Denuncia un concorso e si uccide, ipotesi istigazione al suicidio

La Procura di Frosinone ha aperto un’indagine per istigazione al suicidio. I pm hanno disposto l’autopsia sul corpo di Luigi Vecchione, l’ingegnere meccanico e ricercatore di 43 anni che si è tolto la vita ad Alatri il 7 novembre con la pistola personalmente assemblata. Quattro ore prima della morte aveva raggiunto gli uffici della Squadra mobile di Frosinone per denunciare le presunte irregolarità in un concorso alla Sapienza di Roma. I familiari collegano il gesto alle delusioni lavorative e alle condizioni psicologiche: nel 2016 non aveva superato la selezione per un posto da tecnico amministrativo in laboratorio. I magistrati hanno ordinato il sequestro di tutto il materiale raccolto da Vecchione, su tutte le fasi della selezione, confluito nell’esposto che lo stesso aveva presentato all’Anac. L’Autorità nazionale anticorruzione, sempre del 2016, aveva deciso di trasmettere l’incartamento ai pm delle Procure di Roma e Viterbo ritenendo sussistenti profili di natura penale. “Era nostra intenzione – ha spiegato il suo legale – presentare una istanza a Piazzale Clodio per capire se era stata aperta un’inchiesta e a che punto fosse”.

“Potevo fare la stessa fine. E i miei non lo sanno”

Il finale di alcune storie spesso è legato al concetto delle sliding doors, le porte girevoli. Tra la tragedia e il lieto fine a volte è questione di dettagli. La porta di un appartamento immerso tra i rifiuti nella periferia degradata di Ancona si è aperta al momento giusto. Le cose non succedono mai per caso. La Squadra mobile locale cercava di incastrare un pusher nigeriano, molto attivo sulla piazza dorica e il blitz è stato di un tempismo perfetto. Dietro quella porta c’era lei, anconetana di 22 anni, distesa sul letto, ancora stordita dal festino tra sesso e droga della sera precedente. Secondo gli inquirenti il nigeriano, Isaac Adetifa Adejofu, 36 anni, ora in carcere con l’accusa di violenza sessuale con l’aggravante dello stato di minorata difesa della vittima, le avrebbe ceduto dosi di eroina in cambio di sesso. La polizia ha salvato la ragazza evitando un déjà vu.

Sei cosciente di aver rischiato di fare la fine di Pamela Mastropietro e Desirée Mariottini (le due giovani morte a Macerata a gennaio e Roma meno di un mese fa)?

Purtroppo sì. Mi è andata bene, ne sono consapevole. Al tempo non capivo nulla, vivevo in un mondo a parte. Ero sicura, a me non sarebbe successo.

Adetifa sostiene che voi due foste fidanzati, dunque non ti avrebbe costretto ad alcun rapporto sessuale, cosa rispondi?

Non è vero, è una persona molto violenta. Temo mi possa fare del male una volta fuori dal carcere e ho paura che i suoi amici mi vengano a cercare per aver raccontato tutto alla polizia. Fidanzati? Non ha prove, una foto insieme, dei messaggi, nulla. Sono pronta a sfidarlo.

Perché hai continuato a tornare in quella casa?

Non potevo farne a meno, quando sei dentro quel giro è difficile uscirne. Inoltre lui mi assillava, continuava a dirmi “vieni qui dai”, oppure “è tutto pronto per te”. Molte cose su Adetifa le ho scoperte dopo. Vedevo la realtà in un’altra maniera. Ero oscurata e confusa. La polizia mi ha aiutato a capire in quale situazione fossi finita.

Cos’hai provato quando in casa è arrivata la Squadra mobile?

Paura e tensione all’inizio, poi ho capito che volevano aiutarmi e piano piano mi sono liberata dei miei incubi. Adesso grazie alla Squadra mobile e alle donne della sezione Reati contro la violenza di genere e crimini d’odio, penso di aver imparato la lezione.

Come stai a una settimana da quell’episodio?

Meglio, ma su due dimensioni. Da una parte lo sconquasso di quella storia, la necessità di mollare la droga e la dipendenza da eroina; dall’altra il dover mostrare sempre il sorriso stampato in faccia.

