anche risalito alla filiera dell’emendamento blasfemo di Papatheu, storicamente legata all’ex vicerè siculo di Forza Italia, Gianfranco Micciché. Una ricerca durata ore e che riserva un’ulteriore sorpresa: secondo quanto scoperto dai solerti “investigatori” azzurri a imbeccare la senatrice sarebbe stato l’autorevole collega Renato Schifani, “ansioso”, come raccontano dalla pancia del gruppo di FI, di “stabilire un filo con Legambiente”. Un sospetto “confermato dal confezionamento molto tecnico e preciso dell’emendamento”. Insomma, Urania eretica e postina. Senza neanche un briciolo di solidarietà ricevuta. Isolata da tutti, ieri. E tra le decine di attestazioni di sostegno alla rivolta capitanata da De Siano e Cesaro si segnala quella di Flora Beneduce, consigliere regionale della Campania: insieme col marito, l’ex dc gavianeo Armando De Rosa, è a processo per lottizzazione abusiva e reati urbanistici in costiera sorrentina. Il condonismo azzurro è genetico, appunto.

Condono & C. i 5Stelle in Senato ora traballano

L’agnello sacrificale sarà il capitano (di fregata) a 5 Stelle, probabilmente già oggi. E ci penserà direttamente il capogruppo del M5S a Palazzo Madama a espellere Gregorio De Falco, il senatore che il 4 marzo era ostentato come il pezzo più pregiato tra i candidati nei collegi uninominali e ora per i vertici è reo di dissidenza, reiterata e imperdonabile. Quindi da condannare e mandare via subito, senza procedure, probiviri e ricorsi.

Perché il Movimento vuole mostrare i denti ai malpancisti che si dilatano nel Senato che è il suo lato debole. Dove in quattro ieri volevano cambiare il decreto Genova. E dove Paola Nugnes, vicina a Roberto Fico, non ha votato il ripristino così com’era del condono edilizio per Ischia. E con lei altri cinque: però giustificati, assicura il Movimento, da impegni e febbri di stagione. Ma sono comunque sono altri rumori di guerra, per il M5S. Dentro Palazzo Madama, dove “se continua così non reggiamo a lungo”, come sussurra sconsolato un big a metà giornata, voglioso di azioni disciplinari “perché non c’è tempo per questioni personali”. E nell’attesa la maggioranza gialloverde porterà a casa il decreto per Genova, con dentro il condono per Ischia. Ristabilito in aula nella contestabile versione originaria, dopo il tonfo in commissione di martedì sera, con De Falco a votare contro assieme alle opposizioni e Nugnes ad alzare le braccia con l’astensione.

Però dietro di sé il M5S si è ugualmente lasciato una scia di malumore, segnata da voti ed emendamenti contrari. E dietro questi numeri ci sono innanzitutto i quattro senatori che ieri hanno confermato in aula i loro emendamenti all’articolo 41 del dl Genova, quello che alza i limiti per lo sversamento dei fanghi di depurazione nei campi agricoli. Ossia De Falco, Elena Fattori, altra ribelle più che in bilico, Lello Ciampolillo e Saverio De Bonis, già all’attenzione dei probiviri a 5Stelle per una condanna definitiva della Corte dei Conti. Poi c’è Nugnes, che non ha votato assieme alla maggioranza su Ischia. Così la faglia dei dissidenti si allarga. E forse è perfino più ampia delle cifre “ufficiali”, visto che ieri in 7 hanno ritirato le firme dagli emendamenti sui fanghi. Ergo, sommando pure i contrari al decreto Sicurezza, si può parlare di un gruppo tra i 13 e i 15 senatori sospesi tra trincea e disagio. Facce di un malessere che si appende a storie e ragioni diverse, che i vertici traducono ferocemente con “tradimento” e per la peggiore delle ragioni (“Pensano ai soldi”).

Però è ormai evidente come tanti parlamentari, alla Camera come in Senato, reclamino più attenzione da Luigi Di Maio e dal governo, percepito come lontano. Un nodo chiaro, nei conciliaboli e nelle (poche) assemblee congiunte, dove più d’uno si è lamentato “di certi sottosegretari che non ti rispondono neppure al telefono”. Ma i nervi sono più esposti a Palazzo Madama, perché è lì che la maggioranza ha solo sei voti di margine. E allora tenere assieme disciplina e libertà di pensiero è un rompicapo per i 5Stelle. Stretti, tra numeri risicati e voglia di rivalsa. Per questo, regolamento alla mano, già oggi il capogruppo Stefano Patanuelli potrebbe espellere dal gruppo De Falco. Ma solo lui. Perché cacciare altri renderebbe fragile il Movimento. E la Lega non aspetta di meglio, anche per fare posto ad altri in maggioranza (Fratelli d’Italia). Nel frattempo il probabile morituro De Falco ieri è apparso in aula, votando ancora in direzione contraria. In mattinata il sottosegretario Stefano Buffagni gli si era avventato contro: “Se non si trova vada a casa, noi dobbiamo tenere in piedi i conti del Paese, non quelli della famiglia De Falco”. E l’accusa è quella di volersi tenere i soldi delle restituzioni.

