Ode alla borghesia (dove eravate?)

Caro direttore, le classi sociali sono come gli organi, tutti importanti. La borghesia oggi appare con l’occhiale spesso e strano, con infinite magliette e infiniti colori da spalmarci sopra, non deve certo farsele sponsorizzare dall’elettrauto sotto casa. Ha una tradizione di “gente studiata” e, oggi, non si vergogna di dare agli altri dell’ignorante. È ricomparsa, ed è anche cambiata. È la borghesia di questo primo scorcio di millennio, un po’ più aggressiva e sempre più benpensante. La globalizzazione le ha fornito tanti elementi su cui benpensare.

E così, a vedere i nostri borghesi in piazza a manifestare per il Tav ho provato un senso di nostalgia ed affetto per i tempi andati. Tutta quella dissimmetria ideale e fattiva fra l’enorme buco da fare, le tonnellate di polveri, il clangore delle merci che passano, l’appoggio ideale della destra salviniana, insomma: tentare un nuovo Mose, tentare un nuovo ponte di Messina.

Benpensanti che vedono nel Tav inesistente l’Italia che non entra nel mondo, ma il Tav di cui si parla da decenni non è stato proprio fatto, non c’è, così come è chiaro quanto – nei trasporti – la velocità la facciano gli snodi e non le tratte libere (i porti e il loro funzionamento e non i mari).

Ma anche questo è uno dei caratteri distintivi della cara vecchia borghesia che saluto felice: bisognava mettere in discussione uno dei suoi feticci per vederla ricomparire.

Questo è un periodo storico importante, perché in modo figurato – oppure un po’ meno – l’Italia si sta colorando di tutti gli ingredienti degli anni del boom: i lavoratori, la borghesia, i compagni, i fascisti, ma… mancano soltanto i rossi, magliette sì… ma quelle non c’entrano niente. Abbiamo i parrucconi, che si sono trasferiti nei talk show abbandonando i salotti buoni dove lasciano i figli annoiati a tirare su e iniettarsi dolci nettari d’oblio per scordarsi almeno per qualche ora dell’ipocrisia.

Stanno tornando tutti, puliti e lindi nei loro licei di pregio… che classificano ogni anno, rinchiusi dentro una gabbia di provinciale cerchio intorno alla testa. Non manca nulla, chi se la prende con gli immigrati personalmente e non come problema epocale di trasferimento di manodopera a basso costo (e così via), chi se la prende con i congiuntivi di Di Maio e chi cede alla tentazione di far rivivere Kossiga al ministero dell’Interno…

Insomma, c’è da essere contenti, l’Italia cambierà molto più lentamente di quello che speravamo. Ma, intanto, bentornata borghesia: faro sempre fisso, punto di riferimento per la noia di vivere, ma anche fucina delle menti di tutta Europa. Ma, ricordate, come dice la storia, tocca a voi negare i diritti della gente che lavora, siete voi il cuscinetto fra Amazon e i suoi dipendenti sottopagati, a voi arrivano prelibatezze accompagnate dal sudore dei ragazzi a domicilio.

Davvero, sono contento, perché il Paese potesse cambiare era necessario che la borghesia si ricomponesse: non importa se il Tav Torino-Lione in Italia non esiste proprio, nemmeno un chilometro, quello che importa è che siete tornati voi borghesucci: manca solo Gaber a prendervi in giro e l’Italia sta tornando (forse) se stessa? Questa borghesia rediviva ci aiuterà soprattutto in una cosa, determinante: trasformare aspri conflitti sociali in questioni da salotto e questioni da salotto in tragedie: bentornati ancora.

“Quella piazza va rispettata. Ma il Tav è vecchio e inutile”

“Le persone che scendono in piazza vanno sempre rispettate, e bisogna porsi delle domande quando accade. Ma il Tav è un progetto troppo costoso, e va completamente rivisitato”. Il sottosegretario all’Economia Laura Castelli, torinese e figura di peso del M5S, è cresciuta nel movimento No Tav.

Sabato hanno riempito piazza Castello per chiedere che la tratta Torino-Lione si faccia. Brutto segnale per la sindaca Chiara Appendino e per tutti i Cinque Stelle.