In che senso?

I miei genitori non sanno nulla di quanto accaduto e io vivo in casa con loro. Stessa cosa al lavoro, dove devo far finta che non sia successo nulla. Ecco, il lavoro è la mia unica àncora di salvezza, se lo perdo non resta che ammazzarmi.

Pensi di essere in grado di buttarti il tuo passato di dipendenza alle spalle ora?

Da quel giorno non ho più assunto sostanze, se mi facessero delle analisi oggi risulterei pulita. In passato ho commesso degli errori, di cui mi assumo l’intera responsabilità. Se all’inizio, anni fa, sono caduta nel vortice della droga è solo colpa mia, nessuno mi ha puntato una pistola alla tempia, obbligandomi a drogarmi.

Come hai assunto eroina?

L’ho soltanto fumata, mai iniettata. Il pensiero dell’ago mi spaventa.

Adesso quindi?

Voglio cambiare vita e dimenticare il passato, già sono partita verso quella direzione. Non sono vecchia, ho appena 22 anni e una vita davanti.

I giudici e la morte di Desirée: “Non fu omicidio volontario”

Per i magistrati capitolini tutto ciò che è avvenuto in via dei Lucani, nel quartiere romano di San Lorenzo, è una sequenza di eventi concatenati gli uni agli altri: la cessione di un mix di psicofarmaci e droghe alla minorenne Desirée Mariottini, poi le violenze sessuali e infine la morte (senza neanche che venisse chiamata un’ambulanza). E da ciò l’accusa pesante di omicidio volontario: per i pm erano consapevoli che il 18 ottobre vi potesse essere un tragico epilogo. Ma la linea dura dei magistrati Maria Monteleone e Stefano Pizza non è stata condivisa dal Tribunale del Riesame, al quale hanno fatto ricorso due dei quattro nordafricani arrestati.

Per il nigeriano Chima Alinno e il senegalese Brian Minteh cade l’accusa di omicidio volontario: per i giudici non ci sono elementi sufficienti a dimostrare che i due hanno materialmente ucciso la 17enne, fornendole il mix letale. Mentre l’altra accusa, quella di violenza sessuale di gruppo, è stata derubricata in abuso sessuale aggravato dalla minore età della vittima. Resta in piedi, infine, per entrambi, il reato di spaccio. Una notizia ieri che è entrata direttamente in casa della famiglia della giovane Desirée: “Ho fiducia nel lavoro degli inquirenti – ha detto al Fatto il papà Gianluca –. I giudici avranno avuto i loro motivi per dire che Chinna e Minteh non l’hanno uccisa. Di certo qualcuno l’ha uccisa, non è possibile che alla fine non sia stato nessuno”.

L’impostazione della Procura di Roma, insomma, non trova conferma nel primo verdetto del caso.

Un ulteriore banco di prova per l’accusa in ogni modo ci sarà oggi: è infatti fissata l’udienza al Riesame per Mamadou Gara, senegalese di 26 anni, terzo arrestato di questa storia. Per un quarto uomo, Yussif Salia, classe ’75, ghanese, l’accusa di omicidio era caduta già in sede di convalida del fermo a Foggia. Ma il fascicolo passerà a Roma per competenza.

Con la decisione del Riesame di ieri, però, per i pm capitolini la partita non è affatto chiusa.

Se Alinno si è avvalso della falcoltà di non rispondere (ma al suo legale Giuseppina Tenga ha negato l’omicidio e la violenza), Minteh lo scorso 27 ottobre ha risposto alle domande del gip. Durante un interrogatorio complicato in parte per la lingua, in parte le condizioni (“è in astinenza”, ha detto il suo legale), il senegalese – in Italia da otto anni, senza fissa dimora – ha negato le accuse. “Non c’è sexual con la ragazza, cento per cento. Anche mille per cento, no sex”, ha detto più volte Minthe. Quando poi la giovane si è sentita male – continua poco dopo il senegalese – “Youssef ha detto: ‘La ragazza sta bene, sta dormendo’”. Quando il giudice fa domande più specifiche, lui dice: “Anche io drogato con un’altra droga (…) Di cosa non ricordo, io sono umano (…) come tutti”.

