Diamanti e cause legali: Mps rischia un nuovo salasso

Come un boomerang, il passato torna a colpire il Monte dei Paschi. Vedi alla voce diamanti: negli anni scorsi piazzare le pietre ai clienti offrì alla banca lucrose commissioni ma oggi si rivela dannoso. Dopo la multa ricevuta insieme ad altri istituti nel 2017 dell’Antitrust per “le modalità di offerta dei diamanti (…) gravemente ingannevoli e omissive” (è in corso anche un’inchiesta per truffa), il 19 aprile scorso l’istituto di Siena ha deliberato “l’integrale restituzione dell’importo investito” a chiunque ha comprato le pietre. Il 27 giugno però Mps ha informato i clienti che il riacquisto dei diamanti era sospeso in attesa delle autorizzazioni previste dalle leggi di pubblica sicurezza. Nei giorni scorsi l’istituto ha chiesto a un intermediario un preventivo sulle polizze assicurative per le pietre da riacquistare. Secondo fonti vicine alla vicenda, il valore totale dei diamanti piazzati negli anni dal broker Dpi ai clienti di Banca Mps, Mps Capital Services e Widiba è di circa 330 milioni. Sulla vicenda Rocca Salimbeni non commenta.

Il problema è che sul mercato quelle gemme valgono un terzo o un quarto del prezzo al quale furono collocate ai risparmiatori. Mps dovrà dunque spesare un fondo a copertura di prevedibili perdite che si aggiunge agli accantonamenti obbligatori per le vertenze legali previsti dal principio contabile Ias 37. Mps segnalava che al 30 giugno erano “pendenti 28 cause promosse da azionisti e/o ex azionisti” per una richiesta di danni complessiva “di circa 763 milioni” relativa agli aumenti di capitale 2008, 2011, 2014 e 2015 e ad acquisti di azioni sul mercato “sulla base di informazioni asseritamente non corrette contenute nei prospetti informativi e/o nei bilanci e/o nelle informazioni price sensitive diffuse nel periodo 2008/15”. Ma il peggio potrebbe dover ancora venire: il 6 novembre al nuovo processo di Milano contro l’ex presidente Alessandro Profumo, l’ex ad Fabrizio Viola, l’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvadori e Mps stessa, citata come responsabile civile, si sono costituiti altri 2.600 tra azionisti e associazioni di risparmiatori. In discussione c’è la rappresentazione a bilancio dei contratti Alexandria e Santorini “a saldi aperti” (presentandoli cioè come Btp) anziché “a saldi chiusi” (cioè come derivati, quali in effetti erano). I danni richiesti non sono ancora ufficializzati ma potrebbero essere molto elevati. Durante la presentazione dei conti al 30 settembre, a una domanda precisa sulla quantificazione dei fondi previsti dallo Ias 37 la banca non ha dato alcuna cifra. Sul tema, Mps precisa che “è ammesso non fornire disclosure sugli accantonamenti a bilancio, qualora ciò arrechi grave pregiudizio alla banca nei procedimenti giudiziali”, come in questo caso.

Per l’istituto di Siena è un rischio: nuovi pesanti accantonamenti eroderebbero pericolosamente i “cuscini” di capitale che tengono il patrimonio sopra i minimi regolamentari. Anche perché, nonostante l’utile di 379 milioni, i conti al 30 settembre segnano “indietro tutta”: rispetto a 12 mesi fa si riducono gli impieghi (-4%) e la raccolta (-9%), i ricavi (-22%, per 505 milioni a causa dell’impatto positivo causato lo scorso anno dal burden sharing) e il risultato lordo (-40%). L’utile emerge solo grazie al drastico taglio degli accantonamenti per perdite su crediti. Se poi si guarda ai dati del 2016, in due anni sono andati persi impieghi per oltre 17 miliardi (a 87,5, -16%), e raccolta per 11 miliardi (a 94, -11%). Si assottigliano anche i dipendenti (nell’ultimo anno ne sono usciti altri 1.500) e le filiali (ne son state chiuse altre 260). Il Monte che potrebbe presto convolare “a nozze riparatrici”: è solo l’ombra del gigante che fu.

