“La nuovastruttura sarà pronta al massimo in 15 mesi”. Il commissario e sindaco di Genova, Marco Bucci, fissa i termini di demolizione e ricostruzione del ponte Morandi, crollato il 14 agosto. “Non importa se sarà il 13 o il 15 dicembre, quello che posso dire è che farò carte 48 per iniziare la demolizione del ponte Morandi entro Natale. Lo dobbiamo ai genovesi”, ha assicurato Bucci ribadendo che le operazioni di demolizione dovranno essere precedute dal dissequestro da parte della Procura, che interesserà prima la sezione Ovest – quella “sopra le attività industriali” – e poi la parte Est – “sopra le case”. Solo dopo avrà inizio la fase progettuale e, infine, la ricostruzione. Bucci è inoltre convinto che la demolizione di un moncone e la ricostruzione dell’altro possano procedere in parallelo. Entro fine novembre sarà presentato il progetto ma “non è stato ancora scelto chi se ne occuperà: lo faremo appena il decreto sarà convertito in legge”. Il sindaco ha chiarito che la strada seguita sarà quella della “negoziazione diretta, senza pubblicazione”, in base alla normativa europea che consente affidamenti senza fare ricorso a una gara. Ha poi preferito non fornire dettagli sulle modalità concrete della demolizione: quanto all’uso dell’esplosivo “sul lato Ovest preferiremmo di no” – ha dichiarato – mentre sul lato Est vicino alle abitazioni “le pile sono più complesse e bisognerà vedere quali soluzioni vengono date”.
I promotori snobbano Appendino. “Vediamoci”, “No, dopo il Colle”
Un segno,anzi due, di apertura che indica chiaramente come il governo abbia capito di dover scendere a patti con un movimento che, su carta, avrebbe respinto a muso duro: dopo 90 minuti di colloquio con la sindaca di Torino, Chiara Appendino, anche il vicepremier Luigi Di Maio ha mostrato segni di distensione replicando alle organizzatrici della manifestazione “Sì, Torino va avanti” che hanno declinato l’invito della prima cittadina a un incontro venerdì a Palazzo Civico confermando, invece, l’intenzione di incontrare prima il capo dello Stato. Oggi ho incontrato Chiara Appendino e abbiamo parlato anche del Tav – ha detto Di Maio –. Nei prossimi giorni con il premier Giuseppe Conte, il ministro Danilo Toninelli e altri rappresentanti del governo del Cambiamento, vogliamo incontrare i rappresentanti della manifestazione di Torino. Per loro, come per tutti i cittadini, le porte delle istituzioni sono aperte per un dialogo costruttivo”. Stessa linea della sindaca: “Le organizzatrici della manifestazione dei 7 Sì rispondono subito con un No a una proposta di incontro – ha detto ieri la Appendino –. Un brutto segnale di chiusura. Ma la mia porta rimane comunque aperta”.
“In piazza una città perduta e tradita dagli imprenditori”
“Fatico a dare una definizione alla manifestazione di sabato scorso. Forse la più adatta è ‘la piazza della città perduta’”. Parola di Marco Revelli, sociologo ma soprattutto torinese.
Professor Revelli, addirittura “perduta”?
Temo di sì. Contrariamente al racconto che ne hanno fatto i principali quotidiani, la manifestazione di piazza Castello – al netto della buona fede di molti che hanno partecipato – è stata sostanzialmente lo specchio di una città smarrita, spesso inconsapevole delle proprie ragioni, talvolta anche poco informata e impaurita. Ho paura che molti abbiano manifestato più per le ragioni degli altri che per le proprie.
Ossia?
Sto parlando del cosiddetto ‘Sistema Torino’: pezzi di industria orfani della Fiat ma subalterni alla Fiat, clientele politiche, costruttori, avvocati, architetti e notai, categorie che vivono di opere decise dalla politica. In pratica il sistema di potere che ha governato la città dai primi Anni Novanta fino al 2016, una classe dirigente che ha sì tamponato una crisi, ma non ha creato una vera idea di sviluppo. Mi dispiace, ma vedere il futuro in quella piazza presuppone l’aver assunto una buona dose di sostanze dopanti…
Non le pare un po’ ingeneroso? Molti torinesi erano in piazza per conto loro, preoccupati da una sensazione di declino abbastanza diffusa…
Il declino c’è, ma un’imprenditoria che si affida al Tav e che non cerca nuova identità e nuove forze ma pensa che il ristagno della città sia dovuto alla mancanza di quella linea ferroviaria è perduta. Torino ristagna a causa dell’immobilismo delle sue classi dirigenti, il problema non è politico, è di classe economica. L’imprenditore weberiano è un individuo razionale, non adora un totem. Il Tav poteva avere un senso 30 anni fa, quando la Fiat sfornava milioni di veicoli, ma adesso è un’idea scaduta. Oggi escono piccoli rivoli di Maserati. E che si faccia o no la Torino-Lione, se non ci si inventa qualcosa di nuovo non si esce dal buco. Vivere chiedendo Tav e Olimpiadi è un atteggiamento da questuanti, non da imprenditori.
