Diamanti in banca, il Tar conferma le multe

Arrivano le prime sentenze sulla vendita dei diamanti “da investimento” in banca, un business opaco che negli ultimi 15 anni ha realizzato un fatturato stimato in almeno 2 miliardi sulla pelle di decine di migliaia di risparmiatori. Con cinque sentenze emesse il 17 ottobre e pubblicate ieri, il Tar del Lazio ha confermato le multe da 12,35 milioni inflitte il 20 settembre 2017 dall’Antitrust a Intermarket Diamond Business (Idb) e Diamond Private Investment (Dpi), i due principali broker del settore, come pure a Unicredit, Mps e Banco Bpm. I giudici del tribunale amministrativo della capitale hanno rigettato i ricorsi presentati dalle società e dalle banche affermando che le sanzioni comminate dall’Autorità per la concorrenza sono pienamente motivate e commisurate alle modalità di offerta delle pietre “gravemente ingannevoli e omissive”, con prezzi “autonomamente fissati e progressivamente aumentati negli anni” dai broker a livelli molto superiori a quelli dei listini internazionali, come dimostrato dalla Consob, presentati invece come “quotazioni emergenti dalla contrattazione in mercati organizzati”.

Per questi motivi l’Antitrust aveva colpito Idb e Dpi, insieme alle banche che – percependo commissioni lucrosissime – collaboravano a “proporre l’investimento a una specifica fascia della propria clientela”. Le sanzioni sono di 9,35 milioni per il canale gestito da Idb (2 milioni al broker, 4 a Unicredit e 3,35 a Banco Bpm) e 6 milioni per il canale gestito da Dpi (un milione al broker, 3 a Banca Intesa – che non aveva presentato ricorso – e 2 a Mps).

Secondo il Tar le clausole dei contratti con i broker non schermano le banche dalle loro responsabilità perché è stata dimostrata “l’asimmetria informativa esistente” tra gli istituti di credito e consumatori, i quali erano convinti che i loro interlocutori non fossero le società specializzate ma le banche stesse.

Nel caso di Unicredit, il Tar spiega che la banca stessa “ammette di non aver operato alcuna verifica sul contenuto dell’offerta” dei diamanti, “comportamento che non risponde alla diligenza professionale che ci si attende dalle banche che decidano di fornire ai clienti una consulenza in materia di investimenti”. Per i giudici è dimostrato che “l’attività di segnalazione” delle banche “comportasse un ruolo attivo nella dinamica in cui il consumatore era coinvolto… confermato dai reclami dei clienti e dalle segnalazioni delle associazioni” dei consumatori. Per questa attività “la banca conseguiva una provvigione pari a una percentuale dell’operazione conclusa tra il 10 e il 20%”. Motivazioni che hanno portato il Tar a ritenere i ricorsi infondati. Contro le sentenze le tre banche e i due broker ora possono ricorrere al Consiglio di Stato. Sulla vicenda è in corso anche una indagine per truffa condotta dalla Procura di Milano.

Bcc, il governo vuole cambiare la riforma (ma a Bolzano di più)

Per la seconda volta in pochi mesi, il governo mette mano alla riforma del credito cooperativo. Stavolta il ritocco è più corposo. Nelle intenzioni dell’esecutivo serve a “sostenere l’autonomia delle banche del territorio”, ma en passant anche a ingraziarsi una parte del mondo del credito che può valere molto consenso sul territorio. In particolare in Trentino e Alto Adige, aree le cui rivendicazioni sono assai care al Movimento 5 Stelle ma soprattutto alla Lega, che a Bolzano è alla fase finale dell’accordo che la porterà a governare la provincia con la Südtiroler Volkspartei.

Breve riepilogo. A febbraio 2016 il governo Renzi ha ordinato per decreto alle oltre 360 Bcc di aderire a una holding capogruppo in forma di Spa. L’idea era che tutte confluissero sotto Iccrea Banca, feudo romano democristiano della Federcasse, che sul settore ha dettato legge per decenni. Molte Bcc, le più sane, hanno avviato la fronda e aderito alla holding rivale, la trentina Cassa centrale banca. Il governo ha poi permesso alle Casse Raiffeisen dell’Alto Adige di farsi una propria holding capogruppo provinciale (la cosa è ovviamente piaciuta alla Svp ed è tornata utile per candidare Boschi a Bolzano). La riforma ha scosso il credito cooperativo, anche perché i gruppi finiranno sotto la vigilanza della Bce, le cui le rigide regole mal si conciliano con piccoli istituti nati con finalità mutualistiche.

Il governo gialloverde ha già ritoccato la riforma la scorsa estate, di fatto limitandosi ad allungare il tempo a disposizione delle Bcc per aderire alle holding. Stavolta interviene con più forza e rimette tutto in discussione. Lo strumento è una serie di emendamenti al decreto fiscale presentati in commissione finanze al Senato dalla Lega, ma condivisi dai 5 Stelle. Altri, però, se ne aggiungeranno e sono stati definiti ieri in un vertice a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, i due vice Salvini e Di Maio e il ministro delle Riforme Riccardo Fraccaro (M5S). “Ragioniamo su varie ipotesi”, ha spiegato ieri il ministro.