Durante l’interrogatorio, però, le dichiarazioni sono confuse, al punto che il suo legale interviene e gli consiglia di smettere di rispondere alle domande. “Perché io la vedo un po’ strano in questo momento”, dice l’avvocato. E poi aggiunge: “Ma è evidente che sta in astinenza”.

Dopo il deposito delle motivazioni del Riesame di ieri, la Procura farà le sue mosse. Nel frattempo, per oggi, è prevista l’udienza di convalida del fermo di Marco Mancini, l’italiano fermato dagli agenti della Squadra mobile domenica scorsa: è accusato di detenzione e cessione di stupefacenti. Di lui dei testimoni hanno detto che avrebbe portato alcune volte gli psicofarmaci in via dei Lucani. Circostanza che Mancini ha smentito.

Tangenti e appalti Anas, la “dama nera” patteggia 4 anni

Ha patteggiato una pena a 4 anni e 4 mesi oltre alla confisca di beni per 470 mila euro la cosiddetta “Dama Nera” Antonella Accroglianò, l’ex capo del coordinamento Tecnico Amministrativo di Anas imputata nel maxi-processo per un giro di corruzione interno all’ente emerso nel 2015. A patteggiare, anche altri sei imputati. Assolto l’ex sottosegretario alle Infrastrutture del governo Prodi ed ex presidente della Regione Calabria, Luigi Giuseppe Meduri, che aveva chiesto di essere giudicato con rito abbreviato. Il giudice ha disposto inoltre una ventina di rinvii a giudizio, tra cui alcune società e il processo è stato fissato per il 6 marzo 2019. La “Dama Nera” aveva già consegnato 180 mila euro ad Anas che dal canto suo aveva ritirato la costituzione di parte civile nei confronti dell’ex funzionaria. L’inchiesta aveva portato ai primi 10 arresti nel 2015, facendo emergere un giro di tangenti per l’aggiudicazione di appalti, abbreviare i tempi di pagamento da parte di Anas e sbloccare i contenziosi penali con le società inadempienti. “Non c’è un imprenditore che non abbia pagato per avere l’aggiudicazione di una gara”, disse Accroglianò nel corso dell’interrogatorio pochi giorni dopo l’arresto.

Prima e dopo il 14 agosto

 

La tragedia. Sono le 11:36 del 14 agosto scorso quando il ponte Morandi improvvisamente crolla. Nel disastro perdono la vita 43 persone.

 

Le cause. A provocare il crollo è stato il cedimento del pilone 9. Diversi studi avevano evidenziato la necessità di monitoraggi costanti. La concessionaria aveva già previsto la ristrutturazione dei piloni 9 e 10, come accaduto per l’11 negli anni 90.

 

L’inchiesta. Gli indagati sono 21 tra cui l’ad di Autostrade, Giovanni Castellucci. La causa più probabile del disastro è il cedimento di uno degli stralli. È in corso l’incidente probatorio che si concluderà a dicembre.

 

I nuovi periti. Il primo è Nello Balossino che si è già occupato delle immagini delle missioni su Marte. Dovrà ricostruire il momento del crollo attraverso le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza. Si valuta anche la nomina di consulenti psicologi per esaminare le denunce di cittadini che sostengono di aver subìto un danno psicologico dal crollo.

 

Gli sfollati. Sono 556 le persone che hanno dovuto lasciare le loro case sotto il ponte. Non potranno più tornarci. Per l’emergenza sono stati stanziati 72 milioni.

Fermi sotto il Ponte: Genova è bloccata 3 mesi dopo l’infarto

“Stanotte torno in servizio”. I genovesi non lo sanno, ma da ieri sera a sorvegliarli nella caserma dei Vigili del fuoco è tornato Davide Capello. “L’ultima volta che ci siamo visti ero appena uscito dall’auto incastrata sotto il ponte”, ricorda tutto Davide, il primo superstite del Morandi. Tre mesi fa esatti. Sembra un segno, Genova con lui riprova a vivere: “Facevo il calciatore professionista. Adesso sarò allenatore dei ragazzi del Genoa”. Ma è dura: “Rivedo quei momenti, mi sento precipitare”.

