Riuscire a prevedere il meteo con precisione grazie a supercomputer che elaborano, in tempo reale, dati che arrivano da ogni parte d’Europa: si fa già e, dal 2019, lo si farà anche in Italia, a Bologna, dove il Centro Europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ma l’acronimo con cui se ne parla tecnicamente è Ecmwf, l’organizzazione intergovernativa che in Europa si occupa di previsioni meteorologiche a medio termine) porterà i suoi super calcolatori per l’elaborazione dei big data. Il progetto è stato presentato ieri, al Tecnopolo di Bologna, un’area di 1100 metri quadrati di capannoni industriali (le pareti sono ancora coperte da bellissimi murales e si respira l’aria di un luogo abbandonato da anni) che un tempo erano adibiti all’impacchettamento delle sigarette. Al loro interno saranno istallati i datacenter che raccoglieranno informazioni meteorologiche da tutta l’Ue (la raccolta, in Italia, è realizzata dall’Aeronautica Militare), dotati della potenza di calcolo necessaria per elaborarli e rendere le previsioni meteo più precise. Un progetto che va avanti da anni. L’Italia ha partecipato alla gara internazionale nel 2016, l’aggiudicazione è arrivata a giugno del 2017: l’investimento del governo è di circa 40 milioni di euro, 12 milioni arrivano dai fondi regionali dell’Emilia Romagna per la riqualificazione energetica e infrastrutturale. In totale, quindi, si parla di 52 milioni di euro già appaltati. I lavori, infatti, dovrebbero concludersi entro il 2019, l’infrastruttura nei piano dovrebbe essere già operativa dal 2020. In realtà, i data center del centro sono già a Reading, in Gran Bretagna, dove c’è anche la sede principale dell’Ecmwf. Ufficialmente, infatti, Bologna è il luogo dove spostarsi per ingrandire la capacità di raccolta ed elaborazione. Tacitamente, però, si tratta del primo passo verso il trasferimento dell’ente in un possibile scenario post Brexit. Per un paio d’anni, i due supercomputer lavoreranno in parallelo. Poi, si sceglierà tra uno dei due.
Alitalia d’oro: fino a 30 mila euro al mese per i consulenti
All’Alitalia in crisi cronica, sull’orlo del terzo fallimento nel giro di dieci anni e che pochi giorni fa ha chiesto e ottenuto dallo Stato l’ennesimo giro di cassa integrazione per 1.360 dipendenti, ci sono dirigenti che a fine mese mettono in tasca tra i 20 e i 30 mila euro netti. Compensi decisamente rilevanti, che forse potrebbero essere considerati in linea con la politica retributiva aziendale di una compagnia aerea che scoppia di salute.
Ma non all’Alitalia che – in attesa della prossima settimana quando la terna commissariale dovrebbe inviare la relazione sulla vendita al comitato di sorveglianza del Mise – continua a perdere in media 1 milione e 700 mila euro al giorno e che è riuscita a perdere una decina di milioni perfino ad agosto, il mese delle vacche grasse per ogni azienda mondiale del trasporto aereo.
Il Fatto Quotidiano è entrato in possesso di due parcelle relative al mese di ottobre di Costanza Esclapon, responsabile della comunicazione della compagnia, e di Carlo Nardello, il capo dello staff dei tre commissari straordinari. Il compenso riconosciuto alla Esclapon è di 22.440 euro, compresi 2 mila euro di rimborso spese. Il compenso di Nardello è di 28.050 euro, mentre il suo rimborso spese è di 2.500 euro. Nelle parcelle è specificato l’oggetto della prestazione: per Esclapon si tratta di “assistenza e consulenza ai Commissari in materia di organizzazione delle attività specifiche della funzione Communications in linea con le nuove esigenze Alitalia”.
Per il capo dello staff Nardello il compenso è corrisposto per “il coordinamento di tutte le attività correlate al raggiungimento di obiettivi economici e strategici aziendali e dei rapporti con le istiutuzioni”.
Dall’Alitalia fanno notare che si tratta di contratti di consulenza il cui importo annuo totale sarebbe inferiore a quelli massimi consentiti dalle leggi per i dirigenti pubblici e che ai dirigenti in questione non sono riconosciuti benefit come l’auto di servizio e l’assicurazione.
