Khashoggi, la Casa Bianca “assolve” il principe Salman

Gli audio in possesso della Turchia legati all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi all’interno del consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul “non coinvolgono il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman”, sostiene John Bolton, il ‘falco’ scelto dal presidente americano Trump come consigliere per la sicurezza nazionale, citando due persone che hanno ascoltato le registrazioni. La Turchia aveva riferito di avere condiviso le registrazioni con alcuni funzionari di Ryad, Washington e altri Paesi.

La posizione assunta dalla Casa Bianca sembra una tacita replica al New York Times che ha rivelato come dopo l’omicidio del dissidente, un membro del team saudita fece una telefonata a un superiore, dicendogli: “Riferisci al tuo capo che l’operazione è andata bene”. La “squadra della morte”, come è stata soprannominata dalla stampa turca, composta da 15 membri dell’intelligence e della sicurezza fedelissimi del principe, era stata inviata a Istanbul all’alba del giorno in cui Khashoggi è stato eliminato, per poi rientrare a Ryad nel tardo pomeriggio sempre del 2 ottobre. Il New York Times, citando tre fonti a conoscenza di un audio su Khashoggi raccolto dall’intelligence turca, svela che alcuni funzionari dell’intelligence statunitense ritengono che il “capo” citato nella telefonata possa essere l’erede al trono saudita, il principe Mohammed bin Salman. L’audio, condiviso il mese scorso dalle autorità turche con il direttore della Cia, Gina Haspel, è considerato da ex funzionari dell’intelligence come una delle prove più evidenti che collegherebbero il principe Mohammed bin Salman all’uccisione di Khashoggi, anche se il Nyt evidenzia che il nome dell’erede al trono saudita non è mai stato menzionato nell’audio.

Alcuni ufficiali dell’intelligence turca, aggiunge il giornale, hanno informato le autorità statunitensi che il protagonista della telefonata è Maher Abdulaziz Mutreb e che quest’ultimo avrebbe chiamato uno dei consiglieri del principe Mohammed bin Salman.

“Una telefonata del genere è vicina ad essere una pistola fumante”, ha commentato Bruce O. Riedel, ex ufficiale della Cia ora alla Brookings Institution. “È una prova piuttosto incriminante”, ha aggiunto. Il corpo del giornalista non è mai stato ritrovato. Gli inquirenti sospettano che sia stato smembrato e sciolto nell’acido dal chirurgo forense membro del team della morte. Il quotidiano turco filo-governativo Sabah, a supporto di quanto scrive il quotidiano americano, ha pubblicato le immagini ai raggi X (fatte durante le procedure aeroportuali di imbarco) che mostrerebbero il contenuto dei bagagli dalla squadra saudita. Secondo il quotidiano contenevano anche due siringhe, due defibrillatori, un dispositivo per il disturbo intenzionale di trasmissioni.

La strana fine della poliziotta “arrabbiata”

Si chiamava Maggy Biskupski, aveva 36 anni e di mestiere faceva il poliziotto. Anzi, il poliziotto “arrabbiato”. Lunedì è stata ritrovata morta nella sua casa della periferia parigina, a Carrières-sous-Poissy. Gli inquirenti sostengono che si è sparata con la sua pistola di ordinanza. Da due anni era diventata il volto della polizia francese che si batte contro l’odio anti-flic. Nel 2016 aveva fondato Mobilisation des policiers en colère, l’associazione dei “poliziotti arrabbiati”, che denuncia i disagi della professione, l’insufficienza dei mezzi, gli insulti, le minacce quotidiane. Da alcuni anni gli agenti sono diventati anche bersagli dei terroristi. Il 13 giugno 2016, una coppia di poliziotti era stata assassinata davanti agli occhi del figlioletto di 3 anni da un radicalizzato, Larossi Abballa. Maggy era stata di servizio tutta la notte davanti alla casa delle vittime, dove si era consumato il dramma, a Magnanville. Il 7 ottobre 2016, a Viry-Châtillon, altra periferia parigina, due veicoli della polizia erano stati bruciati da un gruppo di incappucciati. Due poliziotti erano rimasti gravemente ustionati. L’episodio aveva convinto Maggy a diventare militante, non dentro un sindacato, ma creando la sua associazione. Per i media era un volto noto, i lunghi capelli castani, il modo di parlare determinato. A qualcuno nella gerarchia aveva dato fastidio e l’Ispezione della polizia nazionale aveva aperto una procedura disciplinare contro di lei per non aver rispettato “l’obbligo di riservatezza”. Cioè per aver parlato con i media senza autorizzazione.