In via Fillak il ponte è ancora lì. Ma la gente non alza più la testa ogni volta che passa. Come per Davide, le cicatrici sono dentro. “Prima c’è stato il dolore, poi la rabbia. Adesso la rassegnazione”, racconta Emilia Cereseto, insegnante in pensione che abita all’ombra del ponte. A pochi metri da lei gli sfollati continuano a entrare e uscire dalle loro case fantasma. In mano hanno gli scatoloni che contengono una vita: “Le prime cose che ho preso sono le foto dei miei figli”, racconta Franco Ravera che rappresenta gli sfollati, “Quasi tutti noi siamo stati sistemati in una casa e ci sono stati riconosciuti tre indennizzi. Va bene, ma ci sono ancora tante incognite”.

Nulla è come prima del 14 agosto. E non solo in Valpolcevera. Fate un esperimento: andate nei vicoli, in piazza Soziglia, nello storico caffè Klainguti. Sedetevi e ascoltate. Dopo pochi minuti sentirete quella parola: “ponte”. La troverete anche nei discorsi dei genitori davanti all’asilo Tina Quaglia del Levante. Ponte, ponte, ancora ponte. Certo, a guardare il Morandi è difficile essere ottimisti. Hanno tolto parte dei detriti, ma sembra come tre mesi fa. Allora ti viene da pensare all’alluvione di promesse. “La demolizione comincerà a settembre”, dissero dal governo. “Ricostruiremo in sei mesi”, giurò Autostrade. Fino al sindaco Marco Bucci: a settembre aveva annunciato che il ponte sarebbe stato pronto nell’ottobre 2019. Oggi assicura: “Entro fine novembre avremo individuato l’impresa incaricata della demolizione. Si parte prima di Natale. Non ci sarà gara, ma una procedura a inviti”. E la ricostruzione? “Faremo lo stesso. Si parte entro aprile. I genovesi vedranno il ponte a dicembre 2019, anche se magari mancherà qualche elemento… l’asfalto o il collaudo”. E il progetto di Renzo Piano? “Spero che l’impresa vincitrice lo scelga, sennò… mi dispiace, ma se ne farà un altro”. Bucci non si risparmia, si definisce il “campione mondiale del bicchiere mezzo pieno”. Forse Genova ne ha bisogno. Ma il sindaco oggi è costretto a fare il commissario basandosi su un decreto del 28 settembre che nel frattempo ha subìto 77 modifiche. Non può fare le nomine dei collaboratori. Perché il decreto non è ancora convertito in legge (se non lo sarà, il 27 novembre perderà efficacia). Manca l’approvazione del Senato, ma dopo la bocciatura di ieri sulla questione Ischia potrebbe tornare alla Camera se non verrà modificato. Sulla carta – tra decreto, Finanziaria e legge di Stabilità – c’è un miliardo. Ci sono 300 milioni per il commissario (compresi 72 per gli sfollati), poi zona franca, porto, trasporti.

I genovesi ormai alzano le spalle quando sentono cifre. Igor Magni, segretario Cgil Genova, ricorda “le imprese in Valpolcevera che chiudono e il calo fino al 30% della grande distribuzione nella zona”. Giampaolo Botta (Spediporto) calcola un calo dell’8,1% nell’import export del porto a ottobre. Un segnale positivo arriva dall’Acquario: dopo il crollo era arrivato a perdere il 50% dei visitatori, ma nel weekend del primo novembre ne ha avuti 15mila. Ma al di là delle cifre è cambiata proprio la vita. “Io giocavo a tennis, ma abbiamo rinunciato al nostro tempo libero. Restano lavoro e famiglia, il resto è traffico”, sbotta Ines Parodi, abbassando il finestrino dell’auto imbottigliata. Chiedete ai tassisti, ai conducenti dei bus, ai volontari delle ambulanze: “Quando devo soccorrere una persona in codice rosso mi vengono i brividi. Tutti i grandi ospedali sono a est del ponte”. I genovesi ormai hanno un navigatore nel cervello, si sono studiati percorsi improbabili. Alle 8 del mattino trovi intasate perfino le vecchie strade d’asfalto e mattoni che salgono su per i monti. Certo, la situazione è migliorata, sono state aperte strade nel porto (dentro l’Ilva) e lungo il Polcevera. “È come quando hai un infarto, perdonate il paragone, che devi sviluppare la circolazione periferica perché i vasi principali sono inutilizzabili”, è il confronto, non casuale, di un medico dell’ospedale Villa Scassi. Così non ti stupisci più se vedi Mario, 8 anni oggi, che al semaforo fa i compiti nell’auto.