In piazza c’erano anche molti elettori di centrosinistra…
Non lo nego, ma la sostanza cambia poco. È giusto ascoltare un giovane (anche se la piazza, va detto, era molto agée) dire ‘voglio un futuro’, ma non c’è una sola ragione per cui il Tav possa garantirglielo, quel futuro. Non voglio dire che molti fossero telecomandati. Un po’ disinformati sì, però.
È stata anche una manifestazione contro l’amministrazione cittadina, il Tav non era l’unico tema…
Certo, parte del successo di questa manifestazione non riguarda il Tav, ma l’incapacità della giunta Appendino di mantenere le promesse. Bisogna dirlo: la gestione della città è desolante.
C’è chi ha parlato di “spallata”. Chi ne raccoglierà politicamente i frutti?
Nelle intenzioni l’asse Pd-Forza Italia, l’affinità elettiva che ora circola nel ceto politico sabaudo. Ma non dimentichiamo che in piazza si è aggiunta la Lega, facendo un’operazione puramente politica per destabilizzare i 5 stelle. L’utilizzatore finale rischia di essere Salvini. Mi pare che tutti stiano lavorando per lui, ahimé, anche chi ha manifestato contro il populismo. Il sistema politico, si sa, ha maggior simpatia per la Lega che per i 5 stelle. La xenofobia di Salvini da meno fastidio dei pasticcioni apprendisti stregoni, che a volte sono ben al di sotto del livello accettabile della qualità politica. Ma è anche vero che i 5 stelle sono meno metabolizzabili dai cosiddetti poteri forti, quelli che parlano attraverso i giornali. Il rischio, insomma, è che all’incasso di una piazza che gridava “Europa” passino quelli che vogliono chiudere i confini.
In questi giorni molti hanno fatto parallelismi con la marcia dei 40 mila del 1980. Concorda?
Eviterei paragoni azzardati, i promotori di quella manifestazione, tutti quadri Fiat, furono poi licenziati nel 1990. E il declino della Fiat è iniziato allora, non è cominciato il futuro.
A Torino Forza Italia sulla cresta dell’onda, Confindustria spiana la strada a Crosetto
Nel luglio del 1998, quasi 18 anni dopo la marcia dei 40 mila della Fiat, Carlo Callieri, già capo del personale di Mirafiori e dirigente di Confindustria, raccontò di esserne stato l’inventore. Oggi, da pensionato, si limita a guardare con favore l’onda Sì Tav, anche se qualcuno lo indica tra i presunti promotori.
Il lupo, cioè il padrone, in ogni caso, perde il proverbiale pelo ma non il vizio. Dietro alle “madamine” accreditate come le ideatrici del corteo torinese di sabato, e oltre i cittadini e le cittadine della piccola e media borghesia, si muovono con altro peso l’apparato confindustriale e le associazioni dei costruttori, a livello nazionale e locale. Tanto che negli ambienti dell’Unione Industriale di Torino, in buona sostanza, si dice che la protesta dell’altro giorno è solo un assaggio, visto che tra poco schiereranno le loro truppe. Saranno precedute da Forza Italia. Per il 17 novembre ha indetto una manifestazione pro Tav davanti al Comune di Torino. Ritenendo, non a torto, che la mobilitazione per la ferrovia Torino-Lione di sabato 10 novembre abbia avuto una forte connotazione di centrodestra, Silvio Berlusconi e soci vogliono cominciare la campagna elettorale per le regionali del 2019. Potrebbero assemblare parte dei Sì Tav attorno alla candidatura di Guido Crosetto, imprenditore e deputato di Fratelli d’Italia, o di Marco Boglione, titolare del gruppo BasicNet (Robe di Kappa).