Il film su Cucchi alla Camera. Il capo leghista: “Non vado”

Il film Sulla mie pelle, che racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, sarà proiettato oggi nelle sale della Camera. Presenti Roberto Fico, che ha organizzato l’evento, il regista Alessio Cremonini e Ilaria Cucchi, che però non avrà occasione di incrociare il ministro degli Interni Matteo Salvini, con cui spesso si è scontrata in passato: “Il presidente della Camera fa le sue scelte – ha detto il leghista spiegando la sua assenza – ma io domani sono molto impegnato”. Salvini ha poi negato di aver visto il film: “Non ho molto tempo per andare al cinema”. Nelle scorse settimane – complice la svolta nel processo per la morte di Stefano, grazie alla testimonianza di un carabiniere che ha accusato due colleghi del pestaggio – Ilaria Cucchi aveva preteso le scuse da Salvini, facendo riferimento a quando il ministro aveva invitato la sorella di Stefano a “vergognarsi” per le sue parole contro le forze dell’ordine. Quelle scuse non sono mai arrivate, nonostante il leghista abbia poi dato disponibilità a ricevere la famiglia Cucchi al Viminale.

Picchi, il ministro degli Esteri parallelo

L’occasione ufficiale è la Conferenza internazionale sulla cybersecurity a Tel Aviv (in programma da ieri a giovedì): ma durante il suo viaggio in Israele, il sottosegretario agli Esteri leghista Guglielmo Picchi, ha in programma visite con i rappresentanti del settore industriale, incontri con tutto lo staff di Benjamin Netanyahu e con Fiamma Nirenstein. Tra gli obiettivi: stabilire una collaborazione a lungo termine tra Leonardo e l’industria della Difesa israeliana.

In realtà è una visita preparatoria: tra qualche settimana, in Israele, ci andrà Matteo Salvini. Che, dopo Mosca, continua il suo tour nei paesi strategici per la Lega. Picchi spesso lo precede o lo segue, nelle vesti di ministro degli Esteri parallelo. Mentre Enzo Moavero va a Bruxelles e a Strasburgo, Picchi è stato in Ungheria, in Polonia, in Cecoslovacchia. A tessere rapporti con i governi considerati vicini. Non nasconde l’ambizione di fare il ministro degli Esteri in un prossimo governo Salvini. Intanto, sta studiando il russo. Ma su di lui esiste anche un altro progetto: potrebbe essere il candidato da opporre a Dario Nardella, a Firenze.

Consigliere di Salvini per la politica estera, fu lui a intervenire in aula durante il dibattito sulla missione in Siria, a inizio legislatura, dopo l’attacco di Usa, Gran Bretagna e Francia. Impostò il suo intervento lungo una direttrice molto chiara: nessuna messa in dubbio dell’Alleanza atlantica da parte della Lega, ma ferma condanna dell’assenza del mandato dell’Onu. Precisazione: “La Russia è un partner; la consideriamo parte della storia dell’Europa”. Picchi negli anni si è distinto per aver portato Salvini da Donald Trump il 25 aprile 2016. Dell’incontro a Philadelphia, a margine di un comizio elettorale dell’allora candidato repubblicano alle primarie Usa, esiste una foto. Salvini la postò immediatamente sui social, “The Donald” qualche settimana dopo negò che l’incontro ci fosse stato. Smentita a posteriori un po’ sospetta, tanto che Salvini parlò allora della presenza di una serie di mail preparatorie. Oggi Picchi vanta saldi rapporti con i Repubblicani. Ed è lui che gestisce i rapporti con l’ex guru di Trump, Steve Bannon.

