Il mondo “invisibile” dei sex worker a Roma esce allo scoperto grazie a un’indagine della Fondazione Villa Maraini, agenzia nazionale per le tossicodipendenze della Croce rossa. Due anni di lavoro (2016-2018), 52 uscite in strada, 1651 sex workers incontrati (con un mercato di nove milioni di clienti l’anno) e 1902 test Hiv e Hcv somministrati a un campione di 951 lavoratori del sesso, età media 25 anni, di cui il 76 per cento femmine, il 23,7 per cento transessuali, lo 0,3 per cento uomini, e per oltre la metà provenienti dall’Est Europa. Risultato: il 4,3 per cento è Hiv positivo, lo 0,6 è affetto dal virus dell’epatite C e il 10,7 per cento ha contratto una malattia trasmissibili sessualmente nell’ultimo anno. Dati in linea con la media nazionale. Tra i sex worker, c’è anche chi ha una laurea in mano (il 6,1 per cento) e chi ha un partner fisso (il 12,60 per cento). La maggior parte ha subito atti di violenza e lavora 7 giorni su 7. Il preservativo è ancora un tabù (in oltre l’80 per cento dei casi il cliente non lo vuole) e l’uso di stupefacenti, soprattutto cocaina, è la regola per il 25,2 per cento dei lavoratori del sesso.
Telefonia e pay tv: nuove regole per poter cambiare operatore
Cambiare operatore del cellulare, del telefono di casa o disdire il contratto di abbonamento alla pay tv è un incubo per tutti gli utenti. Una delle tante angosce che puntellano la giungla burocratica e amministrativa con cui fare i conti ogni giorno. E questo nonostante la raffica di multe inflitte dall’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) e dall’Antitrust. La realtà è, invece, costellata di telefonate insoddisfacenti ai call center, informazioni lacunose e una serie sterminata di fax (beato chi ce l’ha) o raccomandate (sempre più costose) che fanno slittare di mesi la cessazione del contratto o il passaggio al nuovo operatore. L’esito finale è noto a tutti: si rischia di subire costi imprevisti o addirittura doppie fatture, di perdere la linea per giorni, di entrare in un tunnel disseminato di disservizi che si concluderà con una mazzata finale: quella che i gestori fanno pagare per i costi di disattivazione, che altro non sono le penali abolite dalle lenzuolate di Bersani nel lontano 2007.
Una situazione ben nota all’Agcom che, al termine di una consultazione pubblica, ha ora approvato le nuove “Linee guida sulle modalità di dismissione e trasferimento dell’utenza nei contratti per adesione” per garantire una maggiore protezione e, soprattutto, minori spese ai consumatori. Applicando, insomma, quanto previsto dalla legge sulla Concorrenza approvata ben 14 mesi fa. Nel dettaglio, la prima novità riguarda le spese di recesso. L’Authority ha stabilito che non possono eccedere il canone mensile mediamente pagato dall’utente evitando così che gli operatori addebitino spese non proporzionate al valore del contratto. Il riferimento è agli abbonati alla telefonia fissa e mobile che non dovrebbero, quindi, più pagare oltre l’equivalente del costo di un canone mensile, mentre oggi gli operatori applicano un costo base che in media è di 50 euro per tutti.
La novità normativa non è riferita soltanto ai costi sostenuti dall’operatore per il trasferimento dell’utente, ma anche a quelli legati alla restituzione degli sconti erogati in caso di offerte promozionali e alle rate residue per i prodotti e i servizi che vengono offerti insieme. In altre parole, quando si sottoscrive un contratto, il gestore propone al cliente una scontistica ma solo se si resta abbonati per un lasso di tempo non inferiore ai 24 mesi. Un passaggio da sempre poco chiaro ai consumatori che, solo nel caso di disdetta anticipata, scoprono di dover pagare centinaia di euro perché, sostengono gli operatori, quegli sconti vanno comunque restituiti. L’Agcom ha ora, invece, chiarito che questo tesoretto dovrà essere equo e proporzionato al valore del contratto, costringendo i big della telefonia e delle pay tv a ridurlo proporzionalmente rispetto ai mesi restanti di contratto.