La modifica più rilevante è quella che esenta dall’obbligo di aderire alla holding le sole Bcc di Trento e Bolzano, che potranno aderire ai sistemi “di tutela istituzionale” fra banche, i famosi Ips (Institutional protection schemes), una mutua protezione usata dagli istituti locali tedeschi (Sparkassen e Volksbanken), che infatti sono fuori dalla vigilanza Bce. Tra gli emendamenti ce n’è però uno che si spinge molto più in là e si propone di lasciare l’obbligo di adesione alle sole banche con patrimonio sotto i 100 milioni e una serie di requisiti di capitale in cui al momento non rientra nessun istituto.

L’ipotesi che possa passare, al momento, è remota, anche perché Bankitalia, vera ideatrice della riforma, si è già messa di traverso. Secondo quanto filtra da ambienti di governo la mossa serve proprio a convincere Via Nazionale a dare almeno il via libera per le Bcc trentine e sudtirolesi.

È per loro, infatti che sono studiate le modifiche. Anche perché la costituzione delle holding è ormai in stato molto avanzato, si chiuderà in poche settimane, e gli istituti che si vogliono sfilare sono pochissimi. A parte qualcuno in Trentino, zona da cui proviene Fraccaro, la pattuglia più nutrita di frondisti è proprio a Bolzano. Ed è qui che la Lega vuole passare all’incasso dopo le ultime elezioni che l’hanno premiata come prima forza tra i partiti nazionali italiani. La modifica servirà a chiudere l’accordo per governare con la Svp. Che ieri, per dire, si è manifestato in consiglio provinciale con l’elezione di Massimo Bessone del Carrocio come vice del presidente Thomas Widmann (Svp).

Un altro emendamento, peraltro, istituisce “l’obbligo di istituzione degli Albi delle banche a carattere regionale”, norma anche questa ritagliata per le province autonome a cui consente una maggior presa sugli istituti.

Ci sono poi altri emendamenti che vengono incontro a una parte del mondo cooperativo. Uno, per dire, affida alle federazioni locali il compito di vigilare che le holding rispettino i principi mutualistici. Una norma cara a Federcasse, cioè a Iccrea e in particolar modo alla federazione della toscana, terra di Matteo Renzi, che in estate ha manifestato i malumori più forti sulla riforma. Non a caso ieri il governo ha auspicato una proposta finale “condivisa con le opposizioni”, cioè col Pd.

Si vedrà se l’accordo sarà trovato. Intanto, per convincere l’intero settore del credito cooperativo, l’esecutivo studia una misura da inserire in manovra che avrebbe un impatto enorme: eliminare per le Bcc la norma europea che nel 2016 ha esteso a tutte le banche, anche a quelle piccole, il divieto di sterilizzare gli effetti dello spread sui titoli di Stato detenuti in portafoglio. Una misura che in questo periodo, con lo spread che sale, danneggia il patrimonio di vigilanza degli istituti. Fu quello il primo colpo messo a segno dai Paesi del Nord Europa per costringere le banche italiane a liberarsi dei titoli detenuta.

Carenza di fosforo

Berlusconi che difende i giornalisti (e persino i pm) dal “regime autoritario” gialloverde merita una mesta risata. Ma il guaio è che, in questo Paese privo di memoria e di fosforo, a denunciare gli attacchi alla stampa come “mai visti”, “senza precedenti”, “più gravi che in passato”, sono anche voci autorevoli e amiche. Quello che pensiamo degli insulti 5Stelle alla stampa che ha infamato la Raggi l’abbiamo scritto più volte: chi sta al governo o in Parlamento, tantopiù se è il vicepremier come Di Maio, non deve permettersi di usare il potere per giudicare pubblicamente i giornalisti, nemmeno quando ha ragione. Anche perché, come ogni cittadino, la legge gli dà tutti gli strumenti possibili per difendere la sua reputazione da chi lo diffama o lo calunnia: smentite, rettifiche, querele, cause civili, esposti all’Ordine. Invece Alessandro Di Battista è un privato cittadino senza cariche né potere, dunque è libero di dire ciò che vuole. Specie se si limita a ricordare quanti trattarono la Raggi “da ladra e da sgualdrina” (furono in molti, sui principali quotidiani) e a ritorcere contro di loro gli stessi epiteti. Ciò detto, vedere in piazza i rappresentanti della categoria in difesa di una libertà di stampa che non avevano mai difeso – non con la stessa energia, almeno – da minacce ben peggiori, fa un po’ ridere e un po’ piangere. Perché accredita la leggenda che oggi la libertà di stampa sia in pericolo come mai nella storia repubblicana.