Ho notato che non c’era nessuna bandiera di partito. E ciò conferma che non esiste alcuna forza politica con una progetto chiaro e alternativo.

L’assenza di simboli di partito può essere un’aggravante, no?

Se sei convinto di qualcosa la tua bandiera la esponi. E io credo che i partiti si siano nascosti. Dopodiché, noi del M5S abbiamo ereditato una città con grandissimi problemi di bilancio. Governare significa anche prendere decisioni difficili e impopolari.

Dire no al Tav è impopolare?

Se ne discute da oltre 20 anni, e nel frattempo il modo di parlarne è cambiato. Penso che oggi spesso il Tav rappresenti il pretesto per andare contro un’amministrazione che vuole cambiare le cose. Proprio come è accaduto a Roma.

Sta dicendo che Appendino e Raggi verrebbero attaccate per gli stessi motivi?

Vengono attaccate perché donne, e perché cercano di risolvere problemi enormi senza fare favori a nessuno.

È sempre colpa di chi c’era prima: vecchio slogan.

Chiara e Virginia hanno ereditato amministrazioni retrocesse in serie B, e riportarle in alto è complicato. Ma loro sono due donne forti.

Ma ai cittadini in piazza per il Tav cosa direte?

La porta della sindaca era e sarà sempre aperta. Servono il dialogo e l’ascolto: ma da entrambe le parti.

Voi però restate contrarissimi all’opera. O no?

Ci sono altre priorità. L’ultimo Consiglio dei ministri ha decretato lo stato di emergenza per 11 regioni. Esistono tante urgenze, a cominciare dalla manutenzione dei territori e delle infrastrutture.

Cosa farete sul Tav?

Quello che c’è scritto nel contratto di governo: una rivisitazione completa del progetto, accompagnata da un’analisi dei costi e dei benefici.

Perché va rivisto?

Così com’è scritto il progetto non serve, è vecchio e costa decisamente troppo. Si potrebbe perseguire lo stesso obiettivo di facilitare il trasporto delle merci con molti meno soldi.

Ossia come?

Sono preferibili le piccole opere diffuse sul territorio, rispetto un’opera come questa in cui sono coinvolte le grandi cooperative rosse.

La Lega spinge per il Tav, e lo ha ribadito anche sabato.

Oggi ho letto le parole del ministro Centinaio (“Sul Tav Salvini e Di Maio stanno ragionando, ci diamo qualche mese per capire”, ndr). Sono sicura che anche per il Carroccio vengano prima le emergenze sui territori.

Farete uno scambio: voi incasserete il no alla Torino-Lione, loro il Terzo Valico e la Pedemontana.

Non è la logica con cui opera questo governo.

E sul reddito di cittadinanza? La Lega spera che falliate nel realizzarlo, è evidente.

Ce la faremo, e sarà una misura di politica attiva del lavoro. Dialoghiamo molto con i leghisti, e abbiamo spiegato loro che ci saranno sostegni per le imprese che assumeranno persone alle quali è erogato il reddito.

Il punto sono i controlli.

Le faccio un esempio: il reddito andrà a chi ha un contratto di affitto registrato, oppure una casa di proprietà, e in questo caso percepirà una cifra inferiore.

Come si potrà spendere?

Stiamo definendo gli ultimi passaggi. Ma entro la fine dell’anno partirà una campagna informativa per spiegare come funzionerà la misura.

Arriveranno anche le deleghe per lei e gli altri sottosegretari all’Economia?

Forse è proprio il caso che arrivino.

Voi del M5S avete accusato i tecnici del Mef di remarvi contro. Ritiene che il capo di gabinetto di Tria, Roberto Garofoli, possa restare al suo posto?

È un professionista, ma credo che il turnover sia sacrosanto anche nella pubblica amministrazione.

Il bonus bebè non è nella manovra, ma il ministro per la Famiglia Fontana giura che arriverà un emendamento apposito. Conferma?

Il governo deciderà se riproporre e come migliorare una misura che i cittadini si aspettano.