Una misura certamente inferiore a quella attuale. Ed ancora. Quanti recedono anticipatamente dal contratto potranno anche scegliere se continuare a pagare le rate residue relative ai servizi e ai prodotti offerti congiuntamente al servizio principale (modem, cellulare, attivazione, intervento iniziale del tecnico) o pagarle in un’unica soluzione. Oggi, invece, alcuni gestori chiedono il pagamento una tantum delle rate residue, fermo restando che il pagamento dilazionato non può comunque superare i 24 mesi.
Sul fronte delle innumerevoli modifiche unilaterali dei contratti che consentono ai gestori, tra le altre cose, di ritoccare all’insù le tariffe semplicemente mandando un sms al cliente 30 giorni prima dell’aumento, l’Agcom ha ribadito il diritto di recedere senza pagare nulla.
Negli scorsi giorni è però arrivata un’altra piacevole notizia: entro il 31 dicembre 2018 Tim, Vodafone, Wind Tre e Fastweb dovranno rimborsare in bolletta i giorni sottratti in maniera illegittima agli utenti in seguito alla fatturazione a 28 giorni applicata fra il 2016 e il 2017. A stabilirlo è stato il Tar – anche se si attende lo svolgimento dell’udienza di merito fissata per il prossimo 14 novembre – che ha respinto il ricorso dei gestori. Una decisione che segue quella dell’Agcom dello scorso mese di luglio, quando ha stabilito che i rimborsi ai clienti vanno calcolati a partire dal 23 giugno 2017 fino all’inizio di aprile 2018, il mese in cui gli operatori sono stati costretti a tornare alla fatturazione a 30 giorni subendo una sanzione di 1,16 milioni di euro a testa per il calcolo della fatturazione a 28 giorni, che ha provocato un sovrapprezzo medio dell’8,6% annuo delle bollette per 12 milioni di utenti di linea fissa e 60 milioni della telefonia mobile. In pratica, va però anticipato, non solo i gestori possono ancora fare appello al Consiglio di Stato, ma quasi nessun cliente si troverà il riaccredito in bolletta: gli operatori, in via compensatoria, forniranno infatti ai clienti un numero di giorni di servizio gratuito pari a quello dei giorni sottratti con le bollette a 28 giorni.
All’improvviso una moto e gli spari: sangue e Duterte
Per il presidente Rodrigo Duterte il problema principale è lo shabu, una metanfetamina diffusa nel sud-est dell’Asia. Corrode la società, ha detto il 30 giugno 2016 nel suo discorso di insediamento. Frena l’economia. E ha esortato i poliziotti ad assassinare tossici e spacciatori. Non ha mai emanato un decreto, o altro. Nonostante sia un po’ il suo simbolo, la guerra alla droga non si basa su una legge, su un testo scritto, ma solo su discorsi, appunto, su dichiarazioni, battute alla stampa: perché se non c’è legge, non c’è tribunale che possa sfidarla: si basa su una garanzia di impunità. Per l’arresto di un tossico non si ha alcuna ricompensa: ma per la sua eliminazione, sì. Fino a 300 dollari. E così, giri per Manila, adesso, che ha 22,7 milioni di abitanti, per il 70% in povertà, ed è una delle città più popolose al mondo, giri, e un motorino, all’improvviso, sfreccia tra queste case di fango e lamiera, e ognuno sa cosa sta per accadere: e ognuno guarda altrove. Un colpo, secco, e qualcuno muore.
Negli slum i poveri sono così poveri che quando chiedi un’intervista, ti fissano un appuntamento da McDonald’s, e arrivano con dieci bambini a testa: perché possano avere una cena vera. Il piatto tipico, qui, si chiama pagpag. Quello che compri per strada, come da noi compreresti un panino: è la rifrittura degli avanzi di pollo fritto recuperati nella spazzatura. Lo Stato non esiste. Non asfalta una strada, non allaccia a una rete elettrica. A un acquedotto. Niente. Non apre un asilo, un ambulatorio. Solo, ogni tanto, compaiono due poliziotti, su un motorino: e sparano. Eppure, nessuno si oppone. In qualsiasi altra città, in qualsiasi altro Paese, si avrebbero scontri e barricate. Nelle Filippine nessuno si ribella. Perché? Forse persino le vittime della guerra alla droga sono a favore della guerra alla droga.