Classe 1973, fiorentino, Master in Business Administration alla Bocconi, è dirigente (ora in aspettativa) di Barclays, banca d’investimenti a Londra, città centrale per ogni tela che guarda a Mosca. Eletto deputato nelle liste degli italiani all’estero per la prima volta nel 2006 con Forza Italia, è passato alla Lega nel 2016. All’epoca sostenitore del Remain, è però in stretto contatto con Nigel Farage e i suoi “bad boys della Brexit”. Con l’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) di cui è membro, a luglio è stato nel Donbass in Ucraina: luogo chiave per la “battaglia culturale” verso la nuova Europa. Secondo la narrazione putiniana, la rivolta del Maidan per ripristinare la Costituzione ucraina nel nome dell’indipendenza dai russi, fu un “colpo di stato”, fomentato da gruppi neo-nazisti.

Picchi, dunque, è il ponte, che va dai nuovi States alla vecchia Russia. Oggi guarda con attenzione a Bolsonaro: tra i suoi c’è Luis Lorenzato San Martino, deputato eletto in Brasile e in rapporti così stretti con il neo presidente da essere stato incaricato di fare da tramite tra il governo italiano e quello carioca. Tra le sue molteplici attività, Picchi ha pure fondato il Centro studi Machiavelli, “think tank del nuovo conservatorismo”. Organizza convegni “identitari”. Sede fisica? Nessuna. Sede legale? La casa del commercialista del sottosegretario.

Libia, a Palermo c’è Haftar. Ma l’accordo resta lontano

Fino a un’ora prima dell’inizio della Conferenza sulla Libia di Palermo, ieri sera, non c’era ancora una lista dei partecipanti. Il problema non erano tanto i 30 Paesi presenti, quanto le delegazioni libiche: difficile mettere insieme i leader di fazioni che da anni s’affrontano nel Paese, spesso in armi. Organizzando la Conferenza intitolata “Per la Libia e con la Libia”, l’Italia cerca di fare in modo che i libici possano decidere il proprio futuro. Ma l’esito dell’operazione resta incerto; e il successo non è facilitato dalle frizioni internazionali, anche fra europei, specie fra Italia e Francia.

L’arrivo del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, è rimasto in dubbio fino all’ultimo. Domenica, sembrava che non venisse, adducendo palesi scuse – la presenza del Qatar, che secondo altri Paesi arabi foraggia il terrorismo, e d’una fazione vicina ad al Qaeda –; poi è arrivato, si dice dopo “forti pressioni” del presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi, suo referente.

Il capo del governo di unità nazionale, ‘sponsorizzato’ dall’Onu, Fayez al Sarraj, era già a Palermo nel pomeriggio, mentre domenica erano arrivati altri tre protagonisti dei fronti libici: il presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, il capo dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Khaled al Meshri, e il vicepremier di Sarraj, Ahmed Maitig, rappresentante le milizie di Misurata, che in settimana era stato a Parigi. Ma fra tanta gente che arriva, c’è anche chi se ne va: Ali Saidi, deputato della Camera di Tobruk, numero due nella delegazione guidata dal presidente Saleh, molto vicino al generale Haftar, fa sapere a Lybia24 che “restare è inutile”, perché non vuole “essere falso testimone” del suo Paese, dopo avere scoperto “i veri fini della Conferenza”, da lui definita “una sceneggiata”.

L’arrivo di Haftar conferma l’ottimismo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, artefice, insieme al ministro degli Esteri Enzo Moavero, di questo appuntamento, preparato ricevendo a Palazzo Chigi il premier al Sarraj e il generale Haftar e con le missioni a Washington e a Mosca. Per gli Usa c’è solo l’inviato per il Medio Oriente David Satterfield; invece, per la Russia addirittura il premier Dmitri Medvedev. La Francia, che non vuole mostrarsi ostile, ha il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian. I Paesi limitrofi della Libia, Grecia e Malta sono tutti presenti al massimo livello. E poi ci sono le organizzazioni internazionali.

Ancora ieri mattina, Conte diceva: “Mi aspetto che Haftar sia presente”, anche se “la sua visione non è certamente coincidente con quella di al Sarraj”. E il premier aveva ragione. Però, l’incertezza su modi e tempi dei lavori e sulle conclusioni conferma quanto sia ingarbugliata la matassa libica. Prima dell’inizio della conferenza, tutti hanno avuto incontri bilaterali con Ghassam Salamé, l’inviato dell’Onu in Libia che sta tessendo la tela per una nuova roadmap verso la stabilizzazione ed elezioni.