Maggy era diventata poliziotta per vocazione: “Da piccola era un ragazzo mancato”, aveva detto a Le Figaro. La donna raccontava di come pioveva dentro al commissariato quando era brutto tempo e della “puzza di fogna” che si sentiva, delle trappole per topi e delle indennità a 98 centesimi l’ora per le nottate passate di servizio in commissariato. Oggi Maggy manca a tutti. Anche al ministro dell’Interno, Chirstophe Castaner, che ha parlato di “profonda tristezza”. Al leader dei Républicains (destra), Laurent Wauquiez, per il quale era “il simbolo di una polizia allo stremo delle forze”. A Alexis Corbière, della France Insoumise (sinistra), che pretende un’inchiesta subito per far luce sulla “sofferenza” della professione.

In realtà in Francia, stando ai dati ben noti dei sindacati della polizia, si suicidano in media 80 poliziotti ogni anno. La maggior parte di questi drammi personali passano inosservati. Il suicidio di Maggy “è solo un nuovo dramma che si aggiunge a una lunga lista”– ha detto Noam Anouar del sindacato Vigipolice su France Info

Essere la nuova Thatcher: l’ambizione di Theresa

La dancing queen ha ancora davanti una lunga battaglia dall’esito incerto, ma il risultato di ieri merita una danza di gioia. Comunque vada, Theresa May ha portato a casa il difficilissimo accordo con Bruxelles, come aveva promesso quando, accettando la nomina a primo ministro il 13 luglio 2016, si era caricata sulle spalle il peso di guidare il Regno Unito fuori dall’Unione Europea.

Primo ministro, il sogno della sua vita fin dall’adolescenza, sulle orme della idolatrata Margaret Thatcher. Coronato anche per mancanza di candidati all’altezza, con lei che la spunta, con il suo senso del dovere, su avversari più carismatici ma meno affidabili come Michael Gove e Boris Johnson. Proprio Johnson diventa, fin dall’inizio, il suo arci-nemico: un po’ a sorpresa lo nomina ministro degli Esteri, per controllarlo senza averlo troppo vicino: e lui da subito la lavora al fianco, sabotandone ogni azione.

All’inizio May, che in campagna referendaria aveva tenuto un profilo basso da tiepida Remainer, ostenta tracotanza, forse per placare gli euroscettici più fanatici. “Brexit means Brexit”, dichiara, e alza subito la posta promettendo l’abbandono di mercato unico e unione doganale e il controllo dell’immigrazione. Si circonda di falchi nei ministeri strategici: oltre a Johnson, visto da un’ala del partito come il campione della corrente anti-europea, agli Esteri sceglie Liam Fox al Commercio con l’Estero e David Davis al ministero per Brexit.

Invoca l’articolo 50 il 29 marzo 2017, dando il via a due anni di contro alla rovescia in modo prematuro, per molti avventato; come è avventato il ricorso alle elezioni anticipate a giugno 2017. Le convoca per rafforzare la propria maggioranza in vista dei negoziati con Bruxelles, ma ne esce azzoppata, tanto da doversi alleare con gli Unionisti del Dup, partito nord-irlandese che, con le sue continue rivendicazioni unioniste, complica enormemente la trattativa più complessa, quella sul confine fra le due Irlanda.

