Agenzia spaziale: giochi politici e ricerca c’entrano poco con la cacciata Battiston

Un siluramento che ha decisamente diviso: diviso il governo, tra Lega promotrice e Cinque Stelle ignari, l’opinione pubblica tra sostenitori dell’autorevolezza e scettici, gli esperti tra sostenitori di uno spazio orientato alla ricerca e uno orientato alla difesa. La revoca di Roberto Battiston da presidente dell’Asi, l’Agenzia spaziale italiana, ha puntato il faro su un personaggio che per anni, nel bene e nel male, i media hanno lasciato lavorare indisturbato. Fino a che non è diventato un caso di governo.

L’accademico. Battiston è un fisico sperimentale, specializzato nel campo della fisica fondamentale e delle particelle elementari. Ha una cattedra all’Università di Trento. La sua è quindi una vocazione per lo più votata alla ricerca scientifica. Giusto. Ma l’Asi, è il ragionamento dei tecnici, è una macchina complessa, sull’agenzia convogliano interessi strategici di difesa e, soprattutto, quelli industriali. In pratica, sostenere che in Asi sia fondamentale la sola ricerca scientifica non basta a rendere quello di Battiston il nome più adatto. Tanto più se si tiene conto che aveva già affrontato un mandato pieno.

Il peso in Esa.Una delle critiche che gli sono state rivolte riguarda il peso che, durante il suo mandato, l’agenzia spaziale ha avuto nel contesto europeo, in particolare in seno all’Agenzia spaziale europea. L’Italia ha perso tre direttorati, ne ha conservato uno solo – come Belgio e Svizzera che contribuiscono in Esa con circa il 3% – nonostante sia la terza a contribuire economicamente all’Agenzia europea, dopo Germania e Francia, con circa il 13 %. E nonostante le trattative informali portate avanti per mesi anche sotto l’occhio del ministero degli Esteri che, all’Esa, ha i suoi funzionari e ha seguito da vicino la selezione senza però poter intervenire. Inoltre, l’Italia ha votato a favore della presidenza francese al Council dell’Esa, che in pratica ne è l’organo di governo. Posizione a cui l’Italia avrebbe potuto aspirare.

Il cira. Una delle grane ereditate da Battiston è il Centro di ricerca aerospaziale di Capua, in provincia di Caserta, di cui l’Asi è primo azionista e che lo stesso Battiston, nell’ultimo anno, ha cercato di monitorare molto da vicino. Un paio di settimane fa una relazione dettagliata della Corte dei Conti ha descritto alcune criticità gestionali degli ultimi anni, ma anche la tendenza decisionale accentratrice e sostitutiva dell’agenzia spaziale in atti che, invece, prevedevano una maggiore collegialità e il voto degli altri soci, pubblici e privati.

Lotta interna. Al ministero dell’Istruzione, intanto, gli contestano vizi formali nella nomina per il suo secondo mandato (uno degli ultimi atti dell’ex ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, nella fase di transizione tra il governo uscente e quello gialloverde, che ancora non aveva giurato). Secondo i rilievi del ministero, il decreto non sarebbe stato sottoposto agli organi di controllo come previsto dalla ultima legge sullo spazio. Nei ministeri che invece hanno interessi diretti nello spazio, circolano da giorni dossier e segnalazioni su presunte irregolarità negli atti e nelle nomine fatte da Battiston dopo il suo rinnovo. Lo stesso ha spiegato di essere nel pieno delle sue funzioni, rivendicandone la legittimità. Di sicuro, la raccolta di elementi contro Battiston prosegue. Il comitato per lo Spazio della presidenza del Consiglio, da settimane ha chiesto all’agenzia spaziale la documentazione sulle trasferte e sugli accordi siglati da Asi in questi anni, ma ancora non è pervenuta (anche se non è chiaro se l’intoppo sia in Asi o in altri uffici di passaggio).