Dopo la cena, il premier Conte ha intessuto contatti bilaterali, con Haftar e con altri. Ma l’ipotesi d’un ‘mini-vertice’ a latere della Conferenza – Conte, Haftar, al-Sisi e Niger, Malì, Russia – è stata smentita. Che cosa verrà fuori oggi? Le previsioni sono aleatorie, in uno scenario così fragile.

Roberto Aliboni, forse il massimo esperto di Libia italiano, non esclude che la Conferenza si riveli, “nel contesto di una crisi libica sempre più aggrovigliata”, “un maldestro sviluppo della politica estera italiana”. Ma se è “davvero improbabile” che la Conferenza “metta insieme i fattori necessari a un’azione politico-diplomatica che aiuti la stabilizzazione della Libia”, è invece legittimo attendersi, specie da parte del governo italiano, di riuscire a gettare i semi d’una qualche maggiore intesa interna. Sarebbe “un risultato piccolo, ma utile”; e l’Italia ne vedrebbe aumentato lo ‘spazio di manovra’ di cui dispone.

Salvini venite Parvulos

Lasciate che i bambini vengano a lui. Al Capitano che cammina sulle acque nei sondaggi, e ora aggiunge all’infinita galleria di selfie quello insieme a una torma di pargoli entusiasti. La colpa, diciamo, è di Rai3 e della nuova trasmissione Alla lavagna!. Il format è francese: una classe di bimbi tra i 9 e i 12 anni interroga un personaggio pubblico. Tra i vari ospiti arruolati per la versione italiana ci sono Veltroni, D’Alema, Gabanelli, Gasparri, Gramellini, Luxuria. Ma per lanciare la prima puntata è stato scelto – con dubbia opportunità – il personaggio politico del momento. L’ipermediatico Salvini (reduce dallo show con Brumotti al salone delle moto di Milano) non poteva mica esimersi. Ha messo su la camicia bianca e il sorriso delle occasioni migliori, ha risposto con paterna condiscendenza alle candide curiosità dei fanciulli (“Sei razzista?” “No tutt’altro”) e ha scritto “Sovranismo” sulla lavagna. Momenti di altissima televisione.

Era sottosegretario di B., finisce ai domiciliari. “L’ospedale nelle mani della ’ndrangheta”

“Spiccata pericolosità”. Ma soprattutto “asservimento storico ai clan di ’ndrangheta lametini”. Il profilo tracciato dalla gip Barbara Saccà sull’ex parlamentare Udc e Forza Italia Pino Galati è inquietante. Il suo legame con le cosche di Lamezia Terme, per il giudice è “sintomatico di un rapporto stabile e duraturo nel tempo”. Marito dell’ex deputata della Lega Nord Carolina Lussana, Galati è tra i 24 arrestati ieri dalla GdF nell’ambito dell’inchiesta “Quinta bolgia”. La Dda di Catanzaro ha svelato come la ‘ndrangheta abbia occupato militarmente l’ospedale di Lamezia Terme.

A Montecitorio dal 1996 al 2018, Galati è stato più volte sottosegretario nei governi Berlusconi. Ieri è finito ai domiciliari perché, con l’ex consigliere comunale Luigi Muraca (pure lui arrestato), è ritenuto l’intermediario tra l’ospedale e le aziende mafiose: dalle ambulanze sostitutive al servizio pubblico (con un appalto rinnovato per 7 anni senza bandi pubblici), alle imprese di onoranze funebri, fino alla fornitura di materiale sanitario e al trasporto sangue. L’ospedale era affare delle imprese riconducibili alla cosca Iannazzo-Daponte-Cannizzaro, legata ai Giampà. Imprenditori in carcere e politici ai domiciliari. Così come l’ex direttore generale del’Asp Giuseppe Perri, l’ex direttore amministrativo Giuseppe Pugliese e il responsabile del Suem 118 Elieseo Ciccone. Tutti, adesso, sono accusati di numerosi episodi di abuso d’ufficio dietro i quali si nasconde l’intreccio tra ’ndrangheta e sanità pubblica che ha danneggiato gli utenti dell’ospedale, soccorsi con ambulanze fatiscenti senza freni e con motori danneggiati. A bordo era anche peggio: ossigeno scaduto e personale senza alcuna preparazione medica: “Non avevano concorrenti quindi potevano usare anche un calesse”.

