Noleggio a lungo termine. I vantaggi del “tutto compreso”

Una formula nata nel mondo commerciale che si sta trasformando nella certezza più solida di un mercato dell’auto che cambia. I dubbi sul fisco, sui costi dei carburanti e sui blocchi al traffico hanno definitivamente ribaltato un equilibrio che sembrava intoccabile. Il noleggio vince sulla proprietà nell’appeal di una sharing economy che socializza i servizi e nella quale l’auto assume un ruolo nuovo. Con meno vincoli e più opportunità. “Se la ripresa dell’economia sembra rallentare, il noleggio continua la sua crescita a velocità sostenuta”, riassume Massimiliano Archiapatti, presidente di Aniasa, l’Associazione nazionale industria dell’autonoleggio: “Anche il 2018 è indirizzato verso un nuovo record di immatricolazioni (+7%), con una quota sul mercato nazionale ormai prossima al 25%”.

Dopo il boom dello scorso anno, anche nel primo semestre 2018 il lungo termine ha registrato un incremento del 10% rispetto allo stesso periodo del 2017, mentre la flotta che ha toccato le 881 mila unità, +16%. Sommando anche i 140 mila veicoli del breve termine e i circa 7 mila del car sharing, il numero complessivo dei mezzi rent in Italia supera il milione. Con tendenza a salire, se è vero che la rivoluzione è innescata ormai non solo tra il popolo delle piccole e medie imprese o delle partite Iva. Nel mese di ottobre il noleggio a privati è cresciuto del +3,6%, nonostante le difficoltà di quello delle aziende. La macchina accelera perché si ritrova a essere una risorsa non da poco, seppur nel clima di discussioni sulle limitazioni alla circolazione. Secondo uno studio condotto dal centro studi Fleet&Mobility, le auto a noleggio oggi emettono meno della metà (se a benzina) e due terzi in meno (se diesel) di monossido di carbonio, mentre le emissioni di ossido di azoto sono addirittura dimezzate rispetto alla media del parco circolante, che per altro emetterebbe l’85% di particolato in più nel caso di vecchie vetture a gasolio. Il possesso, poi, aggira i rischi che comporta l’acquisto: ragionamento che ormai appartiene anche alle famiglie. La formula “tutto compreso” risolve il problema della rivendita dell’auto, la rata fissa dà stabilità e prevedibilità del costo, l’idea della vettura come servizio porta con sé l’assicurazione Rc auto compresa, che oltre il 55% dei clienti ritiene fondamentale, secondo le analisi Aniasa, così come la copertura danni e il soccorso stradale.

Servizi che si stanno rimodulando velocemente, con pacchetti di durata variabile, da 12-24 mesi a oltre i 3 anni, e un parco vetture che assume i contorni di un secondo mercato, con un’offerta che sale dalle city car al lusso con una grossa porzione di suv disponibili in gamma, e motorizzazioni alternative, che il nuovo orizzonte temporale del noleggio permette di sperimentare senza le controindicazioni delle vetture in proprietà a rischio obsolescenza.

Caro maestro, che fatica bellissima starti dietro

Caro Franco,
la foto che hai fatto pubblicare sulla tua pagina Facebook (!) – foto che ti ritrae seduto sul divano di casa a leggere il giornale, con la didascalia che cita la réclame dei divani Busnelli del 1971 (“Che c’è da guardare? Non avete mai visto un divano?”) in cui comparivi col viso ricoperto di cemento, i capelli da Medusa e la tua espressione più impenetrabile e provocatoria – ci rincuora, ci fa sorridere e ci turba. Ci conforta saperti in piedi nella tua casa di Milo (è “la prima foto dopo la caduta”, dicono le agenzie, e siamo in zona Wenders, con te dotato di immense ali da angelo aggiustate da un tutore ortopedico).

Ci fa sorridere perché si avverte la buona salute della tua meta-ironia (decine di volte ti hanno dato per morto); ci turba, perché la gelosia degli innamorati è tale che vede sotto la luce del consumo la concessione alla facezia che è solo dei saggi e degli illuminati.