Roma, flop il referendum su Atac. Raggi: “Così resta ai cittadini”

Si ferma lontano dal quorum richiesto dal Campidoglio – il 33,3%, ovvero 789 mila votanti – il referendum cittadino per la messa a bando di gara del servizio di trasporto pubblico a Roma. A votare sui due quesiti della consultazione – promossa dal Comitato Sì Mobilitiamo Roma di Radicali Italiani, e appoggiata anche dal Pd – sono stati in 386mila, ossia il 16,3% degli aventi diritto. Così, il giorno dopo l’assoluzione nel processo per falso, Virginia Raggi incassa un’altro punto a suo favore, dopo essersi schierata per il No. E in serata la sindaca esulta: “Atac (la municipalizzata dei trasporti, ndr) resta dei cittadini, i romani vogliono resti pubblica. Ora impegno e sprint finale per rilanciarla con acquisto 600 nuovi bus”. La linea della giunta per il rilancio dell’azienda, sommersa da 1,4 miliardi di debiti, resta quella del concordato preventivo in continuità.

L’affluenza alle urne racconta ancora una volta di una città spaccata in due, con una partecipazione maggiore e la prevalenza del Sì in centro storico e nei quartieri ‘bene’ di Parioli e Trieste, feudo del centro sinistra. Invece nelle periferie – che nelle ultime tornate hanno premiato M5S e Lega – in pochi si sono recati alle urne. “Il Campidoglio ha creato caos nella partecipazione, valutiamo un ricorso al Tar, ma è comunque un risultato consistente”, dice Riccardo Magi, deputato di +Europa, tra gli animatori della consultazione.

L’Ordine dei giornalisti indaga sul capo del M5S

L’ordine dei giornalisti della Campania “ha mandato gli atti al Consiglio di disciplina”, per valutare l’apertura di una procedura nei confronti del suo iscritto Luigi Di Maio, vicepremier ma anche giornalista pubblicista. E ovviamente la micca sono le parole di sabato del vicepremier contro i giornalisti, definiti “infimi sciacalli” e “cani da riporto di Mafia Capitale”. L’Odg ha reso noto di essersi mosso “dopo le numerose segnalizioni ricevute”.

Di Maio sul futuro di Tim “Vogliamo la rete unica”

“Stiamo lavorando per creare le condizioni affinché si crei un unico player italiano che permetta la diffusione per tutti i cittadini di internet e banda larga”. Così il vicepremier Luigi Di Maio, ospite ieri sera Non è l’Arena su La 7, ha confermato di voler creare una rete unica, unendo le infrastrutture di Tim e di Open Fiber. “Non c’è nessuna volontà di fare espropri proletari – ha assicurato Di Maio- lo faremo dialogando e pensando ai posti di lavoro. Io credo che entro la fine dell’anno il dossier Tim vada chiuso”.

Bonafede: “Faremo legge sul conflitto di interessi”

“Sicuramente ci sarà una legge sul conflitto di interessi, è una nostra priorità. E una parte riguarderà l’editoria”. Così ha annunciato ieri a In 1/2 in più su Rai Tre il ministro della Giustizia, il 5Stelle Alfonso Bonafede, dopo che sabato Luigi Di Maio aveva attaccato duramente i giornali, promettendo “una legge per gli editori puri”. Per Bonafede “chi è padrone di un giornale e ha interessi economici rilevanti può essere portato a direzionare l’informazione”.

Casalino da Fazio: scuse per le offese ai down

Rocco casalino si scusa, in diretta da Fabio Fazio. Ospite di Che tempo che fa su Rai Uno, il portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è scusato per quel vecchio video in cui insultava down e vecchi e si inerpicava in brutti frasi anche su Hitler e gli ebrei. “Non ho mai visto quel video, ora mi urta vedermi dire quelle cose, e penso abbia urtato molte altre persone. Non ho nessun problema a chiedere scusa” ha detto Casalino, in collegamento da Roma.

Conferenza sulla Libia, il generale Haftar tiene tutti col fiato sospeso

Tutti in attesa del generale Khalid Haftar. Nel giorno in cui si apre la Conferenza “per la Libia e con la Libia”, come il governo Conte ha definito l’evento, il capo dell’Esercito nazionale libico e uomo forte del governo di Tobruk, una delle quattro delegazioni libiche che dovranno dare sostanza alla Conferenza, ha prima negato la sua presenza in Italia, poi l’ha confermata in via ufficiosa, lasciando l’Italia con il fiato sospeso.