Caloocan è l’area in cui si sono avuti più morti. Ed è qui che incontriamo otto consumatori di shabu: ora iscritti a un programma di disintossicazione istituito da quello che definiremmo un prete di frontiera. Sono tutti mogli, mariti, fratelli di tossici uccisi, e sono tutti segnati dalla povertà, magri, logori, i denti marci, e quest’età indefinibile, trent’anni che sembrano cinquanta: eppure sono grati a Duterte. “Se non mi avesse costretto, non avrei mai smesso”, dice Marisel.
Anche se poi, è chiaro a tutti: questa non è affatto una guerra alla droga. Intanto, perché i tossici non sono 3,7 milioni, come dice Duterte, ma 1,8 milioni: e cioè l’1,7 percento della popolazione, contro una media mondiale del 5,2 percento. “Se la droga fosse realmente un’emergenza il governo investirebbe nei centri di riabilitazione. Invece si limitano a chiuderti per sei mesi in una stanza”, dice Daniel. Ed è così davvero. Davvero ti chiudono per sei mesi in una stanza. I centri di riabilitazione sono solo 50: uno ogni 36mila tossici. E i fondi sono stati tagliati del 75%. “La verità è che questa è una guerra ai poveri”, dice Jay. “Perché lo shabu ti tiene sveglio. Con lo shabu lavori più ore: racimoli più spiccioli. Nessuno spara a chi sniffa cocaina”, dice. “Nessuno va a Fort Bonifacio”, che è nel centro di Manila, ma sembra Dubai: a Fort Bonifacio abita quel 10% di filippini che compra una Maserati ogni 5 giorni, perché guadagna quanto l’80% di tutti gli altri: e vive 20 anni di più.
La vita, qui, è così e basta: povertà estrema, estrema ricchezza. Per il resto del mondo, Duterte è come Erdogan, come Trump. O adesso, i populisti europei. Uno un po’ bullo. Un po’ grezzo. Uno da liquidare con due battute. “E invece bisogna parlare di Duterte”, scrivono i principali intellettuali filippini in un libro in cui si interrogano sulle ragioni del largo, larghissimo, e granitico, consenso che ha. Perché sono ragioni strutturali, dicono. C’è il singolo, sì: ma c’è soprattutto il contesto che rende il singolo possibile. Duterte non è solo Duterte: è le Filippine. Che sono un arcipelago di 7.107 isole, e dunque, da sempre, un Paese di comunità autonome. Con una geografia del genere, il potere è inevitabilmente potere locale. E cioè è il potere di poche famiglie per cui la cosa pubblica è cosa propria.
Nel 1986 il regime di Ferdinand Marcos, che aveva accumulato una fortuna personale di 10 miliardi di dollari, nonostante, ufficialmente, uno stipendio di mille euro al mese, è stato abbattuto da una rivoluzione: ma non è cambiato niente. Le Filippine restano un’oligarchia. Che Duterte ha sedotto presentandosi come un outsider. Come l’uomo della middle class che sfida la Manila altolocata, un uomo onesto, che con la politica non si è mai arricchito, e soprattutto, un uomo pragmatico, forte, risoluto, che prescinde dalle ideologie: e mentre gli altri parlano, fa. Il suo biglietto da visita è Davao, la città di cui è stato sindaco per oltre vent’anni, e che era la più pericolosa del Paese: oggi è la “più sicura”, se non si contano gli omicidi. La leggenda dice che quando impose il divieto di fumo, obbligò un turista a mangiarsi la sigaretta che si era acceso. Il suo ritratto è ancora ovunque. C’è scritto: Duterte ti guarda.
Padre Luciano, 45 anni, argentino, bergogliano, è il prete di Caloocan. Ed è stato il primo a contestare Duterte. Il primo, e a lungo, l’unico: la Chiesa temeva che Duterte reagisse tirando fuori casi di pedofilia. Ma padre Luciano ha scelto la cooperazione. Non lo scontro: “Avrei potuto organizzare la tipica fiaccolata, ma cosa avremmo ottenuto? Abbiamo deciso invece di integrare l’azione del governo. In modo da garantirci che rispettasse leggi e procedure”, dice. Chi ha seguito i suoi programmi di disintossicazione è stato depennato dalle liste della polizia. “La risposta di Duterte è discutibile – afferma padre Luciano – e neppure efficace. Ma dire che il problema non esiste non è una risposta”.