Non credere che non abbiamo la tentazione di rispettare il tuo silenzio, da quando hai preso la via dell’assenza, della sottrazione, del dico ma non dico, che qualcuno, anche tra i più intelligenti (Edmondo Berselli su tutti), ha descritto come la penombra un po’ retorica che avvolge il guru che finge di tacere quanto più canta e si esibisce, come hai cantato e ti sei esibito tu prendendo il mondo sul serio e non sul serio, stando scomodo nel tuo ruolo di oracolo che pure era inevitabile cucirti addosso, unendo il tuo istinto mostruosamente teatrale alla ricerca instancabile dell’inaudito. Sì, capiamo la fortuna dell’esser svegli. Ma tu hai scritto che ancor più degna è la vita di chi diventa saggio. Sei stato tu, con le tue opere-dinamite, a darci insieme l’incanto e l’ironia, la critica a questo mondo e alle sue nevrosi e l’antidoto a ogni cinismo. Come Zarathustra, hai dato ai tuoi seguaci l’esortazione a non seguirti più di tanto (indotte al silenzio da un gesto della mano, folle mormoravano i tuoi canti più introversi durante i concerti come a messa); denudando la miseria dei furbi, dei comunicatori, dei creativi che “credono in quello che fanno”, hai innalzato i taciturni, i profondi e gli immuni al disinganno.

Così, sotto la luce della tua levità fanciullesca leggiamo la foto, ignorando i gossip attorno alla tua salute, riconoscendovi la tensione tra la riservatezza dello studioso e il puro istinto per la teatralità, insomma tra Apollo e Dioniso, che tu hai frequentato senza sosta, fino a quando di recente ti abbiamo visto cantare seduto su un catafalco da yogi, offerto sul tuo stesso altare (quasi fossero un obolo, le tue canzoni, incise nella partitura mentale di una nazione). La prima volta che ti abbiamo ascoltato tu eri già grande, eri già il Battiato incomprensibile che miracolosamente era anche popolare; ma noi eravamo nuovi alla tua anomalia, e la tua voce ricca e strana, come le concrezioni marine di Shakespeare, suscitava altri mondi per mezzo di parole che si legavano in frasi cerebrali o semplicissime (sono queste che, in bocca a te, ci fanno ancora arrovellare), a comporre invettive velenose o liriche spiritualissime che si placavano sull’ultima nota dandoci la certezza di essere stati riportati a casa.

Prima di scartare di lato scegliendo l’inattualità, hai previsto la confusione presente, la falsa democrazia dei social network (“La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi Non viene dalle stelle Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena Potete stare a galla”), insomma hai giocato e ci hai azzeccato, nelle vesti di Profeta. Tuo malgrado, sei il mitografo della contemporaneità: per interpretare la società schizoide, hai sfornato versi ermetici, claustrofobici (li si sentiva canticchiare dai fornai, come le arie di Mozart a suo tempo); dopo la follia aspra dei sintetizzatori e la febbre da scavo dentro l’essenziale (con Mario Sgalambro), con la musica quasi sottomarina di Apriti sesamo, che ha dentro i canti arabi e i vagiti mistici di Santa Teresa, la ricorsività dei mantra e le finezze dei madrigali sacri, il respiro meditativo e l’elettronica, che nelle tue mani è sempre fisica e metafisica insieme, hai tratto lo sforzo di produrre senso sussurrando nella canea, di andare verso il limite dell’udibile, l’alone del silenzio, il profumo del suono.

Etico e estetico insieme, sovranamente indifferente al politicamente corretto e al politicamente scorretto (“Uno dice che male c’è A organizzare feste private Con delle belle ragazze Per allietare primari e servitori dello stato? Non ci siamo capiti E perché mai dovremmo pagare Anche gli extra a dei rincoglioniti?”), l’ipocrita mondo della politica ha tentato di usarti, salvo poi rigettarti per la frase sulle “troie in Parlamento” (sei il bambino che dice che il re è nudo). Che fatica bellissima starti dietro.

“Era magnifico quel tempo in cui eravamo collegati perfettamente al luogo e alle persone che avevamo scelto prima di nascere”, canti in Un irresistibile richiamo. Non sappiamo nulla di ciò che tu invece hai studiato e compreso (ne parli con mistici, monaci e “viaggiatori astrali” nel tuo documentario Attraversando il Bardo. Sguardi sull’aldilà): la malattia, la morte e i passaggi della materia; ma è grazie all’aura magica e umanissima che la tua musica tesse attorno al suo artefice e al suo goditore, unendoli per sempre sotto la stessa costellazione sentimentale, che ti scriviamo per dirti con ragionevole certezza che non sei solo.