Il condono si allarga ancora. Tre mesi in più per aderire

Si allungano i tempi per aderire alla pace fiscale: fino al 31 maggio 2019 i contribuenti potranno correggere errori od omissioni e integrare non più solo le dichiarazioni fiscali presentate entro il 31 ottobre 2017, ma anche quelle relative agli anni precedenti al 2017, presentate entro i 90 giorni successivi, ovvero entro il 30 gennaio 2018. Inoltre, potrà accedere al condono anche chi ha avuto con l’Agenzia delle Entrate ricorsi parzialmente accolti. Le norme fanno parte di un pacchetto di emendamenti al decreto fiscale presentato in Commissione Finanze del Senato dal relatore Emiliano Fenu del Movimento 5 Stelle.

Gasparri-Saviano: Lega, forzisti e Pd salvano il senatore

La Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato lascia a bocca asciutta il Tribunale di Roma. Che avrebbe voluto processare Maurizio Gasparri per gli epiteti da lui riservati allo scrittore Roberto Saviano. E invece no: l’organismo di Palazzo Madama, di cui lo stesso Gasparri è presidente, ha negato semaforo verde ai giudici della Capitale. Con l’eccezione dei senatori del Movimento 5 Stelle (e dell’ex presidente Pietro Grasso) che al momento del voto si sono trovati in minoranza: anche il Carroccio, così come il Pd, ha negato l’autorizzazione a procedere per l’esponente forzista. Scena destinata a ripetersi, probabilmente, prossima settimana. Quando si deciderà il caso di Cinzia Bonfrisco della Lega che il tribunale di Verona accusa di aver favorito con la sua attività da senatrice un imprenditore che, tra l’altro, le avrebbe pagato una vacanza in Sardegna.

Il rinnovato asse Lega-Forza Italia sulla giustizia ha intanto “graziato” Gasparri. Con buona pace di Saviano che lo ha denunciato lo scorso gennaio per tre cinguettii al vetriolo che avevano preso di mira la sua ospitata in tv nella trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio. Pure lui trattato non proprio con i guanti bianchi dal senatore. Ma che cosa aveva cinguettato il Nostro? Tra il 7 e l’8 ottobre 2017 si era infervorato non poco, per la verità. In un primo tweet Gasparri aveva scritto: “Ma @fabfazio che prende milioni dei cittadini, è un verme o ricorderà a #Saviano che è pregiudicato con condanna definitiva?”. E ancora: “Cambiare canale, evitare @fabfazio che fa parlare il pregiudicato #Saviano, discaricheRai #chetempochefa”. E infine, tanto per ribadire il concetto: “Lo strapagato @fabfazio ospita a #chetempochefa il pregiudicato #Saviano che ha subito una condanna definitiva in Cassazione #Rai approva?”.

Esternazioni che avevano naturalmente provocato la reazione di Saviano. Che nella sua querela aveva precisato non aver mai riportato condanne penali. Sentitosi diffamato per il termine “pregiudicato”, si era dunque rivolto alla magistratura. Che qualche mese fa ha chiesto l’autorizzazione a procedere al Senato per essere sicuri che nel caso in questione non si applicasse l’articolo 68 della Costituzione, secondo il quale i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni. Un’insindacabilità che per essere riconosciuta, anche per le dichiarazioni fatte per esempio sulla stampa o sui social, deve avere necessariamente “un nesso funzionale con l’esercizio del mandato parlamentare”. Nesso riconosciuto ieri dalla Giunta che dunque ha ritenuto Gasparri improcessabile. Pure se aveva sparato a pallettoni contro Saviano. Sui social, certo. Ma anche in un paio di interrogazioni parlamentari. “L’offensività o meno dell’espressione usata nei tweet è del tutto irrilevante ai fini delle valutazioni che la Giunta è demandata a compiere dovendo necessariamente essere circoscritto alla valutazione della circostanza se le dichiarazioni rese extra moenia (ossia fuori da Palazzo Madama, ndr) siano o meno correlate funzionalmente con l’attività parlamentare” ha sostenuto il relatore della pratica, ossia Giuseppe Cucca del Pd.