È costretta a concessioni continue sia agli unionisti che alle correnti del proprio partito più imbevute di retorica imperialista. Nel frattempo, il Regno Unito è colpito da sei attentati terroristici: la sua leadership appare fragilissima, tenuta in piedi solo dall’assenza di alternative. A dicembre 2017 riesce a chiudere una prima bozza di accordo sul divorzio con l’Ue, ma è costretta a concessioni che le costano l’ostilità politica dei suoi compagni di partito. “È un morto che cammina”, è il commento ricorrente a Westminster. A luglio scorso convoca i suoi ministri a Chequers e li convince a sostenere la sua bozza di accordo: è il piano Chequers, che prevede la permanenza temporanea nell’unione doganale. Un sostegno avvelenato: poco dopo, David Davis si dimette e il Regno Unito resta senza capo-negoziatore. Lo sostituisce rapidamente con Dominic Raab, anche lui un hard-brexiter noto per le sue gaffe, ma delega la gestione della trattativa ad Oliver Robbins, negoziatore esperto con il mandato di ammorbidire i toni. 24 ore dopo si dimette anche Boris Johnson, che dalle colonne del Telegraph, ormai senza vincoli istituzionali, amplifica gli attacchi. Il punto più basso per la May è al summit europeo di Salisburgo dello scorso settembre, dove la sua strategia per Brexit viene ignorata dai leader europei. Una bruciante umiliazione personale proprio alla vigilia del cruciale congresso dei Tories. È proprio quando tutti si aspettano la débâcle definitiva che questa donna dalle resilienza sovrumana sorprende e conquista tutti inaugurando il suo intervento a passo di danza, movenze da robot ostentate.

La Brexit alla “fase finale”: May rimanda l’ora più buia

La notizia, storica, è arrivata ieri a metà pomeriggio: l’estenuante partita a scacchi fra l’Unione europea e il Regno Unito si è finalmente conclusa; o quasi. La bozza tecnica dell’accordo di divorzio da Bruxelles “concordata”, anche se non formalizzata, è già arrivata alla segreteria di Theresa May.

I primi a rivelarlo sono gli irlandesi di RTE, i più attenti visto che l’impasse degli ultimi mesi era proprio sulla gestione del confine fra Eire e Ulster.

Poco dopo esce il comunicato di Downing Street: “Il governo si riunirà domani (oggi) alle 2 del pomeriggio per valutare la bozza di accordo raggiunto a Bruxelles, e decidere i prossimi passi. I ministri sono stati invitati a leggere a documentazione prima dell’incontro”.

Secondo fonti giornalistiche, il compromesso sul confine irlandese prevede la presenza della backstop clause, cioè della clausola di salvaguardia concordata dalle parti già a dicembre scorso per evitare il ritorno di un confine fisico fra le due Irlande.

Fino a che non sarà possibile trovare una alternativa soddisfacente, tutto il Regno Unito resterà nell’unione doganale europea, mentre per l’Irlanda del Nord sarebbe previsto un quadro regolatorio specifico con una partecipazione parziale anche al mercato unico e un allineamento più ampio ai regolamenti Ue. Resta da capire quale sia il meccanismo di revisione di questa clausola, che è stato lo snodo più ostico degli ultimi mesi.

Ieri i mercati hanno respirato, con la risalita della sterlina dopo giorni di deprezzamento rispetto al dollaro. Ma il sollievo potrebbe essere temporaneo, visto che ora la palla passa alla politica britannica e alle sue tribù. Quella dei ministri Brexiteers, che vedono il vincolo dell’unione doganale come una rinuncia alla sovranità e la sera di lunedì, in una riunione ristretta, sembrano aver concordato una posizione dura, che non esclude il no deal.

La cautela è estrema: lo rivela il fatto che ieri sera la May ha convocato a Downing Street proprio i ministri scettici di cui non può perdere l’appoggio, come il responsabile degli Esteri Jeremy Hunt o quello per Brexit, Dominic Raab, e li ha chiusi in una stanza “sicura”, dove hanno potuto consultare il documento di oltre 500 pagine senza rischi di fughe di notizie. Fuori intanto si scatenava la rabbia dei leader euroscettici.

Jacob Rees-Mogg: “Se quello che abbiamo sentito è vero, l’accordo non rispetta il programma politico conservatore e gli impegni presi dal primo ministro. Fa del Regno Unito un regno vassallo, un fallimento della posizione negoziale del governo e rischia di dividere il Regno Unito”.