C’è la torre, tutto fermo: 35 milioni sprecati da Fs
Le Ferrovie dello Stato stanno investendo 35 milioni di euro per costruire un terminal a Pomezia che probabilmente non servirà mai a nulla. Chiariamo subito: non si tratta della solita opera inutile, al contrario. Con i suoi 775 metri di binari in grado di ospitare i supertreni merci di 40 vagoni, il terminal di Pomezia servirebbe parecchio, considerato che intorno a esso sorge l’unica vera area industriale del Lazio con aziende del calibro di Johnson & Johnson, Procter and Gamble, Abb, Angelini, Fiorucci. Proprio in considerazione delle esigenze di queste importanti realtà industriali e di quelle di una fascia più vasta del Centro Italia, il Comune di Pomezia nel suo Piano regolatore ha qualificato come industriale l’area del terminal mentre nel 2015 il ministro dei Trasporti Graziano Delrio ha inserito Pomezia-Santa Palomba tra i 15 nuovi grandi interporti strategici italiani. Da allora, però, il progetto pontino non solo non ha fatto passi avanti, ma ne ha fatti parecchi indietro.
Un anno fa la Soprintendenza dell’area metropolitana di Roma ha bloccato tutto. In quell’area si trova una torre medievale, Tor Maggiore, una delle centinaia, forse migliaia di torri medievali che caratterizzano il paesaggio italiano. Secondo la Soprintendenza quella torre, che svetta assediata da una sfilza di depositi di carburante, vale più di tutto. Più del Piano regolatore di Pomezia, più degli investimenti milionari delle Fs per il terminale, più degli interessi economici di grandi imprese e di un’intera area industriale, più dei mille posti di lavoro che nascerebbero con l’interporto per gestire gli scambi ferroviari, i piazzali di movimentazione dei mezzi su gomma, le aree per gli stoccaggi, i magazzini di lavorazione delle merci, gli uffici, la dogana, le officine, i bar. La superficie dedicata all’interporto sarebbe di 150 ettari al massimo, ma per evitare fraintendimenti la Soprintendenza ha posto il vincolo su un’area molto più vasta, 2.200 ettari. Con una velocità insolita per un ente pubblico, appena otto giorni dopo la Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti (Pd) ha condiviso e ribadito il vincolo della Soprintendenza aggiungendo che quell’area contrappuntata da insediamenti industriali e civili a iosa, è territorio “agrario di rilevante valore” e “paesaggio dell’insediamento storico diffuso”.
In questa vicenda le date sono importanti. Il 7 luglio 2015 il Consiglio dei ministri approva il Piano strategico nazionale della portualità e della logistica e il terminale di scambio intermodale di Pomezia-Santa Palomba è uno dei 15 nodi nazionali previsti. Due anni dopo, il 18 maggio 2017, la Soprintendente dell’Area metropolitana romana, Alfonsina Russo, propone il vincolo. Il 26 maggio la Regione Lazio lo ribadisce e il 25 novembre il ministero dei Beni culturali diretto da Dario Franceschini (Pd) ci mette il timbro sulla Gazzetta ufficiale. Una settimana dopo lo stesso ministro promuove Alfonsina Russo nominandola Soprintendente dell’Area archeologica più importante d’Italia e forse del mondo, quella del Colosseo, con uno stipendio adeguato al rilievo della carica: 145 mila euro l’anno più i premi di risultato.
Nel frattempo crescono a Nord di Roma iniziative fuori da ogni programmazione pubblica e da ogni logica di gestione ordinata dei trasporti, sorta di interporti fai da te, chiamati anche “piastre logistiche” intorno ad aree molto meno industrializzate rispetto alla zona pontina. Una piastra è spuntata in collegamento con il porto di Civitavecchia che però non movimenta merci, ma i turisti delle crociere. E un interporto cresce dove già si è piazzato il gigante Amazon intorno a Passo Corese, grazie a un’intesa tra la Regione Lazio (in minoranza) e Maccaferri. Cioè il gruppo impegnato con Luca Cordero di Montezemolo nella Manifatture Sigaro Toscano e ben ammanicato con i politici, soprattutto di area emiliana, a cominciare proprio dall’ex ministro Franceschini.
Btp Italia, la miniera del Tesoro è la prigione dei risparmiatori
Da lunedì prossimo, 19 novembre, sino a giovedì 22 il Tesoro offrirà al mercato la quattordicesima emissione di BTp Italia, un “classico” tra i titoli pubblici. I Buoni di questa categoria hanno rendimenti indicizzati all’inflazione nazionale, che proteggono il capitale investito dall’erosione del carovita attraverso la rivalutazione semestrale del capitale sottoscritto. Sono strumenti finanziari molto popolari: grazie al taglio minimo da mille euro e alle “spinte” delle banche che li propongono agli sportelli (come pure alla “buona stampa” che li reclamizza) dal 26 marzo 2016 a oggi il governo ha venduto BTp Italia per 128,75 miliardi. Otto di queste emissioni quotate, del valore complessivo di 66,6 miliardi circa, sono ancora in circolazione: ma proprio i loro prezzi di Borsa mostrano che vanno maneggiati con estrema cura.