Una frottola che solo chi finge di dimenticare gli ultimi 25 anni può raccontare. Basterebbe la lista degli epurati dalla Rai berlusconiana (Biagi, Luttazzi, Santoro, Freccero), dalla Rai renziana (Gabanelli, Giannini, Giletti) e dalla Rai gialloverde (nessuno) per chiudere il discorso. Ma, alla memoria selettiva di tanti colleghi, non mancano soltanto l’editto bulgaro di B. e le liste di proscrizione di Renzi. Quando c’era B., scomparvero dalla tv pubblica (e dunque anche da quella privata: la sua) decine di personaggi e programmi non graditi a lui e alla sua corte. Massimo Fini si vide chiudere il programma Cyrano prim’ancora che andasse in onda, perché “il sire di Arcore” non voleva. Idem per Raiot di Sabina Guzzanti, dopo la prima puntata che aveva osato parlare di legge Gasparri. Paolo Rossi, invitato a Domenica In, fu rispedito a casa perché minacciava addirittura di leggere un discorso di Pericle, noto antiberlusconiano ante litteram, sulla democrazia ateniese. Altre censure investirono programmi scapigliati come Ultimo Round, personaggi incontrollabili come Beha, ospiti sgraditi come Hendel, la Guerritore e la Porcaro.

E appena La7 minacciò di creare il terzo polo tv sulle ceneri di Telemontecarlo, con star come Fazio, Lerner, Luttazzi, i Guzzanti e altri, l’amicone di B. Tronchetti Provera provvide a soffocarla nella culla e a normalizzarla per un bel po’. E quel plumbeo sudario di censura e autocensura calò anche su alcuni dei (pochi) giornali che B. non possedeva. Come il Corriere della Sera e persino l’Unità. Al Corriere, nel 2001, entrarono subito nel mirino degli epuratori berlusconiani Biagi, Sartori e Grevi (per i loro editoriali contro le leggi ad personam, i conflitti d’interessi e le fughe dai processi), i cronisti giudiziari Biondani, Bianconi, Ferrarella (per i loro articoli sui dibattimenti Toghe sporche) e persino il vignettista Emilio Giannelli. Un bombardamento di proteste sempre più minacciose dal portavoce del premier Paolo Bonaiuti, di lettere minatorie pubbliche e private da Cesare Previti e dagli on. avv. Ghedini&Pecorella. Seguì una raffica di querele e cause civili. Quando poi Ferruccio si schierò contro l’assurda guerra di Bush jr. all’Iraq, sposata in pieno da B., quest’ultimo ufficializzò l’ostilità del governo al direttore del Corriere, mai difeso pubblicamente dalla proprietà. E lo fece apostrofando coram populo Cesare Romiti, primo editore del quotidiano di via Solferino, con queste parole: “Mi saluti il direttore del manifesto…”.

Il Caimano sapeva bene quel che si muoveva dietro le quinte: l’amico Salvatore Ligresti, suo vecchio compare nel clan craxiano e azionista del Corriere, stava lavorando ai fianchi Romiti perché scaricasse De Bortoli e ne consegnasse la testa a B. su un vassoio d’argento. Infatti il 29 maggio 2003, dopo due anni di linciaggio, il sempre più isolato Ferruccio rassegnò le dimissioni. A difenderlo, ai piani alti, era rimasto il solo banchiere Bazoli. Lo sostituì il più felpato e cerchiobottista Stefano Folli, con risultati non proprio esaltanti. Furio Colombo, l’indomani, aprì così la prima pagina dell’Unità: “Si sono presi pure il Corriere”. E anche quel titolo contribuì alla sua cacciata da direttore del giornale fondato da Antonio Gramsci. Da mesi Furio era nel mirino dei Ds (fra l’altro non più proprietari del giornale, ma solo della testata) per la sua linea intransigente contro ogni inciucio consociativo del partito diretto da Fassino con B.. Una linea che gli sparafucile dei Ds, sparsi nei giornaletti amici, dal Riformista (con Polito, Caldarola e Andrea Romano) a Europa al Foglio di Ferrara, bollavano per conto terzi di “girotondismo” (quasi che fosse un insulto) e (non ridete) di “antiberlusconismo”. Dopo continui scontri con Fassino & C., il 22 febbraio 2004 lasciò la direzione al suo vice Antonio Padellaro, che però mantenne la stessa linea intransigente. Infatti alla prima occasione fu silurato con la stessa accusa: il giornale della sinistra era troppo antiberlusconiano. Umberto Eco scherzò con l’amico Furio: “Hanno voluto offrire la tua testa al nemico, come Salomè donò quella di Giovanni il Battista a Erodiade”. Cari smemorati, questo e molto altro accadeva quando le cose andavano meglio. A proposito: voi, allora, dov’eravate?

