Mail Box

 

Dov’erano i “giornaloni” ai tempi di Mafia Capitale?

La polemica sulla libertà di stampa è una polemica pretestuosa di chi ha la coscienza sporca. Nessuno intende porre in discussione uno dei diritti cardine della democrazia. Ma c’è un’enorme differenza tra questa intangibile libertà e il perseguitare la Raggi come hanno fatto molti “giornaloni”, più o meno interessati o prezzolati. Ricordate che un sindaco di Roma assunse trecento persone tra parenti e amici? E lo schifo definito “mafia capitale”?

Dov’erano i giornaloni che si sono buttati a capofitto nelle critiche alla Raggi? Quindi la polemica sulla libertà di stampa è pretestuosa e sollevata per deviare i lettori dal vero problema: molti giornali hanno perseguitato la Raggi; tanto è vero che, in quei giorni, per qualsiasi accadimento si diceva “è colpa della Raggi” proprio per indicare la persecuzione giornalistica del Sindaco di Roma. Sono molto orgoglioso che il mio giornale, Il Fatto Quotidiano non lo abbia mai fatto e sia stato tra quei pochi che hanno sempre agito correttamente e onestamente .

Romano Lenzi

 

La prescrizione dovrebbe partire dall’avviso di garanzia

Si dice che la prescrizione è necessaria perché non si può tenere sulla graticola una persona per troppi anni. Domanda: perché oggi la prescrizione non parte da quando si viene rinviati a giudizio ma da quando il reato è stato commesso? Per chi commette reati amministrativi è un grande vantaggio di tempo. Ma un imputato da quand’è che si trova sulla graticola? Presumo da quando viene inviato l’avviso di garanzia e allora perlomeno, facciamola partire da quel momento la prescrizione.

I processi sono lunghi perché c’è interesse ad allungare il brodo da parte di chi quel brodo, così com’è, non lo vuole bere. Oggi, purtroppo, chi ha sete di giustizia rimane spesso a bocca asciutta.

Giulio

 

Discarica di Piombino, un’occasione mancata

Il referendum sulla discarica della mia città, Piombino, cercato a gran voce dai miei concittadini, è stato bocciato. Non condivido la decisione: si è persa una grande occasione di democrazia.

Massimo Aurioso

 

DIRITTO DI REPLICA

Con la presente si materializza l’innominato, il famigerato avvocato della signora Occhiuzzi più volte evocato dal dottor Cantone nella replica pubblicata dal Fatto il 10 novembre all’articolo del 17 ottobre scorso “Banca Etruria, i risarcimenti affidati a Kafka”, ma di cui non poteva esser proferito il nome per aver “sfottuto” – parola di Giorgio Meletti – il Collegio Arbitrale presso l’Anac che si accingeva a pronunciarsi senza aver letto i ricorsi, gli allegati e gli estratti conto. Alla fine il dott. Cantone che presiedeva il Collegio “A” il 23 ottobre si pronunciava (con lodo) riconoscendo del tutto fondate nel merito le pretese della sig. Occhiuzzi che, tuttavia, dovevano essere dimezzate nell’ammontare essendo il conto cointestato con la figlia e la somma ottenuta ulteriormente ridotta all’80% per una scelta discrezionale dello stesso Arbitro e liquidando 94.000 euro dei 205.000 investiti. Tale decisione è in conflitto con : a) il contratto con la banca che prevede che “Quando il rapporto è intestato a più persone con facoltà per le medesime di compiere operazioni anche separatamente, ciascuna di esse singolarmente può impartire ordini con piena liberazione della banca anche nei confronti degli altri cointestatari” (art.19); b) l’art.1854 del codice civile per cui “gli intestatari sono considerati creditori o debitori in solido dei saldi del conto”; c) i tre ordini d’acquisto dei titoli in contestazione firmati solo dalla madre; d) il fatto che nessun atto di causa riporti la firma della figlia della ricorrente. Il modulo di ricorso, poi, prevedeva espressamente l’indicazione di eventuali cointestatari (cosa che è avvenuta) e senza che Anac abbia avvertito che ogni cointestatario avrebbe dovuto interporre autonomo ricorso. Per digerire l’indigesto “Rito alla Cantonese” (il cui ingrediente principe è il dimezzamento coatto ed abusivo delle pretese dei ricorrenti), la signora Occhiuzzi dovrà impugnare il lodo contrario alla legge (figuriamoci all’equità) davanti alla Corte d’Appello di Roma con un ordinario giudizio che impone l’anticipazione di spese – euro 1.138,00 di contributo unificato per chiedere i circa 120.000 euro residui – e attendere almeno quattro anni. Avendo subodorato per tempo l’antifona, avevo chiesto ai parlamentari Pesco, Ruocco e Villarosa impegnati fino al primo bimestre del presente anno in favore dei liquidati delle quattro banche, di sollevare da ogni incarico definitorio l’Anac. Tanto è stato ritenuto “irrituale” dal presidente Cantone che mi avrebbe segnalato all’Ordine degli Avvocati di Roma. Ma in assenza di una precisa contestazione di illecito disciplinare nei confronti di un professionista preposto alla tutela di un bene costituzionalmente protetto come il diritto alla difesa ex art. 24 Cost (e art. 6 Cedu), la denuncia al Consiglio assume evidente finalità intimidatoria (se non manifestamente estorsiva). E in merito, fortunatamente, non sarà Anac a decidere.

