Seehofer il “ribelle” cede a metà: abbandona la presidenza del Csu ma resta ministro

Lascia la presidenza del Csu ma rimane al ministero dell’Interno. Horst Seehofer, ministro “ribelle” del governo Merkel, in conferenza stampa ha annunciato l’abbandono della leadership del partito bavarese puntualizzando che la decisione “non tocca in alcun modo il suo ruolo nel governo: sono ministro dell’Interno e continuerò a svolgere questa funzione”. La data del passaggio di testimone sarà comunicata nei prossimi giorni e tra i pretendenti più accreditati c’è Markus Soeder, confermato governatore in Baviera dalle elezioni di ottobre e tra i più attivi sostenitori dell’abdicazione di Seehofer. Le pressioni in tal senso si erano fatte più consistenti dopo la campagna ostile del ministro contro il suo stesso governo e gli alleati dell’Unione. Il suo peso all’interno dell’esecutivo risulta in ogni caso ridimensionato, dopo il pessimo risultato elettorale e i conflitti mai sopiti con la Cancelliera.

Brexit e la strategia kamikaze di Corbyn

Aguardarla da vicino, da questo lato della Manica, la strada per la Brexit è lastricata di pessime intenzioni, ostacoli ideologici, opportunismi personali. Perfino in queste settimane drammatiche in cui la prospettiva di uscire senza accordo sembra sempre più vicina. Vale per i Tories, divisi secondo crescenti gradazioni di fanatismo, ma anche per il Labour di Corbyn, lacerato fra l’europeismo della maggioranza del partito e i calcoli politici del capo. In una lunga intervista al tedesco Spiegel uscita nel weekend, alla domanda: se potesse fermare Brexit, lo farebbe? Il segretario del Labour ha risposto: “Non possiamo fermarla. C’è stato un referendum. È stato invocato l’articolo 50. Quello che possiamo fare è prendere atto delle ragioni per cui la gente ha votato Leave”.

Che però è la sua linea, non quella uscita a settembre dal Congresso del Partito, che dopo una battaglia all’ultimo sangue ha votato a maggioranza una mozione per lasciare aperte “tutte le opzioni”. Come ha ricordato ieri sir Keir Starmer, il ministro ombra per la Brexit e campione dei laburisti Remainer, che in una intervista a Sky ha platealmente contraddetto il capo, riaprendo uno scontro latente ormai da mesi: “Brexit può essere fermata. Ma dobbiamo prendere delle decisioni difficili”.

La prima è sostenere o no, in Parlamento, l’eventuale accordo raggiunto fra Londra e Bruxelles. La seconda: in caso di bocciatura, andare a nuove elezioni? La terza: se non si va a elezioni, valutare le opzioni incluso un secondo referendum.

“Questa è la chiara posizione uscita dal Congresso e Jeremy si è impegnato a rispettarla”, ha chiarito Starmer. Vero, ma è un impegno preso con riluttanza, perché l’ipotesi di un secondo voto popolare non lo ha mai convinto, malgrado sia popolare fra iscritti ed elettori laburisti. Da euroscettico, non potrebbe coerentemente fare campagna per restare in Europa: non la fece la prima volta. Non solo: l’attuale bozza di accordo non piace a nessuno, e piuttosto che approvarla perfino i parlamentari conservatori pro-Europa sembrano ora preferire un nuovo voto popolare. Insomma, l’ipotesi di secondo referendum raccoglie sempre più consensi bipartisan. E invece Corbyn vuole il tracollo del governo, nuove elezioni e l’occasione concreta di andare a Downing Street.

Con una ricetta in salsa socialista per i futuri rapporti con l’Ue, come chiarito sempre allo Spiegel.

“Non punteremmo, come sognano i Tories, a una deregulation di tipo statunitense. Negozieremmo una unione doganale ampia, che protegga il confine irlandese e gli scambi in entrambe le direzioni. Leave o Remain, nessuno ha votato per perdere il lavoro”.

