Continueremo a raccontare gli ultras legati ai criminali

Da qualche giorno il nostro Davide Milosa riceve insulti e minacce dai profili social di personaggi legati a un gruppo ultras milanista, Black Devil. Succede dopo la pubblicazione di un articolo sul curriculum giudiziario del loro fondatore, condannato per omicidio e sospettato dai carabinieri di legami con ambienti ’ndranghetisti della provincia di Milano. Succede oggi a Davide come ad altri giornalisti quando svelano interessi e infiltrazioni criminali sul territorio, nel mondo degli affari o nelle curve degli stadi, in questo caso quella del Milan ma il problema c’è anche altrove, a volte all’insaputa dei club, delle vecchie glorie che fanno gli ospiti d’onore e perfino dei vicini di posto sugli spalti. Mettetevi l’anima in pace, Davide ha il pieno sostegno della direzione e della redazione del Fatto Quotidiano. Continueremo a raccontare la realtà, anche se a qualcuno il nostro lavoro non piace. Anzi, se piacesse a tutti penseremmo di aver sbagliato qualcosa.

Pollari replica a “Report”: “Mai avuto rapporti con Banca Nuova”

L’ex direttoredel Sismi Niccolò Pollari non ha mai intrattenuto rapporti con vertici, dirigenti o persone della Banca Nuova. È quanto ha replicato l’interessato all’articolo pubblicato ieri dal Fatto, nel quale si afferma, in base a quanto dichiarato in un’intervista di Report da un ex manager di Banca Nuova, che l’istituto di credito fu “pensato” e creato dai servizi segreti di Pollari e che sarebbe stata una centrale informativa del “lavoro” di Antonello Montante, l’ex vicepresidente di Confindustria arrestato a maggio. “Nel periodo in cui ho assolto le funzioni di direttore non mi è capitato di dovermi occupare direttamente o indirettamente di rapporti dell’Ente da me diretto con soggetti bancari, né mi è capitato di prendere notizia del nominativo delle banche che intrattenevano rapporti con il Servizio”, ha replicato Pollari. “Il contenuto di quest’articolo, almeno per quanto mi riguarda, è falso”.

Uno spiraglio per le maestre senza laurea

Le maestre diplomate tornano a sperare. Dopo la famosa sentenza del Consiglio di Stato dovevano rinunciare al sogno di una cattedra. Per tutta l’estate si era parlato del loro caso, e il governo (non senza polemiche) aveva avviato una sanatoria per provare a metterci una pezza. Invece adesso Palazzo Spada ci ha ripensato, o almeno potrebbe farlo: i giudici ritengono che la questione debba essere riesaminata. Ci vorrà una nuova sentenza (probabilmente nel 2019), intanto quella vecchia è sospesa, e pure la loro posizione.

Parliamo delle maestre che insegnano grazie al diploma magistrale conseguito entro il 2001. Il titolo all’epoca era ancora valido per lavorare alle elementari (oggi è obbligatoria la laurea), poi è diventato protagonista di uno storico contenzioso: nel 2014 gli è stato riconosciuto valore abilitante, ma a fine 2017 il Consiglio di Stato ha stabilito che non è valido per l’ingresso nelle graduatorie ad esaurimento (GaE) che assegnano il posto fisso. Insomma, i diplomati magistrali possono insegnare ma non hanno diritto a essere assunti. Una decisione che sembrava definitiva e ha creato scompiglio nella scuola: in tutta Italia ci sono circa 55 mila maestre in questa condizione; fra loro, 7 mila erano addirittura già state assunte (con riserva) e quindi a rigor di legge dovevano essere licenziate. Per rispettare la sentenza, il governo nel decreto Dignità avevo scelto di assegnare loro una supplenza di transizione fino a fine anno; nel mentre, sarebbe partito un concorso straordinario per stabilizzarle in futuro, senza certezze sui tempi.

Ecco però il colpo di scena. Il Consiglio di Stato smentisce se stesso (anche se si tratta di una sezione diversa), accogliendo i ricorsi degli avvocati Santi Delia e Michele Bonetti e dal sindacato Anief: i giudici “ravvisano l’esigenza di una rimeditazione”, si legge nell’ordinanza. Le motivazioni non sono note (devono essere pubblicate), probabilmente vanno ricercate fra le obiezioni poste dal ricorso: il fatto che la sentenza non citasse l’unica fonte di legge che regolamenta l’accesso alle graduatorie con il semplice possesso del titolo abilitante (dunque anche il diploma magistrale), e la disparità rispetto ad altri pronunciamenti favorevoli del passato che avrebbero dovuto essere applicati a tutti; ci sono infatti alcuni diplomati che sono stati assunti in via definitiva prima del 2017 e perciò resteranno in cattedra.