La contiguità sociale e ideologica tra molti torinesi in piazza per il Tav e il mondo padronale, d’altronde, è evidente. Intanto per la presenza tra gli organizzatori della protesta di Mino Giachino, ex sottosegretario ai Trasporti nell’ultimo governo Berlusconi, con interessi in una azienda genovese di servizi marittimi. Lobbista irriducibile delle infrastrutture, Giachino, ex democristiano, ha addirittura festeggiato il primo maggio accompagnando alcuni ragazzi dell’associazione “Sì Lavoro”, da lui fondata, con una visita al cantiere Tav di Chiomonte. Tra le stesse “madamine” per il Tav, poi, non mancano i legami con il mondo delle imprese. Giovanna Giordano Peretti è attiva nel Rotary Torino Est, e scrive di frequente letterine di moralismo civico alla rubrica “Specchio dei Tempi” de La Stampa, storica voce della Fiat-Fca. Patrizia Ghiazza, invece, è partner della Eurosearch Consultants, società di cosiddetti cacciatori di teste creata nel 1969 dall’ex senatore del Pri, il Partito Repubblicano Italiano, e consulente aziendale Roberto Giunta. Nel febbraio del 1994, Giunta, fedelissimo di Giorgio La Malfa, patteggiò una pena a otto mesi di reclusione e restituì 50 milioni di lire per una bustarella ricevuta nell’ambito delle gare d’appalto per l’Aem, l’azienda energetica municipale.
Per dirla con il Lorenzo Da Ponte (e Mozart), insomma, “Madamina: il catalogo è questo”. Intanto Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, ha annunciato “che proprio a Torino convocherà un consiglio generale straordinario allargato alla partecipazione dei presidenti di tutte le associazioni d’Italia, per protestare contro “il blocco degli investimenti”. I capi e capetti delle associazioni territoriali stanno preparando un raduno nazionale per l’alta velocità Torino-Lione. Vorrebbe essere una sorta di “summit sulle infrastrutture” che dovrebbe esibire i consigli nazionali delle associazioni di categoria, dagli industriali agli artigiani, dagli agricoltori ai commercianti, alle cooperative e ai professionisti. La data ipotizzata è sabato 24 novembre. Teatro: le ex Ogr, le Officine grandi riparazioni ferroviarie (naturalmente).
Tav, la tregua sui lavori per trattare con la Lega
Ormai è uno schema collaudato: sui temi di scontro interni, la linea è rinviare la resa dei conti prendendo tempo. Sul Tav, ieri il governo ne ha guadagnato altro, ottenendo, in accordo con la Francia, di sospendere i bandi dei lavori per almeno tre mesi. “Quasi sicuramente si andrà oltre”, spiegano dai 5Stelle. Il rinvio torna utile all’esecutivo per trovare la quadra sulle grandi opere, dove il sentimento tra gli alleati è assai diverso. In sostanza i 5SStelle devono trattare con Matteo Salvini le concessioni in cambio dello stop alla Torino-Lione. Qualcosa già si è mosso.
Ieri a Bruxelles il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli ha trovato l’accordo con l’omologa francese, Elisabeth Borne, per il congelamento dei bandi di gara da parte di Telt – la società pubblica italo-francese incaricata di realizzare l’opera – previsti entro il 17 dicembre (valore: 2,3 miliardi), in attesa dei risultati dell’analisi costi-benefici affidata da Toninelli a una nutrita pattuglia di esperti. L’analisi verrà poi condivisa con gli esperti francesi e con la Commissione, a cui i due governi chiederanno subito la sospensione dei bandi visto che i lavori riguardano il tunnel di base, finanziato anche con risorse Ue. Sul report si pronunceranno anche altri esperti internazionali. Insomma, se ne riparla per febbraio o oltre (per Salvini forse “a gennaio” arriverà solo la relazione).
La Borne ha sottolineato che la Francia lascerà “che l’Italia conduca le sue valutazioni, tenendo ben presente la necessità di non perdere i finanziamenti europei”. Tradotto: il tunnel di base (57 chilometri) va fatto, tutto il resto si vedrà, anche perché Parigi, per dire, è sempre più scettica sull’idea di collegare con l’Alta velocità il tratto che dal tunnel porta a Lione. È la linea scelta verso un’opera bocciata dalla Corte dei conti transalpina, su cui la Francia si era presa una pausa di riflessione e che Emmanuel Macron considera inutile, anche se deve assecondare l’entusiasmo dei politici locali. Lo stop ai lavori costringerebbe e a rinunciare agli 800 milioni stanziati dall’Ue (il tunnel costa, secondo Telt, 8,6 miliardi, il 35% a carico dell’Italia e il 25 della Francia, il resto di Bruxelles).