Della prossima emissione di BTp Italia non si conosce ancora il rendimento minimo garantito ma si sa già che durerà quattro anni, proteggerà il capitale anche in caso di deflazione e, come le precedenti, offrirà un “premio fedeltà”. Alle persone fisiche che l’acquisteranno all’emissione e la terranno sino a scadenza garantirà un rendimento lordo supplementare (per le precedenti pari allo lo 0,4%) calcolato sul valore nominale acquistato non rivalutato per l’inflazione. Ma un calcolo realizzato grazie alle banche dati di Skipper Informatica mostra che delle otto emissioni in circolazione le sei tranche di BTp Italia emesse dopo il 2016, in caso di rivendita ai prezzi di lunedì 12 novembre, avrebbero causato perdite variabili tra 45 e 100 euro circa ogni mille investiti, con rendimenti annui negativi tra l’1 e il 4 per cento.
La motivazione è semplice: i prezzi dei BTp sono crollati negli ultimi mesi perché alcuni investitori internazionali li vendono temendo per la capacità dell’Italia di rimborsarli. Ad aprile, prima dell’insediamento dell’attuale governo, gli investitori esteri possedevano titoli di Stato italiani per 722,2 miliardi (il 31,2% del totale), mentre ad agosto ne detenevano per 650 miliardi (il 27,9%): in quattro mesi si sono liberati di 72 miliardi comprati in gran parte da banche e assicurazioni italiane corse in soccorso del Tesoro anche per sostenere i corsi dei titoli che hanno nei loro portafogli. Una riacquisto per una somma simile alla quantità di titoli di Stato che le stesse banche italiane avevano venduto la fine del 2015 e il 30 settembre dell’anno scorso.
Come sempre, in questi casi, il mantra che chi propone ai risparmiatori i titoli di Stato ripeterà è “tenete i titoli sino alla scadenza per rivenderli alla pari, guadagnando gli interessi e il ‘premio fedeltà’”. Ma è un modo per dire agli investitori di scommettere sulla tenuta dei conti pubblici italiani e dunque, in ultima istanza, del “sistema Paese”. Esattamente il contrario di quello che negli ultimi anni e sino ad aprile hanno fatto proprio le banche italiane che nei prossimi giorni proporranno i BTp Italia.
Proprio i corsi di Borsa nascondono poi un’altra verità: esistono altri titoli pubblici agganciati all’inflazione, non italiani, che stanno rendendo meglio dei nostri. Si tratta paradossalmente dei Bund tedeschi legati al carovita della Ue, i cosiddetti Bund Ei. Questi strumenti hanno un rendimento minimo garantito ben più basso dei BTp Italia eppure, a parità di scadenza, se si guarda alle loro quotazioni alla Borsa, in sei casi su otto chi avesse comprato i Bund Ei alle stesse date delle emissioni delle tranche di BTp Italia di pari scadenza, se li avesse venduti lunedì scorso, avrebbe ottenuto rendimenti superiori a quelli realizzati con i titoli nazionali. Le uniche due tranche di titoli italiani che battono i titoli tedeschi sono le più “vecchie” del 2016. A differenza degli apparentemente più “generosi” titoli di Roma, i più “avari” Bund Ei tedeschi infatti hanno corsi di Borsa che non risentono di tensioni sul debito pubblico di Berlino.
Altro che “salva imprese” M&C, il flop di De Benedetti fa tremare i piccoli soci
Doveva essere un grande veicolo che investiva (guadagnandoci) capitali in imprese votate al successo. Nel tempo la ex Management e capitali – divenuta M&C e quotata a Piazza Affari – la creatura finanziaria personale di Carlo De Benedetti si è svuotata fino all’ultima resa. Quella di pochi giorni fa, che ha visto il veicolo liberarsi definitivamente, con perdite milionarie incluse, dell’unico suo investimento diretto: quello nella compagnia tedesca Treofan Holdings Gmbh, un gruppo da 410 milioni di ricavi e attivo nella produzione di film in polipropilene per l’industria alimentare, di cui M&C era padrona con il 98% del capitale.