Ma l’ufficiale al fattoquotidiano.it replica: “Devo fare i rendiconti e continuerò a versare tutto”. Ma teme di essere espulso? “No, anche perché nessuno mi ha fatto sapere niente”. E potrebbe essere vero. Perché nessuno ha notificato alcunché ai cinque senatori deferiti ai probiviri per non aver votato la fiducia al dl sicurezza, la settimana scorsa. Quindi neanche a Nugnes, amareggiata: “Ho restituito tutto e sono davvero stanca di discorsi politici che vengono portati a discorsi personali”.

Ma per lei non tira aria di espulsione. “Al limite verrà sospesa”, spiegano. Assieme almeno a Virginia La Mura e Matteo Mantero, anche loro contrati al dl sicurezza. Poi c’è Fattori, che ieri parlava di “clima da terrorismo psicologico”: in bilico. E c’è ancora da capire cosa succederà a Ciampolillo e De Bonis. Magari anche nulla, sempre per quella ragione: i numeri. Stretti.

Confcommercio, Sangalli resta saldo alla presidenza

Dopo settimane di voci e veleni interni – nati da una presunta storia di molestie a una segretaria con la richiesta di dimissioni per “ragioni etico-morali” arrivata da tre vicepresidenti – il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, esce rafforzato dal consiglio generale della confederazione dei commercianti incassando la fiducia del Consiglio federale. Che ha approvato, a larghissima maggioranza con oltre il 90% dei votanti, la revoca del direttore generale Carlo Rivolta, che – secondo le ricostruzioni – era stato mediatore di un accordo fra la segretaria e il presidente di Confcommercio, accordo che si era poi concluso con una donazione di 200.000 euro, alla quale Sangalli si sarebbe piegato per evitare lo scandalo. Dopo più di cinque ore di riunione, il Consiglio ha quindi rinnovato la governance e cancellato la figura di Rivolta con una redistribuzione delle sue funzioni puntando a una “struttura più orizzontale e meno gerarchica”. Come scritto dal Fatto, ad innescare la faida interna sarebbe la gestione dei fondi per l’assistenza sanitaria integrativa dei commercianti, in particolare il gigantesco fondo Est (quota: 15 euro per dipendente al mese).

Rimborsi ai truffati, il Carroccio promette di eliminare lo scudo per istituti e Authority

Dopo il caso sollevato la scorsa settimana dal Fatto Quotidiano (nella foto l’articolo pubblicato) sulla norma inserita in Manovra che prevede lo scudo per gli istituti e le autorità di vigilanza sui rimborsi ai risparmiatori di Etruria & C., arrivano ora delle novità per i truffati delle banche. La Lega ha annunciato che presenterà un emendamento di modifica al decreto legge fiscale per far saltare la norma e, di conseguenza, permettere a chi riceverà il rimborso parziale del 30% (con tetto a 100 mila euro) di rivalersi della restante parte nei confronti delle nuove banche, nate dalle ceneri di quelle finite in dissesto e della autorità di vigilanza. L’annuncio del sottosegretario al Tesoro Massimo Bitonci (Lega) è arrivato a poche ore dall’incontro del vicepremier Di Maio con le associazioni dei cittadini truffati dalle banche venete. “La nostra scelta è semplice e chiara: nessuna tutela per Bankitalia, Consob e banche. Abbiamo deciso come procedere anche in futuro con un solo obiettivo comune: soddisfare i risparmiatori truffa”, ha assicurato Di Maio.

Manovra, falchi Ue all’attacco Dubbi sulle maxi dismissioni

Nuova giornata di tensione sulla manovra italiana. Non basta a rassicurare Bruxelles, e i Paesi del Nord, la lettera del ministro dell’Economia Tria che, pur confermando l’impianto della legge di Bilancio, con il rapporto deficit Pil 2019 al 2,4%, promette di far calare il debito in maniera consistente già dal prossimo anno grazie a un piano monstre di privatizzazioni e dismissioni immobiliari che vale un punto di Pil, circa 18 miliardi (il triplo rispetto ai 5 preventivati).