In queste settimane, man mano che arrivavano i decreti di applicazione sui singoli casi, il Ministero stava procedendo a depennare i nomi dalle graduatorie e cambiare il contratto ai docenti già in cattedra. Ora la sentenza 2017 è sospesa e la procedura si fermerà, in attesa della nuova decisione della plenaria che però arriverà solo nel 2019 (si parla di febbraio). Intanto il Miur aveva varato anche la sanatoria: quasi per uno scherzo del destino, proprio ieri si erano aperti i termini per presentare domanda. Il concorso straordinario non presenta sbarramento: tutti quelli che hanno i titoli prima o poi saranno assunti, l’incognita è sui tempi visto che devono liberarsi i posti. L’ingresso nelle vecchie graduatorie (che hanno priorità) garantirebbe invece una corsia molto più veloce. E la battaglia legale delle maestre ricomincia.

Capo d’Orta: case e strade sui veleni della Montedison

La presenza delle industrie Montecatini e poi Montedison ha martoriato la Val Pescara. E così dopo quella di Bussi, la discarica tossica più grande d’Europa, ora la procura apre un’inchiesta su un altro sito contaminato. Si tratta dell’area industriale in cui il colosso della chimica produceva fertilizzanti a Piano d’Orta, nel Comune di Bolognano, a pochi chilometri dalla città di Pescara.

La fabbrica è chiusa dal 1964 ma quei veleni sono stati lasciati lì, seppelliti dove ora ci sono case e strade. E lì sono ancora oggi, a contaminare terreni e falda acquifera, fino a tredici metri di profondità. Si tratta di rifiuti interrati del ciclo industriale ma anche di un territorio avvelenato dal contatto con i rifiuti e dal trascinamento con l’acqua da infiltrazione. Piombo, zinco, arsenico e idrocarburi, tutti elementi altamente nocivi per la salute umana e l’ambiente.

Per omessa bonifica del sito, la procura di Pescara ha indagato i vertici della Edison, il presidente del consiglio di amministrazione Jean Bernard Levy, e l’amministratore delegato Marc Benayoun. I Forestali, su ordine del pm Salvatore Campochiaro, hanno inoltre notificato quattro avvisi di garanzia per i reati di inquinamento ambientale, falso ideologico e omissioni d’atti d’ufficio. Risultano indagati il sindaco del Comune di Bolognano Silvina Sarra, il dirigente della Regione Abruzzo Franco Gerardini, il comandante della Polizia provinciale di Pescara Giulio Honorati, e Antonio Ricordi sempre della Polizia provinciale.

“Questa inchiesta illumina un’altra triste vicenda della Val Pescara martoriata dall’inquinamento industriale”, afferma Augusto De Sanctis della Stazione Ornitologica Abruzzese (Soa), l’associazione che a maggio 2017 aveva scoperto che una parte consistente della vecchia area industriale della ex Montecatini era rimasta fuori dal perimetro del Sito Nazionale di Bonifica, individuato dal ministero dell’Ambiente nel 2008.

Nel 2014, il Comune di Bolognano aveva svolto la cosiddetta Analisi di Rischio evidenziando la presenza di “rischio attuale” per l’esposizione ai contaminanti, ma non erano seguiti adeguati provvedimenti. Fino a quando le ceneri di pirite, scorie industriali poi classificate dall’Agenzia regionale per l’ambiente come “rifiuti speciali pericolosi”, sono addirittura affiorate nel cuore della frazione, sotto gli occhi di tutti.

“Alcune abitazioni sono state letteralmente costruite sui terreni che ospitavano i vecchi impianti”, prosegue De Sanctis, “e la falda contaminata si muove verso il fiume Orta trascinando con sé l’arsenico e il piombo. Insomma quello che è accaduto e che oggi è oggetto dell’inchiesta, segnala i ritardi e l’inerzia di troppi su una situazione incredibile”.

Così, dopo decenni di silenzio, ora si inizia a parlare di bonifica, così come la si attende per Bussi. Ma si torna a parlare con insistenza anche di uno screening sulla popolazione della Val Pescara. Settecentomila persone che negli ultimi anni si sono accorte di quanto il territorio sia stato vilipeso senza alcun rispetto per la loro stessa vita.