Il regista Mastandrea in concorso a Torino

Torino se la Ride. Il 36° TFF ospita in concorso l’esordio dietro la macchina da presa di Valerio Mastandrea, che dirige Chiara Martegiani, Renato Carpentieri e Stefano Dionisi in un dramedy sull’elaborazione del lutto, tra sentire individuale e sanzione sociale. Il neoregista si era fatto le ossa sul set di Non essere cattivo, l’ultima prova di Claudio Caligari del 2015, Ride è un’opera prima attesa, che poi arriverà in sala il 29 novembre. La direttrice Emanuela Martini promette un cartellone “vario ed eterogeneo”, ma anche tanta Italia, cosa che all’ombra della Mole confessa “non accadere spesso”. Dal 23 novembre al 1° dicembre, spazio a Sex Story di Cristina Comencini e Roberto Moroni, sull’evoluzione della sessualità femminile tra gli anni 50 e 80 attraverso le immagini della Rai; The Man Who Stole Banksy di Marco Proserpio; Bulli e pupe, storia sentimentale degli anni 50 di Steve Della Casa e Chiara Ronchini; I nomi del signor Sulcic, detour di confine firmato da Elisabetta Sgarbi; Ovunque proteggimi di Bonifacio Angius; Ragazzi di stadio, quarant’anni dopo di Daniele Segre, sul tifo juventino; Il gusto della libertà – Cinema e ’68 di Giovanna Ventura, prodotto da Rai Movie. A chiudere sarà Nanni Moretti con il doc Santiago, Italia. Inaugurazione affidata a Jason Reitman, che inquadra rise and fall del politico americano Gary Hart (Hugh Jackman) con The Front Runner, il Gran Premio Torino è per il francese Jean-Pierre Léaud, Jean Eustache e Powell & Pressburger sono in retrospettiva, Pupi Avati è guest director, una giornata (il 28 novembre) sarà dedicata al ricordo di Ermanno Olmi. Budget di un milione e 900mila euro, 133 lungometraggi, di cui 36 opere prime e seconde, 34 anteprime mondiali e 27 regie femminili, in cartellone anche Blaze di Ethan Hawke, Colette con Keira Knightley, Dovlatov di Aleksey German Jr., The White Crow di Ralph Fiennes, Pretenders di James Franco, High Life di Claire Denis e Mandy con un imperdibile Nicolas Cage.

Marvel Comics, tutti gli avvoltoi intorno al supereroe Stan Lee

Ora che è morto, a 95 anni, e tutti celebrano i mille talenti di Stan Lee, le sue intuizioni narrative ma anche la sua abilità manageriale, l’Economist gli attribuisce il merito dei 17 miliardi di dollari incassati dai film ispirati ai suoi personaggi. Il fondatore della Marvel Comics anche da morto si prende molti meriti non suoi, come ha fatto da vivo, prima scaricando gran parte anche del lavoro di sceneggiatura sui disegnatori e poi affiancando il suo nome anche alle storie scritte da altri. Il suo contributo attivo nella casa editrice inizia nel 1961 ma finisce già nel 1972, quando lascia il posto di direttore editoriale a Roy Thomas. Quei dieci anni di genio assoluto e spregiudicato fruttano a Lee una ricchezza faraonica. E se si è appropriato anche di denari che sarebbero spettati ai suoi autori delle origini, come Jack Kyrby (morto nel 1994) o Steve Ditko, scomparso questa estate senza essersi mai arricchito pur avendo creato Spider Man, Stan Lee ha espiato le sue colpe con le sofferenze dei suoi ultimi anni.

Dopo la morte della moglie Joan, settant’anni di matrimonio, il vecchio Stan Lee si è trovato a poter contare soltanto sulla figlia unica JC, oggi 67 anni, e su un gruppo di collaboratori che lo hanno spolpato. Come hanno mostrato le inchieste di vari media americani, in particolare il Daily Beast, a Lee sono stati estorti assegni da 300.000 dollari con l’inganno, ha comprato un condominio da 850.000 dollari in California per ragioni poco chiare, da un suo conto corrente sono spariti ben 1,4 milioni di dollari. E uno dei periti che ha dovuto ricostruire le complicate transazioni è Vince Maguire, fratello di Tobey, che ha interpretato Spider Man nei tre film di Sam Raimi.

Non potevano mancare, in tempo di #MeToo, le infermiere che denunciano le molestie senili del loro paziente. Ma difficile fidarsi, visto che sempre il Daily Beast ha raccontato i tentativi di montare false accuse per estorcere denaro all’anziano fumettista. Max Anderson, un ex galeotto diventato guardia del corpo di Stan Lee, prima di essere licenziato avrebbe offerto a un’infermiera soldi per lanciare false accuse contro JC, la figlia di Stan. E intorno alla figlia JC, che ha la fama di shopper compulsiva (con i soldi di papà), gira un personaggio equivoco, Jerry Olivarez, dalla professione incerta (il Daily Beast lo definisce semplicemente “un truffatore”) che sul suo sito web pubblica una foto di Stan Lee e un messaggio di incoraggiamento: grazie al legame con i Lee Olivarez è riuscito ad accedere ai lussi che sognava, spillando soldi alla famiglie e alle società di Stan Lee.

Che a Lee sia stato rubato anche il sangue per firmare copie del fumetto di Black Panther è (forse) una leggenda metropolitana, ma finisce per risultare plausibile visto lo scarso controllo che l’anziano milionario aveva sulla sua vita.

