Ma mi faccia il piacere

Ottusangola. “I cittadini vanno informati a 370 gradi” (Barbara Lezzi, ministra M5S del Sud, L’aria che tira, La7, 10.11). Ma che dico 370! Signore, mi voglio rovinare: a 400 gradi!

Assolta, ma colpevole. “Il fatto c’è ma non è reato” (Repubblica, 11.11.). “Quella bugia di Virginia salvata dalla condanna ma non dall’incompetenza”, “Virginia Raggi forse ha mentito o forse no, ma la sua bugia è stata un’astuzia politica, una bugia per difendere se stessa e dunque non punibile, senza dolo. Bugiarda … Una mezza bugia… Una bugia politica… Una tontolona… la sindaca puppet” (Francesco Merlo, Repubblica, 11.11.). Il fatto è una lettera all’Anac in cui la Raggi non scrisse una cosa perchè – come ha sempre detto – non la sapeva. Dunque non c’è nessuna bugia. Dunque la Raggi è assolta, non “salvata”. Ma quanto gli rode, alla Repubblica dei Merli?

Fateci ridere. “La marcia dei 40 mila pro Tav. Manifestazione anti-ideologica contro la giunta Appendino” (Repubblica, 11.11). “Un’opposizione senza partiti” (ibidem). “La Le

ga tra la folla” (ibidem). Anti-ideologica ma anche pro, senza partiti ma anche con.

Calabresotti. “La cosa che più colpisce è un’altra: è l’idea delirante che l’assoluzione della Raggi sia una sconfitta dei suoi critici. Forse l’assoluzione di Andreotti significava che i giornalisti che per anni avevano sostenuto che la Dc fosse collusa con la mafia erano venduti e puttane?” (Mario Calabresi, Repubblica, 11.11). No, infatti la Raggi è stata assolta con formula piena, mentre Andreotti fu salvato dalla prescrizione per associazione a delinquere con Cosa Nostra fino al 1980. Oltre ai venduti e alle puttane, ci sono pure gli ignoranti.

Cinegiornale Luce. “Torino, l’altra Italia. Una sfida per la modernità”. “Il popolo di Piazza Castello ci ha ricordato che c’è un’altra Italia che vuole essere ascoltata. Un’Italia di donne e di uomini, famiglie etero e gay, impiegati e operai, professori, studenti, pensionati ed artigiani che non ama gridare ma fare… Torinesi di ogni estrazione, origine, fede, genere ed età…” (Maurizio Molinari, La Stampa, 11.11). Combattenti di terra, di mare e dell’aria, camicie nere della rivoluzione e delle legioni, uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania, ascoltate! Fuochisti, macchinisti, ferrovieri, frenatori, uomini di fatica!

Cinegiornale Balle. “… per rigettare gli estremisti della decrescita che non hanno voluto le Olimpiadi 2026…” (Molinari, ibidem). Gentile collega Molinari, s’informi: alle Olimpiadi invernali del 2026 gli “estremisti della decrescita” avevano regolarmente candidato Torino, ma poi il Coni del vostro amico Malagò ha preferito Milano e Cortina, d’intesa con il Pd e la Lega che erano con voi in piazza. Ma non eravate voi quelli contrari alle fake news?

Andrà tutto bene. “Frejus come il Ponte Morandi. La Tav creerà flussi economici” (Jacques Gounon, ingegnere francese La Stampa, 7.11). Quindi crolla pure il Tav?

Il laureato. “Laurea inventata, adesso Valli rischia di esser cacciato dai 5S” (Repubblica, 8.11). Ma potrebbe sempre iscriversi al Pd e diventare ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca scientifica.

Senti chi parla. “Il vero nodo è ridurre i tempi del giudizio. La ragionevole durata è sancita anche dalla Carta europea sui diritti dell’uomo” (Elisabetta Alberti Casellati, FI, presidente del Senato, Il Messaggero, 9.11). Tipo la ragionevole durata degli otto processi a B. finiti in prescrizione.

Allarme rosso. “La Chiesa e l’Ici perduta. La Corte europea impone allo Stato di incassare l’imposta: che conseguenze avrò sulle scuole cattoliche” (Alessandro De Nicola, Repubblica, 7.11). Una conseguenza terribile: dovranno pagare le tasse anche loro.

Pizza e fichi. “Appendino ostaggio dei suoi. Nel M5S prevale l’ideologia” (Federico Pizzarotti, sindaco di Parma ex M5S, La Stampa, 5.11). Tentano addirittura di mantenere le promesse.