Il pediatra che arriva a casa ha patteggiato per molestie

Questa è una storia difficile da raccontare perché entrano in gioco tante cose: c’è un uomo che ha sbagliato e tenta di reinserirsi nel suo ambito lavorativo, la pediatria. Dall’altra parte ci sono genitori che prima di affidare a lui la salute dei propri figli vorrebbero e forse dovrebbero conoscere i precedenti di quel pediatra.

Torniamo al luglio del 2016: il pediatra del policlinico San Matteo di Pavia, Antonio Maria Ricci, viene arrestato. La notizia finisce sui giornali per due motivi. Primo: Ricci era stato segretario del Pd a Pavia e aveva incarichi pubblici ai vertici dell’Asp, che gestiva case di riposo e ospedali di riabilitazione geriatrica. Secondo: il motivo dell’arresto, violenza sessuale su minore.

Un anno dopo, nel 2017, Ricci patteggia due anni con sospensione della pena e un accordo di risarcimento. Aveva adescato via Facebook una ragazzina di 13 anni disabile, con una grave patologia intestinale. Le aveva scritto per quattro mesi, aveva avuto con lei colloqui intimi. Poi la ragazzina era stata ricoverata nel suo ospedale e, quando era rimasto da solo in stanza con lei, l’aveva baciata sulla bocca e sulle braccia. La ragazzina, turbata, aveva raccontato tutto ai genitori. Di lì il patteggiamento e la sospensione dai suoi incarichi sia in ospedale che presso l’Asp. Dopo appena un anno che ne è del pediatra?

E qui veniamo a qualche giorno fa. Una mamma di Milano, preoccupata per le condizioni delle sua bimba di due mesi che ha sintomi influenzali, chiama il suo pediatra di fiducia che però non è disponibile. Cerca un pediatra su Google e si imbatte nel sito di una “guardia medica pediatrica Milano, Monza e dintorni, un pediatra qualificato a casa tua in un’ora dalla prenotazione”. La signora chiama il numero e le mandano un medico: “Non mi ha fatto una buona impressione. Ha usato il termine ‘pisciare’ anziché fare pipì, era trasandato, l’ho trovato strano, quando è andato via ho guardato il suo nome sulla ricevuta e ho cercato informazioni su Google. Quando ho scoperto che ha avuto una condanna per violenza su una bambina mi è venuto un colpo. Un pediatra con un precedente simile non può nascondersi dietro un sito per visite a domicilio. Esigo saperlo prima”, mi racconta la mamma mostrandomi la ricevuta della visita. Contatto il dottor Antonio Maria Ricci e gli domando come sia possibile che continui a fare il pediatra dopo così poco tempo dall’accaduto. “L’Ordine di Pavia mi ha sospeso per sei mesi a partire dal fatto, quindi già da tempo potevo e posso esercitare”. Gli domando se stia facendo un percorso psicologico. “Sì, certo. Comunque io non esercito in attività pubbliche, faccio visite a domicilio”. E come viene contattato? “Tramite conoscenze”. Ma non è vero, opera attraverso un sito in cui si definisce ‘guardia medica pediatrica’, che promette l’invio di pediatri qualificati senza fornire nomi. “È un’azienda privata”, specifica Ricci che non vuole dire però a chi appartenga, spiega solo che ha parlato con il direttore sanitario e che ha un accordo per lavorare con questa società. “Io non ho impedimenti legali e ritengo opportuno continuare a fare il pediatra, ho patteggiato pur non avendo fatto nulla, solo perché il processo sarebbe stato troppo lungo, mi avrebbe impedito di lavorare per anni”, aggiunge.

Un conto è lavorare con nome e cognome e permettere a chi la chiama di informarsi, un altro operare anonimamente tramite un sito concordando visite a domicilio. “Io il mio lavoro lo faccio bene. E visito anche gli adulti”, specifica Ricci, che non vede alcuna alternativa a fare il pediatra: “La mia preparazione specifica è questa. Non posso lavorare in un altro campo dall’oggi al domani. Io devo sopravvivere. E sono non colpevole nonostante il patteggiamento”.