Avv. Lucio Golino

L’Ici del Vaticano. Per anni i governi italiani (e pure Bruxelles) hanno coperto i privilegi

 

La Corte di Giustizia Ue ha intimato all’Italia di recuperare l’Ici non versata dalla Chiesa, riaprendo il contenzioso tra Stato e Vaticano in materia di tasse. Mentre i governi passati hanno sempre trovato alibi per non affrontare la questione, l’imbarazzato governo Conte sembra orientato a rinunciare in toto ai miliardi che spettano di diritto alle casse quasi vuote del nostro Paese. C’è l’esigenza di chiarezza e giustizia su una materia delicata, in cui dubbi e incertezze danno luogo a incomprensioni e polemiche, a volte giustificate. Se davvero dobbiamo ragionare in un’ottica di maggiore equità, c’è il dovere politico e morale di superare tutti quelli che possono essere o apparire privilegi ingiusti e immotivati. Dal punto di vista etico, dovrebbe essere il Vaticano a chiedere responsabilmente di pagare il dovuto e non essere ipocritamente disposto a parlare con il governo evitando l’irritante atteggiamento di chi si ritiene esentato da certe regole, le stesse regole, che predica, siano rispettate da altri. “Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio” sono parole del Vangelo, a quanto pare difficili da recepire, non solo dalle gerarchie vaticane, ma pure da servili governanti che confondono il concetto di fede con il concetto di giustizia sociale.

Silvano Lorenzon

 

Gentile Silvano, lei ha ragione. Per recuperare quelle somme, che l’Anci stima in 3,6 miliardi, serve una legge apposita, ma il silenzio con cui il governo ha accolto la sentenza non lascia trasparire la volontà di muoversi in questa direzione. Come spesso accade in questi casi, però, all’esecutivo in carica tocca una grana che, per la colpevole ignavia dei predecessori, presenta il conto tutto insieme. Un conto è riscuotere i soldi dovuti anno per anno, un altro è chiedere indietro l’arretrato del 2008-2012 in un colpo solo. È l’epilogo di una storia di connivenze in cui i governi italiani, ma anche Bruxelles, hanno coperto il Vaticano garantendogli un ingiusto privilegio. Prima il governo Berlusconi ha esonerato la Chiesa dal pagare l’Ici sugli immobili, poi il governo Prodi l’ha limitata alle attività “esclusivamente commerciali” (bastava avere una cappella in un albergo per venire esonerati), infine Bruxelles ha dato ragione a Roma che lamentava di non poter recuperare gli arretrati per mancanza di dati. Il governo non sembra voler aprire un nuovo fronte di scontro interno, stavolta con il Vaticano. Che pure – per bocca di Papa Francesco – si era detto disponibile a saldare l’arretrato (solo a Roma vale 20 milioni), senza però dare seguito alle promesse. Alla politica serve un gesto di coraggio, ben sapendo che ha ereditato un disastro del passato.