“Viviamo da sempre a testa bassa”, mi dice Francisco Sionil Jose, uno degli scrittori più noti. “E ora, Duterte è l’uomo dell’orgoglio”. Jillian Melchor, 24 anni, frequenta la sua libreria, la Solidaridad. Storico ritrovo di romanzieri, musicisti, artisti. Dissidenti. “Duterte – spiega Jillian – non ha idea di come affrontare i problemi del Paese, così svia l’attenzione: è tutta colpa della droga, come gli inglesi dicono che è colpa dell’Europa. E gli italiani dei migranti”.
Per ora, Duterte ha un consenso sconfinato. Ma sono frequenti i casi di filippini uccisi per caso. O per sbaglio. Nelle liste dei sospetti ormai c’è un po’ di tutto: anche perché in cambio di una segnalazione, si viene pagati. Darwin Hamoy, 17 anni, è morto così. Mentre era a una festa di compleanno. Il 15 agosto 2016. Voleva diventare un poliziotto, era un ammiratore di Duterte, racconta sua madre, mentre il figlio più piccolo, 8 anni, divora il secondo cheeseburger da McDonald’s. Vuole diventare un poliziotto come il fratello. Per arrestare gli spacciatori? “Per arrestare i poliziotti”.
Felicori lascia una Reggia
Mauro Felicori santo subito. L’ex direttore dei Cimiteri comunali di Bologna proiettato dalla riforma dei musei del suo conterraneo Dario Franceschini alla guida della Reggia di Caserta è un eroe nazionale. E non solo per la (peraltro assordante) propaganda di servi di partito e giornalisti lacchè: anche osservatori liberissimi e ipercritici esaltano Felicori. Perfino i miei amici Roberto Saviano e Gian Antonio Stella hanno indicato come esemplare il lavoro del direttore appena pensionato. L’argomento su cui si fonda questo entusiasmo è il numero dei visitatori: raddoppiato, insieme agli incassi (non record assoluti, sia chiaro: numeri vicini ai risultati della fine degli anni ’90). E poi c’è il confronto con l’abbandono disastroso della Reggia negli ultimi decenni: un abisso di fronte al quale ogni alternativa sembra un capolavoro.
Ma davvero quello di Felicori è un caso esemplare, come sostiene Matteo Renzi, che da premier ha fatto della Reggia (e di Pompei) una location fissa (materiale o metaforica) della sua propaganda? Felicori non è uno storico dell’arte, né un architetto, ma un laureato in filosofia specializzato nel marketing culturale. Il risultato è che mentre egli lanciava il “cocktail Felicori” (sic), una ispezione del Ministero per i Beni Culturali, inviata dopo il crollo di un pezzo di soffitto nella Sala delle Dame che solo per miracolo non ha avuto conseguenze tragiche, rilevava “omissioni e manchevolezze da parte del direttore sia per quanto riguarda la sicurezza dei lavoratori e dei visitatori, sia per quel che concerne la salvaguardia e la conservazione del bene culturale”. Nessuna valutazione dei rischi, nessun monitoraggio delle zone degradate, nessuna predisposizione di interventi di manutenzione ordinaria, mancata chiusura al pubblico delle parti pericolose del monumento: cioè nessuna tutela né della Reggia né dei visitatori. Una trascurataggine divenuta evidente durante le domeniche gratuite, quando la folla dei visitatori ha di fatto impedito ogni controllo di sicurezza, determinando un caos culminato nel ritrovamento di feci umane in alcuni ambienti monumentali. È stato poi Vincenzo Trione a denunciare, sul Corriere della sera, il disastroso allestimento della importante collezione d’arte contemporanea Terrae Motus che il suo creatore, Lucio Amelio, ha lasciato alla Reggia. Un allestimento non solo privo di qualunque criterio (a cosa servono storici dell’arte e consigli scientifici quando si tratta di attaccare due quadri a un muro?), ma anche indifferente alle ragioni della tutela: tanto da esporre la collezione a un furto rilevante.