La dilazione dei tempi, con l’apertura della Francia, arriva al momento giusto, dopo la manifestazione di Torino che ha scosso i 5Stelle. L’analisi costi-benefici è una mina nei rapporti instabili all’interno della maggioranza sul tema grandi opere, che si cerca di gestire. Lo schema studiato finora è un accordo salomonico: dare il via libera al Terzo Valico, la cui analisi è ultimata e non offre appigli all’opera, per accontentare la Lega, in cambio dell’appoggio allo stop sulla Torino-Lione, il più indolore per il carroccio visto che tocca un area non amministrata dalla Lega e che finora non è stato bandito nessun grande appalto per i lavori (i costruttori, insomma, possono, lamentarsi solo in potenza).
La stessa lista delle opere sotto esame risente delle trattative. In teoria ce ne sono una ventina, ma l’input è di dare la precedenza ad alcune, in sostanza quelle su cui si sono concentrate le lotte storiche dei 5Stelle. Sul Terzo Valico (53 km di ferrovia per collegare Genova a Tortona, 6,2 miliardi il costo) l’analisi è una bocciatura anche solo per i costi a finire (i lavori sono fermi al 30%). Il via libera arriverà per la paura delle penali contenute nei contratti e per il peculiare modo con cui sono avanzati i lavori (con cantieri multipli per far salire i costi dello stop). Ora tocca al Tav, la cui relazione sarà pronta a dicembre. Le altre opere attenzionate sono la Gronda di Genova, cioè il raddoppio dell’autostrada A10 tra Genova Ovest e Vesima per alleggerire il traffico cittadino (costo 4,8 miliardi) che Autostrade per l’Italia dei Benetton aveva collegato, in accordo col governo Gentiloni, al prolungamento della concessione (ora saltato dopo il disastro del Morandi); la nuova pista dell’aeroporto di Firenze, cara a Matteo Renzi e ai plenipotenziari dell’ex premier in Toscana la cui utilità è contestata da molti sindaci della zona; il tunnel Alta velocità sotto Firenze (al centro dell’inchiesta della procura toscana che nel 2013 portò all’arresto dell’ex presidente dell’Umbria, Maria Rita Lorenzetti) considerato inutile dalle stesse Ferrovie e i cui cantieri sono fermi da cinque anni; per finire all’Alta velocità Brescia-Padova. Tutte opere non proprio care alla Lega. Nella lista, al momento, non rientrerebbero le due pedemontane (lombarda e veneta) che Salvini considera insindacabili. Una scelta anche questa. Lo stop al Tav può valere uno scambio. L’analisi costi-benefici darà il responso sull’utilità, ma la politica già tratta sulle decisioni.
Grazie del pensiero
Ogni tanto riceviamo lezioni di diritto dagli “amici” di Repubblica. Càpita, per carità: le polemiche vanno e vengono. Noi però siamo sfortunati: non riusciamo mai a capire dove avremmo sbagliato. Di solito funziona così: noi scriviamo che Repubblica dice il falso e Repubblica, nel vano tentativo di dimostrare di aver detto il vero, scrive un altro falso. Sarà perché noi abbiamo il brutto vizio di documentarci e di parlare solo di cose che conosciamo. Ora, per dire, Luca Bottura – che abbiamo conosciuto in altri tempi come “umorista” autore di verietà tv e mai abbiamo incontrato in una procura o in un tribunale, ergo non lo sospettavamo esperto di inchieste e processi – ci spiega i casi Consip e Raggi. E parte subito col piede giusto: “Il padre di Renzi è stato assolto”. Invece purtroppo è indagato per traffico di influenze illecite (e per altre vicende inquisito per bancarotta fraudolenta e imputato per false fatturazioni) e il pm ne ha chiesto al gip l’archiviazione (non ancora concessa), dopo averlo definito “non credibile” e “largamente inattendibile” sull’incontro con l’imprenditore Alfredo Romeo. È un po’ come se un professore di astronomia, alla prima lezione, premettesse: “Sia chiaro, il Sole gira attorno alla Terra”. Anche gli studenti più digiuni in materia sospetterebbero che sia un impostore.
