“Sciacalli”? Quando Di Maio scriveva di sport

Sbucano diverse sorprese scavando nei trascorsi giornalistici del vicepremier pubblicista Luigi Di Maio, da undici anni iscritto all’albo, regolare pagamento delle quote e costanti frequentazioni dei seminari di aggiornamento professionale, che per le frasi sui giornalisti “infimi sciacalli” sarà giudicato dal consiglio disciplinare dell’Ordine della Campania “entro una settimana”, secondo l’annuncio del presidente dell’Odg campano Ottavio Lucarelli, firma di politica dell’odiata (per Di Maio) Repubblica.

Di Maio, prima sorpresa, nel 2012 descriveva con entusiasmo “la splendida opera di integrazione” dei rifugiati libici a Pomigliano d’Arco che portavano in spalla la statua del Santo Patrono (chissà cosa ne penserebbe oggi l’alleato Matteo Salvini). Di Maio, seconda sorpresa, contribuì a fondare una testata che in qualche modo ha goduto dei vituperati ‘finanziamenti pubblici’. Si tratta di Studentigiurisprudenza.it, il magazine della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Federico II di Napoli, nato nel 2006 come fotocopiato in proprio con 300 copie e poi cresciuto negli anni sino a diventare “il primo giornale di Facoltà con un milione di accessi al sito” e con una impaginazione a colori del cartaceo perché, si legge in un numero di qualche anno dopo, “l’Ateneo ha deciso di finanziare il nostro progetto permettendoci di superare le 15.000 copie stampate”.

Non si diventa pubblicisti per caso, dietro c’è la passione di chi vuole mettersi al centro dei fatti e accetta di scriverli per due anni in cambio di pochi spiccioli pur di conquistare l’agognato tesserino bordeaux. Di Maio ci è riuscito nell’ottobre 2007 attraverso una collaborazione con Il Punto. Un periodico di attualità che si divide tra la carta e Internet, nato nel 2001 e diffuso nell’area a nord di Napoli dove Di Maio “scriveva per lo più di basket e di sport minori e mai di politica”, ricorda il direttore Mauro Fellico: “Collaborò due anni, giusto il tempo di prendere il tesserino, mandava qualcosa via mail a me o alla persona che seguiva la sua zona perché non c’era una vera e propria redazione, poi ci salutammo, mi ringraziò, nessun contatto ulteriore, non ho conservato il cellulare”. E come era il cronista Di Maio all’epoca? “Uno dei tanti giovani di miti pretese che vogliono diventare giornalisti, un ragazzo molto sveglio. Se avesse definito “sciacalli” i giornalisti già allora? Lo avrei cacciato a pedate”. Tramite Il Punto due anni dopo provò a diventare pubblicista anche l’onorevole di Forza Italia Luigi ‘A purpetta’ Cesaro, la pratica fece scalpore e fu bocciata perché al contrario di quella del vicepremier era priva di alcuni requisiti.

Divenuto pubblicista, Di Maio ha scritto sporadicamente altrove. Nel 2012 ha firmò per il sito di Somma Vesuviana laprovinciaonline.it un articolo su 52 immigrati libici ospiti di un centro di accoglienza a Pomigliano d’Arco che portarono la statua del Santo Patrono in processione. Sotto a un bel titolo, “San Felice sulle spalle dei rifugiati”, si legge della “splendida opera di integrazione con il tessuto sociale della città” e si riferisce di “un’intera comunità che si stringe intorno a loro”. “Luigi ha fatturato come nostro webmaster fino a quando è diventato parlamentare – dice il direttore del sito, Gabriella Bellini – era bravo, puntuale e preciso, avrà scritto per noi tre o quattro pezzi, era già pubblicista. Continuo a volergli un gran bene e proprio per questo mi è dispiaciuto leggere certe sue parole, lui conosce i sacrifici che fanno i giornalisti delle testate locali. Oggi che è ministro del Lavoro dovrebbe sapere che cosa significa la libertà di stampa in un territorio difficile come il nostro”.