L’altra faccia della mancata tutela è la valorizzazione ultra-commerciale della Reggia, divenuta location per matrimoni danarosi (famosa la foto del decoratore floreale a cavalcioni di uno dei leoni dello Scalone monumentale), set per pubblicità (Carpisa che dissemina il parco di pannelli pubblicitari con Penelope Cruz che ne sfoggia le borse, Fiat e Lamborghini che ci espongono le auto…) e per gare di canottaggio nei bacini monumentali, o perfino grande schermo per proiezioni pubblicitarie, come quella con cui la Thun ha ridotto la facciata di Vanvitelli a grande torta di compleanno, e a fondale su cui far scorrazzare i suoi orsacchiotti giganti.
Felicori è fierissimo di aver trasformato la Reggia in un brand: per pasta, borse, amaro e altri prodotti (non importa se del territorio) cui ha ceduto per anni l’uso esclusivo del nome del monumento. La condiscendenza verso i privati for profit si è accompagnata ad un sordo, renzianissimo disprezzo per le rappresentanze sindacali e a un continuo conflitto con i lavoratori della Reggia.
Una stampa assai più interessata a costruire simboli che a capire i fatti si è innamorata del direttore padano osteggiato da sindacati meridionali che lo accusavano di lavorare troppo. Pochi hanno notato l’ardore davvero poco istituzionale con cui il direttore ha sostenuto la candidatura a sindaco di Marcianise (ovviamente per il Pd) del giornalista del Mattino che aveva confezionato questa edificante immagine, Antonello Velardi. In tutto ciò, zero ricerca e zero divulgazione culturale: così che, sotto il travestimento popolare, la Reggia è diventata il simbolo di una visione classista e antidemocratica del patrimonio culturale. Perché è evidente che la trasformazione di un monumento in un supermercato nega la possibilità stessa di una cultura di massa, ed implica che al popolo non si possa che ammannire un prodotto commerciale.
Una svolta che non danneggia coloro che hanno altri mezzi e canali per raggiungere la cultura: danneggia, per esempio, i 5000 cittadini che pensavano di assistere ad una manifestazione culturale e invece sono stati gli spettatori di un mega spot degli orsetti natalizi di Bolzano. Non c’è dubbio che la Reggia prima di Felicori fosse un disastro. Ma ci sono anche molti ospedali che non funzionano: chi, tuttavia, affiderebbe un policlinico universitario non ad un primario medico, ma ad un manager alla Felicori? Certo, potrebbe essere capace di aumentare il numero dei pazienti assistiti (e perfino di creare un brand col nome dell’ospedale, e di venderne i gadget), ma sarebbe del tutto disinteressato alla qualità delle cure e alla ricerca medica. Se un ospedale serve a curare i malati, un museo serve a produrre e a ridistribuire cultura, a creare cittadini (e non clienti, o spettatori): in entrambi i casi non conta quanta gente ci entra, ma cosa sperimenta quella gente una volta dentro. E di centri commerciali ne abbiamo già troppi.
I computer? Una moda passeggera…
Manolita mi ha detto che hanno inventato una strana macchinetta che si chiama computer ed è convinta che sarà il nostro futuro. Una specie di scatola dove si raccolgono informazioni, indirizzi, una specie di banca dati. Boh, io in verità sono refrattaria alle invenzioni. Avevo un inventore in famiglia, zio Ugo, che con un grembiule grigio fabbricava di tutto. Lo detestavo. Un giorno costruì una specie di acchiappamosche elettrico e volle testarlo su di me, presi una brutta scossa! Andò anche a Portobello, ma l’unico effetto che produsse fu quello di spaventare il pappagallo, che ammutolì per una stagione intera. Menomale che ora sta in casa di riposo e non fa più invenzioni! Lo zio, non il pappagallo. Ho il sospetto che il computer sia come zio Ugo. Oddio posso sbagliare, ma ho poca fiducia, secondo me non può durare. Manolita mi dice che sono una passatista, anzi una misoneista. “No, piano non insultare, misoneista ci sarai!”, le ho detto. “Ma tu sai cosa vuol dire misoneista?”. “No, ma ora guardo sul vocabolario e se scopro che è un insulto…”. Con i computer non serviranno più i dizionari! Addio Zanichelli, Zingarelli, Treccani! Impossibile! E poi, ammesso che funzioni, che fine faranno tutti i rappresentanti di enciclopedie? E magari anche altri mestieri. No, i sindacati non lo permetteranno. Questo computer è come la bilancia parlante, monti sopra, ci metti cento lire e invece di leggere il peso, te lo dice: “Cinquantotto!” Roba che va di moda per un paio di anni e poi sparisce. La sera andiamo al cinema a vedere un film di Alberto Sordi, Io e Caterina. La storia di un uomo che, stanco delle donne, assume una colf robotica. Inquietante. Non può succedere, non succederà! Oddio, se mi sbagliassi? E poi lo so, se io compro un computer prendo la scossa.