Tornando al nostro giurista per caso, cogliamo fior da fiore. 1) “Il padre di Renzi è stato assolto” (falso: richiesta di archiviazione). 2) “Ma, siccome quel che scriveva Travaglio era accaduto davvero, è colpevole” (falso: mai scritto che sia colpevole; abbiamo riportato le frasi dei pm che lo sbugiardano e alcune circostanze ignorate o trascurate nella richiesta di archiviazione). 3) “Virginia Raggi è stata assolta” (vero). 4) Ma “quel che hanno scritto i giornali era vero” (falso). La Raggi era imputata di falso ideologico per una risposta a una domanda dell’Anac sul ruolo di Raffaele Marra, capo del Personale, nella nomina del fratello Renato (graduato dei Vigili) a dirigente del Turismo: un ruolo, scrisse la sindaca, soltanto “compilativo” di una decisione assunta da lei con il competente assessore Meloni. Poi si scoprì, da alcune chat, che Raffaele suggerì a Meloni di prendere Renato al Turismo (lui peraltro lo nega, nel processo per abuso d’ufficio: deciderà il giudice). E Meloni, che aveva già lavorato con Renato, ne fu felice. Su quest’unico punto verteva tutto il processo: la Raggi sapeva o no che Marra aveva messo lo zampino, quando scrisse che aveva svolto un ruolo “compilativo”? Secondo i pm, sì: cioè la sindaca mentì sapendo di mentire.
Secondo i difensori, no: scrisse all’Anac ciò che risultava a lei, ignara di riunioni in altri uffici e in sua assenza, peraltro su un “interpello” per la rotazione di tutti e 200 i dirigenti del Campidoglio, non solo di Renato. Il giudice ha dato ragione a lei: e non perché “manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova” (art. 530 comma 2), ma perché “il fatto non costituisce reato” (art. 530 comma 1). Cioè perché la Raggi non sapeva ciò che i pm l’accusavano di avere consapevolmente taciuto. Dunque non ha mentito, anzi ha detto quanto risultava a lei: all’Anac, ai pm e al tribunale. Punto. Assolta con formula piena. Bottura sostiene che la Raggi è “il peggior sindaco/a di Roma di sempre”: liberissimo di preferirle Alemanno e gli altri galantuomini che spalancarono il Campidoglio a Buzzi, Carminati & C. Ma, non sapendo nulla di questo come di nessun altro processo, il nostro giureconsulto sostiene che negli ultimi 2 anni e mezzo i giornali han fatto solo “cronaca giudiziaria spicciola”. E molto si duole perché ho riepilogato le balle più grosse dei giornali. Repubblica, per esempio, riuscì a scrivere che: le inchieste sulla Raggi erano il “mesto déjà vu di una stagione lontana, quella della Milano di Mani Pulite” (falso: Mani Pulite si occupava di tangenti e appalti, l’inchiesta Raggi di una lettera all’Anac); “Salvatore Romeo ha un legame privato, privatissimo con la Raggi, in pieno conflitto d’interesse” (dunque la Raggi era l’amante di Romeo, oltreché di altri; a questo si riferisce Di Battista quando, ricordando quanti l’hanno dipinta come una puttana, restituisce l’insulto a loro, non a tutta la categoria); “Quelle polizze potrebbero avere un’origine non privata, ma politica”, “il rebus della provenienza dei fondi”, “soldi di chi? Per garantirsi quale ritorno?”, “tesoretti segreti e ricatti” per “garantire un serbatoio di voti a destra” (non è mai esistita alcun’indagine sulle polizze di Romeo che ipotizzasse fondi occulti, tesoretti segreti o compravendite di voti, anzi la Procura dichiarò subito le polizze “prive di rilevanza penale”; quella dunque non era cronaca giudiziaria spicciola, ma linciaggio organizzato a base di menzogne costruite a tavolino: gli unici veri falsi materiali visti in quel processo).
Alla fine, dopo aver inanellato una collezione di balle da Guinness, il Bottura si avventura in un ardito parallelo fra 25 anni di assalti di B. alla libera stampa, dall’editto bulgaro ai conflitti d’interessi editorial-televisivi, e gl’insulti di Di Maio&C. ai falsari del caso Raggi. E spiega che, diversamente da oggi, “a quei tempi eravamo tutti insieme da questa parte della barricata”. Però – minaccia – se le nuove SS verranno a prendermi, “noi saremo lì a difenderti”. Non so dove fosse lui ai tempi di B., ma so dov’era Repubblica. Nel 2008, quando B. tornò al governo e osai ricordare in tv i rapporti del neopresidente del Senato Schifani con alcuni mafiosi, fui attaccato da tutto il centrodestra, da mezzo centrosinistra e Repubblica mi “difese” schierandosi con Schifani e insinuando che mi facessi pagare le ferie dalla mafia. Quindi grazie del pensiero, ma per la mia difesa preferisco fare da solo. Come se avessi accettato.