E poco importa se Saviano non sia “pregiudicato”. Gasparri sempre nella sua memoria difensiva ha dovuto ammettere che nel linguaggio corrente il termine viene riferito a un soggetto condannato definitivamente in sede penale. Ma “è altresì vero” – ha spiegato –, che il giudice civile ha condannato al risarcimento dei danni Saviano per le “copiature”, accertando “di fatto” l’esistenza del reato di plagio. Insomma, sempre secondo lui, l’uso che si può fare del termine, “pregiudicato”, rientra nell’ambito delle “opinioni lessicali”. Su cui, comunque, il Tribunale di Roma non potrà mettere becco.

La Lega alza un altro muro. No alle manette agli evasori

Il contraente che non finge neppure di essere un alleato alza muri, ogni giorno. Sempre e comunque contro quelle proposte che per il M5S sono un comandamento. E allora la nuova contromossa della Lega che vede le difficoltà dei Cinque Stelle, esplose poi in serata sul dl Genova in Senato, è dire no alle “manette agli evasori”, come le aveva definite Luigi Di Maio. Ovvero la norma con il giro di vite che il Movimento aveva promesso per bilanciare la pace fiscale, metafora da contratto di governo per quello che in realtà è un condono. Però il Carroccio non aveva e non ha voglia di punire chi non paghi le tasse.

Anche se l’impegno sarebbe proprio lì, nel contratto che tutto dovrebbe dirimere: “Sul piano della lotta all’evasione fiscale, l’azione è volta a inasprire l’esistente quadro sanzionatorio, amministrativo e penale, per assicurare il ‘carcere vero’ per i grandi evasori”. Ma il salto dalle promesse alle realtà è talvolta ampio come un oceano. Ergo, la Lega non vuole nel decreto fiscale le norme contro gli evasori, che prevedono pene più alte e abbassano le soglie di punibilità. O almeno questo stabilivano gli articoli originariamente previsti come emendamento al disegno di legge Anticorruzione, assieme alle nuove norme sulla prescrizione. Draconiane, visto che per molte fattispecie l’entità della pene raddoppiava (e in qualche caso triplicava).

Ma i piani sono cambiati in corsa. Perché è stato già abbastanza complicato infilare nello “spazzacorrotti” il congelamento dei termini dopo la sentenza di primo grado, con le opposizioni a urlare compatti contro il ddl “ormai inammissibile”. E soprattutto la Lega che avrebbe preferito un disegno di legge apposito, e tempi diluiti. Però Luigi Di Maio è arrivato a minacciare la crisi di governo mercoledì sera, prima del vertice in cui la Lega ha inghiottito la prescrizione, in cambio però del suo rinvio al 2020 e di una condizione (politica) che è quasi un cappio al collo, ovvero la riforma del processo penale entro il dicembre del 2019. Altrimenti i leghisti sono pronti anche a far saltare la prescrizione, quindi il contratto e il governo che sorregge. Una minaccia. Sospesa sopra il sub-emendamento sulla prescrizione, riscritto così dopo l’intesa a Palazzo Chigi: “Le disposizioni (sulla prescrizione, ndr) acquistano efficacia dal 1° gennaio 2020”. Ovvero il giorno dopo la scadenza della delega al governo per rifare il processo penale.

Nell’attesa, volano ancora stracci, innanzitutto sulle manette agli evasori. Perché se ne sta discutendo anche tra i vertici di Movimento e Lega, dopo che la norma, preparata dai tecnici del ministro della Giustizia da Alfonso Bonafede, è evaporata dallo spazzacorrotti. “I sottosegretari all’Economia del Carroccio, Massimo Garavaglia e Massimo Bitonci, non ne vogliono neppure sentire parlare” è l’accusa dei grillini. E Matteo Salvini? “Lui ci ha detto più volte che ne se può discutere e che in qualche modo va fatto. Però poi i suoi vanno sempre in un’altra direzione”.