Carlo Di Foggia

Una patologia ancora oscura: l’uomo che anela alla recessione

Giorni di numeri, di decimali, di poderosi sforzi predittivi: il governo, le Camere, l’Ufficio parlamentare di bilancio, l’Istat, il Fondo monetario, la Commissione Ue e cento altri ancora. L’esecutivo, per dire, dice che l’anno prossimo cresceremo dell’1,5%, la Ue dell’1,2, il Fmi dell’1. E ancora: secondo il governo il deficit sarà al 2,4% del Pil, l’Upb dice 2,6 col Fondo monetario che rilancia al 2,75 e la Commissione europea che vede il 2,9. Il debito invece calerà, dice Tria; no salirà dice l’Ue o forse, se ha ragione il Fmi, rimarrà stabile. Una cosa c’è, però, su cui sono tutti d’accordo: l’economia mondiale è in frenata e quella italiana, che ne era il traino, è ferma se non peggio. A settembre la produzione industriale è calata rispetto ad agosto e i dati del commercio al dettaglio sono pessimi; a ottobre brutti numeri pure nel settore dei servizi: questi e altri pessimi segnali dimostrano che l’Italia va incontro a una fase di stagnazione, se va bene. A fronte di questo dato di realtà, sicuramente c’è chi è davvero appassionato al variare di alcuni decimali in più o in meno in questo o quell’aggregato di finanza pubblica – patologia per cui, pare, esistano certe pasticche che fanno miracoli – ma per tutti gli altri una sola sarebbe la domanda: la cura che si propone a un Paese ancora immerso nelle due crisi precedenti e la cui crescita rallenta o si ferma è un nuovo giro di consolidamento fiscale con ulteriore recessione (ricordate Monti?) e peggioramento dei fondamentali di cui si invoca invece il miglioramento? Non c’è una pasticca anche per questo?

Stampa, il vero insulto è essere pagati sei euro ad articolo

Quando arrivi a prendertela con i giornalisti vuol dire che hai esaurito tutte le altre scuse, e “lasciateci lavorare”, e “la gente non capisce”, eccetera eccetera, e sei arrivato finalmente al bar, dove vale tutto. Sia messo a verbale che per un politico attaccare la stampa è sempre un mezzo autogol e un segno di debolezza. E questo senza addentrarsi nella qualità dell’insulto: “Infimi sciacalli” (Di Maio) non è granché, mentre “puttane” (Di Battista) è sgradevole anche per motivi che coi giornalisti non c’entrano niente. Si prova una certa nostalgia per le “iene dattilografe” di D’Alema, che sposava irridente perfidia e raffinatezza stilistica, e questo per dire che si peggiora ma non si inventa niente.

La categoria è balzata su come una bestia ferita, cosa che fa periodicamente con più o meno convinzione. Si è visto vibrare orgoglio professionale, alcuni hanno fotografato il tesserino per postarlo sui social, e in generale la risposta all’attacco scomposto dei 5stelle è stata piuttosto veemente. Insomma, giù le mani dalla libera stampa. Mi associo pienamente. Anche se a tratti nella partita non si distinguevano più due cose un po’ diverse tra loro: la difesa della libertà di stampa e la difesa di una corporazione.

Poi, quando sarà passato lo tsunami di indignazione, si potrà magari discuterne meglio, a partire da due o tre cosette.

La prima riguarda la politica: dire un giorno che i giornali sono morti e non contano più niente, e il giorno dopo attaccarli come potere ostile è una palese contraddizione (comune a tutta, o quasi, la politica). Significa che il famoso disegno culturale dell’intermediazione (il mito della Rete per i grillini, ma in generale i social per tutta la politica) non sta funzionando granché. Renzi dettava la linea a colpi di tweet, ma intanto prendeva la Rai e curava i rapporti con i giornali, Salvini fa il fotomodello di se stesso e i media lo adorano. Nomine e promozioni sono terreno di battaglia. Insomma, disintermedia qui, disintermedia là, ma il parere della stampa ai politici interessa ancora parecchio.

Come dicono quelli bravi – ma sarà per consolarsi – bisogna trasformare le disgrazie in opportunità. Sarebbe bello che i giornalisti italiani, così bruscamente insultati, sfruttassero questo loro sussulto d’orgoglio e ne usassero la spinta propulsiva per riflettere un po’ su se stessi, sulla professione, sulle sue modificazioni. I dati sul precariato nella categoria fanno spavento, si scrive per otto euro, per cinque euro al pezzo, i giornalisti sotto i quarant’anni arrivano in media a sei-settecento euro al mese, c’è un vastissimo lumpen-proletariat del lavoro intellettuale, che diventa sfruttamento e ricatto professionale. I giornalisti garantiti da un contratto e da uno stipendio decoroso sono ormai una minoranza, la norma è una specie di McDonald’s dell’informazione dove si friggono notizie a basso costo.

Poi, come se non bastasse, tutti i giornalisti hanno questo destino infame: sentirsi spesso dare lezioni di giornalismo da gente che non ha mai messo piede in una redazione, che non ne sa niente. Ma loro, i giornalisti, che nelle redazioni ci stanno, che conoscono la macchina e sanno come funziona, dovrebbero accorgersi che queste forme di sfruttamento, che allungano quasi a vita l’età del precariato, nuocciono alla professione, nella sua dignità, anche più dell’insulto del politico di turno in piena crisi di nervi.