Ieri si è anche diffusa la notizia di un viaggio in Libia dello stesso Conte per convincere il generale a venire a Palermo. Palazzo Chigi ha smentito seccamente la notizia, e il governo continua a dirsi “fiducioso” dell’arrivo di Haftar. La dichiarazione dell’Egitto in cui si afferma la presenza della delegazione del Cairo potrebbe andare nella stessa direzione.

Si saprà solo oggi, però, se il summit inizierà almeno con le condizioni minime. Il gioco sarà condotto dalle trattative tra le quattro componenti libiche, quella di Hafatr, di Fayez Serraj, quella dei Fratelli musulmani di Khaled al Meshri che potrebbe essere il vero obiettivo della protesta di Haftar (visti i legami tra la Fratellanza e i Qatar) e la componente rappresentata da Auila Saleh, presidente dei rappresentanti di Tobruk.

Il clima internazionale e il lavoro in solitaria dell’Italia, non autorizzano a prevedere successi diplomatici di ampio respiro. Anche le notizie che giungono dal grande evento internazionale di ieri a Parigi, la celebrazione della fine della Prima guerra mondiale, registrano una distanza siderale tra la Francia di Emmanuel Macron e gli Stati Uniti di Donald Trump.

Il presidente americano non si è recato al Forum per la pace nel quale Macron ha attaccato frontalmente i nuovi nazionalismi. Trump ha preferito recarsi al cimitero americano di Suresnes e poi ha incontrato Vladimir Putin in un colloquio definito da quest’ultimo “molto buono”. Un clima per nulla “multilaterale” che non mancherà di farsi sentire anche su Palermo.

E intanto Salvini prenota Terzo valico, Mose, eccetera

La domenica di Matteo Salvini è stata molto fruttuosa: ha dimostrato una volta di più che Silvio Berlusconi è ormai un leader in disarmo e, dall’altro, ha raccolto i frutti della pressione esercitata da piazze, media e opposizione politica sui suoi alleati di governo grillini. Come? Li ha coperti sul Tav Torino-Lione, ma si è prenotato tutto il resto rassicurando così il partito del cemento e i governatori leghisti.

La giornata era iniziata col ritorno in pubblico dell’ex Cavaliere, presentatosi a Roma al Congresso dei giovani di Forza Italia, da dove ha tracciato per i taccuini dei giornalisti uno scenario a metà tra racconto distopico e sogno a occhi aperti: governo di centrodestra con la simpatia del Pd contro il pericolo della dittatura M5S.

Berlusconi parte dagli scomposti attacchi ai giornalisti di Luigi Di Maio e soci: “Tutte le dichiarazioni del M5S mettono preoccupazione. Siamo dentro una democrazia che possiamo definire illiberale, all’anticamera di una dittatura. Sono molto preoccupato”, ma “dopo aver salvato l’Italia nel ’94 dal pericolo comunista sono ancora in campo per questo nuovo salvamento dell’Italia da questa nuova ondata politica, che è ancora peggio del vecchio comunismo”. Come si fa? “Sono convinto che questo governo non potrà durare: presto Salvini si accorgerà di non poter tradire il programma presentato agli elettori e questo governo cadrà. Allora ci sono due possibilità: un mandato al centrodestra che trovi in Parlamento i voti necessari a formare una maggioranza di governo oppure si andrà a nuove elezioni”. Se proprio si deve, però, meglio la prima opzione (FI dimezzerebbe i voti), tanto più che “anche il Pd ha capito che siamo di fronte a un grave pericolo e le nuove persone che sono entrate e costituiscono i vertici del Pd credo che condividano le nostre preoccupazioni e guardino al futuro come a qualcosa che dobbiamo riportare alla libertà”.

La risposta di Salvini è stata irridente: “Berlusconi che parla di rischio dittatura fa ridere. Io certe sciocchezze le lascerei dire ai burocrati di Bruxelles e ai frustrati di sinistra. Chi parla di rischio dittatura in Italia non ha ben presente che l’Italia sta bene”. Poi l’affondo pensato per l’elettorato di centrodestra: “Mi dispiace che Berlusconi usi le parole che di solito usano i Renzi, le Boldrini e gli Juncker…”.