Giornalisti puttane, boomerang 5Stelle che serve solo alla Lega

Detto che sul conto della sindaca di Roma, Virginia Raggi, giornali e giornalisti hanno scritto qualsiasi mascalzonata (nel silenzio pressoché totale di quanti ogni giorno impartiscono lezioni di etica, deontologia e bon ton un tanto al chilo), ci sono molte ragioni per considerare oltre tutto scriteriata l’insultante campagna dei Cinquestelle contro i “pennivendoli puttane” (copyright Di Maio-Di Battista).

Perché nel giorno in cui la suddetta Raggi esce assolta dal lungo calvario giudiziario, ecco che un minuto dopo la sentenza si pensa bene di spostare il faro sull’informazione brutta, sporca e cattiva. Con il risultato che nessuno parla più del sindaco innocente mentre tutti stanno a guardare la rissa tra chi offende e chi si offende. Due ipotesi al riguardo. La sindaca viene comunque considerata un problema per il Movimento, e dunque meno se ne parla meglio è. Oppure, quando si tratta dei focosi Di Maio e Di Battista la parola precede il pensiero (era già accaduto con l’impeachment di Mattarella, chiesto in diretta tv e ritirato il giorno dopo).

Perché l’attacco alla stampa meretrice da parte del M5S mostra evidenti analogie con la furia di Donald Trump che sbatte fuori dalla Casa Bianca i reporter sgraditi. La ricerca di un “nemico” è il cuore della narrazione populista. Ma prendersela con i giornali quando si perde la Camera dei rappresentanti, o quando i sondaggi vanno giù, non è un segno di forza ma mostra una palese difficoltà. Sul serio si pensa di ricompattare la propria gente, un po’ disorientata dalla vicenda Tap o dallo strapotere di Salvini, gridando puttana a qualcuno?

Perché, invece, Salvini con i giornalisti (e con gli editori) cerca di non attaccare briga. Anzi, manda bacioni a chi gli da del razzista, e mostra di non offendersi se lo sfottono sul come mai la Isoardi lo ha mollato. Sarà anche vero che “il gioco della stampa ora è esaltare la Lega e far vedere i M5S come degli appestati” (Di Maio). Ma la sostanza non cambia: di ciò che scrivono i giornali il Capitano semplicemente se ne frega. Come tutti gli apprendisti autocrati, lui parla direttamente con il popolo-pubblico, attraverso Facebook o Instagram. Una narrazione che non ha bisogno di intermediazioni, o di penne più o meno compiacenti. Tv e cronisti gli servono unicamente come testimoni dei bagni di folla, in un gioco di specchi che alimenta il consenso.

Perché è per lo meno bizzarro che mentre la carta stampata non se la passa affatto bene, tra cali di copie e crisi aziendali, siano proprio i vertici dei Cinquestelle a rianimarla con ingiurie e spintoni. È del tutto naturale, per esempio, che Repubblica chiami a raccolta il proprio lettorato, come avamposto della libertà di stampa sotto assedio. Senza contare che bollare come pennivendoli e puttane un’intera categoria (metodo tre palle un soldo) crea riprovazione e solidarietà anche da parte di chi non ama particolarmente i giornalisti (metodo martirologio).

Fa parecchio ridere che a strillare contro il governo gialloverde, “anticamera della dittatura”, sia Silvio Berlusconi. Anche se la dice lunga sul fuoco di sbarramento del centrodestra nel caso Di Maio e company procedessero con l’annunciata legge sul conflitto d’interessi. Quella per mettere fuori gioco gli editori “impuri” che detengono i giornali per farsi gli affari propri. Cari Cinquestelle, se davvero pensate che Salvini sarà lì a darvi una mano per tagliare il ramo su cui sta comodamente seduto, non avete capito niente.