Un mordi e fuggi, quello di De Benedetti, dato che appena nel 2017 la M&C era addirittura salita nel capitale di Treofan, dal 42% che deteneva da anni al 98%, comprando quote dei fondi di Goldman Sachs e Merced che avevano deciso di uscire. In pochi mesi è arrivata l’inversione: M&C ha prima venduto le attività americane del gruppo e infine l’intera società agli indiani di Jindal. Qualcosa nel fiuto del vecchio patriarca della finanza italiana deve essersi guastato per rimediare una fuga così precipitosa. Prima entra con il 42% nell’azienda tedesca, mettendola a bilancio per 41 milioni. Poi si compra il restante del capitale per altri 46 milioni. Subito dopo la decisione di uscire del tutto. Eppure era arrivata un’offerta da un fondo nel 2016 per rilevare il gruppo valutandolo 85 milioni. Carlo De Benedetti, azionista principe di M&C con il 54% del capitale posseduto dalla sua Per Spa, l’aveva rigettata al mittente ritenendola non congrua. Non solo. Aveva poi deciso di rilevare un 45% ulteriore dai fondi di Goldman Sachs e Merced. Morale: l’assalto a tappe al gruppo Treofan è costato alla finanziaria dell’Ingegnere 87 milioni di euro. Pochi mesi dall’acquisto et voilà la fuga. Come mai?
Un investimento tanto cercato per poi liberarsene in tutta fretta. Treofan non appariva affatto una storia di successo. Un margine industriale di 20 milioni su 413 milioni di ricavi, ma utile operativo in rosso e perdite per oltre 7 milioni negli ultimi due esercizi. Un patrimonio netto di 83 milioni ma debiti totali per 226 milioni. Non certo un gioiellino. Un vero e proprio flop per l’ingegnere. Se la sua iniziativa fosse tutta privata si potrebbe fare spallucce, ma M&C è quotata e il 22% del capitale è in mano a piccoli azionisti che, dalla prima notizia della cessione di Treofan ad agosto, hanno visto precipitare il titolo da 0,177 euro a 0,052.
La risposta della Borsa riflette il boomerang dell’affare tedesco. M&C ha dovuto svalutare più volte il valore del suo investimento: l’ultima sforbiciata è stata di 29 milioni, tanto da portare il valore del 98% di Treofan a soli 18,5 milioni contro gli 87 spesi per rilevarla. L’ultimo bilancio di M&C Spa si è chiuso con una perdita di 31,4 milioni. Certo qualcosa M&C porterà a casa. Il prezzo di cessione è simbolico, solo 500 mila euro, ma la finanziaria potrà contare sulla restituzione di un prestito soci da 29 milioni; più un dividendo da 19,9 milioni. Si stimano quinci circa 50 milioni.
Ma parte di questi soldi vanno a rimborsare un prestito della Popolare di Sondrio che dagli iniziali 25 milioni è sceso a 17 milioni. In ogni caso una trentina di milioni sono andati bruciati nell’avventura lampo tedesca. Non proprio un bell’epilogo per il fondo salva imprese, come fu ribattezzato, per il quale a un certo punto era stato annunciato anche l’ingresso del grande nemico Silvio Berlusconi (operazione poi sfumata).
Il patrimonio netto di M&C è sceso a 30 milioni dagli oltre 60 iniziali e la società si trova nelle more del 2446 del Codice civile. Non solo ma il 14% del capitale di M&C se l’è comprato la stessa società. L’esborso è stato ai tempi di 50 milioni, oggi quei titoli valgono meno di 37 milioni. E M&C non ha mai dato soddisfazioni ai suoi piccoli soci. Negli ultimi 5 anni il titolo ha perso oltre il 65% del suo valore.
Diversamente è andata ai familiari dell’Ingegnere: nel passaggio tra la vecchia Cdb Web tech e la M&C presentata come fondo salva-imprese si consumò un’enorme speculazione. La Consob dopo lunghi accertamenti accertò nell’agosto del 2010 il reato di insider sui titoli di Cdb Web tech comminando sanzioni complessive per 3,5 milioni a carico di sette soggetti diversi (sei persone fisiche e una società). La società era Ca.Bim. e i soggetti fisici Davide Colaneri, Daniele Dolci, Renata Cornacchia, Augusto Girardini, Alberto Gianni, Una Donà Dalle Rose e Alessio Nati. Ben tre delle persone coinvolte erano parenti di Silvia Cornacchia, in arte Silvia Monti, moglie di De Benedetti: Renata Cornacchia (la sorella), Una Donà delle Rose (la figlia) e Alessio Nati (il genero). Per tutti, compresi i tre familiari di De Benedetti, l’addebito fu di abuso di informazioni privilegiate.