Chiamo il numero di questa guardia medica privata per chiedere chiarimenti. Mi risponde un uomo che mi racconta essere Mario Ricci, fratello del dottor Ricci. L’azienda Yourfullwellness, che invia medici a casa, mi dice, è la sua, non esiste alcun direttore sanitario. “Ho lasciato il lavoro per aiutare mio fratello a tornare a fare il medico con questa società altrimenti andavamo sul lastrico. Abitiamo insieme a Casorato. Invio tanti dottori a casa, ogni tanto se non c’è un medico disponibile mando lui”. E come si chiamano questi altri medici? “Una si chiama Benedetta Fumarola… poi non so, non ricordo, io faccio anche altri lavoretti”. Eppure ha risposto al centralino di questa guardia medica, chi manda a casa dei clienti se non ricorda i nomi di pediatri oltre al fratello? “Devo rispettare la privacy dei medici”. La guardia medica pare solo un escamotage per far lavorare il fratello senza doverne fare il nome. “Mio fratello cura il sito, fa poche visite, dopo il patteggiamento non sono state ritenute necessarie eventuali terapie riabilitative, se le ha detto cose inesatte su un ipotetico direttore sanitario è perché è agitato, ma non fa nulla di illegale”, spiega Mario Ricci.

E qui veniamo al punto fondamentale. Il dottor Ricci ha un modo ambiguo di lavorare ma non commette illeciti. Però è stato messo quasi subito in condizione di tornare a fare il pediatra, nonostante il patteggiamento. E che dei genitori possano non aver voglia di ricevere a casa un medico con questi precedenti nonché di affidargli le cure dei figli è comprensibile. Il presidente dell’Ordine di Pavia, Claudio Lisi, commenta così la vicenda: “L’Ordine non può e non deve sostituirsi alla magistratura. L’Ordine aveva già sospeso in via cautelare il dottor Ricci subito dopo gli arresti domiciliari. Nel febbraio 2017 i magistrati hanno deciso di accettare la richiesta di patteggiamento del dottor Ricci a due anni con pena sospesa. Ad aprile 2017 la Commissione medica di disciplina gli ha comminato cinque mesi di sospensione su un massimo di sei, tutti già scontati”.

Insomma, dopo un patteggiamento per violenza su minore, bastano 5 mesi e si torna a lavorare con i bambini. Ora, il reinserimento nel mondo del lavoro dopo che si è scontata una pena è sacrosanto, ma forse, in questo caso, c’è da una parte (quella del pediatra) qualche ambiguità di troppo e dall’altra (quella dell’Ordine dei medici) una decisione che non tiene conto della legittima preoccupazione di un genitore. Difficile stabilire cosa sia giusto in questa vicenda. Di sicuro, non chiamare “Guardia medica” un sito che dovrebbe chiamarsi “Pediatra Antonio Maria Ricci”.

Mail Box

 

No Tav, il merito di Stefano Esposito nel bloccare i violenti

Chiedo all’ottimo Ettore Boffano se era il caso di intervistare l’ex (per fortuna) senatore Stefano Esposito del Pd, un ometto che ha costruito una carriera con la sua strampalata posizione “Sì Tav”. Il fatto che lui non abbia partecipato alla manifestazione di Torino favorevole alla costruzione della linea Torino-Lione, per il concerto degli U2, la dice lunga sull’opportunismo del personaggio. Lo ricordo invece determinato quando venne silurato il sindaco di Roma Ignazio Marino, per essere fedele a chi aveva ordito il complotto. Ecco perché credo che il Fatto Quotidiano non avrebbe dovuto dare spazio a un simile tirapiedi.

Filippo Garofalo

 

Stefano Esposito può essere criticato quanto si vuole, ma ha un grande merito: essersi opposto ai violenti delle battaglie No Tav e ai loro fiancheggiatori politici e culturali. Questo lo rende e lo renderà sempre degno di essere intervistato.

E. Bof.

 

La libertà di stampa a garanzia di una corretta informazione

L’assoluzione della sindaca Raggi ha scoperchiato una pentola a pressione da cui sono fuoriuscite diverse questioni e punti di vista. Mi sono sentito quasi in colpa per i miei giudizi critici verso giornali e tv per il loro trattamento riservato alla sindaca Raggi fin dal suo insediamento. Per esempio, Corrado Augias dopo tre mesi infierì contro la Raggi ritenendola responsabile del degrado delle Mura Aureliane. Mentana e Annunziata possono forse smentire l’accanimento dei giornali e dei tg contro la Raggi? La giornalista di turno di Rai news 24, ogni ora ha dato la notizia, riportata in sovrimpressione, di 100mila venuti a Roma da tutta Italia a manifestare contro il razzismo e addirittura (cosa non vera) contro il degrado della Capitale! Si può non condividere la reazione di Di Maio. Evocare pericoli per impedire possibili “bavagli” del potere politico alla libera stampa è doveroso, ma la libera stampa non dovrebbe adoperarsi per garantire al cittadino il diritto ad una corretta informazione? Il Tg di Mentana più degli altri è rispettoso dei cittadini. Ma Mentana può dire la stessa cosa di tutti gli organi d’informazione? E allora stracciamoci le vesti per tutti.