“Perché non mi scrivi una bella pagina sulla meritocrazia? Te la pago sei euro e cinquanta!”. Ecco una buona metafora di come sta messo oggi il giornalismo italiano, e si può valutare se la sua perdita di qualità non sia dovuta anche a questo. Nel dibattito sulla stampa offesa, tutto questo non c’è: solo insulti, allarmi e grida d’orgoglio ferito, politici isterici, giornalisti indignati e morta lì. Peccato.

Da rossa a Mora, ecco come sarà la nuova “Unità”

Non tutto è perduto nel mondo dell’informazione. Tra tesserini sventolati sui social da soi-disant colleghi e allarmi democratici, le più sensate risposte agli irricevibili attacchi del ministro Di Maio, le ha date Ferruccio de Bortoli (non per nulla uno che non ha bisogno di sventolare il tesserino dell’Ordine per ricordare al mondo che mestiere fa) sul Foglio: “Dovremmo cercare di fare meglio e fino in fondo il nostro mestiere. Troppo spesso nelle interviste televisive accade di vedere il microfono lasciato nelle mani del politico. Devi poter contrastare quello che ti viene detto. Bisognerebbe smettere di avere rapporti amicali con le fonti e guardare nelle pieghe della gestione del potere, cosa che il Movimento 5 Stelle evidentemente non sopporta. L’intolleranza nei confronti delle domande è tipica di chi sta al potere. Espressioni così volgari non le ricordo in passato, ma essendo questi nuovi politici più maleducati e più ignoranti dei loro predecessori non mi stupisco. Trovo più grave l’uso minaccioso dello strumento legislativo da parte del governo”.

Detto ciò, come accennavamo sopra, non tutto è perduto. E a dimostrazione che le ugualmente riprovevoli parole del cittadino semplice Alessandro Di Battista dal Nicaragua non sono poi del tutto infondate, un condannato per favoreggiamento della prostituzione si candida alla direzione di una gloriosa testata giornalistica. Lele Mora (non omonimo, proprio lui) ha annunciato di essere il prossimo direttore dell’Unità: “L’Unità è già stata comprata da due gruppi di signori che hanno abbastanza soldi e hanno un buon investimento da fare: uno dei due è un mio amico e mi ha chiesto se volevo dirigere il giornale. È già fatta, partiremo subito con un giornale online”. Aggiungendo che si tratta di “investitori stranieri, non europei, non italiani, che credono nella mia persona”, circostanza che forse spiega tutto. Siamo comunque in grado di anticiparvi il piano editoriale del nuovo direttore del quotidiano fondato da Antonio Gramsci (Gesù!) e guidato anche dal nostro primo direttore Antonio Padellaro (a cui chiediamo scusa anticipatamente per la compagnia a cui l’accostiamo). Come primo provvedimento distintivo, al posto della striscia rossa una più attuale striscia bianca in omaggio con il quotidiano. Basta con la politica politicante e gli editoriali dei funzionari di partito che nessuno legge più: meglio Tina Cipollari di Uomini e donne. Ampissimo spazio invece alla cronaca giudiziaria, di cui il direttore è un super esperto, come d’altronde di massaggi ai piedi, cui sarà dedicata una rubrica giornaliera probabilmente affidata a Fabrizio Corona (le trattative sono in corso). Per quanto riguarda le inserzioni, gli spazi maggiori saranno riservati alla pubblicità legale. La linea politica l’ha anticipata il futuro direttore (che in passato ha diretto anche saloni da parrucchiere) nel salotto di Barbara Palombelli (facendo venire un mezzo coccolone al professor Sapelli): “Sarà socialista, perché in origine era socialista”. Come lui: “Sono mussoliniano nell’anima. Nella mia casa a Bagnolo Po ho diversi busti del Duce. Mio nonno era camicia nera. Ancora oggi, con i miei genitori e le mie sorelle andiamo a pregare tutti gli anni a Predappio sulla tomba del Duce. Del fascismo mi piace tutto, proprio tutto”.

Ps: la società editrice dell’Unità (a cui il vero colpo di grazia, com’è noto, l’ha dato Matteo Renzi) ha smentito l’annuncio del compagno Mora. Forse è vero che la seconda volta la storia si ripresenta sotto forma di farsa, ma facciamo volentieri a meno di una verifica.