E il sospetto dei 5Stelle che i leghisti facciano un chiaro gioco delle parti. Ma nella battaglia a colpi di no e cattivi pensieri la certezza è che i tempi sono stretti. Con il dl fiscale che dovrebbe arrivare la prossima settimana in Senato. Ma chissà come. Mentre di certo sbarcherà in Aula alla Camera il ddl anticorruzione. Con la Lega che ieri sera, prima della nuova riunione sul testo delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali, lanciava segnali di pace. “Ritiremo tutti gli emendamenti su partiti e fondazioni” era l’intesa di massima con il Movimento.

Mentre Igor Iezzi, capogruppo del Carroccio in Affari costituzionali, confermava in chiaro di voler togliere dal tavolo i suoi due emendamenti per imporre la trasparenza anche alle piattaforme web, ossia a Rousseau, la casa digitale di Casaleggio e del Movimento. “Questo emendamento l’ho presentato la settimana scorsa, durante i giorni dello scontro, prima dell’accordo” ha spiegato il leghista, su questo molto sincero.

Nell’attesa, dopo la riapertura dei termini per l’inserimento della prescrizione nel ddl, in commissione sono piovuti circa 70 emendamenti. Tra cui due del 5Stelle Andrea Colletti, ex capogruppo in commissione Giustizia che aveva bollato la prescrizione nel 2020 come “una cagata pazzesca”.

Carige, il titolo crolla in Borsa: chiude a -48,65%

Non c’è pace per Carige. La banca ligure, che lunedì ha annunciato i conti dei nove mesi, chiusi con quasi 190 milioni di rosso dopo rettifiche sui crediti per oltre 200 milioni, e un rafforzamento patrimoniale da 400 milioni, ieri ha di fatto dimezzato la propria capitalizzazione. Se fino a venerdì scorso la banca valeva poco più di 200 milioni a Piazza Affari, il titolo per tutta la giornata di ieri non è riuscito a fare prezzo e ha chiuso con un tonfo del 48,6%, portando la capitalizzazione a poco più di 100 milioni. Appena lo scorso anno Carige aveva realizzato un aumento di capitale da circa 400 milioni, di cui di fatto ha già bruciato il 75%. Il cda della banca, che emetterà prossimamente un bond subordinato su cui si aprirà il paracadute dello Schema Volontario del Fondo Interbancario di Garanzia, che porterà alla sottoscrizione da parte di 320 milioni di debito subordinato in attesa dell’aumento vero e proprio, si riunirà giovedì. “Ubi interverrà al salvamento di Carige attraverso il fondo Interbancario, ma non lo farà direttamente come istituto di credito”, ha precisato in serata da Brescia il consigliere delegato di Ubi Victor Massiah ricordando “che le banche intervengono in questa situazione con soldi privati”.

È rottura con l’Ue, Italia verso l’infrazione

È la fine, ma anche un inizio. È l’epilogo dello scontro che il governo ha instaurato con la Commissione europea quando ha deciso di portare con la manovra il deficit pubblico 2019 al 2,4% del Pil. È, con buona probabilità, l’inizio della procedura d’infrazione che Bruxelles avvierà contro l’Italia, il cui iter potrebbe partire il 21 novembre.

Il governo non modifica i saldi della legge di Bilancio, come chiesto dalla Commissione, che per la prima volta nella sua storia l’ha respinta chiedendo un nuovo testo. Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato la risposta che conferma in sostanza l’intero impianto. “I saldi non cambiano”, fa sapere Palazzo Chigi. Nella risposta vengono confermate le “clausole di salvaguardia” per evitare che il deficit salga oltre il 2,4% qualora le previsioni di crescita del governo non siano confermate. La novità più rilevante è che i proventi da “dismissioni” (cioè nuove privatizzazioni) salgono da 5 a ben 17 miliardi (l’1% del Pil) per mostrare un calo più marcato del debito.