In una delle sue ultime interviste, Lee ha ammesso: “Quando ho scritto tutti quei personaggi i soldi hanno iniziato ad arrivare, avevo bisogno di aiuto ma ho fatto alcuni grossi errori, mi sono fidato di persone di cui non dovevo fidarmi”.

Oggi la parte editoriale della Marvel è in mano a C.B. Cebulski, che sta facendo un grande sforzo di semplificare la barocca struttura narrativa che si è stratificata nei decenni e riportare i personaggi Marvel più vicini alle origini (e alla loro trasposizione cinematografica). Tutta l’attenzione intorno ai supereroi portata dalla morte di Lee assicurererà vendite più alte. L’ultimo regalo di Stan ai suoi personaggi e ai suoi lettori.

“Ahmad ballava tra le bombe. È il potere salvifico dell’Arte”

Pubblichiamo la prefazione di Roberto Bolle al libro del danzatore e coreografo siriano Ahmad Joudeh “Danza o muori”, in questi giorni in libreria per DeA Planeta.

 

Quella di Ahmad Joudeh è una storia che merita di essere fatta conoscere, diffusa e portata a tutti, perché è una storia che tocca il cuore e fa davvero comprendere l’importanza di avere un sogno, di crederci fermamente e lottare affinché questo sogno diventi realtà. Ed è una storia che mi coinvolge personalmente e mi commuove perché, in qualche modo, ne sono parte anch’io.

Ho incontrato Ahmad per la prima volta ad Amsterdam, in una sala ballo del Dutch National Ballet. Tutti continuavano a ripetermi che dovevo assolutamente conoscere questo ragazzo arrivato dalla Siria e le incredibili vicissitudini che l’avevano condotto fin lì. Quando infine me lo sono trovato di fronte, in preda a una profonda emozione, Ahmad mi ha raccontato di sé e di come la danza avesse rappresentato per lui la vita stessa. Mi ha confidato anche che io ero stato un punto di riferimento per lui fin da quando, giovanissimo, si era appassionato alla danza sfidando i pregiudizi e l’ostilità del suo ambiente familiare e sociale, e poi ancora negli anni successivi quando aveva continuato a ballare nonostante lo scoppio della guerra e a insegnare ai ragazzini traumatizzati dalle bombe e dalla violenza. Anche in una situazione tanto disumana, la danza ha dimostrato di essere una forza salvifica, perché l’arte ha davvero il potere di elevare l’animo – allontanandolo dalle brutture e dalle sofferenze – e aiutarci a ritrovare la nostra dimensione più pura e luminosa, la parte migliore di noi stessi e di tutta l’umanità. Se questo è vero sempre, a tutte le latitudini, tale straordinario potere dell’arte emerge in modo ancora più evidente in una vicenda drammatica come quella di Ahmad: il potere di dare una svolta positiva e completamente inaspettata all’esistenza, anche là dove sembra essersi spenta ogni speranza. Ma questo vale anche per noi, nella nostra società. Credo anzi che Ahmad possa rappresentare un esempio per moltissimi giovani che, troppo spesso, non sono disposti a lottare per le proprie passioni o stentano a rendersi conto di quanti sacrifici, dedizione, impegno e determinazione siano necessari per realizzare i propri sogni. Individuare la propria passione, coltivarla, valorizzarla, essere pronti ad affrontare gli ostacoli per portarla avanti: anche questa è una lezione che ciascuno di noi può portare con sé leggendo la storia di Ahmad.

La sua vicenda, infine, è emblematica anche del dramma vissuto da milioni di migranti costretti a fuggire dalla guerra e dalla violenza. Raccontarla ci permette di restituire un volto umano ai freddi numeri che i media ci trasmettono. Quello dei migranti è un dramma che non va ignorato o nascosto, ma conosciuto e compreso. In questo momento storico è importante ricordarci come ciascuno di loro abbia una storia e porti con sé un bagaglio di esperienze dal quale anche noi possiamo trarre insegnamento. È proprio per questo che, preparando il passo a due con Ahmad andato in onda su RaiUno il 1° gennaio 2018, ho voluto coinvolgere Sting, un artista straordinario che da tempo, con grande sensibilità, si spende per questa causa. Gli ho scritto personalmente, parlandogli di Ahmad: nonostante si trovasse in tournée, Sting ha immediatamente accettato di accompagnarci con le note di due tra le sue canzoni più indimenticabili: Fragile e Inshallah. Si è organizzato per arrivare un pomeriggio, registrare e ripartire la sera.

Quel giorno abbiamo acceso il riflettore su un ragazzo, ma come lui ce ne sono tanti: ognuno con il suo vissuto, le sue passioni, esattamente come Ahmad e come noi. Quando abbiamo finalmente ballato assieme in tv, Ahmad è stato capace di sorprendermi di nuovo per la sua capacità di affrontare una situazione così grande e nuova, alla quale non era abituato. Ancora una volta, si è dimostrato all’altezza e ha superato le aspettative. Era a suo agio nell’elemento che più gli si addiceva: danzava. Era immerso nel suo sogno impossibile che ormai aveva trasformato in realtà.