(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)
Lega e M5S fanno la riforma agraria, come nel 133 a.C.
Centotrentatré a.C. Il tribuno della plebe Tiberio Sempronio Gracco sferra un attacco micidiale al partito del latifondismo schiavile varando una riforma agraria audacissima. Con la lex Sempronia agraria si introduce il limite dei 500 iugeri alla proprietà terriera che può incrementarsi di 250 iugeri per ogni figlio sino al limite insuperabile dei 1.000 iugeri, mentre l’eccedenza cade sotto la scure della confisca per essere redistribuita ai non proprietari. Il fine della riforma – tutt’altro che rivoluzionaria, ma di restaurazione dell’antico ceto di piccoli e medi proprietari terrieri (cittadini-contadini-soldati) nerbo dell’esercito che aveva reso forte la res publica romana – portò alla reazione violenta degli ottimati più reazionari che la soffocò nel sangue del movimento graccano e dello stesso tribuno della plebe.
2018 d.C. Il triumvirato Conte-Salvini-Di Maio propone una riforma sorprendente: l’assegnazione ventennale di un terreno agricolo alle coppie procreatrici del terzo figlio negli anni 2019-2021. Eppure ai più ne sfugge la ratio: non è chiaro se si tratti di un incentivo alla natalità o al recupero del rapporto dell’uomo con la terra, o se invece sia diretta a sostenere l’agricoltura come settore di uno sviluppo ecosostenibile o, forse, aderente alla visione pentastellata della decrescita.
E poi perché per vent’anni? Che vuol dire? Ad ogni modo, quando ne saranno svelati i fini e se mai verrà attuata, la proposta non appare per nulla pericolosa, ai triumviri nulla di drammatico accadrà, semmai rischiano di essere ricordati da una gigantesca risata degli storiografi del prossimo millennio.
Il volo del poeta Loris Ferri alla ricerca della bellezza
Conoscevo (e ammiravo) un tale che voleva volare basso, e faceva lunghe distanze con un elicottero leggero. Poichè poteva, sorvolava la terra e il mare, le campagne e le colline tenendosi vicino al punto da distinguere ogni dettaglio, identificare ogni colore e sfumatura di colore, calcolare la luce, e inalare il paesaggio (teneva sempre aperto il portellone).
Trovava pretesti per quei viaggi (lavoro, incontri, eventi importanti), ma quel sorvolo che ti faceva sentire il calore della terra era la sua destinazione.
Quel signore adorava Kavafis. Ma adesso il suo libretto a portata di mano sarebbe forse Poema della Residenza (Sigismundus Editore) di Loris Ferri, un poeta che si muove con proiezione di immagini e un suono di voce (è necessario leggerlo ad alta voce) eppure presenta i materiali del paesaggio al punto da farti sentire il ruvido della terra e l’odore della mattina.
Si muove continuamente in una sorta di viaggio che non è di luogo in luogo ma tra esperienze fisiche e mentali sempre diverse. Però come certi uccelli gentili che ti mostrano il loro volo libero ma non furente, in cerca di bellezza, non di preda.
In questo senso Loris Ferri è poeta. Deve rendere conto del mondo nel senso di un inventario di cose, odori e colori, di luce e del cambio di respiro di un sasso, quando cambia la luce. Provoca una riflessione interessante l’accostarsi, anche prima di leggere, allo scrivere poesia di cui sto parlando.