Il titolo della settimana/1. “Il meteo dell’economia segna bufera sull’Italia: ‘Ora è come la Turchia’” (il Giornale, 9.11). Uahahahahah.

Il titolo della settimana/2. “L’alluvione e i limiti di un’alleanza” (Stefano Folli, Repubblica, 6.11). Versione 2.0 del caro, vecchio, buon “Piove, governo ladro”.

Le montagne Verdi di Massimo Mila dalla musica classica al Kilimangiaro

Massimo Mila è stato uno dei grandi storici della musica e critici musicali. La vastità della sua cultura, la sua curiosità culturale erano tali che basta pensare ai suoi corsi universitari torinesi per comprenderlo. Invece che in angustie burocratiche, Mila spaziava dai polifonisti del Quattrocento alla musica contemporanea, trascorrendo per il Don Giovanni di Mozart, Brahms, Verdi: sul quale ha scritto pagine memorabili. Per lui insegnare voleva dire in primo luogo imparare ciò che doveva passare agli altri. Ciò fa parte della storia.

Di grandi scrittori ne esistono; assai meno, grandi scrittori che siano stati grandi uomini. Mila possedeva una straordinaria generosità, intellettuale e umana; era un uomo simpaticissimo, aperto alle amicizie, deliziosamente conviviale; e dotato d’un’ironia e d’un senso dell’umorismo che rendevano indimenticabili le ore con lui trascorse. Insomma, solo chi lo ha conosciuto ed è stato onorato dalla sua amicizia può fino in fondo comprendere chi fosse. Lo dice Italo Calvino; persino io rientro nel novero. È stato uno dei grandi amici della mia vita.

Era alpinista, e la sua passione della montagna, coltivata dall’infanzia, era diventata la sua seconda ragione di vita. Quattro anni dopo la sua morte (1988), la Einaudi aveva pubblicato la raccolta degli Scritti di montagna. Adesso la principale silloge di tali scritti viene riedita dal Club Alpino Italiano, ma con un bellissimo titolo attribuitogli dalla vedova, Anna Giubertoni: I due fili della mia esistenza. A spiegare tale titolo, vale una citazione posta in esergo al volume: “le due facce della mia persona, i due fili della mia esistenza: la vocazione alla cultura, necessariamente sedentaria, e l’amore dell’avventura alpina.”.

Mila è stato uno dei pochi autentici antifascisti pre-Quarantatré. Venne incarcerato a diciannove anni, per aver aderito a un manifesto in onore di Croce. Dal 1935 si è poi fatto cinque anni a Regina Coeli. In questo nuovo libro sono stati inseriti racconti della prigionia: il loro straordinario ductus è fatto di quella qualità che in inglese si dice understatement, ossia – la parola è intraducibile se non per perifrasi – sottovalutazione di se stesso, fatta per eleganza e autoironia. Di nuovo, in questa pubblicazione ci sono anche rare foto alpine fornite dalla Giubertoni e ricavate dall’archivio di Mila.

A leggere le pagine Massimo (se posso chiamarlo così) si ritrova intero. Se esplica la montagna intesa quale filosofia di vita, ironizza su quelli che affermano che in vetta si sentono vicini a Dio. Se illustra scientificamente la letteratura alpinistica, la sua umanità trionfa anche nei dettagli tecnici. Ed espone una sua idea originale, desunta da un noto passo di Vico (“verum et factum reciprocanturr seu […] convertuntur”): che nel culto della montagna l’uomo si fa pari a Dio, perché la teoresi si trasforma in azione restando se stessa “il vero e il fatto divengono una cosa sola”.

Oltre che in Europa, Mila fece ascensioni in Caucaso, sul Naro Moru in Kenya, sul Kilimangiaro, sul Machu Picchu. E leggere le pagine sul Parco Nazionale procura a noi una profonda tristezza. Egli parla del modo esemplare in che è tenuto, della sopravvivenza di tantissime specie animali. Oggi gli elefanti, i leoni, le tigri, i rinoceronti, gli ippopotami, le giraffe, e moltissime altre razze, sono quasi estinti. I bracconieri imperano, e uccidono i coraggiosi che tentano di opporsi. Tutti si girano dall’altra parte per non vedere. Assassiniamo la Natura, e moriremo con lei. Povero, grande Massimo, meno male che te ne sei andato trent’anni fa, e questo ti è stato risparmiato.