Velázquez e l’Italia allo specchio (della Venere)

Uscirà venerdì prossimo per Einaudi “Velázquez e il ritratto barocco” di Tomaso Montanari. Ne pubblichiamo un’anticipazione.

 

Come se la vita artificiale della corte gli asciugasse il sangue nelle vene, in alcuni momenti Velázquez sentì il bisogno di riprendere fiato, lontano. La meta desiderata era ancora l’Italia, cui lo legava un dialogo fittissimo di entusiasmi e opposizioni: come si è appena visto, era quella la fonte inesauribile cui ispirarsi per opere che approdavano poi ad esiti originalissimi. Dopo una preparazione e un anelito lunghi quasi un lustro, a cavallo dell’anno santo di metà secolo Diego riuscì ad essere in Italia, mentre il progetto di un terzo ritorno, nel 1657, naufragò per ragioni che non conosciamo.

Il Velázquez che giunse in Italia nella primavera del 1649 non era più un giovane artista in formazione, ma l’Aiutante di camera del Re di Spagna, inviato in missione ufficiale. Egli doveva infatti comprare dipinti e statue antiche, organizzare una campagna di calcatura delle antichità che non erano sul mercato e persuadere un frescante (possibilmente il più grande, Pietro da Cortona) a recarsi a Madrid: Filippo IV stava progettando una nuova decorazione per il palazzo reale, e aveva deciso che era giunto il momento che anche la Spagna – dopo la Francia e l’Inghilterra – strappasse per sé un brandello d’Italia.

Diego rimase lontano dalla corte per due anni, durante i quali condusse in porto la propria missione (al suo ritorno presero la via di Spagna quasi cinquecento casse di opere d’arte) passando da una capitale all’altra della penisola. Secondo le fonti, egli riprese in mano i pennelli a Roma nel 1650, dopo un periodo di inattività: da quel ritorno alla pittura nacquero alcuni dei capolavori più impressionanti della sua carriera.

Ci sono ottimi motivi – anche se nessuna prova decisiva – per ritenere che la celeberrima Venere allo specchio sia stata eseguita proprio a Roma. Si tratta dell’unico nudo femminile di Velázquez, e dell’unico quadro di questo genere nella tradizione spagnola fino a Goya: sappiamo che nel 1658 un pittore italiano che lavorava a Madrid, Angelo Michele Colonna, si lamentò dell’impossibilità di utilizzare modelle femminili nude, e si dovette far bastare una statua.

La Venere sembra invece il conturbante ritratto di una donna precisa, che evidentemente ha posato per il pittore in questa singolare posizione: se la libertà e la sensualità sembrano scaturire da un rinnovato contatto con la calda tradizione veneziana, la posa tergale della dea non vi trova paragoni, e ha fatto giustamente pensare che la fonte sia la statua antica dell’Ermafrodito che si trovava a Villa Borghese a Roma, e che proprio Velázquez fece fondere in bronzo e trasportare a Madrid.

Solo un particolare trascurabile (le ali del bambino inginocchiato sul letto) fa intuire che non si tratta semplicemente del ritratto di una donna nuda, e l’alta temperatura erotica spinge a chiedersi se la genesi di quest’opera non possa legarsi a quella storia d’amore romana dalla quale sappiamo che a Diego nacque un figlio. Di lì a poco, comunque, il quadro finì in proprietà del leggendario marchese Del Carpio, libertino impenitente e collezionista, tra l’altro, di quadri parecchio disinibiti.

In ogni caso, un accenno di storia è implicito nella rappresentazione: Venere ha chiesto a Cupido di portarle lo specchio, e questi è volato a staccarlo dalla parete più vicina (il cordone rosa che lo sorreggeva svolazza ora in bella vista) ed è atterrato proprio ora sul letto della madre.

Il titolo tradizionale di Venere allo specchio è improprio e sviante: per una elementare legge ottica, se vediamo il suo volto nello specchio ciò vuol dire che ella a sua volta sta guardando proprio noi, appena entrati nella sua alcova. In questo quadro così lontano dalla Spagna, troviamo, insomma, una specie di sintesi delle esperienze italiane di Velázquez: una strepitosa gamma cromatica di ascendenza veneta (si goda la sublime eleganza del lenzuolo di seta perlacea che incornicia l’incarnato delicatissimo: un brano che ricorda la bellissima, ma certo non paragonabile, Cleopatra genovese di Guercino) innerva di vita una statua antica, e il tutto è posto al servizio di un’attenzione al ruolo dello spettatore e al suo coinvolgimento, che proprio nella Roma barocca, e particolarmente nell’opera di Bernini, aveva attinto il suo vertice.