Boris Johnson: “È la Cronaca di una morte annunciata. Restiamo nell’unione doganale e in ampi settori del mercato unico. Del tutto inaccettabile per chiunque creda nella democrazia”. E poi ci sono gli unionisti del Dup, che possono staccare la spina al governo e sembrano sempre più intenzionati a farlo. Ieri sera, prima ancora di aver visto il documento, hanno chiarito che, se non contiene significativi cambiamenti rispetto a quanto suggerito la scorsa settimana, non intendono supportarlo.

Il tempo stringe: la May ha bisogno che il testo venga firmato entro stasera, se vuole presentarlo al summit europeo di fine novembre. I suoi ministri sono solo il primo scoglio: le serve l’approvazione del Parlamento, dove crescono le voci critiche in tutti gli schieramenti. Come prevedibile, Jeremy Corbyn ha liquidato il compromesso con un chiaro “sembra improbabile che si tratti di un buon accordo per il paese. Se non incontra le nostre richieste e non funziona per tutto il paese, voteremo contro”.

Con il Labour, gli unionisti irlandesi, i Brexiteers e anche alcuni conservatori moderati pronti a impallinarlo, il rischio di un’uscita senza rete non è affatto escluso. La sintesi la fa, in un tweet, il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon “Se l’‘accordo’ del primo ministro non soddisfa nessuno e non riesce a coagulare una maggioranza, non dobbiamo credere alla sua propaganda che l’unica alternativa sia il no deal – dobbiamo invece cogliere l’occasione per riconsiderare altre possibilità”.

Quali? Mercoledì scorso il Parlamento scozzese ha votato 66 a 28 per una referendum sul deal finale.

Lo chiedono i Lib-Dem, alcuni dei conservatori remainer, delusi e preoccupati dall’esito dei negoziati, i padri nobili del New Labour, Tony Blair e Gordon Brown e l’85% degli iscritti al partito. E lo chiede la piazza, quei 700 mila che il 20 ottobre scorso hanno inondato il centro di Londra sotto le insegne del People’s Vote.

Sciacalli&puttane – Conte: “Parole eccessive”

“Delle volte può capitare che, come voi attaccate violentemente, veniate attaccati violentemente con qualche affermazione lessicale che possiamo giudicare eccessiva”. Così il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha commentato le parole con cui, nei giorni scorsi, il vicepremier Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista avevano attaccato la stampa, definendo i giornalisti “pennivendoli”, “infimi sciacalli” e “puttane” dopo la sentenza di assoluzione per Virginia Raggi. Su questo tema e sulle polemiche che ne sono scaturite ospitiamo l’opinione di due colleghi.

 

L’intervista – Gavin Jones

Nessuno scandalo: si è responsabili di ciò che si scrive

“Non ho mai capito quest’idea che i politici non debbano criticare i giornalisti”. Viene da tutt’altra tradizione di giornalismo Gavin Jones, corrispondente inglese della Reuters da anni in Italia, ammette che “in Regno Unito difficilmente un vicepremier potrebbe insultare i giornalisti”, ma non vede mannaie governative né orizzonti cupi per la libertà di stampa italiana.

Gavin Jones, è normale che importanti esponenti politici definiscano i giornalisti “puttane” o “sciacalli”?

Di sicuro sono parole sopra le righe, ma anche i giornalisti in una democrazia hanno molto potere e non vedo lo scandalo se vengono attaccati per aver detto cose inesatte o volutamente scorrette.

Ci si aspetta però più rispetto da parte della politica.

La politica può fare cose abominevoli nei confronti della stampa. Ci sono Paesi in cui si uccidono i cronisti o li si mette in prigione, in Italia in passato si è fatto in modo che qualche giornalista non potesse più lavorare nei giornali o in televisione. Quelle sono cose gravi, quelli di Di Maio e Di Battista sono solo attacchi verbali, per quanti forti.

Perché prendersela con la categoria, anziché rispondere sul merito?

Non era un attacco alla libertà di stampa. Sul processo a Virginia Raggi sono state scritte cose difficili da giustificare. Ci sono state allusioni sessuali e riferimenti alla corruzione, è stato scritto che sarebbe stata la Mani Pulite di Roma, che era una situazione talmente disperata che la sindaca pensava di patteggiare per salvarsi.