Difficile che a Bruxelles basti. Stando così le cose, contesterà all’Italia la violazione della “regola del debito”, anziché quella del deficit. In sostanza la bocciatura arriva per la mancata discesa del debito/Pil avvenuta durante i governi di Renzi e Gentiloni. Finora era sempre stata evitata perché l’esecutivo si era messo in regola riducendo, seppure di un minimo, il deficit. L’unico modo per evitare una bocciatura sarebbe stato fissare il deficit/Pil del 2019 all’1,6% che il ministro dell’Economia Giovanni Tria aveva contrattato a Bruxelles, inferiore a quello a cui chiuderà quest’anno. In sostanza una stretta fiscale mentre l’economia rallenta. “Una follia”, l’ha definita nei giorni scorsi Tria.

I saldi della manovra, insomma, non cambiano, ma il governo si impegna a non sforarli ulteriormente grazie a dei tagli automatici di spesa che però possono aggravare il rallentamento dell’economia. Il deficit resta al 2,4% con una previsione di crescita del Pil dell’1,5% nel 2019. Stime ottimistiche per Bruxelles, che ha stimato un disavanzo del 2,9% nel 2019 e del 3,1% nel 2020, e una crescita dell’1,2% nel 2019. Nei giorni scorsi Tria ha provato a sondare il terreno con l’ipotesi adeguare la stima di crescita a quella dell’Ue. Gli uffici tecnici hanno effettuato simulazioni, ma alla fine gli alleati di governo hanno chiuso a qualsiasi revisione. Anche perché ai fini della valutazione di Bruxelles non avrebbe fatto una grande differenza.

Senza nuove aperture, il 21 la Commissione potrebbe avviare l’iter della procedura. Poi la palla passerà al consiglio Ue (il primo è previsto per metà dicembre). La procedura partirà nel 2019. A differenza di quella per il deficit, sarà più vincolante perchè prevede un controllo rafforzato per spingere il Paese a varare misure che portino a un rilevante calo del debito per un triennio. In teoria dovrebbe essere pari al 5% del debito eccedente la quota del 60% del Pil: una stangata da 60 miliardi l’anno. È assolutamente inverosimile che venga applicata, così come le sanzioni previste nelle procedure d’infrazione (lo 0,5% del Pil).

Fino a tarda sera il Consiglio dei ministri ha limato la lettera di risposta che poi ha inviato a Bruxelles. L’unica novità sulle misure, fanno filtrare fonti di governo, è un “maggior stanziamento di risorse per il dissesto idrogeologico”, pari a circa 3,4 miliardi (lo 0,2% del Pil). Oggi si vedrà il primo effetto di una mossa – il rigetto del Fiscal compact – senza precedenti. Lo scontro non spaventa per ora i mercati. Lo spread è sceso a 303 punti.

I gialloverdi battuti in Senato sul condono: fronda a 5 Stelle

I romani lo sapevano millenni fa, i gialloverdi l’hanno imparato ieri: senatores boni viri, Senatus mala bestia. Questa vecchia massima s’è plasticamente riproposta ieri all’ora di cena, quando un emendamento di Forza Italia contro il condono a Ischia (una sorta di paradosso) è passato nelle commissioni riunite Ambiente e Lavori Pubblici del Senato contro il parere del governo: in sostanza, i gialloverdi incassano una modifica non voluta al decreto Genova, che intendevano approvare in fretta stamattina in via definitiva (cioè nella stessa versione della Camera).

È la prima caduta della maggioranza Lega-5Stelle e si consuma attorno a una faida interna al Movimento: è stato Luigi Di Maio a volere la definizione rapida delle pratiche di condono inevase nell’isola per la ricostruzione post-terremoto; è dentro al Movimento che quella norma ha trovato le maggiori critiche. Alla fine quel malessere è emerso quasi per caso, ma le conseguenze dell’infortunio rischiano di complicare assai la vita del governo in Senato.