Stipendi, è già Natale ma solo nei ministeri

Il bell’aumento degli stipendi in certi ministeri francesi non è passato inosservato, soprattutto nel giorno in cui i professori hanno fatto sciopero, per la prima volta dal 2011, contro il taglio di 2.650 posti nelle scuole medie e superiori. Il giornale economico Capital ha rivelato infatti ieri un documento ufficiale che figura tra gli allegati al Projet de loi Finance 2019, la nuova finanziaria che è già stata adottata dall’Assemblée nationale lo scorso 23 ottobre: vi emerge che il budget destinato alla remunerazione dei consiglieri di certi ministeri è in netto aumento, anche se il numero di effettivi degli stessi è rimasto uguale o è diminuito.

Per il fondatore dell’Observatoire de l’étique publique, René Dosière, ex deputato socialista ed esperto di conti pubblici, che ha studiato lo stesso documento, in 12 ministeri l’aumento degli stipendi sarebbe “scioccante e persino scandaloso”. Si punta il dito soprattutto contro Marlène Schiappa, segretario di stato alle Pari Opportunità, e Benjamin Griveaux, portavoce del governo e segretario di stato all’ufficio del Primo ministro. Secondo i calcoli di Capital e di Dosière, nel caso del ministero di Marlène Schiappa, la spesa totale annua lorda per gli stipendi è aumentata di circa il 25-26%, passando da 346 mila euro nel 2017 a 435 mila euro nel 2018, per uno stipendio medio lordo di 9.079 euro. E questo anche se il numero dei consiglieri è diminuito, da 5 a 4. Il dato è stato contestato dalla ministra, per la quale, se aumento c’è stato, esso non è superiore al 10-15%: “Non mi sembra irragionevole dopo 18 mesi di lavoro assiduo”, si è giustificata lei su France 3.

Nel caso di Griveaux, l’aumento sarebbe più alto, ma i dati sono discordanti. Capital ha parlato di +86%, con uno stipendio medio passato da 4.900 a 9.100 euro. Dosière di +49%. Infuriato Griveaux ha denunciato su Europe 1 una “lettura erronea” del documento di bilancio e un’azione legale tramite il suo avvocato. Secondo lui, gli stipendi del suo cabinet sono aumentati “solo” del 27%. E giustifica così la spesa: l’assunzione di un quinto consigliere e la maggiore anzianità dei professionisti che lo spalleggiano. “Dosière ci fa la lezione – ha commentato – ma ricordo che con Sarkozy i consiglieri dei ministeri erano 596, con Hollande 522, mentre con Macron sono 311”. Da parte sua Dosière, che da più di 10 anni analizza documenti di bilancio, mantiene la sua analisi e sostiene anzi che il governo del premier Philippe “è quello che paga meglio”. “Un membro di gabinetto su tre” prenderebbe persino più del suo ministro di riferimento.

Il costo totale di personale dell’attuale governo è pari a 120 milioni di euro nel 2018. Era di 117 milioni nel 2017.

Le remunerazioni globali sono cioè cresciute in media del 2,6%, con forti disparità da un ministero all’altro, anche se, spiega ancora l’ex deputato, il numero di effettivi tra il 2017 e il 2018 è rimasto quasi lo stesso, passando da 2.328 a 2.366 (cioè solo +1,6%). In certi ministeri la crescita è stata esponenziale: del +17,2% al segretariato di stato per gli Affari esteri (ovvero 9.900 euro di stipendio medio lordo), del 10% a quello per i Dipartimenti di Oltremare (9.215 euro). E se in alcuni ministeri gli stipendi non sono aumentati, ha detto Dosière, è solo perché erano già aumentati e “se aumentassero ancora, la cosa verrebbe percepita come una provocazione”.