Sbagliano quindi i giornalisti che si sentono colpiti dalle dichiarazioni dei 5 Stelle?

Io non mi sento tirato in ballo. I giornalisti non sono un blocco unico, io quando leggo certi articoli non mi sento di solidarizzare con gli autori solo perché siamo colleghi. Ognuno risponde del proprio lavoro.

Però forse chi solidarizza lo fa perché ritiene che un giorno potrebbe essere vittima degli stessi attacchi.

Potrei capire una reazione corporativa se fossimo in un Paese dove i giornalisti si sentono minacciati, se il governo impedisse a giornali e tv di criticarne l’operato. A me sembra che in Italia non siamo neanche vicini a questa situazione, tanto è vero che la maggior parte delle testate è molto dura con questo governo.

A decidere la linea editoriale però non sono certo i singoli giornalisti. E i direttori spesso rispondono a editori che fanno affari con l’oggetto degli articoli, vedi la Tav.

Di sicuro c’è un problema con l’editoria impura. Ci sono interessi economici che possono influire sul prodotto, penso anche alle Olimpiadi a Roma: come si può sapere se la linea degli articoli non fosse influenzata da chi avrebbe potuto o voluto investire nell’organizzazione?

Sbagliano obiettivo quindi i 5 Stelle?

C’è un problema che riguarda anche i giornalisti, perché troppo spesso sono de-responsabilizzati. Possono scrivere tutto e il contrario di tutto, come nel caso della Raggi, poi tanto se non si verifica ciò che hanno detto nessuno gli chiederà conto di quelle notizie sbagliate.

Ieri intanto Di Battista ha anche elencato una decina di giornalisti “liberi”. Non è sgradevole fare distinzioni con tanto di nomi e cognomi?

Sì, io credo che volesse dimostrare che non ce l’aveva con tutta la stampa quando ha insultato i giornalisti, ma una lista del genere è rischiosa, perché si elenca qualcuno ma in realtà sono tanti i giornalisti in Italia che fanno questo lavoro con coscienza e dignità.

 

L’intervento – Massimo Fini

Noi e l’articolo 21: servirebbe un’altra guerra (culturale)

Il presidente Mattarella, parlando al Quirinale ad alcuni studenti, ha sottolineato “il grande valore della libertà di stampa”. Giusto. E quindi male ha fatto Virginia Raggi a chiedere le scuse dei giornalisti che hanno seguito il suo caso. I giornalisti fanno il loro mestiere, sul quale si possono avere le più diverse opinioni, e il giudizio se abbiano operato bene o male spetta solo al lettore, come diceva Indro Montanelli, almeno che nel loro scrivere si siano resi responsabili di diffamazione. Ma la libertà di stampa è solo un aspetto della più generale libertà di espressione come recita espressamente l’articolo 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. La libertà di espressione del proprio pensiero non è quindi uno specifico privilegio dei giornalisti, ma appartiene a tutti i cittadini, compresi Beppe Grillo e Alessandro Di Battista a cui, con tutta evidenza, si riferiva il monito di Mattarella.

A me pare che noi italiani si viva in una grande confusione per cui nessuno più conosce quali sono i diritti e i doveri del suo ruolo pubblico e anche privato e i diritti e i doveri altrui, pubblici e anche privati. Tutto ciò deriva da un drastico abbassamento del livello culturale del nostro Paese, non solo nel settore del diritto ma in ogni ambito, la cui lunga genesi imporrebbe un saggio con cui non vogliamo ammorbare il lettore. Ma è a tutti evidente, almeno a quelli che hanno l’età per farlo, e per restare solo in politica, che lo spessore culturale di Einaudi, di Andreotti, di Fanfani, di Togliatti, di Almirante, cioè dei protagonisti politici del dopoguerra, non ha nulla a che vedere con quello dei Mattarella, dei Salvini, dei Di Maio, dei Renzi e compagnia cantante. Così come, in campo giornalistico, Montanelli e Bocca non hanno nulla a che vedere con i Feltri, i Sallusti, i Calabresi e naturalmente i Fini.