Capogruppo M5S a Palermo cacciato: “Critiche al ministro”

La libertàdi stampa, e prima ancora quella di pensiero, continuano ad accendere la polemica. Dopo gli attacchi rivolti ai giornalisti da Luigi Di Maio, è arrivato il monito del presidente della Repubblica Mattarella che, nel corso di un incontro con gli studenti, ha ribadito il “grande valore” della libertà di stampa. Anche il presidente della Camera Fico ha assicurato che la libertà di stampa è e sarà tutelata fino alla fine anche se “negli ultimi 30 anni è mancata una cultura generale dell’indipendenza ed è un tema che va affrontato perchè la stampa influenza la politica e i politici influenzano I giornalisti”. Intanto a Palermo si grida all’epurazione. Il capogruppo del M5S al Consiglio comunale Forello è stato sollevato dall’incarico. Lo ha appreso da un post sulla pagina del movimento, nel quale i consiglieri hanno annunciato la nomina di un nuovo presidente del gruppo. Ufficialmente il Movimento ha disposto una rotazione dei vertici prevista dal proprio statuto ma per Forello si è trattato di un provvedimento che “ricorda epoche buie”: è arrivato dopo che il capogruppo ha criticato i vertici M5S per gli attacchi ai giornalisti.

Reuters licenzia 16 cronisti, un terzo della redazione

Ieri mattinaReuters News & Media Italia – divisione italiana di Thomson Reuters, il colosso multinazionale che edita l’agenzia di stampa – ha annunciato al Comitato di redazione, l’organo sindacale interno, della sua divisione italiana che considera in esubero 16 giornalisti, oltre un terzo dell’intera forza lavoro giornalistica nel nostro Paese, e dunque avvierà a breve una procedura di licenziamento collettivo. I giornalisti hanno proclamato un pacchetto di cinque giorni di sciopero: ieri e oggi Reuters Italia non produrrà notizie né in italiano, né in inglese. incomprensibile anche la motivazione dell’azienda, secondo cui i licenziamenti sarebbero necessari nel quadro di un piano di riorganizzazione e di efficientamento della struttura. I lavoratori ritengono “sproporzionata e immotivata questa decisione da parte di un gruppo che ha diffuso conti in utile, ha stanziato 2 miliardi di dollari per potenziali acquisizioni, sta portando un programma di buyback (riacquisto di azioni proprie, ndr) e può contare – unico soggetto nel panorama mondiale dell’editoria – su ricavi certi per 325 milioni di dollari per 30 anni come parte di un accordo con il fondo Blackstone cui ha ceduto la divisione Financial & Risk.

“Salvini si può contestare o è uno Stato di polizia?”

La pericolosa sovversiva trascinata in commissariato per aver osato fischiare Matteo Salvini è una signora di 59 anni, dal corpo minuto e con un sorriso sardonico sempre sulle labbra. Si chiama Eleonora. Nel quartiere la conoscono tutti: siamo a Borgo Pio, centro di Roma, all’ombra della cupola di San Pietro. Non proprio terra di frontiera, anche se la polizia scatta come fosse l’ultimo presidio di una zona rossa.

Succede venerdì mattina quando Eleonora – sulla strada di casa, con le buste della spesa in mano – vede arrivare Salvini dall’altro lato del marciapiede, all’entrata dell’Università Lumsa, dove l’aspettano per un convegno. La signora caccia un paio di fischi con le dita in bocca – “alla pecorara, forse non elegantissimi”, dice lei ridendo – e urla verso il ministro: “Buffone, buffone, ridicolo!”. Ricorda Piero Ricca con Berlusconi, al Tribunale di Milano, 15 anni fa. Stesse parole (“Buffone, fatti processare!”) e simile epilogo: arriva la polizia. Ma stavolta l’intervento è violento: Eleonora viene bloccata fisicamente da un agente e circondata da altri tre. Prova a divincolarsi e cade per terra. Viene portata in commissariato, trattenuta un paio d’ore e denunciata (articolo 651 del codice penale) perché in un primo momento si rifiuta di mostrare il documento d’identità.