La scelta dell’Italia di non arretrare sul progetto di bilancio già respinto da Bruxelles scatena i falchi del Nord, a partire da Olanda e Austria, che ieri hanno aperto le ostilità chiedendo alla Commissione di aprire la procedura di infrazione nei confronti di Roma su una manovra “che rischia di destabilizzare l’intera area euro”. “Abbiamo fissato regole chiare nella zona euro – precisa il ministro delle Finanze austriaco, Hartwig Loeger – e queste devono essere rispettate. Una triplicazione del deficit rispetto al precedente progetto del governo semplicemente non può essere accettato”. Il ministro invita Roma a “rendersi conto che il nuovo debito non può essere la soluzione” e avverte: “In caso contrario, mi aspetto che la Commissione mantenga la sua politica ferma e rigorosa e prenda le necessarie misure successive”. Secondo Loeger “se il governo italiano non dovesse arrendersi, ciò causerebbe una battuta d’arresto per l’area dell’euro”. A fargli da eco anche il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra: “È molto deludente il fatto che l’Italia non abbia rivisto il proprio bilancio. Le finanze pubbliche sono fuori controllo e i piani del governo non portano una robusta crescita economica. Spetta ora alla Commissione prendere provvedimenti”.

Altri attacchi sono arrivati dalla Germania con le parole del presidente della Bundesbank e membro del Consiglio direttivo della Bce, Jens Weidmann: “È perfettamente legittimo che un nuovo governo stabilisca nuove priorità politiche ma se sono associate a spese aggiuntive sarebbe consigliabile ridurre altre spese o aumentare le entrate”. Paradossalmente, ieri l’unico assist all’esecutivo gialloverde è arrivato dai pessimi dati economici della Germania: per la prima volta dal 2015 ha registrato un calo del Pil dello 0,2% su base trimestrale, molto peggio di quanto stimato dagli analisti. Dati che segnalano il rischio di un rallentamento per l’intera eurozona. E rafforzano il governo italiano nel presentare la manovra come una mossa necessaria a contrastare una nuova recessione.

Le uscite dei falchi Ue sembrano solo l’antipasto di uno scontro annunciato: mercoledì la Commissione Ue risponderà al governo italiano e pubblicherà il nuovo rapporto sul debito passando la palla all’Eurogruppo. È la prima tappa dell’iter che porterà all’apertura di una procedura di infrazione per violazione della regola del debito (il via libera arriverà dal Consiglio Ue di dicembre). L’Italia rischia un controllo rafforzato dei conti e la richiesta di misure drastiche per ridurre il debito a tappe forzate. Intanto ieri lo spread ha chiuso in leggerp rialzo a 308 punti.

La promessa delle maxi dismissioni inserita in manovra serve proprio a disinnescare questo scenario. Ma i numeri non tornano. Secondo i dati del Tesoro, il bottino di queste operazioni negli ultimi anni è stato assai magro. Dal 2010 al 2017, l’incasso totale è stato di 8,7 miliardi di euro. Di questi, nell’ultimo triennio, ne sono entrati soltanto 2,5 miliardi. Le privatizzazioni, cioè la svendita sul mercato di quote dei colossi statali (Enel, Poste, Env etc.) sono valse invece circa 20 miliardi negli ultimi 6 anni. Di Maio ha assicurato che il piano “non include i gioielli di famiglia” ma solo “immobili e beni secondari dello Stato”. Ieri però è filtrata nuovamente l’ipotesi che il Tesoro riapra alla possibilità di cedere le restanti quote detenute in Enav e il 3,3% di Eni alla Cassa depositi e prestiti, il cui bilancio non incide sul debito pubblico perché fuori dal perimetro della pubblica amministrazione. Permetterebbe di incassare circa 3 miliardi. L’ipotesi era già stata studiata dal governo Gentiloni, ma congelata per i rilievi negativi arrivati da Bruxelles.

Dl fiscale, con 150 euro si potranno sanare le irregolarità formali

Pace fiscale con condono anche per le irregolarità formali nelle dichiarazioni commessi in buona fede, ovvero che non hanno comportato un minor versamento d’imposta, relativi agli anni che vanno dal 2013 al 2017.

La novità, contenuta in un emendamento della Lega al dl fiscale (era stato il sottosegretario al ministero dell’Economia, Massimo Bitonci ad annunciarlo), avrebbe già ricevuto il via libera da parte del Mef secondo quanto si apprende da fonti di governo. In particolare, la proposta – che dovrebbe essere presentata in commissione Finanze al Senato – consentirà di regolarizzare la propria posizione, pagando una sanzione forfettaria, pari a150 euro per anno d’imposta con un pagamento diviso in due rate: il 31 maggio e il 30 novembre del 2019.

In tutto, quindi, il nuovo capitolo della pace fiscale pensato per gli errori formali consentirà ai contribuenti di sanare la propria posizione ai fini fiscali pagando, per tutti e cinque gli anni, una somma pari a 750 euro. Mentre l’Erario si attende di incassare 800 milioni di euro.