Altro che Hillary, è l’ora della candidata afro

Anche negli Stati Uniti, il Partito democratico ha qualche difficoltà a liberarsi del suo passato, che ha il volto di Hillary Clinton, candidata alla Casa Bianca battuta da Donald Trump nel 2016, e a guardare al suo futuro, che avrà probabilmente il volto di un’altra donna, magari Kamala Harris, senatrice della California. Gli aspiranti alla nomination 2020 sono almeno una dozzina, soprattutto donne.

Kamala Devi Harris, 54 anni, giurista di formazione e sposata con un avvocato, madre indiana d’origine e padre giamaicano d’origine, ha il mix dell’America delle diversità che ha conquistato molti seggi nelle elezioni di midterm. Ma ha pure l’esperienza e la concretezza che a molte donne della onda rosa democratica ancora mancano.

Lei, che è di Oakland, appena a nord di San Francisco, rappresenta al Senato la California, insieme con Dianne Feinstein, 85 anni. Se scenderà in lizza per la nomination dovrà vedersela con rivali più liberal, come la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, più anziana di lei di 15 anni, o più vicine all’establishment, come sarebbe Hillary, senza contare le improbabili a vario titolo, ma amatissime, Oprah Winfrey e Michelle Obama. Dell’ex first lady di Barack Obama è un fan sfegatato Michael Moore: secondo il regista, solo lei può impedire che Donald Trump sia rieletto.

In corsa potrebbe esserci di nuovo la Clinton, molto più liberal e vicina alla sinistra, cavalcherà il movimento #metoo e si batterà per una stretta sulle armi.

Harris non ha la storia di Hillary, ma questa appare più una chance che un handicap. Ha studiato in buone università, prima di intraprendere una carriera in magistratura fino a essere eletta nel 2003 procuratore distrettuale di San Francisco e nel 2010 procuratore generale della California: è stata la prima donna, ma anche la prima afro e asio-americana in quel ruolo. Nel 2016 si candida al Senato per succedere a Barbara Boxer, che si ritirava dopo quattro mandati, 24 anni. In giugno, è la più votata nelle jungle primaries della California, cui partecipano candidati di tutti i partiti e che fanno accedere alle elezioni i due più votati. L’8 novembre batte, con il 62,5% dei suffragi, Loretta Sanchez – sono le prime elezioni senatoriali della storia della California senza candidati repubblicani –. Quest’autunno, l’America ha cominciato a conoscerla: come senatrice della Commissione Giustizia, è stata una delle più determinate antagoniste della conferma del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema: una battaglia persa, ma che le è valsa la lettera bomba recapitatale a ottobre.

El Chapo e i suoi fratelli: un boss in galera non basta

Inizia oggi a New York, tra misure di sicurezza mai attuate prima, il tanto atteso processo a Joaquìn Guzman, conosciuto con il soprannome di El Chapo, il Piccoletto, per la sua bassa statura. A dispetto del simpatico nomignolo, Guzman è stato il più potente narcotrafficante messicano e il più noto signore della droga di tutti i tempi dopo Pablo Escobar, oltre che il più ricco con un patrimonio personale stimato in 14 miliardi di dollari.

A renderlo famoso in tutto il mondo ha contribuito anche la star hollywoodiana Sean Penn che lo incontrò per un’intervista commissionata dal mensile Rolling Stone mentre era latitante nel 2015. L’incontro però – si dice – fu tracciato dagli investigatori e pochi mesi dopo, nel gennaio 2016, il criminale fu catturato nuovamente. El Chapo è stato per anni alla testa del cartello di Sinaloa che ha dominato il commercio di eroina, cocaina e metanfetamina negli Stati Uniti, e, di conseguenza, in Europa, creando un giro di affari di 3 miliardi di dollari l’anno. Guzman fu estradato negli Usa nel gennaio del 2017, dopo l’assassinio del giudice messicano che seguiva le procedure per il trasferimento.