È cambiata la politica. Giovanni Toti, dominus della Regione, si è visto scalzare dal delfino Bucci. Che ora è l’uomo più potente di Genova: commissario (con un potere che tocca anche il porto) e sindaco. Tanto, forse troppo. Perché l’impegno per il ponte, storce il naso qualcuno, toglie energie a una città di 600 mila abitanti che già richiederebbe miracoli. Il ponte è crollato anche su un’opposizione già agonizzante: “Lo spirito di unità e responsabilità è indispensabile. Ma in queste condizioni è più difficile criticare l’operato del sindaco. A più di un anno dall’elezione, i nodi – come i trasporti – restano da sciogliere”, ricorda Alessandro Terrile (Pd). Intanto, denuncia Paolo Putti (Chiamami Genova), “il Comune ha deciso un piano di valorizzazione di oltre trenta immobili che potrebbe portare alla vendita di gioielli come l’ex mercato ittico, l’ostello della gioventù e meravigliose residenze storiche. Vogliono vendere anche le farmacie che producono utili. Una volta la città sarebbe insorta, oggi tace”. Genova era già sull’orlo del tracollo: l’eredità del centrosinistra regionale con la cementificazione e un potere radicato ovunque, poi la disoccupazione giovanile (34,3%), la crisi industriale, Carige che scricchiola, le alluvioni. Ed ecco la tempesta perfetta: il ponte. Come dice Christian Abbondanza (Casa della Legalità): “Genova è un caso unico in Italia. Una grande città che rischia di morire”.

La banda del buco

Dopo aver sorseggiato i fiumi d’inchiostro versati dai giornaloni sull’oceanica manifestazione Sì Tav di sabato a Torino, che ha visto sfilare nientepopodimenoché un torinese su 35 o un piemontese su 177, una domanda sorge spontanea: cosa sapeva tutta questa brava gente del Tav Torino-Lione? Si spera vivamente che ne sapesse un po’ di più di una delle sette madamine organizzatrici dell’Evento, Patrizia Ghiazza, cacciatrice di teste all’evidenza sfortunata, che l’altra sera esibiva tutta la sua competenza a Otto e mezzo: “Né io né le altre organizzatrici siamo competenti per poter entrare nel merito degli aspetti tecnici e ambientali dell’opera”. Non male, per una manifestazione apolitica e apartitica, ma soltanto tecnica, sul merito del treno merci ad alta velocità (anzi, a bassa, perché le merci di solito viaggiano a non più di 100-120 km l’ora). Essendosi “informati sui giornaloni che hanno sponsorizzato la Lunga Marcia, era prevedibile che organizzatori e partecipanti ne sapessero pochino, e che quel pochino fosse falso. Infatti sventolavano cartelli “Sì alla Tav”, ignorando che è l’acronimo di Treno Alta Velocità, dunque è maschile, con buona pace di Stampubblica che ha spacciato l’iniziativa per una “rivolta delle donne” contro non si sa bene cosa, anche se in piazza sfilavano soprattutto maschietti di una certa età.