Salvatore Giannetti

 

Diritto di replica

Caro Pietrangelo, spero che con quanto tiscrivo non venga meno la nostra antica amicizia che affonda, prima della comune militanza politica, nel legame di mio padre (senatore fondatore del Msi catanese) con tuo zio sindaco di Nissoria e poi parlamentare europeo. Il tuo articolo su “Il Fatto Quotidiano” oltre che ingeneroso e inspiegabilmente astioso, risulta fondato su considerazioni del tutto difformi dal vero.

A partire dal titolo: “Scaricata da Silvio e Lega, Meloni si deve accontentare di Fitto”. Sai bene che semmai siamo stati noi (io, Giorgia e tanti altri) a lasciare – non mi piace dire scaricare – Berlusconi quando era ancora in auge per far nascere Fratelli d’Italia senza cui la destra non sarebbe più stata rappresentata in Parlamento. Ma ciò che mi preme è contestare la tua affermazione secondo la quale è “la pesca delle occasioni” il karma che “da sempre affligge” il nostro mondo. Addirittura estendi questo concetto al nobile anche se prematuro, tentativo di Almirante di superare negli anni ‘70 l’interminabile dopoguerra e dare vita ad una vera pacificazione nazionale. No caro Pietrangelo, queste sono tesi care agli intellettuali di sinistra che negli ultimi anni ti regalano onori e riconoscimenti (peraltro meritati) a patto di una tua sempre più netta critica a chi ogni giorno, seppur tra mille problemi e certo non senza errori, cerca di dare un seguito alla storia della destra italiana. Vedi, se avessimo voluto “annegarci” nella Lega di Salvini (altri lo hanno fatto, subito accolti) non avremmo trovato ostacoli a condizione di rinunciare alla nostra identità e specificità. E se fossimo interessati alla pesca delle occasioni non avremmo rinunciato nel 2013 a seggi sicuri nel Pdl per una scommessa elettorale con Fdi a soli 40 giorni dal voto. E ora non seguiremmo la strada impervia dell’opposizione patriottica (lontana da quella di Berlusconi) per mantenere il giuramento fatto davanti all’Altare della Patria “Mai con la sinistra, mai con 5Stelle”.

E infine, non cercheremmo di unire le nostre forze – come annunciato da Giorgia Meloni – a quelle di coloro che si diranno disponibili (certo Fitto ma anche Toti, Musumeci e tanti altri se se la sentiranno) a far nascere un movimento sovranista e conservatore (i Valori da conservare esisteranno sempre) capace di allearsi con la Lega per sperare in una Italia migliore.

Ignazio La Russa

 

Ignazio mio,

solo una cosa mi preme sottolineare: sono doppiamente fortunato. A patto di un bel niente prendo onori e riconoscimenti da chicchessia. Non dalla sinistra che – sia che si parli di intellettuali o meno – mi riserva ostracismi ed esorcismi. E neppure dalla destra dalla quale non ho mai preso un’anticchia di mentula. Chi, più fortunato di me? La nostra amicizia, infine, non è certo intaccata perché in verità ho scritto il pezzo su cui adesso stiamo discutendo, sotto dettatura: zio Nino, tuo padre, Filippo Anfuso, Pino Romualdi, Tommaso Staiti e Beppe Niccolai mi hanno dato parole, urti, vampe, lampi e sberleffi.

Alalà!

Pietrangelo Buttafuoco

Mercati. Ma l’aumento dello spread è da attribuire al governo o alla Bce?

 

Pensavo, da profano assoluto in materia economica, che il nostro spread da 100 che era un giorno prima dell’insediamento di questo governo è andato subito in zona 250/300 e continua a zompettare da circa un paio di mesi e non dà l’idea che possa arrestarsi (almeno per quello che ne capisco io). Però sia Spagna – tra dimissioni di Rajoy, governo di minoranza e il gran casino della Catalogna – sia Portogallo, giusto per fare due esempi abbastanza simili a noi italiani, mantengono il loro spread intorno ai 100 punti (più o meno). Allora mi chiedevo se il Quantative Easing ha iniziato a rallentare (da 60 mld a 30, giusto?) già da qualche mese, il nostro spread potrebbe dipendere, almeno in buona parte, da questa diminuzione?