Sarà la Corte Federale di Brooklyn assieme a una giuria popolare (12 persone delle quali non si conoscono nè le generalità nè le sembianze e che seguiranno le fasi del processo dietro a vetro oscurato per proteggere l’incolumità loro e dei loro congiunti ) a decidere della sua sorte in un processo che potrebbe durare fino a quattro mesi ma il cui esito è pressoché scontato grazie alle tante testimonianze e prove contro di lui. El Chapo dovrà difendersi da 17 diversi capi d’accusa. La maggior parte, se provati, lo condanneranno a più ergastoli.

Intanto il traffico di droga e le spietate lotte tra cartelli messicani e tra questi e l’esercito non si sono fermati: rapimenti, scontri armati, decapitazioni, smembramenti ed esecuzioni pubbliche fanno sempre parte della mostruosa realtà quotidiana che milioni di cittadini messicani devono affrontare. Perché morto un Chapo, se ne fa un altro. A prendere il suo posto al vertice del Cartello di Sinaloa è stato Ismael Zambada Garcia, el Mayo, che si è sottoposto a un intervento di chirurgia plastica per sfuggire alla cattura, tre dei suoi figli invece sono dietro le sbarre sempre negli Usa. Come il suo ex capo, el Mayo pare si nasconda tra le montagne dello Stato di Sinaloa dove nemmeno l’esercito federale osa entrare, se non per operazioni a uso dei media che finiscono non appena si spengono le telecamere. Del resto non è un mistero la collusione tra i cartelli e le forze dell’ordine, soprattutto la polizia municipale, come emerse chiaramente in seguito alla scomparsa di 43 studenti nello Stato del Guerrero, quattro anni fa.

El Mayo, sulla cui testa pende una taglia di 5 milioni di dollari emessa dagli Stati Uniti, ha mantenuto l’alleanza stretta dal suo predecessore con il Cartello del Golfo e i Cavalieri Templari. I rivali sono tanti ma i più agguerriti sono i Los Zetas, il Cartello di Juarez, quello di Beltran Leyva e di Tijuana.

Se il cartello di Sinaloa non ha risentito molto della cattura di El Chapo, quello che però gode attualmente del maggior “successo” è Jalisco Nueva Geracion.

A portarlo in cima alla lista è stato El Mencho, tanto che oggi è considerato il re dei narcos. Nemesio Eseguera Cervantes, detto ironicamente El Mencho (dall’yiddish mench, gentiluomo) ha 52 anni, e negli ultimi due è in pole position nella lista dei criminali più ricercati dalla Dea, l’ antinarcotici americana. El Mencho ha una milizia di circa 5.000 ‘soldati’ e le reclute, una volta arrestate, hanno raccontano di essere state costrette a mangiare la carne delle persone che avevano appena ucciso, in segno di disprezzo e di dedizione agli ordini del capo.

In meno di un decennio, questo gruppo criminale, nato nello stato di Jalisco, si è espanso a livello nazionale e opera in 14 Paesi. Il gruppo è nato dalla sanguinosa scissione del cartello Mata Zetas, alleato del cartello di Sinaloa, con Los Zetas. Oggi Jalisco Nueva Generacion è completamente indipendente e, secondo le autorità e gli analisti, continua la propria espansione con un mix di azioni armate e propaganda, come quella fatta alla fine del 2017 nella città di Oaxaca per annunciare il proprio “arrivo”. L’operazione che lo ha reso noto a livello nazionale e internazionale ha avuto luogo nel 2015 quando con un lanciarazzi abbatté un elicottero delle forze federali.

Un Paese tutto destra e Chiesa

Da mesi a Varsavia la ricorrenza del centenario dell’indipendenza, nel 1918 al termine della Prima guerra mondiale, occupa vie e piazze: padiglioni didattici temporanei ripropongono la storia del Paese nell’ultimo secolo, il Museo Nazionale dedica un’ala all’elaborazione artistica della guerra sotto l’egida del controverso generale Pilsudski, vincitore nel ’18 e poi autoritario presidente della Polonia (suo il golpe del 1926, sua la politica di “risanamento” della nazione tramite ritorno agli “antichi valori”).