Secondo la ricostruzione della Consob, l’abuso sarebbe stato commesso nell’estate del 2005. All’epoca, il 13 luglio del 2005, il cda di Cdb Web Tech decise di avviare una nuova attività come fondo salva imprese sotto la nuova M&C. La notizia fu resa nota solo il 28 luglio successivo: in quel periodo sarebbero stati fatti acquisti ingenti da parte dei sanzionati, tra cui i familiari di Carlo De Benedetti, sul titolo Cdb Web Tech. Poi, all’indomani della pubblicazione del comunicato stampa, le posizioni sarebbero state cedute sul mercato, realizzando sensibili plusvalenze. Alla faccia del mercato e della trasparenza.
Crisi, da dove arriverà la prossima?
Se pensate di avere capito tutto della crisi dell’eurozona, c’è un libro che dovete leggere: Lo schianto, dello storico Adam Tooze. È appena uscito per Mondadori e le sue 766 pagine possono spaventare, ma ne vale la pena. La ricostruzione del decennio 2008-2018, quello della grande crisi, lascia due disturbanti certezze: la crisi dei mutui subprime americani del 2007 e quella del debito pubblico europeo tra 2010 e 2012 non erano due fenomeni diversi e neppure un caso di contagio. Era la stessa crisi, innescata dalle banche, da un modello di business che si fondava sulla negazione del principio di funzionamento dei mercati: il prezzo di un asset finanziario dipende dal rendimento e il rendimento dal rischio. Gli squilibri macroeconomici, di bilancia dei pagamenti tra Cina e Stati Uniti ma anche dentro l’eurozona, erano parte fondamentale (e in parte conseguenza) dell’evoluzione del settore bancario che aveva bisogno di gonfiare quella bolla per fare profitti, pur nella consapevolezza che tutto, prima o poi, sarebbe crollato. La tesi di Tooze è così argomentata che ridimensiona molto la narrazione prevalente, soprattutto dal lato europeo. Ciò che ha messo a rischio l’euro non è stato un difetto intrinseco al progetto della moneta unica, ma la triangolazione tra capitali cinesi che arrivano negli Usa per finanziare il debito americano, banche europee che si indebitano in dollari per sfruttare le scarse regole del mercato americano e banche americane che usano l’Europa per aggirare i vincoli dei supervisori Usa. La storia economica è spesso più efficace di qualunque modello econometrico per prevedere il futuro. Il libro di Adam Tooze ci costringe a confrontarci con una disturbante domanda: dove si sta accumulando il rischio nascosto da prezzi di mercato che, dopati dalla politica monetaria, non sono più affidabili? La frenata della crescita mondiale e i frequenti crolli dei titoli tecnologici a Wall Street potrebbero a breve offrirci poco gradevoli risposte.
Tim, la rivincita degli statalisti dopo 20 anni di orrori dei privati
La galleria degli orrori di Tim va verso la concreta possibilità che gli italiani restino senza telefono. Se vi sembra esagerato, immaginate che nel 1997, quando fu privatizzata la Telecom, qualcuno prevedesse che, grazie ai privati, nel 2018 gli italiani avrebbero avuto la peggiore connessione Internet in Europa (salvo Grecia e Cipro) e avrebbero invidiato i giga di Croazia e Bulgaria: egli sarebbe stato sottoposto a Tso. Eppure è andata così: la Bulgaria si è ripresa da 40 anni di dittatura comunista; l’Italia non solo non si è ripresa da 40 anni di statalismo democristiano, ma lo sta nuovamente invocando come antidoto al ventennio mercatista durante il quale i mitici privati si sono presi tutto ciò di pubblico che non fosse imbullonato a terra.