 

Tra le nebbie del #MeToo appaiono pure le streghe

Ad alcuni succede: da vivi soffrono il ghetto della narrativa di genere, dei premi di periferia, senza mai riuscire a trasformare la loro scrittura in letteratura. Ma poi, appena morti, tutti scoprono la loro grandezza, sotto la patina dell’intrattenimento. Philip K. Dick, H. P. Lovecraft, Raymond Chandler. E ora Marion Zimmer Bradley. Harper Collins riporta in libreria Le nebbie di Avalon, con la nuova (e ben fatta) traduzione di Fabio Santi. Il romanzone della Zimmer Bradley è diviso in due tomi, con un’elegante cover monocromatica così diversa dalle illustrazioni fumettose della storica copertina Tea. Questa meritoria operazione editoriale è preceduta dal saggio di Michela Murgia per Marsilio: L’inferno è una buona memoria, dove si spiega perché Le nebbie di Avalon è il romanzo che ha cambiato la vita della più impegnata delle scrittrici italiane. Che ha capito cos’era il femminismo leggendolo durante una traversata in traghetto, diretta verso una convention di giocatori di ruolo (roba nerd, niente di sessualmente ambiguo).

Nel 1983 Marion Zimmer Bradley, americana di Albany, nata nel 1930, manda in libreria una sua personale versione del mito di Re Artù e dei Cavalieri della tavola rotonda, che negli Stati Uniti è parte di un certo immaginario al punto che la “corte” di John Kennedy alla Casa Bianca era nota come “Camelot”. In Le nebbie di Avalon tutto è visto e vissuto dalla prospettiva delle donne, della sacerdotessa Viviane, dama del Lago, di Igraine che deve immolare il suo matrimonio perché il destino le richiede di generare un re per la Britannia, e poi di Morgaine (Morgana) e Morgause. Le donne non sono comprimarie, sono il motore degli eventi, un motore discreto e non percepito da uomini che si illudono di essere gli unici protagonisti. Le donne parlano di amore, certo, ma sono le prime a essere consapevoli che è anche (o forse soltanto) un mezzo per raggiungere il potere.

Eppure Michela Murgia coglie un punto non immediatamente percepibile al lettore (specie se maschio): le donne di Avalon sono maghe, “sanno essere potenti, ma lo sono in modo selvaggio, naturale e non culturale”. La loro forza passa attraverso la capacità di generare che consente di risolvere un problema che la politica degli uomini non sa affrontare: assicurare la stabilità attraverso la continuità dinastica. Per avere un erede ci vuole una madre. E qui c’è un altro livello di lettura che alla Murgia, all’epoca dirigente dell’Azione cattolica, non sfugge: le donne di Avalon appartengono a un mondo sospeso, con punti di contatto con la nostra realtà ma destinato a sparire perché prodotto di una antica religione druidica spazzata via dal cristianesimo. Gli dei muoiono quando restano senza fedeli. Eppure queste sacerdotesse proto-femministe, che trovano la loro forza in una spiritualità ferina, sono anche varianti della Maria del Vangelo. Anche se rifiutano di sparire dalla storia dopo aver partorito.

Marion Zimmer Bradley riesce quindi a essere new age (o pagana), attingendo però agli archetipi cristiani, dimostra che le donne sanno gestire il potere però riduce il potere al controllo sugli uomini attraverso l’esclusività della riproduzione, vuole restituire alle sue “personagge” – come le chiama la Murgia – il controllo della propria vita ma poi le inserisce in una gabbia deterministica di profezie e destino. E ora che viene riscoperta come autrice femminista, nell’anno della ritrovata sensibilità sulle molestie, è inevitabile ricordare anche lo scandalo postumo che ha riguardato Marion Zimmer Bradley, scomparsa nel 1999: suo marito, Walter Breen, è stato in carcere per molestie su minori.

E nel 2014 la loro figlia, Moira Grayland, ha scritto una mail poi diventata pubblica: “Walter era uno stupratore seriale, con molte vittime (ne ho indicate 22 ai poliziotti) ma Marion era molto peggio, era crudele e violenta, e sessualmente fuori di testa”. In un processo, interrogata su cosa avesse fatto per prevenire le molestie del marito, Marion si limitò a dire: “Oh, per favore”. Non credeva ci fossero adolescenti innocenti, incapaci di fare scelte sessuali consapevoli. E forse tutte quelle madri ragazzine di Avalon vanno viste in una prospettiva più fosca e meno femminista.