Genish (Tim): “Sì all’operatore unico, se comandiamo noi”
DomenicaLuigi Di Maio aveva ammesso apertamente che il governo sta lavorando affinché si crei un operatore unico delle reti tlc “che permetta la diffusione per tutti i cittadini di Internet e banda larga”, ma senza “espropri proletari, dialogando con tutti e pensando ai posti di lavoro. Io credo che entro la fine dell’anno anche il dossier Tim vada chiuso”. Il tema è tutto lì: in attesa di quella digitalissima sempre a venire, la rete oggi è in mano alla vecchia Telecom. E Tim, dice l’ad Amos Genish, è “favorevole alla creazione in Italia di un singolo network di rete per evitare inutili duplicazioni di investimenti infrastrutturali e siamo aperti a possibili collaborazioni con Open Fiber. L’azienda rimane convinta che Tim rimanga il soggetto tenuto a controllare la Rete in Italia.” Cioè il controllo deve restare a Tim, pena la rinuncia – sostiene Genish – a investimenti e posti di lavoro, “oltre al futuro sviluppo della tecnologia 5G”. Conclusione forse un tantino drammatica: “Ogni tentativo di separazione proprietaria della Rete non porrebbe solo a rischio il futuro aziendale di Tim, ma anche lo sviluppo digitale del Paese”. La Borsa, comunque, apprezza: +6% ieri anche nell’ipotesi di un’alleanza sul 5G con Vodafone.
Da Unicredit a Sia: tutti al convegno sul futuro digitale
Oggi nel centro svizzero di Milano, la Casaleggio & Associati organizza un convegno dal titolo “B2B: Il futuro digitale del business tra Aziende terza edizione. Come la blockchain rivoluzionerà il modo di operare delle imprese”. In questa occasione, Davide Casaleggio presenterà anche lo studio della sua azienda sulla Blockchain, finanziato con 30.000 euro ciascuno da Consulcesi Tech e Poste Italiane. Oltre al presidente della Casalaleggio & Associati, interverrà Mirko Mischiatti, responsabile dei sistemi informativi di Poste Italiane; Massimo Chiaritti, dirigente tecniche di Ibm; Giuseppe Perrone, blockchain hub med leader di Ernst & Young; Nicolò Romani, head of innovation di Sla; Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi Tech; Fausto Villani, Ceo Tbox Chain; Renato Grottola, presidente di Global Direct; Emanuele Cicco, Trade & Working Capital Product Manager di UniCredit. C’è grande fermento attorno allo sviluppo del modello di Blockchain e il governo gialloverde, dopo anni di indifferenza dei predecessori, inizia a investire nel settore.
Poco fatturato e anni di rosso: una microimpresa in difficoltà
Posizionarsi su un segmento di mercato in crescita è sempre una buona idea per una piccola impresa e, se questo segmento trova il sostegno della domanda pubblica e l’attenzione delle grandi partecipate, lo è anche di più. La Casaleggio Associati – che prevede un ottimo 2018 grazie alla specializzazione “sulla ricerca in ambiti quali l’intelligenza artificiale, la blockchain”, eccetera – lo sta facendo e ne ha bisogno visto che la società fondata nel 2004 dal cofondatore del M5S Gianroberto non ha mantenuto le promesse di sviluppo di metà anni 2000.
Oggi è una microimpresa da 8 dipendenti con un fatturato 2017 di 1,1 milioni di euro: una realtà assai rilevante a livello politico, si sa, ma assai poco a livello di business visto che – secondo le statistiche del rapporto Cerved sulle Pmi – le microimprese sotto i dieci dipendenti hanno in media il doppio del fatturato della Casaleggio Associati. Non solo: il 2017 ha visto il primo modesto utile (20 mila euro) dopo un triennio di profondo rosso.
E dire che l’avventura partita a gennaio del 2004 lasciava presagire ben altre fortune con bilanci in deciso attivo fin da subito. La società – che si occupava anche del blog di Beppe Grillo – nel 2006/2007 viaggiava su fatturati tra i 2,5 e i 3 milioni di euro con utili superiori ai 600 mila, picco peraltro mai più raggiunto. Gianroberto Casaleggio d’altronde, scomparso nell’aprile 2016, non era un quisque de populo: carriera in Olivetti, poi ad del gruppo Webbeg di Telecom Italia, ne era uscito per fondare la sua boutique di “consulenza strategica” nel mondo dell’informatica col figlio Davide (che oggi ne ha il 60%), Luca Eleuteri e Mauro Buccich (già col “guru” in Webbeg) ed Enrico Sassoon, giornalista del Sole 24 Ore e uomo di molti rapporti (American Chamber of Commerce in Italy, Aspen Institute), uscito dalla compagine sociale nel 2012.