L’acronimo, fra l’altro, è una patacca (femminile), perché per le merci l’espressione giusta è Treno ad Alta Capacità (Tac). I marciatori, e Salvini a ruota, ripetevano che l’opera va assolutamente “completata”: ma un’opera si completa quando è già iniziata e qui non è stato costruito nemmeno un millimetro di ferrovia: i cantieri che tutti vedono da 15 anni sono quelli del tunnel esplorativo, nulla a che vedere con l’opera vera e propria, il “tunnel di base”, cioè il mega-buco dovrebbe attraversare 57 km di montagna e che fortunatamente non esiste: le gare d’appalto non sono state neppure bandite. Dunque non c’è nulla da completare. Alcuni sognano di salire un giorno a bordo del mirabolante supertreno, ma purtroppo, escludendo che i Sì Tav si considerino merci, resteranno mestamente a terra anche se l’opera venisse realizzata. Chi volesse invece raggiungere ad alta velocità Parigi o Lione da Milano o da Torino, può montare sul comodo Tgv, che dalla notte dei tempi percorre rapidamente quella tratta. Ma i nostri eroi strillano contro l’“isolamento dell’Italia” e per il “collegamento con l’Europa”, evidentemente ignari dell’esistenza del Tgv da e per la Francia, dei treni veloci da e per la Svizzera e così via.

Forse pensano che, per affacciarsi oltre la cinta daziaria, sia necessario scalare le Alpi a piedi. Monsù e madamine saranno tutti interessati al trasporto merci? Benissimo, allora possono stare tranquilli: le loro merci da trasportare ad altissima velocità da Torino a Lione possono depositarle in uno a caso dei container (perlopiù vuoti) che ogni giorno viaggiano sui treni della tratta Torino-Modane- Chambéry-Culoz, che dal 1871 attraversa il Frejus, ci è appena costata 400 milioni per lavori di ammodernamento ed è inutilizzata all’80-90%. Siccome alla marcia c’era pure Paolo Foietta, commissario dell’Osservatorio Tav, qualcuno avrebbe potuto domandargli con che faccia sostenga ancora l’utilità dell’opera, dopo avere scritto un anno fa al governo Gentiloni che “molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali della Ue, sono state smentite dai fatti”. Ma nessuno lo sapeva. E chissà se quanti invocano “lavoro” sanno che attualmente nel cantiere lavorano appena 800 persone, che salirebbero a non più di 3-4mila per il tunnel di base, con un costo stratosferico per ogni occupato. La delibera 67/2017 del Cipe stima il costo complessivo del solo tunnel di base in 9,6 miliardi: il 57,9% lo paga l’Italia e solo il 42,1 la Francia (anche se il tunnel insiste per l’80% in territorio francese e solo per il 20 in territorio italiano: perché?). E chissà se chi si riempie la bocca di paroloni come “futuro”, “sviluppo”, “modernità” è stato informato che, in 17 anni di studi e carotaggi, abbiamo già buttato 1,6 miliardi, oltre a tenere la Val di Susa in stato d’assedio permanente.

Ora servono sulla carta un’altra quindicina di miliardi, che poi nella realtà salirebbero a 20-25 (le grandi opere in Italia lievitano in media del 45%). È questa la “decrescita infelice”, non quella di chi si oppone a un’opera ad altissima voracità e a bassissima occupazione. E chi vaneggia di “penali da pagare” o di “fondi europei da restituire” o “da non perdere” ignora che la parola “penale” non compare in alcun contratto o accordo con la Francia, con l’Ue o con ditte private. L’Italia, sul suo tracciato, può fare ciò che vuole. Recita la legge 191/2009: “Il contraente o l’affidatario dei lavori deve assumere l’impegno di rinunciare a qualunque pretesa risarcitoria eventualmente sorta in relazione alle opere individuate… nonché ad alcuna pretesa, anche futura, connessa al mancato o ritardato finanziamento dell’intera opera o di lotti successivi”. Quanto all’Ue, finanzia solo lavori ultimati: se il Tav non si fa più, l’Italia non deve restituire un euro. Ora però le nostre disinformate madamine si sono montate la testa: chiedono udienza al Quirinale, danno ordini alla sindaca Appendino e al governo Conte, come se 25mila persone in piazza contassero più dei 10.935.998 italiani che hanno votato per i 5Stelle (No Tav) nel 2018 e dei 202.754 torinesi che nel 2016 hanno eletto la sindaca No Tav Chiara Appendino contro il Sì Tav Piero Fassino. Invece i No Tav, che negli anni hanno portato in piazza ora 40 ora 50mila persone, non se li è mai filati nessuno. A parte, si capisce, i manganelli della polizia.