Ieri la galleria degli orrori ci ha riservato il triste spettacolo dell’ormai ex amministratore delegato Amos Genish, uno di quei manager che si sciacquano la bocca con la parola mercato solo se devono infliggere il contratto di solidarietà (cioè il taglio del salario) a decine di migliaia di lavoratori. Genish ieri è stato cacciato dalla maggioranza del cda non per divergenze sulle strategie ma – dicono quelli che hanno preso la decisione – per i risultati. Sotto la sua guida il terzo trimestre si è chiuso con 870 milioni di perdita; negli ultimi sei mesi il titolo in Borsa ha perso un quarto del valore; la previsione per fine anno è di un margine operativo lordo (ebitda) di centinaia di milioni inferiore agli obiettivi. Anziché dimettersi all’istante Genish si aggrappa al suo contratto a tempo indeterminato (la precarietà è un lusso che i veri signori lasciano ai poveri) e aspetta per andarsene che Telecom gli paghi una sontuosa buonuscita di qualche milione di euro. Tanto che il presidente Fulvio Conti, che pure l’ha difeso fino all’ultimo, sta valutando l’ipotesi del licenziamento per giusta causa.
Con questi esempi è comprensibile che l’Italietta derubata cerchi il riscatto nel neo-statalismo, che pure non promette niente di buono. Il governo gialloverde si è trovato a raccogliere i frutti più marci delle privatizzazioni, e tutti insieme. C’è Autostrade per l’Italia, consegnata ai Benetton a fine Anni 90, che per risparmiare sulle manutenzioni fa venire giù i viadotti. C’è Alitalia che da privata è diventata l’unica aviolinea al mondo capace di fallire ogni tanto.
E c’è il dramma di Tim. Un governo che fatica a mettere in campo due idee in croce che cosa può fare? Fa suo l’unico progetto esistente, partorito dagli odiati governi Renzi e Gentiloni: la nazionalizzazione della rete Telecom. La discussione se sia una mossa giusta o sbagliata verrà, se mai verrà, dopo aver capito se sia concretamente realizzabile.
L’idea è questa. Tim fa una scissione societaria, da una parte il business telefonico che corre sulla rete (grosso modo due terzi dei profitti) e dall’altra la rete (il restante terzo dei profitti). Essendo una scissione a ogni azionista, per ogni azione posseduta, ne verrà data una della società della rete e una della società dei servizi. A quel punto la Cassa Depositi e Prestiti conferirà alla nuova società della rete la sua Open Fiber, il mostro creato con l’Enel per dare retta all’idea meravigliosa di Matteo Renzi di usare i soldi dei contribuenti per fare concorrenza alla rete Telecom. Aggiungendo uno o due miliardi cash, la Cdp diventa azionista di controllo della nuova rete unica, così come è primo azionista di Terna, la versione elettrica della rete unica. A quel punto si crea un monopolio e i “pedaggi” per passare sulla rete non li stabilisce più il mercato ma l’Authority per le Comunicazioni attraverso il sistema detto Rab (Regulatory Asset Base). Il principio è “tanto investi, tanto ti ripago con la tariffa”.
I critici dicono che, conferendo alla rete unica il personale in esubero di Telecom e buona parte del debito scaricato sulla società dai suoi scalatori, per rendere redditizia la società ci vorranno “pedaggi” molto più alti degli attuali. I difensori del progetto dicono che con la rete unica si eliminano le duplicazioni degli investimenti che oggi per una rete tlc sono tutto, e quindi si avrebbe alta redditività senza penalizzare gli utenti.
Lo scenario è confuso. I due maggiori azionisti di Tim, la Vivendi di Vincent Bolloré e il fondo americano Elliott, si contendono la società. Elliott è favorevole all’operazione sulla rete, predicata all’orecchio benevolo di Luigi Di Maio da Franco Bassanini, oggi presidente della pubblica Open Fiber, vent’anni fa uomo forte dei governi che vollero Telecom prima privatizzata e poi scalata a ripetizione. Bolloré è invece contrario. È stato il suo avvocato Sabino Cassese (vestito da padre della patria) a tuonare contro il neo-statalismo dalla prima pagina del Corriere della Sera. E se, come si pronostica, domenica prossima il cda nominerà al posto di Genish Alfredo Altavilla, l’ex braccio destro di Sergio Marchionne condurrà la trattativa con il governo Conte sapendo non solo che l’esecutivo potrebbe cadere da un giorno all’altro, ma che da gennaio in poi lui stesso potrebbe essere cacciato da un momento all’altro da Vivendi se a Bolloré riuscisse, con apposita assemblea degli azionisti, il contro-ribaltone su Elliott. Nell’eterna giostra infinita di mercatismo e statalismo, i vecchi e i nuovi insieme, per malafede o incapacità, stanno finendo di affossare l’industria italiana.