Il volo radente di Ferri è un espediente di libertà che si è svincolato dalle vertigini di ogni forma di eccesso (persino di felicità e di dolore).
Ma non in cambio di una media e mite distanza da fatti e cose. Piuttosto per fare, lungo percorsi stranamente semplici e stranamente ignoti, un inventario mai tentato di modi di esistere, nostro o di un campo seminato.
Leggete: “Io ero terra di arance e limoni che il sole arava con il suo oro, verdeggiante di carrube selvatiche e di possenti olmi; splendeva un astro giallo sulle grandi alture e l’aria spirava e danzava…”.
Forse il poeta è la guida che ci manca in questo mondo di caos. Vede attraverso ciò che diresti opaco e riporta respiro in ciò che diresti morto.
Che fine: scaricata da Silvio e Lega Meloni si deve accontentare di Fitto
L’unico conservatore da sempre considerato, tra i sociali, è il rivoluzionario. Non fosse altro per Armin Mohler, e la sua Die Konservative Revolution. Ed è perciò un capitombolo – ben più che un lapsus – quello di Giorgia Meloni, leader della destra italiana, nel collocare il proprio partito, Fratelli d’Italia, con ECR – Conservatori e Riformisti Europei. Conservatori in un’Italia – lo diceva sempre Giuseppe Prezzolini, un maestro del pensiero reazionario – “dove non c’è nulla da conservare”.
Conservatori in un’Europa dove gli unici titolati a esserlo – gli inglesi – non ci sono più. Meglio: non ci saranno più. In conseguenza della Brexit. Nati e cresciuti per costruire un’alternativa al sistema – nati tutti in quel che fu la destra contro il regime – finiti tutti per raccattare le briciole di quel che resta dello status quo.
L’operazione – l’asse, nomen omen – si consuma a Bruxelles saldandosi a Noi con l’Italia di Raffaele Fitto che di Ecr è vicepresidente. E poiché i corsi e i ricorsi si ripetono, sembra di rivedere gli inciampi di anni e anni fa, quando in luogo dei “conservatori” di oggi si andavano a cercare i “moderati”.
Erano, questi, i dinosauri col monocolo e la giacca da camera. Erano richiesti per annacquare la destra dura e pura, e renderla potabile. Nasceva così la Costituente di Destra – al seguito dell’Ammiraglio Birindelli– e si acquietava l’eterno rimosso de Vogliamo i Colonnelli, l’immarcescibile karma che da sempre affligge l’impoliticità di un mondo il cui destino è uno e solo uno: la pesca delle occasioni.
Era il cruccio di un gigante della lotta politica, Beppe Niccolai, vedere piegare l’attesa rivoluzionaria di tutto un mondo – lui che con Giuseppe Berto, con Alberto Burri e con Gaetano Tumiati aveva vissuto i giorni del campo di concentramento in Texas, prigionieri degli americani – alla pesca delle occasioni: ridursi dunque a essere la ruota di scorta della Dc, i servi sciocchi del clericalismo, i cani da guardia delle baronie universitarie contro le avanguardie giovanili…
Si conserva quel che si può, si riforma per come si può. Con quel che resta dell’Europa. Così, ieri. E oggi, dunque.
Dopo essersi accodata all’opposizione del Governo gialloverde, sotto l’ala protettiva di Silvio Berlusconi, avuto quindi il benservito di Matteo Salvini che non farà alle Europee alcun listone a uso di sovranisti in cerca di seggi, alla destra – nell’incubo del 4%, considerati i risibili risultati elettorali – non resta altro pascolo che il feudo elettorale nel tavoliere pugliese, al seguito di Fitto. Sempre in tema di corsi e ricorsi storici torna, per la povera fiammella, lo stigma dell’idealista descritto da Arturo Michelini, segretario del Msi, quando diceva “l’idealista è colui il quale ha l’idea della lista”. Così, ieri. Così, sempre.
La musica dei braccianti nell’orchestra del riscatto
Caro Coen, finché c’è musica c’è speranza. E che musica. A Cerignola, Puglia rurale e patria di Peppino Di Vittorio, venerdì scorso si è esibita “L’orchestra dei braccianti” messa in piedi dalla onlus “Terra”. Musicisti italiani e uomini di quella parte d’ Africa che d’estate affollano la Pummarola Valley. Sono sfruttati, vittime di un caporalato feroce, resistono anche suonando. Come gli antenati afroamericani nei campi di cotone dell’America, quelli che inventarono il blues, la musica della malinconia.