Le rimonte culturali sono le più difficili e le più lunghe. Solo uno choc, come per i nostri predecessori fu la Seconda guerra mondiale, potrebbe accorciare i tempi. Nel nostro caso, poiché di guerre, almeno nel senso tradizionale, non se ne fanno più, lo choc potrebbe venire da un collasso repentino di un modello di sviluppo, economico, tecnologico, ambientale, sociale, che ci sta togliendo l’aria e ci costringe, in qualsiasi campo noi si operi, a boccheggiare. Aspettiamo quindi, perché un sistema che si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura, è certo che, prima o poi, andrà in frantumi. Ma questo riguarderà i nipoti dei nipoti dei nostri nipoti. Noi, come in un girone dantesco, restiamo nella merda che ci siamo ampiamente meritati.

La prossima Unità di Lele Mora

L’ultima tristissima puntata della saga Unità è associata al sorriso rubicondo di Lele Morà, super-agente dei Vip negli anni d’oro del berlusconismo, ex fidanzato (dice lui) di Fabrizio Corona, fascista dichiarato (anzi “mussoliniano”), protagonista dell’inchiesta Vallettopoli e condannato per evasione fiscale, bancarotta e favoreggiamento della prostituzione per un totale di 6 anni e 1 mese di reclusione (scontati per lo più ai servizi sociali). Mora in varie interviste ha detto di voler fare il direttore pur sapendo che il fondatore Antonio Gramsci “si rivolterà nella tomba”. La società Piesse, proprietaria dell’Unità – che non va in edicola da giugno 2017 – ha smentito la cessione del quotidiano comunista a Mora, ma lui insiste: “Il mio editore Marcello Silvestri è in trattativa, si sta risolvendo”. E chi è questo Silvestri? Pure lui coinvolto (e assolto) in Vallettopoli con Mora e Corona, era definito “il broker dei giornali” per l’incessante attività di compravendita di testate. Ora è a capo di una curiosa galassia di siti poco noti (Retewebitalia). Per rilanciare l’Unità ha un piano: “Riportare dichiarazioni per la Politica giornalisticamente Sintetiche” – scrive in un surreale comunicato – visto che “i tempi di lettura oggi si sono ridotti”. Un po’ come dire: la prossima Unità andrà in edicola in forma ridotta per venire incontro alle vostre facoltà mentali.

Renzi sceglie i tesorieri e si assicura la cassa

Follow the money, segui il denaro: il principio più vecchio del mondo si arricchisce di una nuova declinazione nella convulse e scomposte vicende di quel che resta nel Pd. “Segui il tesoriere”: si potrebbe sintetizzare così. Perché Matteo Renzi e i suoi fedelissimi sono particolarmente concentrati ad occupare le caselle che gestiscono soldi pubblici e non solo.

Prima di tutto, quella del Partito democratico. Il tesoriere – riconfermato anche con la gestione Maurizio Martina, che ha cambiato la segreteria, ma non l’ha sostituito – resta Francesco Bonifazi. Oltre a tenere il controllo della borsa e dunque a gestire entrate e uscite del Pd, mantiene la gestione del simbolo. Cosa non secondaria con l’ennesima scissione alle porte. Non è un caso che nella trattativa in corso con Marco Minniti verso la sua candidatura, Matteo Renzi stia insistendo proprio per la riconferma dello stesso Bonifazi.

Il bilancio del Pd del 2017 si è chiuso con un utile di circa 500 mila euro. Poca roba, ma comunque un risultato raggiunto grazie al sacrificio dei 180 dipendenti che sono stati messi in cassa integrazione.

In un momento in cui Renzi non ha un solo piano, ma varie ipotesi in campo, Bonifazi è anche tesoriere della Fondazione Eyu, ufficialmente legata al Pd, ma ormai cassaforte del renzismo (ha sostituito la Open di Alberto Bianchi in questo). Non ci pensa proprio a lasciare una delle due cariche, nonostante sia indagato per finanziamento illecito. I sospetti della Procura di Roma si concentrano sui 150 mila euro elargiti dal costruttore Luca Parnasi alla Fondazione Eyu per uno studio immobiliare che ne valeva un terzo: sarebbero in realtà destinati al Partito Democratico, ma non iscritti correttamente nei bilanci.