L’eroe di giornata è la sconosciuta senatrice siciliana di Forza Italia Urania Papatheu: è lei a firmare un emendamento in sostanza identico a quello di Gregorio De Falco – il comandante del “torni a bordo, cazzo” portato in Senato da Di Maio – che puntava in sostanza a disapplicare, nell’esame delle domande di sanatoria, la lasca normativa del 1985.

La perdita dell’innocenza della maggioranza gialloverde avviene così. In quelle commissioni Lega e 5 Stelle possono contare su 23 senatori su 46 oltre al grillino esiliato nel Misto Carlo Martelli: tra questi ci sono Paola Nugnes e De Falco, già “dissidenti” sul decreto Sicurezza; sono i loro voti a ballare. Il paradosso è che l’emendamento del “comandante” non passa perché l’opposizione non lo vota. Quando arriva il momento di quello quasi identico a firma Papatheu, Forza Italia quasi sceglie la via dell’astensione, ma poi ci ripensa e accade l’imponderabile: Nugnes, campana e legata a Roberto Fico, si astiene; De Falco vota a favore e, con numeri così in bilico, questo basta a far passare l’emendamento.

Festeggia l’opposizione, ovviamente, mentre i vertici dei 5 Stelle schiumano rabbia: “Un fatto gravissimo”, dice Di Maio; “quello che è successo in commissione non riguarda né il governo né la maggioranza, che resta solida, ma due persone che hanno tradito l’impegno preso con i cittadini: De Falco e Nugnes – spiega il capogruppo in Senato Stefano Patuanelli – I lavori in commissione vanno avanti e in aula correggeremo questa spiacevole stortura” (che poi la “stortura” in realtà migliorava una legge scritta male).

La Lega sta eloquentemente zitta: un po’ gode delle difficoltà dell’alleato, un po’ è irritata per l’ennesima mattana a 5Stelle.

La maggioranza, in buona sostanza, ha deciso di eliminare l’emendamento dal sen fuggito durante il passaggio in Assemblea e procedere come se nulla fosse approvando il decreto, che peraltro scade entro 15 giorni, senza farlo tornare alla Camera, impegnata con la legge di Bilancio. Si vedrà se con un nuovo emendamento o, come spesso capita quando ci sono difficoltà politiche, con un voto di fiducia su un maxi-emendamento uguale al testo approvato alla Camera.

L’effetto non previsto è che la faida grillina su Ischia potrebbe rendere più difficile la vita del governo durante la sessione di Bilancio: Nugnes e De Falco sono già stati deferiti ai probiviri per la ribellione sul dl Sicurezza, ora – dicono anonimi vertici M5S all’AdnKronos – “vanno cacciati dal gruppo” (lei sospesa, lui espulso). Non una buona notizia per la maggioranza: ora Lega e 5 Stelle contano su 167 senatori più 4 nel Misto (la quota salvezza è 161), ma le slavine parlamentari quando partono sono improvvise e fatali. Basta chiedere a Prodi. In tarda serata, ad esempio, il senatore grillino Ciampolillo metteva a verbale questo: “In Commissione svelato l’inganno: il governo si oppone all’emendamento sul silenzio rifiuto. Decorsi sei mesi, quindi, tutte le pratiche si potranno intendere accettate. Il decreto Ischia in realtà sarà un gigantesco condono edilizio ad insulam”. Capito Di Maio? Senatores boni viri, Senatus mala bestia.