Ecco le loro belle storie. Joshua Ojomon, voce e tastiera. Viene dalla Nigeria: “Ho lavorato in campagna, alla raccolta dell’uva e dei meloni. Ma quando sento la musica mi batte il cuore”. Yussif Bamba, Ghana: “La musica ti dà la forza per lavorare. Quando fai il pescatore, canti e tiri su le reti. Lo stesso vale per il lavoro in campagna. O per affrontare la notte e non avere paura”. Ndongo, Ghana, voce e percussioni Africa subsahariana. Vive nel ghetto di Borgo Mezzanone: “La musica sopravvive ad ogni cosa”. Marzouk Meriji, Tunisia. Polistrumentista, vive a Napoli da vent’anni collaborando con musicisti quali James Senese, 99 Posse e tanti altri: “La musica, la natura, l’agricoltura, il cibo. Non puoi parlare dell’uno, senza guardare all’altro. Fanno parte della nostra vita da sempre”. Charles Ferris viene dagli Usa è un trombettista ed etnomusicologo americano: “La musica ci dà il senso di chi siamo, della nostra appartenenza. Come il cibo che viene dalla terra”. Sergio Caputo. Violinista, ha collaborato con De Gregori, Subsonica, John Turturro, YoYo Mundi. Produce olio, olive e costruisce muri a secco. Giulia Anita Bari, veneziana e violinista. Per “Terra” si occupa di braccianti e dei loro diritti. Caro Coen, ne ho dimenticati altri e me ne scuso, ma L’orchestra dei braccianti ha avuto un grande successo. Suonano italiani e uomini venuti dall’Africa. Cantano la libertà. La musica non ha confini. Alla faccia di Salvini.
Quando lo slogan in periferia vale più di un post su Facebook
Quasi all’incrocio della piazza Alfieri con via Varé, in zona Bovisasca, periferia che cerca di rivitalizzarsi, sotto due finestroni di un edificio sgarrupato campeggia la scritta in nero “Salvini torna nei tombini!”. Scatto una foto: a memoria futura, caro Fierro… Perché siamo ancora nell’ambito di una sfera comunicativa che sfugge al cappio della Rete e che non è sotto il ferreo controllo del populismo digitale. L’invettiva murale raccoglie rabbia, ribellione, dissenso. È ormai l’ultima Thule della politica “di base”, come dicevamo un tempo. Poi, ci sono cose strane. La pubblicità è un veicolo che sovente innesca messaggi subliminali.
In questi giorni, nelle stazioni della metropolitana milanese, ci sono cartelloni che informano quanto i pomodori della filiera EcorNatura riescano a strappare un “prezzo riconosciuto all’agricoltore alla raccolta” di 33 centesimi, più vantaggioso del biologico certificato (13 centesimi) e di quello non biologico (8 centesimi). “Il giusto prezzo conviene a tutti, anche alla terra” è lo strillo. Però, tutti fanno caso ai dettagli: la foto, coperta dai titoli, ostenta in basso bei pomodori sparsi sulla terra. A destra, braccia e mani nere pronte a raccoglierli. Assenza di erbacce (possibile solo con diserbanti chimici…). Qualche passante commenta: “Solo gli immigrati possono fare quel lavoro per tre euro all’ora…”. Gli stessi immigrati che il 61% degli italiani non vorrebbe. Quando parliamo di lavoro – “agli italiani!”, la priorità del Trump del Giambellino – i nostri discorsi tendono alla schizofrenia. La maggior parte dei milanesi non ama il capitalismo, ma Milano ne è una delle capitali mondiali. Conosco dirigenti d’azienda che leggono Spinoza per rimotivare i loro dipendenti. E alla Bocconi insegnano che il benessere dell’individuo non si limita al reddito (sottinteso: di cittadinanza) ma si raggiunge con un lavoro in cui si è partecipi. Nelle imprese, infatti, accordare autonomia ai salariati non è più un’opzione. È vitale. Per sopravvivere.