Per restare agli anni “eroici”, la Casaleggio Associati inizia il suo processo di ridimensionamento mentre si struttura la vita politica “grillina.” Dopo i 600 mila euro del 2007, l’utile crolla: 310 mila euro nel 2008 (complice la perdita della gestione della comunicazione online di Italia dei Valori di Antonio Di Pietro), 87 mila l’anno dopo e poi il primo rosso (-58 mila euro con un fatturato da 1,3 milioni). A quel punto l’azienda ha quasi azzerato la cassa, anche per via della scelta di distribuire sempre tutti gli utili ai soci (2 milioni nei primi sette anni). Arriva, però, il biennio dell’esplosione elettorale dei 5 Stelle – prima le Amministrative, poi il botto delle Politiche 2013 – che segna il ritorno al segno più anche per la società di Gianroberto Casaleggio: 70 mila euro il primo anno, 256 mila il secondo e con un fatturato salito di oltre il 30% (2,1 milioni di euro, quasi il doppio rispetto all’attuale).
Gli anni del renzismo sono invece una pagina nera per l’azienda del guru a 5 Stelle e non solo per la morte del fondatore: perdite cumulate per oltre 320 mila euro nel triennio 2014-2016, coperte con un prestito dei soci, l’esaurimento della riserva straordinaria e un patrimonio netto pressoché azzerato (per capirci era oltre 800 mila euro nel 2008); il fatturato sceso nel 2016 a 974 mila euro, un terzo rispetto agli anni d’oro.
E siamo all’oggi. Il bilancio 2017 ci descrive una piccola società che porta nei suoi conti i segni di una crisi non episodica e lotta per stare in piedi: giro d’affari risalito sopra il milione e centomila euro (non si sa se comprendente servizi venduti al M5S o alla Fondazione Rousseau), un piccolo utile di 20 mila euro, debiti per 534 mila euro (coperti dai crediti) e tanto, tanto ottimismo. “La società ha chiuso il bilancio in utile invertendo il trend negativo. Il risultato è stato raggiunto grazie al rilancio delle attività di consulenza strategica e di innovazione digitale alle medie e grandi imprese”, scrive il presidente Davide Casaleggio nell’ultimo bilancio: “Le prospettive per il 2018 prevedono un ulteriore incremento delle attività di consulenza con ambiziosi obiettivi di crescita dei risultati legati a progetti per nuovi clienti, l’apertura di una nuova sede e lo sviluppo di partnership con aziende complementari, leader nel loro settore”.
Se il figlio di Gianroberto avrà ragione, sarà difficile stabilire quanto è merito della sua finora non dimostrata sagacia imprenditoriale e quanto dell’ambiente favorevole creato attorno alla sua azienda dal grillismo di governo.
Blockchain, gli affari di Casaleggio e i soldi stanziati da Di Maio
Adesso va di moda la blockchain, parola esotica che alimenta progetti e analisi delle imprese e dei cultori dell’intelligenza artificiale: si tratta di un registro digitale per le informazioni, dotato di una struttura condivisa e immutabile. Blockchain è anche il concetto che salda le strategie del governo gialloverde e gli interessi di Davide Casaleggio – il figlio di Gianroberto, il fondatore del Movimento – oltreché di un nutrito gruppo di società che vede in Casaleggio una porta verso una nuova frontiera del business. Davide è presidente dell’azienda Casaleggio Associati e capo dell’associazione Rousseau, la piattaforma che controlla il denaro e le politiche dei Cinque Stelle.
Nel centro svizzero di Milano, stamattina la Casaleggio Associati riunisce dirigenti di aziende pubbliche e private proprio per parlare di blockchain e illustrare il suo ultimo rapporto, finanziato da Poste Italiane e da Consulcesi Tech. Il ministro pentastellato Luigi Di Maio (Sviluppo economico) è molto attivo sul tema e da mesi, in varie forme, il governo sostiene il settore della blockchain. Con lungimiranza, Davide l’ha previsto – lo scorso 30 aprile – in una postilla del bilancio: i conti tornano in positivo perché la Casaleggio Associati ha rilanciato le attività di consulenza “in aree in forte espansione” come l’intelligenza artificiale e la blockchain.
Il 27 settembre, Di Maio va a Bruxelles e annuncia: “L’Italia è appena entrata ufficialmente nell’era della blockchain! Ho appena firmato l’adesione per la Blockchain Partnership Initiative”.