Per il procuratore Nicola Gratteri siamo di fronte “a gente spregiudicata che vive nell’agiatezza lucrando sui morti e sui funerali”. Il tutto favorito dall’assenza di controlli da parte dei dirigenti dell’Azienda sanitaria, impassibili anche quando i due gruppi imprenditoriali coinvolti nell’inchiesta, i Putrino e i Rocca, avevano sottomesso il personale medico e paramedico dell’ospedale. Le chiavi di alcuni reparti erano custodite non dai medici ma dalle ditte mafiose che avevano libero accesso pure al deposito farmaci del pronto soccorso. Guadagnavano con i malati ma anche con i morti. Le imprese avevano le password per accedere ai dati sensibili dei pazienti che stavano per morire per potersi accaparrare il funerale.

“Compà Pugliese, il direttore amministrativo di Catanzaro, lo abbiamo messo noi”. Uno degli arrestati non ha dubbi ma l’imprenditore Pietro Putrino è più esplicito: “Ce l’ha messo Galati”. Lo stesso Galati che, stando al pentito Giuseppe Giampà, “ci pagò per i voti delle elezioni del 2000, dette a me personalmente 30 milioni”.

“Fui fermato come Woodcock. Ora è chiaro ma è troppo tardi”

“Nelle mie inchieste già emergevano i collegamenti tra Giuseppe Galati e la criminalità organizzata calabrese. Purtroppo – dice il sindaco di Napoli Luigi de Magistris – mi hanno fermato”. Illecitamente, secondo la Corte d’Appello di Salerno, che venerdì sera ha ribaltato le assoluzioni piene di primo grado e ha sentenziato il reato di abuso d’ufficio – prescritto – dietro la sottrazione dei fascicoli Why Not e Poseidone, nel 2007, all’allora pm di Catanzaro De Magistris.

Tra gli imputati che hanno visto l’assoluzione dissolversi in prescrizione c’è anche l’ex sottosegretario alle Attività produttive Galati. Arrestato ieri con l’accusa di essere l’anello di congiunzione tra l’azienda sanitaria provinciale di Catanzaro e le cosche. Di lui parla spesso De Magistris nel quintale di verbali resi dieci anni fa al pm di Salerno Gabriella Nuzzi che indagava sullo scippo delle sue inchieste. Il 26 febbraio 2008, a una domanda sugli intrecci criminali tra Why Not e Poseidone, la prima sui finanziamenti regionali alle imprese, la seconda sugli appalti della depurazione, De Magistris risponde facendo subito un nome: Galati. “Ha avuto un ruolo rilevante”.

De Magistris, chi era Galati?

Era uno dei ganci all’interno del governo Berlusconi della lobby che mi tolse le inchieste. Uomo di punta dell’Udc di Cesa, uno degli indagati di Poseidone. Era l’anello di collegamento tra politica, imprese e poteri deviati nella gestione illecita dei contratti di programma e di area. E operava molto nella zona del Lametino, dove l’hanno arrestato.

Il suo arresto la sorprende?

Non ne conosco le ragioni precise, ma già nelle mie carte emergevano collegamenti con la criminalità organizzata. Purtroppo mi hanno fermato.

Una sentenza, peraltro non definitiva, le dà ragione 11 anni dopo. Che senso ha dopo tanto tempo?

La sentenza arriva tardi, il danno è irreparabile: hanno distrutto le indagini e il magistrato, ora faccio altro. Però mette un bollino di giustizia su quello che tutte le persone per bene sapevano e avevano compreso: ci impedirono di raggiungere la verità, di indagare fino in fondo le mafie nel cuore dello Stato. E ci si arriva quando anche la Procura di Salerno ci aveva rinunciato, non impugnando le assoluzioni di primo grado.