Nel frattempo, i Comitati civici lanciati ufficialmente da Renzi alla Leopolda si stanno strutturando. Nessuno del giro stretto dell’ex segretario fa più mistero del fatto che la strada verso l’uscita si avvicina. Dopo le Europee e le Amministrative, visto che strutturarsi prima è complicato. I Comitati hanno un presidente, che svolge anche le funzioni di tesoriere: Roberto Cociancich, ex capo scout di Matteo, poi diventato senatore, che diventò noto per aver firmato il canguro, l’escamotage tecnico già utilizzato per cancellare in un colpo solo tutti gli emendamenti alla riforma costituzionale.

Non ultimo, c’è quello del gruppo del Senato di tesoriere: si tratta di Stefano Collina, faentino alla seconda legislatura. Che si trova a gestire un tesoretto di circa 3 milioni di euro. A Palazzo Madama siedono Matteo Renzi e Francesco Bonifazi. Il capogruppo è uno dei più vicini all’ex premier, come Andrea Marcucci. Qualche prova della gestione disinvolta di quei fondi si è già avuta, con il finanziamento di una parte della riunione della corrente renziana di Salsomaggiore.

Infine, ci sono i fondi della Camera: in questo caso a gestirli è Andrea De Maria, non uno del Giglio Magico, anche se non ostile a Renzi.

Tutti in fila da Casaleggio a Milano per la blockchain

Solo business. La Casaleggio Associati ha presentato ieri a una platea di imprenditori e manager il suo rapporto su Blockchain e business, cercando di tenere fuori dalla porta la politica. Blockchain è una sorta di immenso registro digitale in cui le informazioni sono condivise senza intermediari, trasparenti e immutabili. Per alcuni, è la nuova frontiera della tecnologia e la sua affermazione, nel futuro, ci cambierà la vita come ce l’ha cambiata Internet.

Ma può la politica restare davvero fuori dalla porta, visto il ruolo svolto da Davide Casaleggio, che è presidente della Casaleggio Associati ma anche il capo dell’Associazione Rousseau, che gestisce la piattaforma di servizi che regola la vita del Movimento 5 stelle?

La blockchain è entrata nel programma d’investimenti del governo M5S-Lega che, come ha scritto ieri il Fatto, ha stanziato per innovazione, intelligenza artificiale e blockchain 15 milioni di euro all’anno per tre anni. Anche l’Unione europea, del resto, ha già impegnato nel campo 80 milioni. E ieri una deputata M5S dell’Assemblea regionale siciliana, Jose Marano, ha annunciato che la Sicilia sarà la prima regione del Mezzogiorno ad aver depositato un’iniziativa di legge che prevede l’adozione della blockchain per la tracciabilità delle filiere agro-alimentari.

Può dunque la politica restare fuori dalla porta? Qualche azienda non sarà tentata di chiedere una consulenza alla Casaleggio Associati puntando sulla sua oggettiva vicinanza agli uomini di governo? “Non possiamo impedire i cattivi pensieri di chi ritiene che la Casaleggio Associati possa avvantaggiarsi dalla politica nella sua attività privata – risponde Davide Casaleggio – Ma noi teniamo ben separati i ruoli. Un conto è l’attività dell’azienda, tutt’altro il mio impegno privato per il M5S. Non posso impedire i cattivi pensieri, come chiunque può pensare che chi scrive su un giornale sia condizionato dagli inserzionisti pubblicitari… La verità è che l’impegno politico di mio padre e mio negli ultimi anni ha semmai indebolito l’azienda, che infatti per un triennio ha chiuso in perdita”.