Proprio Pilsudski – vittima di una damnatio memoriae in età comunista, e ora padre della patria del governo più nazionalista d’Europa – inventò quel progetto di alleanza degli Stati dal Baltico al Mar Nero al Mediterraneo in funzione antitedesca e antisovietica (“Intermarium”) di cui il Gruppo di Visegrad rappresenta oggi il nucleo duro, e il Gruppo del Trimarium (una Visegrad allargata a Croazia, Austria, Slovenia, Romania, Bulgaria e repubbliche baltiche) una riproposizione moderna.

Il culto dei morti del ’18 e poi della guerra sovietico-polacca del 1919-21 si salda con il culto dei morti di Smolensk, l’incidente aereo del 2010 in cui morì l’allora presidente Lech Kaczynski insieme a molti alti quadri dello Stato e dell’esercito: dietro i lutti passati si cementa e si santifica l’unità della nazione. Non è un caso se nello spazio pubblico delle vie e delle piazze l’unica altra realtà ammessa sia quella della Chiesa cattolica: chiunque visiti il Paese trova ritratti di Giovanni Paolo II sulle vetrate di Breslavia, statue del primate Wyszynski (mèntore di Wojtyla e mediatore col regime comunista durante la Guerra Fredda) sulle strade della capitale, capitoli di cattedrali ricchi e attivissimi come a Cracovia, istanze di beatificazione sostenute a furor di popolo. E la vicinanza morale e materiale con il governo della destra nazionalista dei Kaczynski e dei Duda ha portato a una pericolosa collusione tra potere civile a potere ecclesiastico, con tutto il corredo di inconfessabili do ut des, di abuso politico dei concetti di “tradizione” e di “identità”, di understatement sul revisionismo di Stato circa la Shoah (la legge che proibisce di definire Auschwitz un campo “polacco”), di opaca adesione alle politiche anti-migratorie del governo e ai suoi toni da crociata, di arretramenti su diritti civili e libertà d’espressione.

In questo quadro poco confortante – ribadito dalla manifestazione di domenica, in cui spiccavano assieme inquietanti bandiere e icone di santi – ha fatto irruzione da un mese il film Kler di Wojciech Smarzowski, il regista diventato popolare in Polonia (e gradito anche al potere) grazie a film storici dedicati alle tragedie del 900, come Rosa o Volhynia. Il nuovo film, dedicato a casi significativi (basati in parte su fatti reali) della vita odierna del clero polacco, ha attirato al cinema milioni di spettatori e sta allarmando le gerarchie: vi si rappresentano tre storie parallele di sacerdoti cattolici di diverse pretese e di diverse abitudini, accomunati da una propensione alla violazione dei più elementari precetti evangelici, quando non semplicemente umani. Non si tratta solo della pedofilia, anche se naturalmente quella è – in maniera diretta o indiretta – l’oggetto principe della rimozione, noto e tollerato, dalle parrocchie di campagna ai vescovadi delle città più antiche.

Al di là degli abusi sui minori, colpisce il clima di continua intimidazione, di ricatto, di corruzione reciproca, che corrode le comunità dei villaggi della Masovia come le figure apicali delle gerarchie (qui, l’arcivescovo Mordowicz, interpretato da Janusz Gajos; ma nel film si parla anche in italiano, in una delle scene finali compare il Cupolone). Dall’uso inconfessabile delle monetine raccolte durante la messa fino ai sordidi maneggi che inquinano la beneficenza per le cliniche pediatriche, nulla resta puro in questo affresco che mette a nudo la catena di fragilità e violenza che grava sui sacerdoti di paese e l’assoluta impunità delle gerarchie ma anche l’incapacità della società di comprendere e di reagire dinanzi a una combutta pervasiva tra potere ecclesiastico e potere politico, la stessa combutta denunciata nella realtà – con toni ben meno aspri – dal coraggioso sacerdote di Cracovia Adam Boniecki, sanzionato e silenziato nel 2011 dalla Conferenza dei vescovi polacchi e riammesso alla parola pubblica solo pochi mesi fa.