Francesco Ferdico

Gentile Francesco, provo a rispondere alle sue obiezioni. I governi che lei cita sono considerati, a Bruxelles come a Berlino, esempi virtuosi. Spagna e Portogallo, in modi diversi, hanno applicato le ricette che le istituzioni europee ritengono utili anche all’Italia, tra contenimento della spesa corrente e riforme strutturali. Possiamo discutere se siano ricette ottimali, ma dobbiamo prendere atto di quello che pensano i nostri partner europei e i nostri creditori internazionali: l’Italia è diventata diversa dagli altri. Per la prima volta c’è un governo che si impegna formalmente a non rispettare gli impegni di riduzione del debito e contenimento del deficit prescritti dalla normativa europea e italiana. I governi Letta-Renzi-Gentiloni hanno ottenuto flessibilità per 40 miliardi, ma sia pur molto lentamente e parzialmente provavano comunque a ridurre il debito e a fare ogni anno un deficit inferiore all’anno precedente. Il Quantitative easing non c’entra: la riduzione degli acquisti dovrebbe far salire i rendimenti del debito pubblico in tutti i Paesi dell’eurozona. Lo spread, che misura la differenza di rendimento tra debito italiano e tedesco, rimarrebbe fermo. Inutile raccontarsela diversamente: questa volta il problema dell’eurozona è l’Italia, mentre nel 2011 i guai erano più condivisi. Il governo pensa che la soluzione sia una prova di forza per far cambiare le regole, all’estero in tanti pensano invece che la soluzione sia cambiare governo. A differenza che nel 2011, però, questa volta non sembrano esserci le condizioni politiche neppure per immaginare un governo tecnico che trovi la fiducia in Parlamento per applicare misure rassicuranti per i creditori. Per qualcuno è una buona notizia, per altri un ulteriore fattore di preoccupazione.

Stefano Feltri

Quel che resta di Renzi fa più danni della grandine

Ormai il suo ruolo è chiaro: salvare il Salvimaio. Agli albori della sua parabola, quando larga parte dei media lo fraintese (non di rado in malafede) per fenomeno, Matteo Renzi disse di essere più grillino di Grillo. A suo modo era vero: ascoltando e guardando Renzi viene sempre da pensare che tutto, in confronto, sia migliore. Ma proprio tutto. Anche un simposio con Orfini in una discarica bombardata da Assad.

È per questo che, negli ultimi giorni, quel che resta di Renzi è tornato a parlare: perché sente che il Salvimaio può schiantarsi. Così lui, fraternamente, lo aiuta. Come? Aprendo bocca a caso, vestito come un nobile decaduto – nonché daltonico – e ormai più appesantito di Jardel quando transitò ad Ancona. Provate schifo per il dl Pillon? Fate bene. Manifestate per il dl Sicurezza? Ci sta. Credete che Mimmo Lucano sia Gandhi? Liberi di farlo. Ma è proprio qui, quando vi sentite così indignati da votare chiunque – persino il Pd – tranne M5s e Lega, che arriva lui. La Diversamente Lince di Rignano. La versione al lampredotto di Tony Blair. L’uomo che, giovedì scorso, ha ammazzato il nuovo corso di Rete4 affossando il povero Gerry Greco con uno stitico 2,5% in prima serata. Renzi distrugge tutto quel che tocca, come un Re Mida che comincia sempre con la “M”, solo che forse la parola è di cinque lettere. Con quel bell’eloquio in grado di elettrizzare le masse come una mietibatti in folle nella piana di Tegoleto, Renzi ci ha parlato ancora. Lo ha fatto dall’avamposto di Salsomaggiore, dove c’era una convention chiamata “Italia 2030”, anno in cui si spera che Renzi sia tornato a fare quel che meglio sa fare: cioè niente. Egli ha lanciato parole dure: “Mi rivolgo qui a una persona squallida che si chiama Rocco Casalino, che ha rilasciato una intervista in cui diceva che mi dovrei vergognare perché ho strumentalizzato mia nipote. Dico a Casalino, superpagato con un superstipendio da parte dei cittadini italiani: io mi vergogno di te e di quel presidente del Consiglio che ti tiene in quel posto”. Poco conta che Renzi facesse riferimento a parole dette da Casalino all’interno di una finzione per provocare, come ha rivelato l’organizzatore del lontano evento (2004) Enrico Fedocci: a Renzi, la verità, non è mai interessata. E almeno in questo è coerente. Stentoreo anche l’attacco a Grillo: “Davide Faraone ha avuto una reazione ancora più bella della mia su sua figlia, Sara, dopo le parole squallide di Beppe Grillo sulle persone che soffrono dei disturbi dello spettro autistico. Dovete vergognarvi”. Detto che prendere Faraone a esempio è un po’ come ispirarsi a Gianni Togni per emulare i Led Zeppelin, Grillo avrebbe alluso all’autismo all’interno di un palese paradosso satirico.