Il capolavoro Walt Disney: 78 anni portati alla grande

Hamilton Luske e Ben Sharpsteen (1940). Il “Pinocchio” Walt Disney per generazioni di bambini è stato l’unico Pinocchio. Primo cartone a vincere agli Oscar, due premi, non dimostra gli anni che ha. Seguì al successo di “Biancaneve” e costò più di 2 milioni di dollari, soffrendo all’inizio il box office, complice la seconda guerra mondiale, recuperò solo un milione. Ma nel ’73 i milioni erano già 13 e oggi oltre 84.

È il migliore di sempre con un immenso Nino

Luigi Comencini (1972). “Le avventure di Pinocchio” di Luigi Comencini, serie tv in 5 puntate (c’è una versione in 6 puntate), è la vetta più alta. Più del romanzo, più di ogni film, passato, presente e futuro. Il Geppetto – Nino Manfredi è irraggiungibile. Poi c’è il giudice Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida la fata, Franco e Ciccio il Gatto e la Volpe. E quell’Andrea Balestri che sarà Pinocchio per sempre.

L’unico con l’approvazione degli eredi Collodi

Giuliano Cenci (1972). Questa versione animata, “Un burattino di nome Pinocchio”, ha il sigillo degli eredi Collodi: l’unica ad aver rispettato alla perfezione lo spirito del romanzo. Esportato in 20 Paesi, in tv fu trasmesso da Raitre solo nell’89 e nel ’90 malamente spezzettato in due puntate. Peccato. Merita di essere rivisto. E non solo per la voce narrante del grande Renato Rascel.

Il cartoon giapponese con la sigla più bella

Tatsuo Yoshida e Ippei Kuri (1972). Tra Benigni e questa serie d’animazione ci sono un’altra decina di film. Ma il 1972 è l’anno più bello per il burattino, grazie anche a “Le nuove avventure di Pinocchio”, cartone giapponese in 52 episodi trasmessi da Raiuno solo nel 1980. Il pregio più grande? La sigla italiana che tutti noi abbiamo canticchiato: “Pinocchio perché no?”, di Luigi Lopez e Patrizia Pradella.

Il film italiano più costoso della storia: 40 milioni

Roberto Benigni (2002). Una produzione da kolossal per Roberto Benigni che corona il suo sogno: ma forse è un po’ avanti con l’età per poter essere ricordato come un “Pinocchio” indimenticabile. La critica stroncò la sua interpretazione e anche quella della moglie Nicoletta Braschi, la fata turchina. La sceneggiatura è di Benigni e Vincenzo Cerami, le musiche di Nicola Piovani. Ma non basta.

Un sequel con Arlecchino e c’è anche Babbo Natale

Orlando Corradi (2007). ”Bentornato Pinocchio”, altro film d’animazione italiano, ha l’ambizione di proporsi come sequel del romanzo collodiano: infatti il racconto procede dalle avventure del Pinocchio ormai diventato bambino vero. S’incontrano personaggi estranei alla storia originale, come Arlecchino e Babbo Natale. Il doppiatore di Geppetto è Mino Caprio, lo stesso del successivo film di D’Alò.

L’ambiziosa mini-serie con Bob Hoskins

ALberto Sironi (2009). Il confronto con la serie di Comencini è il più grande difetto del “Pinocchio” in due puntate di Rai Fiction e Lux Vide. Da rivedere senza pregiudizi, perché avrebbe tutto per funzionare, a partire dal regista, quell’Alberto Sironi al timone del “commissario Montalbano”, e dal cast: Geppetto è Bob Hoskins, la fata turchina è Violante Placido, poi Margherita Buy e Francesco Pannofino.

Un piccolo gioiellino dell’animazione italiana

Enzo D’Alò (2012). La poesia di D’Alò ha dovuto aspettare dodici anni, infatti nel 2000 il progetto fu congelato per l’annunciata uscita del film di Roberto Benigni. I disegni sono firmati dall’illustratore di un edizione cartacea de “Le avventure di Pinocchio” di Collodi, Lorenzo Mattotti (75 euro, Einaudi, 2008). Pinocchio e Geppetto sono doppiati da padre e figlio: Gabriele e Mino Caprio. Da non perdere.