Una combutta che affonda le radici in una scena di Kler, un flashback che mostra una messa popolata dalle bandiere di Solidarnosc nei mesi del crollo del regime comunista nel 1989. Una terra cresciuta nel culto di Wojtyla, del cardinale Glemp e del martirio di padre Popieluszko (ucciso dal regime nel 1984), una terra che ha trovato nella Chiesa cattolica la chiave per la liberazione dall’oppressione comunista e dunque per ogni idea di futuro, è di colpo posto dinanzi, sui pubblici schermi, a un quadro moralmente e politicamente desolante. Un Paese economicamente vitale che insegue la propria modernità potrebbe iniziare a sospettare che porpore e tiare siano parte del problema e non della soluzione. Ma saranno parte del problema o della soluzione la nuova legge che mette le università sotto il controllo della politica, i tentativi di asservimento del potere giudiziario, l’intimidazione nei confronti della stampa, la condiscendenza con cui vengono liquidati i rigurgiti neonazisti nella gioventù, o le vetrine di Militaria.pl che esibiscono nelle strade del centro mitragliatrici a 900 zloty, meno di 250 euro?

Sul vescovado di Breslavia campeggia la scritta non domo dominus sed domus domino honestanda, non locis viri sed loca viris efficiuntur honorata, “non è il padrone a trarre lustro dalla casa, ma la casa dal padrone; non sono gli uomini ad essere nobilitati dai luoghi, ma i luoghi dagli uomini”. Le brutture denunciate da Kler forse serviranno più per stringere a coorte le élite cittadine filo-occidentali che non per persuadere la Polonia rurale, dove i cinematografi non esistono; forse anche per questo manca una reazione ufficiale della Conferenza episcopale polacca, e i segnali di disagio sono per ora ancora affidati a singoli prelati. Ma il putiferio che si è scatenato in un Paese dove tutti ricordano l’epilogo del grande poema nazionale, il Pan Tadeusz di Adam Mickiewicz (1834; ne è da poche settimane disponibile una splendida traduzione inglese curata per Archipelagos da Bill Johnston): “Per un Polacco, ospite inviso / dovunque vada, nel passato / e nel futuro c’è una sola terra / in cui alberghi una traccia / di felicità: la terra dell’infanzia. / Essa resiste, sacra e pura / come il primo amore, non viziata / da vuoti di memoria, intatta / dall’atroce equivoco di speranza, / immutata dal corso della storia”.

E questo film, riusciremo a vederlo nelle sale italiane?

I cattivi della Disney in chiave jazz-punk

Inizialmente ispirata dal jazz, la contrabbassista romana Caterina Palazzi arriva ora a un concetto di Experimental Noise Jazz pubblicando con i Sudoku Killer il terzo disco intitolato Asperger. Che non si riferisce alla sindrome, ma sta a indicare “il passaggio dello spirito umano, che immerso nel caos sociale ed esistenziale, comincia a essere attratto dal male”. Composto da 5 suite originali, Asperger è un concept album cupo e ruvido che si allontana dall’improvvisazione jazzistica per avvicinarsi a composizioni scritte, basate su sound altalenanti. Fermo restando il muro di suono, massiccio e brutale, eretto sulle frazioni martellanti della sezione ritmica, dalle feritoie traspirano melodie e non solo devastazione sonora e stridori urticanti. I brani invece vedono protagonisti i ‘cattivi’ dei cartoni classici della Disney, ma la figura del ‘cattivo’ viene resa affascinante e non più spaventosa. E il progetto non si limita ai soli incastri sonori, ma diventa anche un gioco concettuale. Se amate le sonorità punk e noise, avete un’anima jazz e impazzite per i giochi cervellotici, è il disco che fa per voi.