Taranto, morti due operai. A Foggia donna travolta da muletto
Giornata nera quella di ieri per le morti sul lavoro. A Taranto 2 operai sono precipitati da un’altezza di 15 metri per il ribaltamento del cestello sul quale stavano lavorando. Giovanni Palmisano, 33 anni, e Angelo D’Aversa, 54 anni, erano impegnati nella ristrutturazione di un immobile di via Galeso. Le 2 vittime non indossavano caschi di protezione né erano imbracate alla piattaforma di elevazione. A provocare il ribaltamento del cestello sarebbe stato il braccio della gru dopo essersi parzialmente sganciato per cause ancora in corso di accertamento. Inutili i tentativi di rianimazione da parte degli operatori del 118. La procura di Taranto ha aperto un’inchiesta e disposto il sequestro del mezzo. È morta invece schiacciata da un muletto guidato da un suo dipendente l’imprenditrice Rita De Vellis, di 48 anni. L’incidente è avvenuto lunedì pomeriggio nelle campagne di Torremaggiore (Foggia). Per il legale della famiglia della vittima Giampero Vellucci ci sarebbe qualcosa di anomalo: “Tutto è avvenuto in un momento di piena visibilità con un muletto che tutti sanno che osserva una velocità di percorrenza molto modesta”.
LeU addio: Speranza lancia il nuovo partito rosso-verde
“Ricostruire e cambiare la sinistra”, rifiutando “sia la deriva minoritaria e settaria della cosiddetta sinistra antagonista sia il carattere neo-liberista del Pd a guida Matteo Renzi”. È insieme un’autocritica e una dichiarazione di intenti il documento con cui Articolo 1 – Mdp annuncia il naufragio del progetto LeU – già reso inevitabile dalla fuga delle altri componenti della lista – e la nascita di una nuova forza politica in vista delle elezioni europee. “Un partito rosso-verde, autonomo e autosufficiente”, scrivono gli ex fuoriusciti dal Pd coordinati da Roberto Speranza. L’idea è quella di un fronte che parta dall’area di riferimento di Mdp, ma che si allarghi a un (eventuale) Partito democratico de-renzizzato, ai Verdi – sull’onda del rinnovato entusiasmo per gli ambientalisti in giro per l’Europa – e a chi, a sinistra, accetti di non chiudersi “in un recinto autoreferenziale”.
L’appuntamento è a Roma per il 16 dicembre, data in cui dovrebbe prendere forma il nuovo partito. Con buona pace di LeU, che avrebbe dovuto trasformarsi da listone elettorale – dove erano confluite Sinistra italiana, Mdp e Possibile – a partito, con tanto di congresso che invece, a meno di nuovi rimpasti dell’ultimo minuto, difficilmente si terrà. D’altra parte i civatiani di Possibile se ne erano già andati mesi fa, appena dopo il tonfo del 4 marzo, seguiti poi da Sinistra italiana, che alle europee sosterrà il progetto di Luigi de Magistris e che mal vede ogni possibile intesa col Pd. Così Mdp ha deciso di riorganizzarsi: “Vogliamo essere una forza di combattimento, partigiana e con uno spiccato carattere laburista, che sceglie con chiarezza di stare dalla parte del mondo del lavoro e degli esclusi per ridurre le uguaglianze”.
Altro che Tav, i veri interessi degli industriali in piazza
A qualche giorno di distanza dalla manifestazione di piazza di Torino a sostegno del Tav Torino-Lione è sempre più evidente che ci sono due livelli di quella protesta: uno nazionale e tutto politico e uno molto locale. Il treno ad alta velocità c’entra poco con entrambi. Lo dimostra anche la prima reazione del sindaco Cinque Stelle di Torino, Chiara Appendino: la sua mossa di dialogo con la piazza non è stata offrire un compromesso sul progetto della linea ferroviaria, ma andare a Roma a trattare con il ministero dello Sviluppo economico, guidato da Luigi Di Maio, il riconoscimento della città di Torino come “area di crisi industriale complessa”.
Come riporta il bollettino mensile dell’Unione industriali di Torino, l’export di auto che ha trainato finora la ripresa si è fermato. A settembre era dell’8,7 per cento inferiore allo stesso mese del 2017. Cresce ancora l’alimentare (+9,3 per cento), ma pesa la metà dell’automotive nell’insieme delle esportazioni piemontesi. In Piemonte l’azienda più grossa è ormai la Lavazza, ma anche dopo la svolta americana della Fiat-Fca se si ferma il settore auto per l’economia regionale è una catastrofe. E così la Appendino chiede che Torino venga trattata come altre aree di “crisi industriale complessa”: Porto Marghera a Venezia, Fabriano dove la Merloni è in difficoltà da anni, Sestri Ponente a Genova con la sua claudicante Fincantieri. Con il riconoscimento della qualifica di “crisi industriale complessa”, si possono attivare piani di riconversione, di formazione, ammortizzatori sociali straordinari. In una parola: soldi. Fondi nazionali e regionali che arrivano sul territorio.