“È una storia un po’ patetica – dice ora – ma pure inquietante: è possibile che una ‘vecchietta’ venga placcata perché fischia un politico? Io sono una rompipalle (ride) da quarant’anni. Se qualcuno butta una cartaccia per terra lo inseguo e gliela restituisco. Se passa un uomo di potere che non mi piace lo contesto, come quando è venuto Bush a Roma. Ma non era mai successo niente di simile, nessuno ha mai alzato un dito”.

Eleonora vive a Borgo Pio con la vecchia cagnolina di 15 anni, in un appartamento pieno di libri. Identikit da “compagna rosicona”, direbbe il leghista. “Non faccio fatica ad ammettere che sono di sinistra da sempre – sorride– ma una sinistra che nei partiti non esiste più. Il punto è un altro: Salvini è popolare, piace a tanti italiani, ma spero sia ancora legittimo contestarlo. L’altro giorno, prima della manifestazione contro di lui a Roma, la polizia ha fermato i pullman per un controllo preventivo degli striscioni. Non è normale. C’è un clima strano, brutto. Le forze dell’ordine pare si sentano legittimate a fare qualsiasi cosa”. Eleonora – in queste ore inseguita da giornalisti e videomaker – sfrutta l’improvvisa celebrità per lanciare una provocazione al ministro: “Perché invece di fare il gradasso con chi manifesta e riempirsi la bocca con la parola ‘legalità’ non combatte i criminali veri? Invece di far zittire chi lo fischia, magari potrebbe occuparsi concretamente degli Spada, dei Casamonica, delle mafie che occupano interi quartieri e zone della città”.

Bassetti (Cei): “Non c’è una banca di riserva a salvare l’Italia”

“In un Paese sospeso come il nostro, caratterizzato dalla mancanza di investimenti e di politiche di ampio respiro, gli effetti della crisi economica continuano a farsi sentire in maniera pesante, aumentando l’incertezza e la precarietà, l’infelicità e il rancore sociale”. Nella sua introduzione all’Assemblea generale straordinaria della Cei, il presidente cardinale Gualtiero Bassetti affronta il tema dello scontro politico e in particolare della manovra. E lancia un avvertimento: “Se si sbagliano i conti non c’è una banca di riserva che ci salverà”. E se si perde il metodo politico della cooperazione, “non c’è un’Europa di riserva e rischiamo di ritornare a tempi in cui i nazionalismi erano il motore dei conflitti e del colonialismo”. Poi sul fronte del lavoro dice: “Sono le attese frustrate rispetto al lavoro per cui molti giovani, per poter immaginare un futuro, si ritrovano costretti ad andarsene dalla nostra terra. Sono le attese delle famiglie ferite negli affetti, che soffrono nel silenzio delle solitudini urbane e nell’avvizzimento dei sentimenti”.

Zedda l’arancione scende in campo. Ora l’enigma sono le primarie

Il nome è Progressisti di Sardegna, anche se non sono pochi i dettagli ancora da definire nello schieramento ampio del centrosinistra che dovrà fronteggiare l’onda gialloverde nell’isola in vista delle Regionali di febbraio 2019. E ora c’è anche il leader: il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, che non nega più di essere pronto alla discesa in campo, anche se per l’annuncio ufficiale occorre superare alcuni passaggi delicati. Uno su tutti: le regole sulle primarie di coalizione.

“Bisognerà chiudere nei prossimi giorni”, ammette ora coi giornalisti. “Stiamo facendo le ultime valutazioni. Le primarie? Ci si siede e si ragiona sulle regole condivise e su come organizzarle, al di là dei nomi in campo”. È probabile, quindi, che Zedda entri in campo a giorni, raccogliendo l’invito di oltre 130 sindaci sardi pronti a sostenere la sua candidatura in un’iniziativa ufficiale che sta prendendo corpo in queste ore. Zedda, ex Sel poi approdato nel pantheon dei sindaci arancioni, è un pezzo da novanta nel firmamento progressista in grado di colmare il divario nei sondaggi con un valore aggiunto importante sulla coalizione che si vorrebbe allargata alle forze autonomiste e identitarie e al civismo dei sindaci.