Scuole, vince l’appalto Consip. Lavoratori senza paga da 9 mesi

L’ultimo stipendio, tra l’altro molto basso, lo hanno visto a luglio 2017. Da allora hanno continuato a lavorare con buste paga ridotte a zero da un perverso meccanismo. In questo limbo sono intrappolati mille dipendenti della Maca, azienda che gestisce l’appalto per la pulizia delle scuole di Latina e Frosinone. Ancora per poco, perché ieri il Tar del Lazio ha di fatto sbloccato la nuova gara. Gli istituti scolastici potranno ora affidare il servizio a una nuova impresa. Quel migliaio di addetti, sfinito da anni di calvario, inizia a vedere la luce in fondo al tunnel.

La storia ha origine nel 2014, quando la ditta ha ottenuto l’appalto del “lotto 5”, corrispondente alle due province laziali. Si tratta del bando unico messo a punto a livello nazionale dalla Consip, società pubblica, ma poi diviso in tante parti. Quella per Latina e Frosinone è andata alla Maca. I guai però sono arrivati subito: già dall’inizio del 2014 la società ha detto di non riuscire a garantire stipendi pieni ai dipendenti, perché non c’era abbastanza lavoro. I sindacati sono comunque riusciti a strappare un accordo con il quale la Maca si impegnava a pagare a tutti retribuzioni a tempo pieno “sia nei periodi di superamento dell’orario contrattuale sia in quelli di minor lavoro”. Per un full time, comunque, parliamo di buste paga di circa 800 euro. Il problema è che questi impegni sono stati “costantemente violati”, come segnalato dalla Filcams Cgil: “La Maca – aggiunge il sindacato – ha continuato a retribuire i lavoratori solo sulla base delle ore di effettivo impiego”. A luglio 2017, poi, la situazione è precipitata e gli stipendi sono stati azzerati. Ritenendo di vantare dei crediti verso i suoi dipendenti – in quanto dice di aver pagato, tra il 2014 e il 2016, ore di lavoro superiori a quelle fatte – l’azienda ha trattenuto le intere buste paga. A quel punto è intervenuto il ministero dell’Istruzione, secondo cui il comportamento della Maca è stato “lesivo dell’articolo 36 della Costituzione”, cioè del diritto alla giusta retribuzione. Tra l’altro, se davvero l’azienda avesse pagato più ore rispetto a quelle effettivamente svolte, il ministero avrebbe notato “una consistente assenza di interventi di decoro nelle scuole”, ma “di questo non ci sono evidenze”, concludono da Viale Trastevere.

A dicembre 2017 le scuole hanno quindi revocato la concessione e avviato nuove gare. La Maca, però, ha rallentato le procedure con una serie di ricorsi, allungando l’agonia dei lavoratori. Ieri il Tar – dove anche la Filcams ha presentato ricorso con gli avvocati Carlo Bronzini, Carlo De Marchis e Maria Matilde Bidetti – ha dichiarato legittima la revoca dell’appalto. E riacceso la speranza di mille persone.

Famiglia, figli, lavoro e finanze: il giusto equilibrio sopra la follia

La cura dei figli e la loro istruzione, con il rischio che il loro lavoro poi non ripaghi gli investimenti fatti; la possibile separazione o la morte del coniuge; l’arrivo della pensione con tutti i dubbi del caso sul suo importo. Eccoli i possibili tre scenari che si prospettano nella vita matrimoniale descritti dalle “belle toste” Debora Rosciani (giornalista di Radio24 dove conduce il programma “Due di Denari”) e Roberta Rossi Gaziano (consulente patrimoniale e ad di SoldiExpert Scf) in “Matrimoni & Patrimoni, istruzioni aggiornate per l’uso”. Una guida sulla gestione del denaro dedicata alle donne e agli uomini 2.0 in grado di offrire quelle competenze finanziarie di base necessarie per affrontare le principali scelte nella vita di tutti i giorni. E, a dimostrazione che questi principi economici non sono poi così difficili, vengono prima proposte svariate storie personali, illustrazioni, domande&risposte e, poi, schede riassuntive: si tratterà, infatti, pure di “docce fredde” da affrontare, ma che c’è pur sempre un caldo accappatoio pronto a scaldarci.

 

Il Nord non esiste più, all’ombra del declino

Nord, Nord-Ovest, Nord-Est: il linguaggio economico e politico si serve di questi riferimenti. Ma hanno ancora senso? E quali realtà effettive identificano? Individuano formazioni economico-territoriali coerenti oppure si tratta di parole la cui efficacia è soprattutto di tipo evocativo? Il Nord è una geografia variabile, perché il concetto di ciò che il Nord rappresenta è soggetto a una variazione continua. All’indomani della Seconda guerra mondiale, il Nord era un’entità ben definita, anche se l’aggregato territoriale era composto, sì, di grandi città e vasti complessi industriali, ma anche di una vasta plaga rurale come la Padana irrigua. Negli anni del boom economico, l’immagine del Nord ha finito col coincidere col Triangolo Industriale formato da Milano, Torino e Genova, che nel decennio Cinquanta è diventato il polo trainante della crescita del Paese.

