“Delle volte può capitare che, come voi attaccate violentemente, veniate attaccati violentemente con qualche affermazione lessicale che possiamo giudicare eccessiva”. Così il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha commentato le parole con cui, nei giorni scorsi, il vicepremier Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista avevano attaccato la stampa, definendo i giornalisti “pennivendoli”, “infimi sciacalli” e “puttane” dopo la sentenza di assoluzione per Virginia Raggi. Su questo tema e sulle polemiche che ne sono scaturite ospitiamo l’opinione di due colleghi.
L’intervista – Gavin Jones
Nessuno scandalo: si è responsabili di ciò che si scrive
“Non ho mai capito quest’idea che i politici non debbano criticare i giornalisti”. Viene da tutt’altra tradizione di giornalismo Gavin Jones, corrispondente inglese della Reuters da anni in Italia, ammette che “in Regno Unito difficilmente un vicepremier potrebbe insultare i giornalisti”, ma non vede mannaie governative né orizzonti cupi per la libertà di stampa italiana.
Gavin Jones, è normale che importanti esponenti politici definiscano i giornalisti “puttane” o “sciacalli”?
Di sicuro sono parole sopra le righe, ma anche i giornalisti in una democrazia hanno molto potere e non vedo lo scandalo se vengono attaccati per aver detto cose inesatte o volutamente scorrette.
Ci si aspetta però più rispetto da parte della politica.
La politica può fare cose abominevoli nei confronti della stampa. Ci sono Paesi in cui si uccidono i cronisti o li si mette in prigione, in Italia in passato si è fatto in modo che qualche giornalista non potesse più lavorare nei giornali o in televisione. Quelle sono cose gravi, quelli di Di Maio e Di Battista sono solo attacchi verbali, per quanti forti.
Perché prendersela con la categoria, anziché rispondere sul merito?
Non era un attacco alla libertà di stampa. Sul processo a Virginia Raggi sono state scritte cose difficili da giustificare. Ci sono state allusioni sessuali e riferimenti alla corruzione, è stato scritto che sarebbe stata la Mani Pulite di Roma, che era una situazione talmente disperata che la sindaca pensava di patteggiare per salvarsi.
Sbagliano quindi i giornalisti che si sentono colpiti dalle dichiarazioni dei 5 Stelle?
Io non mi sento tirato in ballo. I giornalisti non sono un blocco unico, io quando leggo certi articoli non mi sento di solidarizzare con gli autori solo perché siamo colleghi. Ognuno risponde del proprio lavoro.
Però forse chi solidarizza lo fa perché ritiene che un giorno potrebbe essere vittima degli stessi attacchi.
Potrei capire una reazione corporativa se fossimo in un Paese dove i giornalisti si sentono minacciati, se il governo impedisse a giornali e tv di criticarne l’operato. A me sembra che in Italia non siamo neanche vicini a questa situazione, tanto è vero che la maggior parte delle testate è molto dura con questo governo.
A decidere la linea editoriale però non sono certo i singoli giornalisti. E i direttori spesso rispondono a editori che fanno affari con l’oggetto degli articoli, vedi la Tav.
Di sicuro c’è un problema con l’editoria impura. Ci sono interessi economici che possono influire sul prodotto, penso anche alle Olimpiadi a Roma: come si può sapere se la linea degli articoli non fosse influenzata da chi avrebbe potuto o voluto investire nell’organizzazione?
Sbagliano obiettivo quindi i 5 Stelle?
C’è un problema che riguarda anche i giornalisti, perché troppo spesso sono de-responsabilizzati. Possono scrivere tutto e il contrario di tutto, come nel caso della Raggi, poi tanto se non si verifica ciò che hanno detto nessuno gli chiederà conto di quelle notizie sbagliate.
Ieri intanto Di Battista ha anche elencato una decina di giornalisti “liberi”. Non è sgradevole fare distinzioni con tanto di nomi e cognomi?
Sì, io credo che volesse dimostrare che non ce l’aveva con tutta la stampa quando ha insultato i giornalisti, ma una lista del genere è rischiosa, perché si elenca qualcuno ma in realtà sono tanti i giornalisti in Italia che fanno questo lavoro con coscienza e dignità.
L’intervento – Massimo Fini
Noi e l’articolo 21: servirebbe un’altra guerra (culturale)
Il presidente Mattarella, parlando al Quirinale ad alcuni studenti, ha sottolineato “il grande valore della libertà di stampa”. Giusto. E quindi male ha fatto Virginia Raggi a chiedere le scuse dei giornalisti che hanno seguito il suo caso. I giornalisti fanno il loro mestiere, sul quale si possono avere le più diverse opinioni, e il giudizio se abbiano operato bene o male spetta solo al lettore, come diceva Indro Montanelli, almeno che nel loro scrivere si siano resi responsabili di diffamazione. Ma la libertà di stampa è solo un aspetto della più generale libertà di espressione come recita espressamente l’articolo 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. La libertà di espressione del proprio pensiero non è quindi uno specifico privilegio dei giornalisti, ma appartiene a tutti i cittadini, compresi Beppe Grillo e Alessandro Di Battista a cui, con tutta evidenza, si riferiva il monito di Mattarella.
A me pare che noi italiani si viva in una grande confusione per cui nessuno più conosce quali sono i diritti e i doveri del suo ruolo pubblico e anche privato e i diritti e i doveri altrui, pubblici e anche privati. Tutto ciò deriva da un drastico abbassamento del livello culturale del nostro Paese, non solo nel settore del diritto ma in ogni ambito, la cui lunga genesi imporrebbe un saggio con cui non vogliamo ammorbare il lettore. Ma è a tutti evidente, almeno a quelli che hanno l’età per farlo, e per restare solo in politica, che lo spessore culturale di Einaudi, di Andreotti, di Fanfani, di Togliatti, di Almirante, cioè dei protagonisti politici del dopoguerra, non ha nulla a che vedere con quello dei Mattarella, dei Salvini, dei Di Maio, dei Renzi e compagnia cantante. Così come, in campo giornalistico, Montanelli e Bocca non hanno nulla a che vedere con i Feltri, i Sallusti, i Calabresi e naturalmente i Fini.
Le rimonte culturali sono le più difficili e le più lunghe. Solo uno choc, come per i nostri predecessori fu la Seconda guerra mondiale, potrebbe accorciare i tempi. Nel nostro caso, poiché di guerre, almeno nel senso tradizionale, non se ne fanno più, lo choc potrebbe venire da un collasso repentino di un modello di sviluppo, economico, tecnologico, ambientale, sociale, che ci sta togliendo l’aria e ci costringe, in qualsiasi campo noi si operi, a boccheggiare. Aspettiamo quindi, perché un sistema che si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura, è certo che, prima o poi, andrà in frantumi. Ma questo riguarderà i nipoti dei nipoti dei nostri nipoti. Noi, come in un girone dantesco, restiamo nella merda che ci siamo ampiamente meritati.