Sistemato il fu Cavaliere, il capo della Lega ha prima negato possibilità di crisi o retropensieri sul governo (“io vado in fondo e sto qua per 5 anni, con il 30% o con il 50%”), poi è passato all’incasso. Nonostante la Lega fosse presente in piazza a Torino e sia favorevole al Tav, Salvini era stato conciliante sul tema fin da sabato sera, ieri ha usato addirittura parole di miele.

Il ministro Gian Marco Centinaio, per dire, sabato con la piazza piena diceva “secondo noi della Lega la Tav si fa”, ieri in spirito domenicale diceva “sulla Tav Salvini e Di Maio stanno parlando, stanno ragionando, ci diamo tempo qualche mese per capire anche a livello politico che posizione tenere”. La posizione l’ha chiarita Salvini: “Per quanto riguarda la Tav vediamo se le stime di qualche anno fa sono ancora valide oggi; in linea di principio sono sempre per finire un lavoro che si è cominciato”, ma d’altra parte “nel contratto di governo c’è l’analisi costi-benefici soprattutto sul Tav: per quanto riguarda tutte le altre infrastrutture – Pedemontana, Terzo valico, Mose, Tap – si va avanti”. Saranno contenti Attilio Fontana e Luca Zaia, governatori leghisti, che alle grandi opere in Lombardia e Veneto (a volte dalla dubbia utilità e/o convenienza) ci tengono assai.

Il giornalone unico in piazza a Torino nel nome degli affari

Le piazze, specie quelle partecipate, sono sempre una buona notizia. Quando su un legittimo e benvenuto esercizio di partecipazione cala il racconto dei media, delle preferenze politico-culturali dei loro cronisti e dei loro editori, però, la faccenda si fa più scivolosa. Cosa si potrebbe scrivere oggi del peso effettivo di “Roma dice basta”, ovvero della manifestazione in piazza del Campidoglio che si meritò una diretta tv e ponderosi articoli sui giornali, alla luce della scarsa partecipazione al referendum sull’Atac cavalcato dall’opposizione alla Giunta Raggi?

Sulla piazza di Torino -20, forse trenta, magari quarantamila persone, così ci si può gingillare con corsi e ricorsi storici – ieri sono calati fiumi di inchiostro che ruotavano attorno a due concetti: il governo traballa, fare il Tav è puro “buon senso”. Una narrazione da cui numeri, studi sull’utilità dell’opera e possibili controproposte vengono estromessi. A che servono? I manifestanti e i loro aedi si sono già autoproclamati “competenti” e tutti i giornali citano deliziati il cartello “Il principale problema è l’incompetenza”.

Il fatto che a piazza Castello, oltre a tanti cittadini, ci fossero pure molta politica e un bel pezzo di potere economico cittadino è invece un dettaglio ritenuto poco significativo: sì, c’erano i politici “ma niente che rimandi alla propaganda delle rispettive botteghe. Si è lasciato spazio alla riscossa civica, senza etichette” (Il Messaggero); “intravisti (sic) tra la folla Mariastella Gelmini, Piero Fassino e alcuni deputati leghisti piemontesi, senza rabbia (?)” (Corriere della Sera). La cronaca di Repubblica inizia, lirica, con l’uomo che s’era inventato una petizione pro-Tav su change.org: “Non l’avrebbe mai immaginata, Mino Giachino da Canale d’Alba, una piazza tanto piena ai suoi piedi”. Seguono parecchie righe senza trovare mai il tempo di ricordarci che il caro Giachino, già seconda fila Dc, fu sottosegretario ai Trasporti dell’esecrato Silvio Berlusconi tra il 2008 e il 2011. In quota Gianni Letta.

Tra tanti disinteressati ci pensa Luca Zaia, viceré veneto, a spiegarci che va bene Sì Tav ma soprattutto Sì Pedemontana (Corriere della Sera), un classico project financing in cui lo Stato paga e il privato incassa. Il Sole 24 Ore dà senz’altro la parola a Dario Gallina, capo degli industriali di Torino, manifestante: “Vogliamo che ci sia almeno un rappresentante delle forze economiche e sociali all’interno della struttura tecnica di missione del ministero incaricata di effettuare l’analisi costi-benefici”. Per quale motivo dovrebbe esserci è difficile da capire, ma ormai tutto si può dire visto che le ideatrici della manifestazione vogliono andare da Sergio Mattarella per “chiedergli un garante super partes nella commissione che deciderà il Tav” (La Stampa). A Mattarella.