Negli ultimi vent’anni del Novecento, invece, ha finito col prevalere una nuova rappresentazione, determinata dall’ascesa dei sistemi di piccola impresa del Nord-Est, dove ha prevalso un forte protagonismo economico, fondato sulla mobilitazione individualistica di imprenditori sorti dal basso. Risale ad allora un processo di differenziazione che ha trovato una cassa di risonanza nella politica, grazie al successo della Lega Nord. Questo mentre il Nord-Ovest, considerato come la terra delle grandi imprese, assisteva all’inizio della disgregazione dei suoi caratteri economici portanti. Dopo il cambio del secolo, diventava evidente una tendenza verso una graduale assimilazione delle forme economiche di Nord-Est e Nord-Ovest. Nei sistemi di piccola impresa, la dimensione delle aziende più dinamiche tendeva a crescere, mentre a Occidente i grandi gruppi di un tempo o subivano smembramenti, che sfociavano nella loro scomparsa, o sottostavano a ridimensionamenti. Iniziava così la stagione che vedeva nelle medie imprese, analizzate dagli studi di Mediobanca sui dati di Unioncamere, come il soggetto più innovativo e caratterizzante del sistema industriale, capace di competere sui mercati internazionali, di esprimere un buon potenziale d’innovazione e di accrescere anche, in misura contenuta, l’occupazione qualificata. Dunque, sembrò che le medie aziende – insieme con quelle di dimensioni maggiori – potessero diventare il fattore coagulante del modello imprenditoriale italiano. La “megalopoli padana” (di cui parlava già quasi vent’anni fa il geografo Eugenio Turri) sembrava destinata a costituire un territorio unitario, sotto la sollecitazione di queste spinte economiche.

Un Nord unificato di fatto, com’era (e probabilmente com’è ancora) nei progetti della Lega? Oggi in realtà ci si trova davanti a una realtà contraddittoria. Dal punto di vista dell’economia, non c’è dubbio che negli ultimi anni si sia disegnato un nuovo Nord, con una capitale riconoscibile, Milano, che realizza una concentrazione di risorse e di collegamenti cui deve la propria centralità. Ma, allo stesso tempo, un Nord che si articola attorno ad alcuni gangli forti: da Brescia, Verona, Vicenza, su una direttrice, a Bologna, sull’altra. La (modesta) ripresa italiana dell’anno scorso ha consolidato questo sistema economico e produttivo e l’ha reso l’asse attorno a cui ruota la nostra economia.

Questa dislocazione dello sviluppo lascia fuori parti importanti del Nord, come in primo luogo Genova e la Liguria, ma anche Torino e il Piemonte, in passato aree qualificanti del sistema settentrionale. Non a caso, adesso quando si parla di Nord-Ovest, si propende a circoscriverlo a questi territori, laddove una volta Milano e la Lombardia erano considerate – e contabilizzate – all’interno dell’aggregato nord-occidentale. Insomma, il Nord-Ovest è identificato con quella parte del Nord dove si è sentito meno il soffio dello sviluppo.

È la Banca d’Italia a certificarlo. Nell’ultima analisi sul Piemonte (del giugno scorso), si legge che “rispetto alle altre aree del Nord e alla stessa media italiana la Regione mostra un divario di crescita, che era già emerso prima della crisi e che si è accentuato a partire dal 2008”. E ancora: “La dinamica del Piemonte è stata più debole […] soprattutto di quella delle regioni settentrionali”. Con ovvi riflessi sull’occupazione, testimoniati anche dal ridimensionamento del comparto industriale: “Il peso dell’industria manifatturiera, storicamente molto elevato in Piemonte, si è ulteriormente ridotto, scendendo in termini di addetti su valori analoghi a quelli della media del Nord”. Di positivo c’è che si è mantenuta la specializzazione nelle produzioni a medio-alto contenuto tecnologico, “mentre è rimasta lievemente più bassa delle aree di confronto la quota di attività ad alta tecnologia”.

Il quadro non è rassicurante per il Piemonte e il Nord-Ovest. Specie in una fase in cui le attese sono per una contrazione dell’attività economica. Ma le cause vengono da lontano. Tra quelle segnalate dalla Banca d’Italia due spiccano: “L’invecchiamento della popolazione” e “la più bassa qualità del capitale umano”. Nel Nord-Ovest, l’età media è ancora più elevata che nel resto d’Italia e la percentuale dei pensionati sfiora ormai quasi il terzo della popolazione totale. Ciò tuttavia non si risolve a vantaggio dei giovani, che pagano un deficit di formazione. Oggi lo scenario del Nord-Ovest è quello del declino, in linea con un orientamento in atto da almeno vent’anni. È questa l’origine dell’inquietudine che percorre la società, alla ricerca di qualcosa capace di sbloccarla e di riaccendere una prospettiva di sviluppo. Una ricerca sottesa anche alla “questione infrastrutturale” (dal Tav Torino-Lione al Terzo Valico) che ha movimentato il confronto politico delle ultime settimane.