Una carta vincente, insomma, che potrebbe convincere anche il riottoso Partito dei sardi a trovare un accordo comune per la scalata alle Regionali. Di questo si è discusso nei giorni scorsi a Cagliari, in una riunione riservata fra gli sherpa del Pd e quelli del Pds, nelle segrete stanze del Consiglio regionale. Un incontro che ha fatto emergere la disponibilità a convergere su primarie comuni, dopo che il leader del Pds Paolo Maninchedda aveva lanciato in solitudine le primarias del popolo sardo, aperte a tutti i partiti purché pronti a riconoscere il principio fondante della “nazione sarda”. Un’idea che, secondo i sondaggi piace al 25% dei sardi e che dovrà trovare una sintesi programmatica nel cantiere appena aperto la cui premessa è la necessaria rimodulazione delle regole condivise sulla base delle quali verrà individuato il candidato della coalizione allargata. Zedda ha già detto no alle primarias online, indette per il 16 dicembre dal Pds. Molto più probabile, quindi, che le trattative vadano avanti a oltranza, tracciando il percorso delle primarie di coalizione che potrebbero essere celebrate dopo quella data e che vedrebbero protagonisti da un lato Zedda, già incoronato come candidato dell’area progressista, e dall’altro il probabile vincitore delle primarias, Maninchedda. Un’exit strategy onorevole per il leader del campo identitario, che non intende rinunciare allo svolgimento di competizioni in cui “per la prima volta i sardi potranno esprimersi e dire che si sentono una nazione”.

La mediazione degli sherpa intanto va avanti, nonostante nei giorni scorsi pareva sul punto di rottura non solo col Pds ma su tutto il fronte identitario: anche il candidato di Autodeterminazione, Andrea Murgia (un recente trascorso nella segreteria Pd a guida Renato Soru, che due giorni fa ha battezzato con la sua presenza la convention della neo formazione autonomista) ha ribadito il suo no ad alleanze con chi ha condiviso la passata esperienza di governo del centrosinistra.

Manovra, la doppia incognita: pensioni ridotte e nuove tasse

Oggi il governo deve rispondere alla Commissione europea nel tentativo di evitare una procedura di infrazione per debito eccessivo innescata dalla legge di Bilancio. Missione ancora più ardua dopo che ieri le prime audizioni parlamentari sul testo hanno confermato molti dei rilievi avanzati da Bruxelles. Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, l’autorità indipendente sui conti pubblici, ha spiegato che secondo i suoi calcoli il vero deficit atteso per il 2019 “è al 2,6 per cento del Pil”, più alto del 2,4 stimato dal governo, anche se più basso del 2,9 che ha calcolato invece la Commissione. Quanto agli anni successivi, per la prima volta non è previsto alcuno sforzo di tenere sotto controllo i costi: le misure che in teoria dovrebbero ridurre il deficit sono soltanto le clausole di salvaguardia, cioè aumenti automatici dell’Iva e delle accise, 13,7 miliardi nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. Ma poiché finora tutti i governi hanno “disinnescato” tali clausole in deficit – è il messaggio dell’Upb – è inutile fingere che quelle risorse si troveranno mai. Il deficit quindi salirà ancora.

A leggere il documento dell’Upb si trovano argomenti per rafforzare le perplessità di chi in queste settimane ha criticato la manovra. La prima riguarda le coperture: eliminare l’Iri e l’Ace, due agevolazioni fiscali, scaricherà sulle imprese 6,1 miliardi di nuove tasse nel 2019 (il calo di 0,5 miliardi arriva soltanto nel 2020). E questo avrà un impatto negativo sulla crescita. Le partite Iva vedranno invece migliorare la propria condizione di parecchio: il 75 per cento dei lavoratori autonomi, con la nuova “mini flat tax” avrà benefici di 5.700 euro. C’è però un problema: per come è costruita l’aliquota agevolata, chi sfora il tetto dei 65.000 euro annui di un solo euro si trova a pagare 5.900 euro di tasse in più e chi supera di un euro i 100.000 ne paga 4.300 aggiuntivi. Un effetto soglia che può determinare una “trappola della povertà”.