Altro che corridoi intercontinentali per trasportare merci a grande velocità, quello che l’Unione degli industriali guidata da Dario Gallina e le varie associazioni imprenditoriali del territorio sperano davvero di ottenere è un po’ di quei fondi che ora finiscono in mezza Italia ma non in Piemonte (nel 2018, per esempio, c’erano 169 milioni per la cassa integrazione straordinaria per le Regioni coinvolte). Poca roba, è vero, però concreta, ma che non basta a compensare quel senso di smarrimento di una élite cittadina che, senza gli stimoli provvisori dei grandi eventi come le Olimpiadi, si vede completamente oscurata da Milano. Perfino alla cena di gala del club Bilderberg, a fine maggio dentro il Museo dell’Automobile, il discorso di benvenuto lo ha tenuto il sindaco meneghino Beppe Sala, causa assenza della Appendino. Su queste esigenze molto concrete si innestano anche traiettorie personali. Per esempio quella di Licia Mattioli, che è stata presidente dell’Unione industriali torinese, e oggi è vicepresidente della Confindustria nazionale: “Noi chiediamo che i nostri bisogni, quelli della città che poi sarebbero quelli dell’Italia tutta, vengano soddisfatti. A cominciare dalle infrastrutture, che sono e rappresentano il vero punto di partenza”. La sua impresa di gioielli non avrà mai bisogno dell’alta velocità, ma la battaglia per Torino potrebbe sicuramente aiutare il passaggio della Mattioli dalla compagnia di San Paolo ai vertici di Banca Intesa.
La Confindustria nazionale guidata da Vincenzo Boccia non ha mai fatto grandi battaglie per il Tav, più attenta a incassare benefici e riforme dagli impatti immediati. Ed è rimasta un po’ interdetta dall’evento di sabato scorso. Aveva già programmato un “consiglio generale” (una delle tante ritualità un po’ oscure agli esterni al mondo confindustriale) per il 3 dicembre: un dialogo a Torino con le associazioni territoriali e di settore, anche fuori dal perimetro di Confindustria, come quelle di commercianti e artigiani. Alcuni torinesi dell’associazione – come la Mattioli o Marco Gay – hanno spinto per un impegno sabato, ma non c’è stata l’adesione istituzionale. Boccia però è poi stato rapido a intercettare la eco politica nazionale di quella piazza, cavalcando la linea indicata dai giornali di un gruppo editoriale molto politicamente pesante ma anche molto torinese, Repubblica e Stampa (di John Elkann e Carlo De Benedetti): la piazza come inizio di una rivoluzione silenziosa contro il governo gialloverde e il ritorno dei moderati. “Come è possibile fare sviluppo se chiudi i cantieri?”, dice Boccia. Ma poi quando va in audizione in Parlamento a presentare le sue priorità per la manovra le priorità sono molto diverse dai tunnel alpini: cuneo fiscale, meno tasse, un programma di sostegno agli investimenti.
Perché per la Confindustria nazionale il problema più urgente non sono i no Tav, ma i Cinque Stelle: tra la squadra di Boccia e Luigi Di Maio non ci sono canali di comunicazione. L’associazione degli industriali non ha numeri di telefono da chiamare nel Movimento, giusto qualche presidente di commissione parlamentare. Mentre la Lega di governo è molto più attenta a costruire un rapporto con gli imprenditori a Roma e sul territorio. Ci pensano il lombardo viceministro dell’Economia Massimo Garavaglia ed Edoardo Rixi, genovese, viceministro dei Trasporti che presidia il dossier del Terzo Valico.
Pure il sottosegretario Armando Siri, con minore esperienza governativa degli altri due, dimostra attenzione.
Perché per l’associazione degli industriali di Viale dell’Astronomia il dialogo con la politica è vitale, altrimenti diventa irrilevante. E non le resterà che affittare i suoi uffici come set: ieri c’era l’attore Patrick Dempsey, l’ex dottore di Grey’s Anatomy nei corridoi a girare la serie I Diavoli. Il Tav, ammesso che qualcuno pensi davvero che si possa ancora fare, con tutto questo c’entra molto poco.