“Tu si que vales”, Maria e la cassa da morto dei talent tv

Resistenza fisica permettendo, non c’è niente come una puntata di Tu si que vales (sabato, Canale5) per capire che i talent show sono arrivati alla frutta, la spasmodica, improbabile caccia al talento artistico nell’era più priva di talenti della storia è in fase terminale – o addirittura termale. Maria De Filippi lo ha capito, e ha preso le misure come l’impresario con la cassa da morto. Tutta la televisione di Maria si basa sulla messa in piazza sadomaso dei partecipanti; Tu si que vales, però, segna una lodevole svolta dalla sceneggiata alla commedia; non si mostrano le cartelle cliniche, non si radiografano i feromoni; piuttosto, si rovesciano i tavoli e si fa baldoria fino alle ore piccole. Più prossimo alla Corrida che a X Factor, lo show del day after torna alle origini, e svela il segreto di Pulcinella: nei talent la giuria non è al servizio dei concorrenti, sono i concorrenti al servizio della giuria, l’unico talento richiesto è interagire con vip amiconi come Gerry Scotti o Iva Zanicchi, farli divertire o anche commuovere (e allora si vira verso C’è posta per te). Fiato sospeso, emozioni più o meno forti, risate liberatorie… è l’archetipo del circo, raschi la vernicetta dal talent e salta fuori l’anfiteatro. Non c’è il leone, ma non ce n’è bisogno per trovare un po’ d’Africa in tinello. Per uguagliare il Barnum a Tu si que vales mancano ancora lo scheletro di Cristoforo Colombo, il Gigante di Cardiff e la Sirena delle Isole Figi. Ma prima o poi arriveranno.

Il senso di Mauro per il lavoro

Ezio Mauro a Torino ha cominciato a fare il giornalista, diventando poi direttore de La Stampa degli Agnelli, prima di approdare a Repubblica che oggi è ancora dei De Benedetti, ma anche un po’ di John Elkann, nipote dell’Avvocato.

Chi meglio di lui, dunque, poteva spiegarci in poche parole, anzi con una sola, la manifestazione Sì Tav di sabato scorso in riva al Po? Eccolo l’ecce homo del direttore emerito di Largo Fochetti: “La parola che riassume tutto questo è una parola-cardine per Torino, e raccoglie la sua vocazione storica che ritorna attuale dopo l’automobile: lavoro”.

Già, il lavoro; già, dopo l’automobile: cose che da quelle parti ci sono sempre di meno. Gli Agnelli (che non si chiamano più così), infatti, lì gestiscono soprattutto cassa integrazione, Mirafiori è un deserto e Ivrea, invece, lo è da decenni, da quando De Benedetti ha combinato quel che ha combinato con l’Olivetti.

La prossima manifestazione, allora, potrebbe organizzarla proprio Ezio Mauro: per chiedere, per esempio, alla Fca di far tornare in Italia la sede legale e quella fiscale. Magari con un treno veloce.

Conflitto di interessi, il Carroccio frena M5S: “È nel contratto”

“La leggesul conflitto di interessi non è una mia priorità”. A dirlo è Matteo Salvini, che ieri è tornato su uno dei temi più delicati nell’equilibrio della strana alleanza di governo, già oggetto di lunghe trattative nella fase di stesura del contratto. Le parole di Salvini arrivano dopo che due giorni fa il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede aveva definito la legge sul conflitto d’interessi “una priorità del governo”, accelerando verso la realizzazione di quella che è una delle riforme che più sta a cuore ai 5 Stelle. E ieri è stato lo stesso Bonafede a replicare a Salvini: “La legge sul conflitto di interessi è nel contratto di governo, per noi è una battaglia fondamentale e si farà. Su questo c’è l’impegno del Movimento da sempre”. Stesso concetto espresso da Stefano Buffagni, sottosegretario grillino alla Presidenza del Consiglio: “La legge sul conflitto di interessi non si può più rimandare“. Al di là dei tempi, il contratto di governo prevede in effetti un paragrafo sulla legge, con la volontà di regolare “l’interferenza tra un interesse pubblico e un altro interesse, pubblico o privato” anche in assenza di un vantaggio immediatamente qualificabile come monetario.