I pm di Salerno titolari all’inizio, Nuzzi e Verasani, furono sanzionati dal Csm ed esclusi dall’indagine sui magistrati di Catanzaro.

Se li avessero lasciati lavorare, forse alla verità su Catanzaro ci saremmo arrivati. E comunque la prova del reato contro di me era talmente evidente che alla fine un giudice ha dovuto riconoscerlo.

Se lei fosse arrivato fino in fondo, cosa sarebbe successo?

Avremmo cambiato la storia di questo Paese. Stavamo arrivando al cuore dei poteri deviati dello Stato. Mafie, massonerie, forze dell’ordine, magistratura, affaristi, mazzette, scatole cinesi. Molte delle persone che indicai nei miei verbali alla Nuzzi sono ancora al potere nei loro settori.

Faccia i nomi.

Sono in quei verbali.

Il Csm di Giorgio Napolitano e Nicola Mancino le tolse le funzioni di pm e la spedì al Riesame di Napoli per incompatibilità ambientale.

Quel Csm si sporcò le mani di violenza istituzionale. Sapeva la verità, ma scelse di lasciare in Calabria i magistrati che commisero reati e di cacciare chi quei reati li aveva denunciati. Non ci sono precedenti di questa portata. Le mafie, per ottenere con altri pm lo stesso risultato, usarono il tritolo.

Gli ex indagati di Why Not e Poseidone a Catanzaro, tra cui Clemente Mastella, sbandierano proscioglimenti e assoluzioni per sottolineare la debolezza delle sue inchieste.

Accusa fragile e risibile. Legittima la critica, anche dura, se fossi rimasto fino in fondo. Ma se tu mi sottrai le inchieste mentre sto elaborando le conclusioni, e affidi quella casa ad altri che non volevano finire di costruirla, o non erano in grado di costruirla… Chi è venuto dopo non aveva le possibilità di andare avanti, erano indagini troppo delicate per poter essere proseguite da chi non ne aveva la minima cognizione. I pm di Salerno, poi, avevano capito perfettamente. Lo hanno detto nell’autunno 2008 in prima commissione del Csm. ‘Guardate che De Magistris è stato fermato’. Hanno fermato anche loro.

Trova analogie tra la sua vicenda e quelle dei pm napoletani di Consip, Woodcock e Carrano, finiti sotto processo al Csm dopo aver intercettato i Renzi?

Ogni storia è una storia a sé, ma come non vedere le analogie? Nella mia indagine Toghe Lucane ricordo perfettamente il tentativo di isolare già allora un collega bravo e coraggioso come Woodcock, all’epoca a Potenza. Riuscii ad impedire che lo fermassero. Poi tanti anni dopo chi incolpò me al Csm ha incolpato anche lui…

Roma, arbitro dilettante aggredito. Ha rischiato la vita

Grave episodio di violenza nei confronti di un direttore di gara domenica nella periferia romana. L’arbitro del match del campionato di Promozione tra Virtus Olympia e Atletico Torrenova Riccardo Bernardini è stato aggredito ed è finito in ospedale, dopo aver rischiato la vita per un principio di soffocamento. I fatti sono avvenuti nei pressi degli spogliatoi del campo Francesca Gianni a San Basilio, al termine della gara, finita 3-2 per la squadra ospite. Match agitato per via di una doppia espulsione ai danni dei padroni di casa. L’arbitro è stato raggiunto da alcune persone non identificate che hanno scavalcato il cancello di accesso agli spogliatoi e l’hanno colpito con pugni, facendolo cadere in terra sbattendo la testa e perdendo i sensi. Per fortuna è potuto intervenire subito il preparatore atletico dell’Atletico Torrenova, Yuri Alviti, che ha probabilmente salvato la vita al giovane arbitro, rianimandolo. Bernardini che al campo era accompagnato dalla fidanzata è poi stato trasportato in ambulanza al Policlinico Umberto I, dove gli sono stati messi tre punti per una ferita alla testa (causata dalla caduta) e dove il giovane è stato tenuto in osservazione per tutta la notte.