Ma siam sempre lì: chi se ne frega della verità. L’importante è buttarla in vacca, soprattutto quando sei alla canna del gas. Da qui il mitologico finale dell’arringa renziana: “E su questo io mi faccio incatenare in Parlamento. Per 4 anni e mezzo chiederò le vostre dimissioni, squallidi. Potete buttare in politica tutto quello che volete, ma giù le mani da mia nipote, da Sara, da Giovanni, dai nostri bambini”. Tralasciando la miseria umana dello scomodare bambini (che nessuno ha mai attaccato) per fare “politica”, suona leggendaria la “minaccia” di incatenarsi. Ormai Renzi è un pugile suonato che neanche ricorda più d’esser stato pugile. Fa quasi tenerezza. Matteo, dai retta: se lo fai, rendi contenti tutti. Pd e oppositori. Insomma: gli italiani tutti. Quindi, una volta tanto, sii di parola: incatenati sul serio. E smetti di fare più danni della grandine.

Nessuna piazza può cacciare due sindache elette

Sono ben curiosi questi “garantisti” in servizio permanente effettivo. Virginia Raggi, sindaco di Roma, è stata assolta in primo grado perché il fatto che le veniva imputato dai Pubblici ministeri “non costituisce reato” come ha sentenziato il giudice monocratico Roberto Ranazzi che era stato investito della questione. Il tutto dovrebbe finire qui, salvo che ci potrà essere un’impugnazione da parte dei Pubblici ministeri e quindi un Appello. Ma allo stato la Raggi è innocente.

Cosa scrive invece Alessandro Sallusti direttore de il Giornale? “Il problema della Raggi – come del resto quello (sic, ndr) della sua collega Appendino sindaca di Torino – non sono eventuali reati ma l’assoluta e conclamata incapacità a governare che nessuna assoluzione potrà mai mitigare”. Cioè Sallusti s’inventa una sorta di “Tribunale del popolo” che è proprio l’espressione di quel giacobinismo di cui Sallusti, e tutti i Sallusti del nostro Paese, ha sempre accusato il Fatto. Che l’incapacità della Raggi a governare sia “conclamata” se lo inventa Sallusti. La Raggi è stata eletta sindaco con consultazioni democratiche dai due terzi dei votanti e, finché non verrà sfiduciata dal Consiglio comunale, vorrà dire che avrà la fiducia dei cittadini o perlomeno della maggioranza di essi.

Lo stesso discorso vale per il sindaco di Torino Chiara Appendino. Venticinquemila persone sono scese in piazza contro la decisione di Appendino, in rappresentanza del proprio Comune, di dire no al Tav Torino-Lione (in perfetta coerenza, fra l’altro, con quanto promesso in campagna elettorale, visto che da sempre i 5Stelle sono No Tav). Che cosa rappresentano 25 mila persone di fronte alle 202.754 preferenze che la Appendino a preso nelle ultime consultazioni comunali? Se valgono ancora le regole democratiche, la maggioranza ha il diritto, e oserei dire il dovere, di prevalere su una minoranza che pur manifesta legittimamente il suo dissenso, come altrettanto legittimamente i molto più numerosi abitanti della Val di Susa manifestano il loro dissenso al Tav. Ma anche qui Sallusti si crea a suo uso e consumo un giacobino “Tribunale del popolo” che dovrebbe prevalere sulla maggioranza dei cittadini di Torino. Diceva un mio amico, Adolfo Levi, grande pokerista: “Io gioco contro tutti tranne che contro la sfiga”. Io ho trasformato questo brocardo in “Io mi batto contro tutti tranne che contro coloro che sono in malafede” e che giocano l’eterno e sfibrante gioco delle “tre tavolette”, un tempo in voga in via Pré a Genova.