Salvini tra i pargoli eroe in calzamaglia

Alle note vicende sentimentali e soft core che riguardano il ministro dell’Interno della Repubblica italiana, la micidiale comunicazione salvinista ha appena agganciato un nuovo filone, diciamo così pedagogico, che inquieta e impegna assai. Lunedì sera all’ora del prosecco, la Raitre del 2018 ha mandato in onda la prima puntata di Alla lavagna!, programma in cui un personaggio famoso entra in una classe di una vera scuola e dialoga con gli alunni, e stavolta l’ospite era Matteo Salvini.

Davanti a lui, sveglissimi e informatissimi ragazzini multiculturali di otto-nove anni (chiediamo scusa, non sappiamo datare i bambini) ponevano al ministro domande insidiosissime con premesse sfidanti come “Lei ha istituito il ministero della famiglia” (informazione che deve turbare molto le nuove generazioni) su migranti, razzismo, calcio e sovranismo, il tutto per una buona mezz’ora di propaganda sui minori o meglio per mezzo di essi sfacciatissima e insulsa.

Ora, si sa che Salvini ha costantemente bisogno di affermare la sua presenza in tutti i contesti della quotidianità, coi suoi mezzadri social impegnati tutto il dì a postare foto di lepri in salmì, bufale e ravioli fumanti per far sentire al popolo quant’egli è ad esso vicino e consimile.

Ma prima della performance del maestro Matteo su Tv pubblica c’era stata, giorni fa, la doppietta esiziale costituita da un video di un auditorium di Roma pieno di 1200 bambini in delirio all’arrivo del de cuius, forse stupito egli stesso di stringere mani e distribuire carezze in un tripudio da evento Disney che Renzi e Bergoglio pagherebbero comparse per imbastire; e da una lettera manoscritta, postata dalla “Bestia” social del Capitano, a firma di un novenne di Padova folgorato dall’epifania salviniana: “Il mio idolo. Davanti a me c’era Salvini. Un uomo saggio, simpatico e gentile”. E pazienza, se una creatura di Dio ai Gormiti e a Cristiano Ronaldo preferisce il ministro dell’Interno chi siamo noi per sminuire il suo sogno; nondimeno qui c’è qualcosa che ci interroga.

Difficile che bambini di età scolare siano a conoscenza delle politiche economiche della Lega, pensino a un piano B per l’euro e vogliano mantenere a 2,4% il rapporto deficit/Pil. Più facile che questa Salvinimania collettiva abbia gocciolato diciamo dall’alto, dalla Tv alla famiglia, e che i pargoli abbiano assorbito la fascinazione per il Salvini personaggio duro ma tenero, mezzo trapper di Youtube mezzo sceriffo in calzamaglia, che dice pane al pane ma parla “da papà” (alla domanda “Molti dicono che lei è razzista, ma lei pensa davvero di esserlo?”, Matteo risponde: “No, tutt’altro”, e per fortuna non è ospite di una scuola di Lodi, dove su ordinanza della sindaca leghista i bambini figli di extracomunitari poveri sono stati esclusi dalle mense e costretti a mangiare a parte il pasto portato da casa).

Questa tendenza a coinvolgere i bambini nella costruzione della propria immagine non è certo un inedito salviniano (ci provò pure Renzi: gli scolari addestrati dalle maestre di un istituto di Siracusa gli tributarono un coro di imbarazzante piaggeria, e un’altra carrettata di ragazzini, nel 2014, furono ingaggiati da Raiuno per omaggiare il capo del governo in Un mondo d’amore, premiata trasmissione pro-Expo condotta da Vespa&Clerici).

Può darsi che i ragazzini di Raitre fossero ammaestrati da autori desiderosi di compiacere il nuovo governo (ma i 1200 osannanti nell’auditorium erano in deliquio sincero e spontaneo); in ogni caso, hanno promosso il simpaticissimo Matteo all’unanimità innalzando cartelli con emoji sorridenti in una speculare imitazione dei loro genitori su Facebook, e i più smart hanno inciso per i futuri filmati di Rai Storia commenti come “Non me lo immaginavo così alto” e “Mi ha fatto ridere quando ha detto che indossava i calzini con le paperelle”.

Se è vero quel che diceva Berlusconi, cioè che gli italiani sono bambini di seconda media neanche troppo intelligenti, la proprietà transitiva impone di considerare che l’operazione simpatia di Salvini sia parte di una propaganda destinata ai cittadini adulti; o forse è peggio di così, forse l’amore di grandi e piccini per Salvini è un fenomeno autentico uno e bino e, se è così, con questo lui e pure noi dovremo fare i conti.