Il vero supereroe era lui: addio a Stan Lee

Poche persone hanno influito sull’immaginario collettivo come Stan Lee che è morto ieri sera a 95 anni. Lee non ha inventato personaggi, ha creato universi ma anche un modello di business editoriale prima e poi ha generato un’industria che muove miliardi di dollari, quella dei film di supereroi.

Se la Disney nel 2009 si è comprata la Marvel Comics, salvandola dall’ennesima crisi, il merito è tutto di Stan Lee: erano sue le idee che valevano, quelle intuizioni degli anni Sessanta che permettono ora alla più grande azienda di intrattenimento al mondo di creare film come Avengers: Infinity War (2 miliardi di dollari d’incassi).

Stan Lee è morto male, solo, in California, circondato dai suoi soldi e da chi ne voleva una parte. Gli hanno sottratto milioni di dollari e non solo. Qualche mese fa si è diffusa la notizia che alcuni fan avrebbero ottenuto addirittura il suo sangue per firmare degli albi di Black Panther su cui lasciare il Dna dell’inventore dei supereroi. Lee è anche invecchiato male, quasi ossessionato dal dimostrare di essere sempre in prima fila: appare in quasi tutti i film di supereroi, ha cercato di lanciare nuove serie di scarso successo. Ma tutto questo poco conta al momento del bilancio finale.

Negli anni Sessanta, Lee ha preso la Timely Comics e l’ha trasformata nella Marvel di cui era il principale scrittore e il direttore editoriale. Tutti i supereroi portano la sua firma: dai Fantastici Quattro a Spider Man.

Mentre la DC Comics, con Batman e Superman, affonda le sue radici nell’America cupa degli anni Trenta e della Grande Depressione, Lee è il profeta della parte migliore degli anni Sessanta, quella dell’ottimismo, della speranza, prima dell’ideologia e della politica. Si inventa i “supereroi con superproblemi”. Lui non scrive le sceneggiature delle storie, solo i soggetti, sveglia nel cuore della notte i disegnatori, li sommerge con il torrente delle sue invenzioni e poi pretende che le traducano in storie complete in tempi impossibili. Questa “Marvel Way” è una catena di montaggio che lascia a lui quasi tutti gli onori. E infatti i grandissimi disegnatori degli inizi, da Jack Kirby a Steve Ditko a Gene Colan a Bill Everett, avranno tutti rapporti complicati (eufemismo) con “il fondatore”. Lee è esagerato, travolgente, decide da solo che quello dei Fantastici Quattro è “il miglior fumetto del mondo” e lo scrive in copertina, parla con i suoi lettori, scherza nelle didascalie, li trascina da una serie all’altra, dimostrandosi un genio del marketing.

Ancora oggi tutte le storie Marvel sono introdotte dalla formula “Stan Lee presenta”. Perché tutto questo meraviglioso mondo di eroi e criminali e divinità spaziali è roba sua. E milioni di lettori e spettatori nel mondo oggi lo salutano con gratitudine.

Pernigotti, la calata dei turchi che ruba l’anima a Novi Ligure

“Altro che torroni! Qui c’è in gioco molto di più”. Il signor Giacomo indica il marchio della fabbrica: Pernigotti 1860. “Parliamo di 158 anni di lavoro. Cioè la nostra storia e l’identità”. Parole grandi. Per questo ieri sera a Novi si sono riuniti tutti per un consiglio comunale aperto: politici e cittadini. Da chissà quanto non succedeva. Nel municipio non ci stavano, così sono andati nel museo dei Campionissimi Fausto Coppi e Costante Girandengo, nati su queste strade.