Traffico rifiuti Campania, perquisito il sindaco di Caserta

Ipotesi di traffici organizzati di rifiuti in Campania attraverso “un fraudolento condizionamento delle aggiudicazioni di appalti e delle scelte di pubblici amministratori e funzionari, di soggetti d’impresa e di interessi della criminalità organizzata”, intorno alle gare per la raccolta, il trasporto e lo smaltimento della spazzatura. E’ il succo di un comunicato firmato dal procuratore capo di Napoli Giovanni Melillo che spiega dove e perché ieri la Dda di Napoli e i carabinieri del Noe hanno eseguito una raffica di perquisizioni e acquisizioni atti in sette municipi, il più importante è Caserta, dove hanno perquisito anche la casa e lo studio legale del sindaco ed avvocato Carlo Marino. Dal Comune i militari hanno portato via le carte della gara d’appalto dei rifiuti ancora ferma. Visitati anche i comuni di Aversa, Recale, Sant’Arpino, Cardito, Casandrino e Casalnuovo. Risultano indagati alcuni tecnici, funzionari e amministratori. Si indaga anche sugli appalti di Campania Ambiente e di Sapna, società in house della Regione Campania e della Città Metropolitana di Napoli.

Disabile e sfrattato. “La casa? Deve attendere”

Nella capitale della Repubblica Italiana, I Municipio, Quartiere Trionfale a due passi dalle mura vaticane e cioè da un’altra capitale, stamattina ufficiali giudiziari e forza pubblica dovrebbero eseguire lo sfratto di F.M.S., 42 anni. Morosità, dovrà lasciare l’appartamento insieme alla sua compagna, a due figli adolescenti, nati da una precedente relazione con una donna che non vive più a Roma, e agli anziani genitori che lo assistono. Perché F.M.S. è disabile al 100 per cento dopo che ha avuto un ictus nel gennaio 2017, non cammina, è costretto a letto, ovviamente non lavora. Vivono con la pensione di invalidità di 800 euro quella del padre, A. B., mille euro.

“Facevo il cuoco, poi ho avuto problemi di salute, un primo sfratto, lavori precari”, racconta F.M.S.. Una storia come altre, purtroppo. Fino all’ictus. A. B. e sua moglie sono trasferiti dal figlio, ma non ce l’hanno fatta a pagare 900 euro di affitto, si sono indebitati, anche le cure costano. Ora A. B. è disperato: “Che devo fa’? Devo anda’ a occupa’ sulla Prenestina con gli extracomunitari? Io non ho niente contro gli extracomunitari però…”.

Sono seguiti da anni dai servizi sociali che fino all’ultimo sfratto hanno pagato una parte dell’affitto, hanno fatto domanda per una casa popolare, “saranno tre anni”, racconta A.B.. Ma nelle graduatorie dell’emergenza abitativa a Roma sono in 10 mila, almeno altrettanti – italiani e stranieri – vivono in alloggi occupati in una città con decine di migliaia di appartamenti, per lo più privati, sfitti. Il padre di F.M.S. si è rivolto anche alla Prefettura e, nei giorni scorsi, direttamente alla sindaca, Virginia Raggi, intercettandola al termine di una riunione a Palazzo Valentini. Lei, dopo un breve colloquio, si è fatta consegnare i documenti portati dall’anziano. Carteggi che, fa sapere il Campidoglio, sono stati inoltrati al Dipartimento politiche abitative. Si valuterà anche se la famiglia abbia già fatto domanda e quindi possa accedere al fondo regionale per le morosità incolpevoli, destinato a casi come questo.

“Si dovrà comunque tenere conto delle graduatorie per l’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica”, sottolineano da Palazzo Senatorio. “In ogni caso – aggiungono – alla famiglia verrà assicurata l’assistenza dei servizi sociali del Comune per i nuclei in condizioni di fragilità”. Se ne occuperà la sala d’emergenza sociale, evidentemente sovraccarica.

“Finora – protesta A. B. – ci hanno proposto solo di mettere la moglie e i figli in una casa famiglia e mio figlio in un centro della Caritas”. Insomma, dividono le famiglie, come fanno dopo gli sgomberi. Loro non ci andranno, “andremo – dice F. M. S. – a Morlupo”, cioè fuori Roma, da un parente. “Ma così i bambini perderanno la scuola e io la fisioterapia di cui ho assoluto bisogno”. Oggi è atteso l’ufficiale giudiziario.