La Lega: “Via dal protocollo Onu sui migranti”

Prossimo obiettivo della Lega di sfondamento: tirare fuori l’Italia dal Global Compact sulle migrazioni, il patto globale per le migrazioni dell’Onu. “Il Global Compact utilizza il tipico linguaggio burocratico delle cancellerie, zeppo di elenchi e concetti vagamente espressi. Dal titolo tuttavia si può notare un approccio nettamente in contrasto con gli obiettivi del governo italiano. Se quest’ultimo infatti è orientato ad una riduzione dei flussi verso l’Europa, il global compact si propone di gestire una migrazione continua, senza mai affrontare questioni numeriche”.

Così si legge nel rapporto presentato ieri alla Camera dal Centro studi Machiavelli, il think tank di Guglielmo Picchi, sottosegretario del Carroccio alla Farnesina, che si muove da ministro degli Esteri ombra.

Lo stesso Picchi ha organizzato l’incontro di ieri, ma non era presente perché in Israele. C’era in rappresentanza Manuel Vescovi, senatore della Lega in commissione Esteri. Il rapporto è stato fatto da Carlo Sacino, già membro del team di Gefira, think tank, in prima linea nella battaglia contro le Ong (che ha definito “la mafia in combutta con l’Unione europea”).

Il Global Compact è stato il risultato di oltre un anno di dibatti e consultazioni tra gli Stati membri dell’Onu con politici e funzionari locali, esponenti della società civile e gli stessi migranti. I governi sono chiamati a firmarlo il 10 e 11 dicembre in Marocco. Si tratta del primo accordo intergovernativo, preparato sotto l’egida delle Nazioni Unite e frutto di negoziati tra gli Stati, per gestire in modo globale e completo le dimensioni della migrazione internazionale con una particolare attenzione ai diritti dei migranti e ad uno sviluppo territoriale sostenibile.

Ma in realtà si sono già sfilati gli Stati Uniti di Donald Trump. Motivazione? Le decisioni sulle politiche dell’immigrazione devono sempre essere prese dagli americani e soltanto dagli americani. E poi, anche Australia, Ungheria e Austria. Paesi, questi ultimi due, con i quali la Lega mantiene rapporti privilegiati.

I punti del contratto di governo a cui si fa riferimento sono “una riduzione della pressione dei flussi sulle frontiere esterne”; l’ “allontanamento dei richiedenti asilo in caso di reati”; la “trasparenza nella gestione dei fondi pubblici per l’accoglienza”.

La decisione su come si comporterà l’Italia in Marocco spetta ovviamente al governo, e non solo alla Lega. Non è difficile immaginare quale posizione assumerà il ministro dell’Interno, Matteo Salvini.

La foto del premier e lo spirito dei tempi

Lo spirito di Palermo, come Giuseppe Conte ha definito il clima che si è respirato alla conferenza sulla Libia, rischia di finire fagocitato dallo spirito dei tempi. La conferenza, infatti, non può essere definita un insuccesso perché l’esito era scontato sin dall’inizio: la promessa di convocare una Conferenza nazionale, che dovrebbe tenersi a gennaio in modo da creare condizioni favorevoli a nuove elezioni. Che dipenderanno dal cessate il fuoco a Tripoli che lo stesso Salamé ha indicato come l’obiettivo ancora da raggiungere. Gli arrivi smentiti e poi confermati, i gesti eclatanti come quello turco che, in polemica proprio con Haftar ha abbandonato Palermo, sono schermaglie delle forze in campo, in particolari riflessi dello scontro in atto tra l’asse turco-qatariota e quello egiziano-saudita.

Il problema è che nessuna conferenza può compensare l’esaurimento di quel “multilateralismo” che ha funzionato negli anni grassi della globalizzazione e che, non a caso, si è incrinato proprio in seguito alla più devastante crisi economica del dopoguerra. Il ritorno al “nazionalismo” esecrato da Macron lo scorso fine settimana è iniziato quando si è cominciato a rispondere alla crisi nel chiuso delle mura di casa, cercando di far pagare il massimo prezzo al vicino. Salvo poi unirsi contro il più povero come è successo in Europa contro la Grecia.

Quanto avvenuto nel fine settimana a Parigi, con il gelo tra Francia e Usa esemplifica perfettamente questa fase. L’inutilità dell’Onu ne costituisce il riflesso e l’“America First” di Donald Trump per certi versi è più la reazione che la causa, per quanto Trump stia varcando soglie di non ritorno. In questo spirito del tempo una conferenza regionale non può ribaltare il corso delle cose. Conte può dirsi soddisfatto di aver tenuto aperto il dialogo e di essersi ritagliato un ruolo, utile anche a fini interni. Se però non cambiano i rapporti internazionali, e per ora non cambiano, non si andrà più lontano di così.