Già, non sono soltanto – si fa per dire – i 100 dipendenti, i 130 stagionali e tutto l’indotto della Pernigotti. In questa sala si parla del destino di tutte le Novi d’Italia, cittadine con un passato che può essere comprato dal primo turco o cinese che passa. Novi è il prototipo, 28 mila abitanti, più di un paese, ma non abbastanza. Con il rischio di essere periferia, ma senza una città. Forse dell’outlet di Serravalle, il più grande d’Europa, che attira 5 milioni di persone l’anno. Ormai i ragazzi si ritrovano lì, tra costruzioni che ricordano ranch americani, piuttosto che nella piazza della Piane. Proprio come in Texas, il film dell’alessandrino Alessandro Paravidino.

“Diamo i cioccolatini al posto delle ostie” hanno proposto gli operai a don Luigi Vercesi che celebrava messa in fabbrica. Ma anche il sacerdote ha messo le mani avanti: “Non assicuro miracoli”. La proprietà turca non ha lasciato molti spiragli: “Si chiude”. Unica concessione: “La produzione resterà in Italia, ma esternalizzata”. All’incontro in Prefettura non si sono visti, hanno mandato gli avvocati, e chissà se ci saranno giovedì al Ministero dello Sviluppo Economico. “Da quando hanno comprato la società, dieci anni fa, li abbiamo visti un paio di volte”, raccontano il delegato sindacale Piero Frescucci e gli operai riuniti davanti alla fabbrica ferma. “Sono entrata nel 1981 – racconta Anna – qui dentro ci ho passato la vita. All’inizio eravamo seicento, ma sembrava una famiglia. Si parlava, ci si conosceva, quando qualcuno aveva bisogno lo aiutavamo”. Da questi capannoni uscivano pacchetti luccicanti che finivano sulle tavole di milioni di italiani. C’era ancora la dinastia Pernigotti. “Il signor Stefano”, lo chiamano ancora così, per nome, anche se era il padrone. Chissà cosa pensa il vecchio Pernigotti, oggi novantenne, vedendo la ‘sua’ fabbrica ridotta così: “Poi l’hanno venduta agli Averna, quelli dell’amaro, e alla fine sono arrivati i turchi. Subito hanno aperto fabbriche in Turchia e hanno cominciato a ridurre il lavoro da noi. Abbiamo capito che non avevano intenzione di puntare sulla fabbrica di Novi”, sospira Emanuele, trent’anni. Già sua nonna lavorava qui, perché essere della Pernigotti era quasi un titolo ereditario. Una tradizione, appunto. È stato questo lo shock: scoprire che anche il marchio, la storia, te li possono comprare. Novi dalle tante anime: è pianura, ma tira già un vento che arriva dal mare. Se cammini per i vicoli del centro storico, accanto alle case basse così piemontesi, trovi i palazzi delle famiglie patrizie genovesi – Doria, Balbi, Spinola – che comandavano la città. Del resto lo cantava anche Paolo Conte: “Genova per noi”.

Qui la città di riferimento era la Superba, ma oggi se la passa perfino peggio. Poi, appena fuori, i centri commerciali e i capannoni. Te lo spiega anche il sindaco, Rocchino Muliere (Pd): “Abbiamo l’Ilva che produce lamiere di qualità, le usano per Mercedes e Bmw”. Altra fabbrica, altra crisi: “Ci lavorano 750 persone, ma speriamo di salvare tutti i posti”. E poi, certo, c’è il distretto dolciario e alimentare, l’altra anima. Lo leggi nelle insegne delle fabbriche: Novi o La Suissa, Campari. Fanno più di mille dipendenti. Agroalimentare di qualità, turismo e industria, vale per Novi, ma anche per tante terre del Nord, dal Piemonte al Veneto.

Sì, qui c’è in gioco molto più di un gianduiotto. Passano in tanti sotto la tettoia della Pernigotti. Arrivano anche i Cinque Stelle: la senatrice Susy Matrisciano e l’europarlamentare Tiziana Beghin: “Il legame tra Pernigotti e Novi non si può cancellare”.

Ma la Turchia è lontana e stasera non resta che ritrovarsi qui, accanto a Coppi e Girardengo. Pedalare e faticare, come facevano i campionissimi, come ha fatto per secoli la gente di questa pianura che sa di campi e olio di fabbrica. Ma chissà dove si andrà.