Baobab, nuovo sgombero: la bomba Salvini su Roma

Lo sgombero della tendopoli per migranti in transito gestita dai volontari di Baobab Experience travalica le ragioni del semplice provvedimento di ordine pubblico e traccia una nuova linea di possibile scontro tra M5s e Lega a Roma sulla gestione degli spazi occupati in città. Ieri mattina i blindati delle forze dell’ordine sono arrivati poco dopo le 7 per smantellare l’insediamento, attivo da due anni in una radura alle spalle della nuova stazione Tiburtina, dove al momento vivevano 140 persone, per lo più africani, di passaggio nella Capitale e diretti altrove, soprattutto all’estero.

I migranti sono stati portati in Questura ed identificati per poi essere rilasciati, lo smantellamento del presidio presumibilmente li porterà a sparpagliarsi in ricoveri di fortuna. In 42 hanno accettato le soluzioni alloggiative offerte dal Campidoglio, altri 69 sono ancora in attesa del colloquio con i servizi sociali e 10 si sono allontanati volontariamente. Una situazione figlia dello stallo nella creazione di un hub per transitanti, che un accordo del 2015 tra Campidoglio e Ferrovie prevedeva nell’ex Ferrhotel di Tiburtina, progetto rimasto solo sulla carta. Bando deserto. Da quelle parti non vogliono migranti.

L’intervento delle forze dell’ordine, che contestano l’occupazione abusiva di suolo pubblico, è arrivato nel mezzo di un’interlocuzione avviata la scorsa settimana tra il Campidoglio e il Baobab, che aveva portato a ricollocare già 75 migranti in strutture ricettive in vista della chiusura.

“In tre anni abbiamo assistito 80 mila migranti, da stasera oltre 100 persone non sapranno dove dormire. Hanno portato via giovani uomini, donne e bambini riusciamo sempre a sistemarli in qualche altro modo, ma loro dove andranno da stasera?”, spiega Andrea Costa, coordinatore di Baobab Experience. In tre anni, raccontano, “siamo al ventiduesimo sgombero”. Dalla vicina via Cupa al piazzale dietro la stazione che i volontari hanno intitolato a Maslax Moxamed, un ragazzo somalo di 19 anni, passato dal Baobab nel 2016, arrivato in Belgio, rispedito indietro e morto suicida in un centro d’accoglienza.

Oltre al dato organizzativo c’è quello politico. Il vicepremier Matteo Salvini esulta: “Ordine e sicurezza, vogliamo riportare la legalità a Roma quartiere per quartiere. Faremo altri sgomberi, usando criteri oggettivi: quattro per edifici pericolanti e 23 perché hanno iniziative giudiziarie in corso. Non ci fermeremo: passeremo dalle parole ai fatti”. Il leader della Lega, dal Viminale, aumenta la pressione sul Campidoglio a 5 Stelle. La sindaca Virginia Raggi ha ricordato che c’era un accordo con la Prefettura per procedere “con un certo criterio”. Poi su La7: “Se vogliamo risolvere le occupazioni seriamente noi non possiamo pensare di spianare tutto con la ruspa, ha un grande effetto scenico ma l’effetto reale poi è quello di spostare le persone da un posto all’altro”.

Da tre anni il Comune, con l’allora commissario Francesco Paolo Tronca, ha stilato una lista di 93 edifici occupati da liberare, rivista poi dalla giunta attuale con la Prefettura: ospitano circa 10 mila persone. Mancano soluzioni abitative, fermo restando il rispetto delle graduatorie per le case popolari.

Da sinistra si invoca lo sgombero sia quello di CasaPound, il cronoprograma stilato in Prefettura mette invece in cima alla lista l’ex fabbrica di penicillina di via Tiburtina, dove centinaia di migranti vivono in condizioni precarie.