Libia, non c’è accordo. Tutto rinviato a gennaio

La stretta di mano – non è la prima – tra il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, e il capo del governo libico d’unità nazionale al Sarraj c’è stata, davanti al premier italiano Giuseppe Conte, che assicura: “La conferenza di Palermo non s’è risolta in una photo opportunity”. Ma l’incontro non ha neppure portato a impegni precisi, a risultati concreti.

Il rappresentante dell’Onu per la Libia Ghassam Salamé lo giudica “un successo”, ringrazia l’Italia, trova che c’è stato da parte dei libici “un impegno serio”. Il premier Conte vede “buone possibilità” che la Conferenza nazionale della Libia, primo passo nella roadmap Onu verso le elezioni politiche, si svolga a gennaio. Ma screzi, dispetti, incidenti di percorso non mancano. Haftar, che lunedì aveva schivato la cena, diserta la plenaria, ma assicura che al Sarraj potrà restare al suo posto fino alle prossime elezioni. La Turchia, che si dice “delusa”, lascia la riunione in anticipo perché “il Vertice è stato divisivo, qualcuno ha abusato dell’ospitalità italiana”. Il presidente egiziano al Sisi esorta a trovare “soluzioni complessive e unitarie della crisi libica”, senza schierarsi né con al Sarraj né con Haftar, che pure è un suo referente.

Nonostante la fiducia di Conte – “Sapevo che sarebbe venuto: m’aveva dato la sua parola” –, Haftar assoggetta incontri e lavori alle sue bizze: “Non parteciperemo alla conferenza neanche se durasse cento anni. Non ho nulla a che fare con questo evento”, aveva detto lunedì sera a una tv libica arrivando a Palermo. “Sono qui solo per incontrare il premier e dopo partirò immediatamente: vedo che ci sono tutti, ma non ho nulla a che fare con loro. Infatti, l’incontro con al Serraj precede l’inizio della conferenza vera e propria, presenti le delegazioni più rappresentative, Onu e Ue, Egitto e Tunisia, Russia e Francia. Assente la Turchia, che, infatti, se ne va.

Nella sessione plenaria, c’è stato uno scontro teatrale tra le delegazioni libiche. A quanto riferisce l’AdnKronos, la delegazione di al Serraj e quella del presidente dell’Alto Consiglio di Stato libico, Khaled al Meshri, sono uscite dalla sala quando doveva parlare il capo della delegazione di Haftar. Il consigliere politico del generale, Fadel al-Dib, non garantiva – a loro dire – “una rappresentanza sufficientemente qualificata”.

Scaramucce cui i libici sono abituati e ci hanno assuefatti. Ma che il clima non fosse idilliaco lo confermano Salamé, che chiede uno stop agli scambi di accuse, e il premier russo Dmitri Medvedev, secondo il quale il problema è la mancanza di rispetto per il ruolo dell’Onu. Conte cerca di vederla in positivo: “Contribuendo alla stabilizzazione della Libia facciamo un favore prima di tutto ai libici, poi a noi stessi e anche all’Europa… Questa conferenza ha fatto compiere un passo avanti, un’ulteriore tappa verso questo percorso molto articolato che l’Onu ha delineato”.

Il premier ha poi escluso che, in Libia, l’Italia abbia doppi fini economici e/o energetici: “Non intendiamo rivendicare alcuna leadership economica o politica o altro, significherebbe avere secondi fini … Siamo disponibili a valutare tutte le forme di aiuto e cooperazione che si potranno sviluppare in futuro, anche economica”, ma è “prematuro ragionare su strumenti di cooperazione specifica per i nostri imprenditori”. Ma il nodo del petrolio c’è, specie tra Italia e Francia, e non è possibile eluderlo.

Nel giudizio sulla conferenza, la politica italiana è divisa lungo crinali di partito: positivo il M5S, che accusa la stampa di non riconoscere all’evento la valenza che merita; sostanzialmente indifferente la Lega; negative le opposizioni. Deluse le organizzazioni umanitarie, soprattutto perché il tema migranti è stato sostanzialmente eluso: “Ogni tentativo da parte del governo italiano di lavorare per la stabilizzazione della Libia e un vero e pacifico percorso di riconciliazione non può che essere condivisibile – dice dall’Oxfam Paolo Pezzati –. Ma ancora una volta, a Palermo, si è girato la testa dall’altra parte, senza assumere nessun impegno concreto per il rispetto dei diritti umani di migliaia di migranti, uomini, donne e bambini, che ogni giorno sono vittime delle più orrende torture e di abusi nei centri di detenzione libici”. La pace, la stabilità, la democrazia e i migranti possono attendere.