“Mi volevano diversa, sono rimasta un’equilibrista”

“Sa cosa mi salva? Che ancora mi meraviglio, non do per scontato nulla. Mi sento un’equilibrista, più che una cantante”. Avvolta in un ampio cappotto cammello, capelli raccolti, un bicchiere d’acqua sul tavolino, Emma Marrone non ammette pause, neanche tra un’intervista e l’altra. Non può, anzi non vuole fermarsi. “Ma mettere un punto sì, quello mi è necessario”. E il punto prende il nome di Essere qui – Boom Edition: quattro inediti in un album in uscita il 16 novembre, un tour in ripartenza e un magazine, otto racconti di sé che finora mancavano: “Ma sto già pensando al secondo numero, nel quale darò ai giovani artisti la possibilità di esprimersi e farsi conoscere”. Il singolo Mondiale è già in vetta alle classifiche.

In quel brano lei canta “Esiste un’altra strada”. Quale sarebbe?

Quella che è dentro di noi, non quella che ci mostrano gli altri.

E quindi ognuno ha la sua?

Devi solo avere il coraggio di seguirla, anche se non è spianata come un’autostrada. Quando una cosa va bene, ti spingono ad andare sempre nella stessa direzione. Ma così perdi la curiosità, quella stessa che avevi da bambino arrampicandoti sugli alberi o correndo tra l’erba alta.

Lei la sua strada l’ha seguita, alla faccia di tutti?

Soprattutto a mie spese. Quando agisci “alla faccia di tutti” devi avere le spalle larghe e sapere che, prima che qualcosa ti ritorni indietro, passerà molto tempo.

Molti pensano che la sua vita artistica sia cominciata con “Amici”. Non è così.

La mia vita pubblica è cominciata allora, ma io mi sono autoprodotta il primo disco a 23 anni, quando mi presentavo in trio con la faccia dipinta di bianco. Ho scritto io tutte le 11 tracce di quell’album, Mjur, che oggi conoscono in pochi ma che servirebbe a comprendere le scelte che sto facendo.

Sono scelte coerenti?

Assolutamente sì, anche se non pagano subito. A 34 anni mi sono chiesta cosa voglio fare di questo lavoro, come lo voglio fare, quanto sono in grado di rischiare e quanto posso perdere.

E che risposta si è data?

Se da un lato ho perso tanto, dall’altra – quella meno pubblica – ho acquistato moltissimo. Per esempio, la stima profonda da parte di artisti che ascolto da quando avevo 10 anni. Mi sento una buona artista e umanamente sono rimasta ferma a quello che ero, non mi sono fatta abbindolare dal mio mondo.

È un mondo che corrompe, il suo?

Più che corrompere, è un mondo instabile. Quando mi chiedono se faccio la cantante, rispondo che faccio l’equilibrista. E spesso non ho nemmeno il cavo di sicurezza attaccato alla schiena. L’asta che mi tiene in equilibrio è l’amore che ho per la musica e il rispetto che nutro nei confronti dei musicisti.

Suo padre è un musicista. La sua famiglia l’ha supportata?

Mio padre si sente una rockstar e ogni volta vuole salire sul palco a suonare con me… Siamo una famiglia atipica, nessuno mi ha mai dato un calcio in culo per farmi fare l’artista. Anzi, quando hanno capito che il locale del paese non mi bastava più, si sono spaventati.

Lei è spesso oggetto di critiche, soprattutto sui social. Come reagisce?

Mi hanno tramandato il senso del rispetto, ma sembra che oggi se ne possa fare a meno. Sarò impopolare e perderò fan, ma nel momento in cui io posto su Instagram qualcosa che riguarda un altro artista e un mio follower lo critica, lo cancello. Il follower, non il post. Non voglio essere rappresentata da persone che non mi rappresentano.

Si sente “arrivata”?