La parte dell’analisi Upb che ha suscitato più polemiche è quella che riguarda la riforma delle pensioni: 437.000 beneficiari potenziali della quota 100, come somma di età anagrafica (62) e contributiva (38). Se andassero in pensione tutti subito, la spesa per lo Stato sarebbe di 13 miliardi all’anno dal 2019. Ma non succederà, anche perché ora che le pensioni sono in gran parte contributive, rinunciare ad anni di contribuzione taglia parecchio l’assegno: chi anticipa di un anno perde il 5 per cento, ma chi smette di lavorare quattro anni prima di quanto avrebbe dovuto perderà il 30 per cento. Una sorpresa positiva nella relazione dell’Upb c’è: gli enti locali hanno 22 miliardi di risorse disponibili (avanzi di bilancio) che ora potranno spendere grazie alla manovra che recepisce una sentenza della Corte costituzionale, risorse che “potrebbero essere utilizzate con maggiore rapidità rispetto alle ipotesi governative”, perché i progetti sono già pronti e già finanziabili.

L’Istat, nella sua audizione, ha fatto il punto sul reddito di cittadinanza per il quale la legge di Bilancio stanzia 9 miliardi di euro all’anno: “Secondo le simulazioni, il Pil registrerebbe un aumento dello 0,2 per cento rispetto allo scenario base. Questa reattività potrebbe essere più elevata, e pari allo 0,3 per cento, nel caso in cui si consideri l’impatto del Reddito di cittadinanza come uno choc diretto sui consumi delle famiglie”. Un impatto significativo, all’altezza delle aspettative della componente Cinque Stelle del governo che ha voluto la misura.

I dettagli, però, sono ancora oscuri, non c’è alcuna traccia di bozze, soltanto indiscrezioni. E perfino in area M5S qualcuno inizia a preoccuparsi, come il sottosegretario Stefano Buffagni, braccio destro di Luigi Di Maio, che a Quarta Repubblica di Rete4 dice: “Controllare per esempio che 102 mila famiglie milanesi, la platea potenziale del reddito, vadano ai centri per l’impiego e si impegnino a cercare un lavoro è davvero una cosa difficile”.

Sulla manovra interviene in modo inusuale perfino la Conferenza episcopale italiana: “Se si sbagliano i conti non c’è una banca di riserva che ci salverà: i danni contribuiscono a far defluire i nostri capitali verso altri Paesi e colpiscono ancora una volta e soprattutto le famiglie, i piccoli risparmiatori e chi fa impresa”, dice il cardinale Gualtiero Bassetti.

Ma in questo campo l’unica assoluzione che conta è quella dei mercati. E ieri lo spread è tornato sopra quota 300. Non un bel segnale.

Il Pd contro lo scudo a banche e Authority nella manovra

Contro la norma, presente in manovra, sui rimborsi ai risparmiatori di Etruria & C. che contiene lo scudo per gli istituti e le autorità di vigilanza si schiera il Pd. “Poco meno di un anno fa in Commissione Banche – ha detto il dem Franco Vazio , vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera – erano emersi con chiarezza il ruolo opaco e insufficiente di Bankitalia e di Consob nei controlli e nei mancati allarmi ai risparmiatori, le omissioni nelle comunicazioni e quindi una evidente responsabilità della Vigilanza e delle banche nelle vicende che travolsero risparmiatori e imprese messi sul lastrico”. E ancora: “Lega e 5 Stelle, i paladini dei risparmiatori si trasformano in paladini delle banche e dei loro garanti”. Nel suo intervento il deputato Pd ha ripreso l’articolo pubblicato dal Fatto lo scorso 7 novembre sul caso dei rimborsi ai “truffati dalle banche” che in un sub-comma anodino di un articolo della legge di Bilancio salvaguarda le banche, ma soprattutto Consob e Bankitalia dal rischio di dover rispondere delle colpe “in vigilando” che iniziano a emergere nei tribunali. Un salvacondotto segnalato ai risparmiatori dall’ex commissario della bicamerale d’inchiesta, l’ex senatore Andrea Augello.