Tel Aviv e la sindrome Shalit: l’incubo dei tunnel di Hamas

Per oltre 24 ore Israele e Hamas a Gaza sono state sul punto di varcare la “linea rossa”, un giorno e una notte ad altissima tensione come non si vedeva dalla guerra del 2014. Finalmente dopo 460 razzi sparati dall’artiglieria di Hamas e 160 raid sulle postazioni dei gruppi armati palestinesi dei caccia con la Stella di Davide, si è raggiunto ieri sera un cessate-il-fuoco lungo tutta la frontiera fra la Striscia e lo Stato ebraico.

Per sette ore il gabinetto di sicurezza israeliano presieduto dal premier Benjamin Netanyahu ha discusso se andare verso una escalation militare nella Striscia o accettare la mediazione di Egitto, Qatar e Nazioni Unite che ha portato alla tregua di ieri sera.

Tutto è nato dalla missione dei commandos israeliani intercettati da una khatiba di Hamas: nella sparatoria il colonnello israeliano che guidava l’incursione è stato ucciso, il suo vice seriamente ferito. L’intero gruppo palestinese che li affrontava è stato spazzato via: con loro anche Nur Baraka, uno dei comandanti dell’ala militare di Hamas nella Striscia. Non è chiaro se fosse lui l’obiettivo, ma Buraka, 37 anni era fratello di Suleiman, l’unico palestinese ad aver lavorato con la Nasa negli Stati Uniti, poi rientrato due anni fa per insegnare all’università. L’unità di élite dell’Idf era penetrata per 3 chilometri nella Striscia di Gaza nella zona di Khan Younis. Le forze speciali – abbigliate come arabi – stavano dando la caccia all’ingresso di due tunnel d’attacco scavati da Hamas verso Israele.

I tunnel sono stati l’incubo di Israele durante la guerra del 2014. Nel ventre sabbioso della Striscia ne sono stati scavati centinaia, ci sono quelli diretti verso Israele per colpire le fattorie che di trovano appena oltre il confine o utili per rapire qualche soldato israeliano, come avvenne nel 2006 per il caporale Shalit.

È soprattutto a questo che puntano gli strateghi di Hamas, un soldato israeliano vivo è una merce preziosa di scambio: vale almeno 1200 prigionieri palestinesi. Come ha spiegato il ministro della Difesa Avigdor Lieberman “sarà la situazione sul terreno a stabilire se la tregua reggerà o meno”. Infatti l’apparato militare israeliano nel sud del Paese è ancora mobilitato, sono stati inviati rinforzi, gruppi corazzati e un’altra batteria Iron Dome – missili anti missile – è stata dislocata nella zona. Oltre 100 dei 460 missili, razzi e mortai sparati dai gruppi armati di Gaza sono stati intercettati dalle batterie israeliane, che hanno centrato quelli diretti verso aree abitate nell’entroterra e sulla costa come Ashkelon. Ma qualche missile è passato tra le maglie dell’Iron Dome, andandosi a schiantare nei centri abitati israeliani attorno alla Striscia, su fattorie e fienili che hanno preso ad ardere come fiammiferi. Lo sciame di missili e razzi ha colpito case, scuole, bus, ha incendiato campi coltivati e aree di stoccaggio agricole. Sul versate israeliano c’è stato un morto – un palestinese di Hebron che viveva a Ashkelon sposato con una donna israeliana – e una settantina di feriti, la maggior parte dei quali verrà rapidamente dimessa dall’ospedale di Beer Sheva, il centro medico più vicino nel sud del Paese.

Sono state devastanti le incursioni del caccia israeliani, dei droni e anche delle batterie navali della Marina israeliana che hanno ancor più stretto il loro assedio via mare alla Striscia. Israele ha colpito duro ma senza eccedere, come è facilmente comprensibile fra il numero dei raid e le vittime palestinesi: sei i morti oltre il Muro di sicurezza e un centinaio i feriti. Interi isolati di Gaza City sono stati distrutti dai bombardamenti mirati, come quello che ospitava Al Aqsa TV, la televisione di Hamas nella Striscia, dove sono stati sparati colpi leggeri di avvertimento (knock on the roof, lo chiamano in gergo gli israeliani) prima del raid devastante che ha incenerito l’intero stabile appena evacuato. Ieri sera il confine appariva calmo. Di certo però non è finita qua.