Dov’erano i “giornaloni” ai tempi di Mafia Capitale?
La polemica sulla libertà di stampa è una polemica pretestuosa di chi ha la coscienza sporca. Nessuno intende porre in discussione uno dei diritti cardine della democrazia. Ma c’è un’enorme differenza tra questa intangibile libertà e il perseguitare la Raggi come hanno fatto molti “giornaloni”, più o meno interessati o prezzolati. Ricordate che un sindaco di Roma assunse trecento persone tra parenti e amici? E lo schifo definito “mafia capitale”?
Dov’erano i giornaloni che si sono buttati a capofitto nelle critiche alla Raggi? Quindi la polemica sulla libertà di stampa è pretestuosa e sollevata per deviare i lettori dal vero problema: molti giornali hanno perseguitato la Raggi; tanto è vero che, in quei giorni, per qualsiasi accadimento si diceva “è colpa della Raggi” proprio per indicare la persecuzione giornalistica del Sindaco di Roma. Sono molto orgoglioso che il mio giornale, Il Fatto Quotidiano non lo abbia mai fatto e sia stato tra quei pochi che hanno sempre agito correttamente e onestamente .
Romano Lenzi
La prescrizione dovrebbe partire dall’avviso di garanzia
Si dice che la prescrizione è necessaria perché non si può tenere sulla graticola una persona per troppi anni. Domanda: perché oggi la prescrizione non parte da quando si viene rinviati a giudizio ma da quando il reato è stato commesso? Per chi commette reati amministrativi è un grande vantaggio di tempo. Ma un imputato da quand’è che si trova sulla graticola? Presumo da quando viene inviato l’avviso di garanzia e allora perlomeno, facciamola partire da quel momento la prescrizione.
I processi sono lunghi perché c’è interesse ad allungare il brodo da parte di chi quel brodo, così com’è, non lo vuole bere. Oggi, purtroppo, chi ha sete di giustizia rimane spesso a bocca asciutta.
Giulio
Discarica di Piombino, un’occasione mancata
Il referendum sulla discarica della mia città, Piombino, cercato a gran voce dai miei concittadini, è stato bocciato. Non condivido la decisione: si è persa una grande occasione di democrazia.
Massimo Aurioso
DIRITTO DI REPLICA
Con la presente si materializza l’innominato, il famigerato avvocato della signora Occhiuzzi più volte evocato dal dottor Cantone nella replica pubblicata dal Fatto il 10 novembre all’articolo del 17 ottobre scorso “Banca Etruria, i risarcimenti affidati a Kafka”, ma di cui non poteva esser proferito il nome per aver “sfottuto” – parola di Giorgio Meletti – il Collegio Arbitrale presso l’Anac che si accingeva a pronunciarsi senza aver letto i ricorsi, gli allegati e gli estratti conto. Alla fine il dott. Cantone che presiedeva il Collegio “A” il 23 ottobre si pronunciava (con lodo) riconoscendo del tutto fondate nel merito le pretese della sig. Occhiuzzi che, tuttavia, dovevano essere dimezzate nell’ammontare essendo il conto cointestato con la figlia e la somma ottenuta ulteriormente ridotta all’80% per una scelta discrezionale dello stesso Arbitro e liquidando 94.000 euro dei 205.000 investiti. Tale decisione è in conflitto con : a) il contratto con la banca che prevede che “Quando il rapporto è intestato a più persone con facoltà per le medesime di compiere operazioni anche separatamente, ciascuna di esse singolarmente può impartire ordini con piena liberazione della banca anche nei confronti degli altri cointestatari” (art.19); b) l’art.1854 del codice civile per cui “gli intestatari sono considerati creditori o debitori in solido dei saldi del conto”; c) i tre ordini d’acquisto dei titoli in contestazione firmati solo dalla madre; d) il fatto che nessun atto di causa riporti la firma della figlia della ricorrente. Il modulo di ricorso, poi, prevedeva espressamente l’indicazione di eventuali cointestatari (cosa che è avvenuta) e senza che Anac abbia avvertito che ogni cointestatario avrebbe dovuto interporre autonomo ricorso. Per digerire l’indigesto “Rito alla Cantonese” (il cui ingrediente principe è il dimezzamento coatto ed abusivo delle pretese dei ricorrenti), la signora Occhiuzzi dovrà impugnare il lodo contrario alla legge (figuriamoci all’equità) davanti alla Corte d’Appello di Roma con un ordinario giudizio che impone l’anticipazione di spese – euro 1.138,00 di contributo unificato per chiedere i circa 120.000 euro residui – e attendere almeno quattro anni. Avendo subodorato per tempo l’antifona, avevo chiesto ai parlamentari Pesco, Ruocco e Villarosa impegnati fino al primo bimestre del presente anno in favore dei liquidati delle quattro banche, di sollevare da ogni incarico definitorio l’Anac. Tanto è stato ritenuto “irrituale” dal presidente Cantone che mi avrebbe segnalato all’Ordine degli Avvocati di Roma. Ma in assenza di una precisa contestazione di illecito disciplinare nei confronti di un professionista preposto alla tutela di un bene costituzionalmente protetto come il diritto alla difesa ex art. 24 Cost (e art. 6 Cedu), la denuncia al Consiglio assume evidente finalità intimidatoria (se non manifestamente estorsiva). E in merito, fortunatamente, non sarà Anac a decidere.
Avv. Lucio Golino