Carige, il salvataggio se lo pagano le banche

Le banche pagano il salvataggio di Carige. “Abbiamo la certezza della messa in sicurezza della banca e del buon esito dell’aumento di capitale che avverrà a marzo”. Sono le cinque di ieri pomeriggio quando Fabio Innocenzi – nuovo ad Carige – annuncia le misure straordinarie prese dall’istituto genovese per salvarsi. A cominciare dall’emissione di un bond per 400 milioni.

Proprio negli ultimi giorni erano emerse altre voci allarmanti, anticipate dal Fatto: le ispezioni di Bce in primavera, la richiesta di ulteriori accantonamenti e di rettifiche per 257 milioni, che però il precedente cda aveva eseguito soltanto per il 5%. Così si è capito che il cda di ieri poteva essere decisivo per il futuro di una banca nata nel 1483.

E in effetti le decisioni che sono uscite dal cda sono drastiche. A cominciare dall’emissione di 400 milioni di bond. Il doppio di quanto si era ipotizzato.

Ma la novità importante è che il braccio volontario del fondo interbancario di tutela dei depositi – di cui sono socie tutte le banche italiane – sottoscriverà buona parte dei bond, per circa 320 milioni. Insomma, non si tratterà di un salto nel buio. Come ha spiegato Innocenzi, “il Fondo si è messo a servizio, gli azionisti Carige decideranno poi se assorbire i soldi messi dal fondo oppure no. Esiste la possibilità che il fondo diventi azionista solo se c’è un disimpegno parziale di qualche azionista e non ne subentrassero altri”.

In pratica il denaro investito nei bond potrebbe in un secondo tempo essere convertito in quote di Carige. Dipenderà molto dall’atteggiamento dei principali soci della banca.

Adesso la palla passa all’assemblea che dovrà votare un aumento di capitale che corrisponderà circa al valore dei bond per rimborsare il prestito. Quindi intorno ai 400 milioni, forse qualcosa in più. Soltanto a quel punto, si dice, i soci decideranno se sottoscrivere l’aumento che avrà come scopo proprio il rimborso del Fondo interbancario. Altrimenti, appunto, quest’ultimo diventerà socio di Carige. Ieri la famiglia Malacalza – che detiene il 28 per cento delle quote – ha risposto “grazie, no” all’invito di unirsi subito ai sottoscrittori dei bond. Ma questa decisione, è stato specificato, “non significa un disimpegno perché appunto le quote potranno essere acquistate in un secondo tempo”.

Si attende anche la risposta di Gabriele Volpi che con il 9,9% è il secondo socio. Da Raffaele Mincione (5% delle quote) è arrivata la comunicazione di un impegno a partecipare con 20 milioni, ma a patto di ottenere condizioni particolari.

Sarà l’ennesimo aumento di capitale in banca Carige. L’ultimo è avvenuto alla fine del 2017: 500 milioni di risorse fresche e altri 500 milioni per liability management exercise (Lme), cioè scambio tra bond di vecchia e nuova emissione.

Il nuovo presidente Carige, Pietro Modiano, è convinto: “Ora siamo una banca in sicurezza e pulita”. E qui si apre il capitolo della ricerca di un partner, come richiesto con molta insistenza dalla Bce: “Abbiamo la prospettiva di trovare un’aggregrazione a lungo termine forte”, spiega Modiano. Innocenzi aggiunge: niente contatti per adesso, “la ricerca di un partner industriale-finanziario può avere miglior esito con una banca pulita, anche per favorire eventuali operazioni di aggregazione e integrazione”.