P.S. per Vittorio Feltri. Calmati Vittorio. Non dare in scalmane e non darmi cotanta importanza. Io ho solo scritto che mi pareva sorprendente che Mattia Feltri, senza portare motivazione alcuna, desse dell’“orango” e del “bifolco” ad Alfonso Bonafede che, almeno in linea teorica, di diritto ne dovrebbe sapere più di lui. Ma ovviamente ognuno può dire ciò che vuole e ingiuriare chi vuole come fai tu nei miei confronti per tutto un lungo articolo su Libero dell’11 novembre. A me invece spiace che tu, da grande direttore quale sei stato, ti sia ridotto a essere la macchietta di te stesso, non so se senza rendertene conto o invece per rimanere comunque presente su un proscenio che ormai ti sfugge. Ma così va la vita e bisognerebbe accettarla: un giorno corre il cane, un giorno corre la lepre. Bye, bye.

Prescrizione: il suicidio di Pd e Leu

Signor direttore, il 19 novembre 2014 la Corte di cassazione ha dichiarato prescritto il reato dei dirigenti Eternit per l’amianto.

Pochi anni dopo, la stessa Corte ha dichiarato prescritto Silvio Berlusconi nel processo per aver corrotto il senatore De Gregorio, che aveva causato la caduta del governo Prodi. Rischia di essere prescritto il reato relativo alla strage della stazione di Viareggio.

Gli esempi potrebbero continuare per un elenco assai lungo, se è vero come è vero che il primo presidente della Corte di cassazione Mammone – all’inizio del 2018 – ha affermato che nel 2017 sono andati al macero per prescrizione ben 127 mila processi (sì – signor direttore – ha letto bene: 127 mila!!). Si tratta di una cifra più o meno costante negli anni successivi alla legge Cirielli del 2005 che ha introdotto la cosiddetta prescrizione breve. Uno spreco di risorse umane e finanziarie micidiale. Contro quella legge, il centrosinistra in Parlamento lottò strenuamente e giustamente. “Voi riducete la prescrizione per reati diversi da quelli commessi dal povero indigente, il quale, a causa dell’indigenza, si è fatto mariuolo. Voi riducete la prescrizione per i reati previsti dall’articolo 416-bis, un articolo che si applica all’associazione per reato criminale, in particolare l’associazione mafiosa. Voi riducete la prescrizione per l’usura, che, come sapete, è un reato tipico di criminalità organizzata. Voi riducete la prescrizione per l’incendio doloso, che è un altro reato posto in essere dalla criminalità organizzata per chi non paga il ‘pizzo’. Voi riducete la prescrizione per la corruzione e per la corruzione in atti giudiziari. Vi sottolineo la gravità del fatto che il Parlamento consideri un reato di minore rilievo corrompere un magistrato e intaccare la fiducia dei cittadini nell’imparzialità di un potere dello Stato. Voi riducete la prescrizione per reati che sono di particolare gravità e che non riguardano una delinquenza minorile che sbaglia una prima volta, verso la quale bisogna avere un atteggiamento di recupero e di reinserimento. Riducete la prescrizione per reati che vengono commessi dalla criminalità organizzata, che inducono un allarme sociale gravissimo e che producono una lacerazione del tessuto sociale del paese. Per di più, voi infliggete un vulnus drammatico alla fiducia che i cittadini devono avere nella giustizia”.

Questo, signor direttore, era Piero Fassino, alla Camera dei deputati, il 16 dicembre 2004. Oggi invece il Pd dimentica le vittime dei reati, si scorda della caduta del governo Prodi nel 2008 per gravissimo atto di compravendita del voto caduto in prescrizione e si schiera con Forza Italia e Lega di Salvini contro il disegno di legge Bonafede, che farebbe tornare la prescrizione a un istituto ragionevole e fisiologico, com’era prima del 2005.

Che cos’è cambiato? Non lo so. So solo che l’argomento per cui la legge Cirielli rimedia al problema dei processi troppo lunghi è una bufala. Anzi, è proprio la legge del 2005 che sollecita gli avvocati a tirarla per le lunghe per poter guadagnare tempo e maturare la prescrizione per i loro clienti (cosa che non farebbero se la prescrizione fosse un traguardo più lontano). E poi contro la lunghezza dei processi abbiamo già diversi strumenti, a partire dalla legge Pinto del 2001, che indennizza le parti incolpevoli nei processi che durano troppo.

So solo che l’argomento per cui la prescrizione non c’entra con la corruzione è una bufala, poiché i corrotti sono d’accordo tra loro e non si denunciano a vicenda: serve tempo per scoprirli. E so anche un’altra cosa: votando contro una legge sacrosanta (l’unica che il Movimento 5 Stelle ha finora proposto) il Pd e LeU si suicidano definitivamente.