Della centralità della blockchain nel business del futuro sono convinti, alla Casaleggio, gli eredi di quel visionario del web che fu il fondatore dell’azienda, Gianroberto. Tanto da puntare sulla blockchain come nuovo fulcro del loro lavoro di consulenza strategica aziendale. Perché la blockchain oggi è solo un costo, ma domani sarà (o potrà essere) una risorsa, un moltiplicatore di valore. “Entro il 2015, il 10 per cento del Pil mondiale sarà generato da prodotti e servizi erogati tramite blockchain”, prevede Davide Casaleggio. Potrà diventare un sistema essenziale nelle transazioni finanziarie, nelle assicurazioni, della sanità, ma anche nel food e nel turismo, assicura Luca Eleuteri, socio della Casaleggio. Potrà essere registrata, per esempio, l’intera filiera di un prodotto alimentare, garantendo la genuinità di un prodotto. Potrà essere certificata la originalità di una merce, sconfiggendo la contraffazione e garantendo che non è stato impiegato lavoro nero. Potranno essere superati gli intermediari (Airbnb, Uber, Foodora…) mettendo in contatto diretto chi offre e chi chiede un servizio. “Negli anni ‘90 un alieno cominciò a vendere libri sul web, e inventò un nuovo business che solo oggi si è affermato. Qualcosa di simile succederà per la blockchain”. Secondo lo studio – sponsorizzato da Poste Italiane e Consulcesi Tech e realizzato con interviste a grandi aziende come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Tim, Mediaset, Amazon, Ibm Italia – il mercato globale della blockchain nel 2017 ha raggiunto i 339,5 milioni di dollari e si prevede che nel 2021 varrà 2,3 miliardi. Gli investimenti globali sono in continuo aumento, negli Stati Uniti ma anche in Europa, dove passeranno dai 400 milioni di dollari del 2017 ai 3,5 miliardi nel 2022.

Un giro di ruspa su Higuain

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Così il Capitano, fagocitato dalla necessità di apparire e rilasciare dichiarazioni su ogni argomento immaginabile, si è trovato di fronte a un dilemma etico: difendere il suo amato Milan oppure assecondare la sua immagine di uomo inflessibile? Tra politica e pallone, il nostro non ha dubbi: meglio la prima. A farne le spese stavolta è Gonzalo Higuain, attaccante rossonero che domenica sera si è fatto espellere durante la partita con la Juventus per una sceneggiata plateale nei confronti dell’arbitro. Come i poliziotti, i direttori di gara per Salvini sono sacri. E quindi per Higuain è arrivata la cazziata (vice)presidenziale: “Mi sono vergognato per il comportamento del nostro centravanti che è stato indegno. Sei pagato milioni di euro per controllarti e spero, lo dico contro il mio interesse di tifoso, che gli diano una squalifica lunga”. Il giudice sportivo ha deciso per una sospensione di due partite. “Troppo poche”, per l’inflessibile ministro dell’Interno. Che usa ancora il calcio per parlare al popolo, per inseguirlo e mostrarsi al suo livello (l’ultima volta la sua ruspa aveva asfaltato Gattuso e il povero terzino Abate). Di questo passo però i milanisti passano ai 5Stelle.

Montecitorio vuoto per il film su Cucchi. E Ilaria punge Salvini

“La verità non fa male ai carabinieri, né alla polizia, né alle forze armate. Il mio dovere è quello di mettere il riflettore dove ci sono le ingiustizie”. Così ieri il presidente della Camera Roberto Fico ha commentato la proiezione del film Sulla mia pelle, che racconta gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, nelle sale del Parlamento. All’evento, organizzato dallo stesso Fico, era presente anche famiglia di Stefano: “Questo è un giorno importante – ha detto il presidente – perché la famiglia Cucchi entra alla Camera dei deputati, così come il film di Cucchi per raccontare anche una storia che non ha ancora una verità”. Scarsa, però, l’affluenza dei parlamentari alla proiezione, complice la concomitanza di diverse votazioni nelle Commissioni. Assenza annunciata era invece quella del vicepremier Matteo Salvini, che già due giorni fa aveva declinato l’invito sostenendo di avere altri impegni. “La mia famiglia – ha detto Ilaria Cucchi – si è sempre fidata delle istituzioni, a differenza della guerra in corso che si vuol far credere”. La sorella di Stefano, sollecitata a commentare l’assenza del ministro degli Interni, ha poi specificato: “Fiducia nelle istituzioni? Sì, ma mi riferisco a quella parte sana”.