I competenti, però, sono così: parlano di “penali e quanto ne conseguirebbe” (Repubblica) che sono esplicitamente escluse negli accordi, né desumibili dai contratti visto che non ne è stato firmato neanche uno; gioiscono in coro attorno alle bandiere olimpiche “Torino 2006” in piazza dimenticandosi che fu proprio quel grande evento a scassare i conti della città, dissesto che ha poi finito per portare in Comune l’odiata Chiara Appendino; infine si deliziano con le citazioni di Cavour (“Maestà, dobbiamo governare anche per quelli che non capiscono”, Il Messaggero), finendo per dimostrare che è la monarchia, e neanche una delle migliori, l’habitat istituzionale più adatto a questo malfondato senso di superiorità.

Poi ci sono quelli che sperano – legittimo, ma forse un po’ velleitario – che la piazza di Torino butti giù l’esecutivo: “Messaggio al governo” , dice il Corriere. “Spallata al governo”, è il titolone del Giornale, il cui direttore Alessandro Sallusti ritiene che i convenuti di Piazza Castello manifestassero “per la libertà” (?), ma al fondo ha interessi di più bassa levatura politica, casualmente coincidenti con quelli del fratello del suo editore, tal Silvio Berlusconi: “Questa piazza è il primo segno tangibile (…) che c’è vita oltre i Cinquestelle”; “Mi chiedo per quanto ancora Salvini possa tenere il piede in due scarpe. Quella piazza cerca un leader che la rappresenti, ma questo leader non può essere allo stesso tempo complice di Di Maio”. Insomma, la piazza è di centrodestra e, non osando sperare in Berlusconi, uomo ritroso, vorrebbe Salvini. Vola alto La Stampa: “Torino, l’altra Italia”, il titolone; “Una sfida per la modernità”, l’editoriale del direttore. Se uno ritiene che il Tav sia un pessimo affare, e lo ritengono pure un bel po’ di analisi accademiche, è “un luddista del XXI secolo” ed è contro tutto, pure “la creatività dei singoli” e “lo Stato di Diritto (sic)” che invece erano, ritiene Maurizio Molinari, nella piattaforma della manifestazione (a noi era sembrato di vedere più interesse nel cancellare la Ztl, ma forse abbiamo visto male). Anche l’editoriale del Corriere, pur meno futurista, punta sulla “piazza interclassista che non si rassegna al declino“: pare che il dilemma Tav non sia se spendere soldi in una nuova infrastruttura visti i volumi di traffico e l’esistenza di trafori già sottoutilizzati, ma “o si sta dentro i flussi internazionali di persone/merci o si rinuncia alla crescita”. Così, secco.

Alla fine, dicono, niente sarà più come prima: “Torino si è ricongiunta con la sua anima più profonda: città laboratorio. Sabato 10 novembre è un inizio” (La Stampa). Ce n’est qu’un début, per carità, ma pure una fine: “La manifestazione ha segnato una svolta. Bloccare la Tav sarà molto difficile e l’ennesima marcia indietro dei 5 Stelle sarà forse inevitabile” (Repubblica). Michele Serra, sempre su Repubblica, sancisce la sconfitta dei No Tav e spera anzi che “il loro isolamento non generi disperazione o violenza, inutili e dolorosi strascichi” (?). Poi spiega: “Opporsi allo sviluppo non serve a niente se non si hanno in mente le alternative”. Il fatto che varie “alternative” vengano proposte da quasi due decenni non rileva: vabbè.

Chiudiamo su una nota più allegra. Ci informa Il Messaggero: “In piazza si canta la canzone di Battisti: Sì, viaggiare. Per l’Europa, per il mondo, velocemente”. E la Repubblica riporta le parole di uno studente di ingegneria dell’automobile: “Il mio lavoro e la mia vita mi porteranno forse lontano. Ma domani voglio poter lavorare altrove e tornare facilmente nella mia città”. Ecco, magari ricordare che il Tav è solo per le merci avrebbe aiutato.