Per niente, tutti i giorni mi faccio delle domande. Quando artisti come De Gregori o Zucchero mi prendono sotto braccio e mi dimostrano la loro stima, quando Gianna (Nannini, ndr) mi manda i video di sua figlia, io ancora non ci credo. Sento ancora la fame di dover dimostrare di più. A me stessa, prima ancora che agli altri.

Mi dà una definizione di coraggio e di rischio?

Coraggio ne vedo sempre meno. Le persone preferiscono l’abitudine al rischio, anche nei rapporti umani. C’è come un assopimento delle coscienze. Ognuno ha il diritto di vivere come vuole, per carità. Io ho scelto di rischiare ogni giorno.

E l’amore, cos’è?

L’amore ce l’ha davanti agli occhi (indica la rivista, ndr). È tutto lì dentro.

Elettrica o sharing: impreparati alla svolta

Quello sulla mobilità che verrà è un discorso che appassiona. Anche perché le polemiche sui blocchi del traffico e il (lento) canto del cigno del diesel ne stanno avvicinando l’avvento. Auto che inquinino poco o niente, che siano condivise e che magari si guidino da sole: prospettive con orizzonti temporali diversi, che prima o poi saranno destinate ad accompagnare le nostre giornate.

L’Italia è pronta per questa rivoluzione? Pare di no. Almeno stando agli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio degli esperti di Roland Berger contenuti nell’Automotive disruption radar, ricerca con cui la nota società di consulenza un paio di volte all’anno fotografa lo stato di salute della mobilità in diversi Paesi. Sono 14 per l’esattezza e il nostro è in penultima posizione davanti solo al Belgio, secondo i 26 indicatori presi in considerazione. Che spaziano dall’interesse dei consumatori allo stato dell’industria, passando al setaccio anche gli aspetti legali e normativi, nonché le infrastrutture e le tecnologie a disposizione. Siamo scarsi, insomma. Anche se pure da noi qualche eccellenza nel campo del basso impatto ambientale è presente. Chi invece è avanti a tutti, e lo immaginavamo, sta dall’altra parte del mondo ma non sembra visto che quel mondo se lo sta comprando. È la Cina, che tanto per fare un esempio sta riempiendo le proprie strade di colonnine di ricarica per veicoli a batteria. Come ormai troppo spesso accade, quando si parla di auto, non indicheremo la via. Ma seguiremo in branco.

La road map della mobilità del futuro

L’auto elettrica passerà per il noleggio. Un trend inevitabile nel nuovo orizzonte della Smart Cities, le città intelligenti dove la gestione delle risorse e delle esigenze di movimento passa per l’attenzione all’energia e ai costi. Il primo passo spetta alle aziende, che hanno la possibilità di beneficiare di detrazioni scaricando parte dei costi del canone per rendere ancora più conveniente la formula del noleggio a lungo termine per le proprie flotte “verdi”. Nei primi 10 mesi del 2018 le immatricolazioni di questi veicoli hanno registrato un forte sviluppo passando dalle 1.665 unità dello stesso periodo dello scorso anno a quota 4.167: +150%. Il cambiamento non si segna solo sui costi, come sottolinea la ricerca “Mobilità aziendale alla spina” promossa da Top Thousand, ma sulla capacità di inserirsi nelle nuove dinamiche del trasporto. Il contenimento delle emissioni è la motivazione principale, ma anche la libera circolazione nelle Ztl, il risparmio su bollo e manutenzione fanno da volano a un intero sistema. In media questi veicoli percorrono ogni giorno 58 km, utilizzati soprattutto in ambito cittadino, e l’87% di essi usato da imprese in pool, cioè condivisi tra più automobilisti. Un segnale di partecipazione alle metropoli di domani, digitalizzate e sostenibili, con la scorciatoia del noleggio: una molla pronta anche per i privati. Se infatti il canone mensile ormai è più economico, il fine contratto consente di gestire il fattore più critico per invogliare all’auto elettrica: prevedere la sostituzione con una vettura dotata di sistemi più efficienti di ricarica e di batterie più potenti.