Il ministro rammenta che la Commissione europea ha elargito oltre 80 milioni di euro per la blockchain e ne può stanziare altri 300 entro un paio di anni. Il 28 settembre, il ministero per lo Sviluppo economico (Mise) diffonde un bando d’urgenza per formare un gruppo di studio per la “Strategia Nazionale Blockchain”. Il Mise seleziona 30 esperti – in carica almeno un semestre a titolo gratuito – per supportare Di Maio: imprenditori, sindacati, docenti. In attesa dell’esito del “concorso”, il governo ha iniziato a stanziare soldi.
Il 15 ottobre, nel decreto Semplificazione, il Consiglio dei ministri inserisce una norma per creare un fondo – a carico di Cassa Depositi e Prestiti – per le nuove imprese che utilizzano la tecnologia della “catena di blocchi”. Il 25 ottobre, il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) – su proposta del ministro Di Maio – sospende le sperimentazioni sulla connessione 5G per i telefonini e dirotta 95 milioni di euro per la diffusione dei servizi wi-fi e per la ricerca e lo sviluppo di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e la blockchain. Nella legge di Bilancio, prima di menzionare la delibera del Cipe, il ministero per lo Sviluppo economico sottolinea la “crescente importanza” di argomenti che riguardano l’intelligenza artificiale e la blockchain e perciò mette a disposizione 15 milioni di euro all’anno per tre anni.
In poche settimane, con decine di milioni di euro, il governo ha creato una solida base di finanziamento pubblico a un mercato che ingolosisce esegeti del digitale e semplici avventori. Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi Tech, si definisce un pioniere della blockchain: “Come diceva Gianroberto Casaleggio, prima ancora che esistesse la parola blockchain, ognuno vale uno ma l’umanità interconnessa ha un valore che arriva all’infinito”, spiega Tortorella al Fatto. Vent’anni fa Consulcesi ha cominciato a offrire assistenza legale ai medici, la versione Tech opera nel campo dell’innovazione tecnologica. Tortorella ci ha pure scritto un libro (Cripto-svelate) con la prefazione di Edward Luttwak e un contributo di Casaleggio e presto – anticipa al Fatto – terrà un master all’università di Vincenzo Scotti, la Link Campus, fucina della classe dirigente a Cinque Stelle. Al momento, s’impegna nella formazione e ha costruito “il primo fondo regolato al mondo per investire nel settore delle criptovalute”.
Dunque Consulcesi Tech ha speso di buon grado 30.000 euro per diventare sponsor del rapporto sulla blockchain di Casaleggio Associati. Anche Poste Italiane ha sovvenzionato il lavoro di Davide e colleghi con 30.000 euro. Fonti del gruppo specificano che “da oltre tre anni finanziamo questi studi”. Al dibattito per Poste parteciperà Mirko Mischiatti, responsabile dei Sistemi informativi, che discuterà di argomenti come l’uso della blockchain per la consegna dei pacchi.
Chissà se Poste ha bisogno davvero della Casaleggio Associati per imparare qualcosa di nuovo sulla blockchain, visto che l’ad Matteo Del Fante ha stretto rapporti addirittura con il Mit di Boston per monitorare le ultime innovazioni tecnologiche nel settore digitale. Di sicuro da anni coltiva un buon rapporto con la società milanese. E anche con i Cinque Stelle, visto che Poste può cedere tecnologie preziose per l’erogazione del reddito di cittadinanza.
Davide Casaleggio, da parte sua, non commenta. Vuole che a parlare sia l’evento di oggi. Fonti vicine all’azienda, però, chiariscono la sua posizione: la Casaleggio Associati non produce tecnologia blockchain, difficilmente sarebbe in grado di adempiere ai criteri che il ministero fisserà per erogare i fondi a chi innova nel campo dei registri digitali e ancor più difficilmente Casaleggio e soci chiederebbero direttamente fondi al ministero di Di Maio. Il business di Casaleggio, però, è la consulenza strategica a imprese che vogliono posizionarsi in Rete e la blockchain può essere una delle tecnologie che la Casaleggio consiglia ai clienti di usare, se coerente con le loro esigenze. Davide Casaleggio ribadisce in ogni occasione che tiene bene separati i suoi volti di imprenditore e di capo di Rousseau e dunque dei Cinque Stelle. Ma ora che l’attività del governo ha un peso diretto nel settore in cui opera, anche fosse animato dalle migliori intenzioni, Casaleggio non potrà evitare che tante imprese vedano la sua azienda come una porta d’accesso alla politica e alle sue risorse. Anche e soprattutto nel settore della blockchain, che ha attirato l’entusiasmo di Luigi Di Maio.