“Volevo fare il calciatore, cucino peggio di Tognazzi e il mio mito è Giannini”

Stoooop! Fine ciak. E Marco Bocci quasi si ribalta per uscire al volo da un’auto allestita a studio, e corre verso Libero De Rienzo e Antonia Liskova per abbracciarli. I due abbassano le spalle e sorridono, non sono più spiazzati dagli entusiasmi del loro regista quando apprezza la scena: “È una sorta di partecipazione e sfogo, all’inizio erano tutti un po’ turbati, adesso se limito l’emozioni si preoccupano, temono ci sia qualcosa che non va”. Lui è il bonazzo del cinema italiano: occhi verdi, capelli corvini, barba incolta, orecchini, ruoli spesso da tenebroso come quello del commissario Scialoja in Romanzo criminale, un matrimonio ultra gossip con Laura Chiatti, e un’altra serie infinita di cliché da stritolare qualunque aspirazione da reale artista. Soluzione? “Un passo dietro la telecamera per dedicarmi alla prima regia, e realizzare un sogno”; un sogno tratto dal suo primo romanzo, A Tor Bella Monaca non piove mai. Così ecco le effusioni, le urla di gioia, gli incitamenti, qualche consiglio consegnato con garbo e non solo per gli attori: si preoccupa dell’appetito di ogni presente sul set (“hai preso il cestino?” rivolto a un tecnico); i selfie derubricati alle brevi pause, con frotte di donne, ragazze e ragazzine arrossite, ma sempre armate di cellulare in modalità “camera”.

Quale regista l’ha mai abbracciata?

In realtà nessuno.

E lei?

Che devo fare? Non mi contengo, sono troppe felice; è da 18 anni che aspetto questi momenti.

È ancora molto giovane.

Sì, ma il primo film l’ho scritto a 22 anni, poi ho archiviato il progetto per seguire la scuola di teatro, quindi il cinema e la fiction, ma sempre con lo sguardo sugli aspetti tecnici: da come si muove la macchina da presa ai piccoli segreti dietro le quinte.

Dopo “Jeeg Robot”, Tor Bella ancora protagonista.

Il quartiere non sarà mai citato, non volevo fossilizzarmi su un luogo, mi interessano più le dinamiche umane che si sprigionano nelle periferie d’Italia, gli affitti non pagati, la disoccupazione, le pensioni al minimo.

Conosce queste realtà?

Sono nato e cresciuto in una famiglia molto normale, dove non ci è mancato nulla, però mio padre era un meccanico, mia madre un’impiegata, persone dedite agli aspetti pratici della vita, e quando sono arrivato a Roma ho abitato in questo quartiere per un anno e mezzo.


Cosa ha rubato ai registi con i quali ha lavorato?

Sono cresciuto tantissimo con Stefano Sollima e lui sul set è molto deciso, un professionista determinato su dove portare la storia e come dirigere gli attori.

E poi?

Mi sono ispirato all’allegria e alla spensieratezza di Stefano Mordini (regista di Provincia meccanica, Pericle il nero e Solo).

Con lui allegro e spensierato non sono i primi aggettivi che vengono in mente.

Chi non lo conosce non se lo aspetta, e messa così sembra una mia presa in giro, ma è così, ed è bravissimo a cogliere gli aspetti più profondi e introversi dei personaggi.

Proseguiamo…

Penso agli accenti grotteschi nei film di Lina Wertmüller, ai toni degli anni Settanta, pellicole scoperte grazie a piccole cineteche: da piccolo in televisione passavano solo i B Movie con Edwige Fenech e Barbara Bouchet, e non c’era mica internet.

Il suo cult?

Pasqualino Settebellezze, Giannini mito assoluto.

Lo ha conosciuto?

Di più, ho avuto la fortuna di lavorare con lui, e di passarci molto tempo insieme: giravamo tra Enna e provincia, in mezzo quasi il nulla, nessuna distrazione, restavano le serate davanti a un bicchiere di vino, e lo massacravo con le mie domande sulla sua vita.

Un interrogatorio.

Gli ho chiesto di tutto.

Il suo viso un po’ ricorda il Giannini anni Settanta…

Qualcosa sì, mentre mio padre era identico, lo fermavano per strada per chiedergli l’autografo.

Lo concedeva?

Assolutamente sì.

Secondo Antonio Manzini i set sono un letamaio…

Per certi aspetti ci sono situazioni o reparti di una troupe con una gerarchia devastante, e questa gerarchia non è sempre un’accezione negativa, per il resto non mi sono mai trovato male, piuttosto ho raggiunto momenti di scarsa sopportazione, quando non puoi più vedere nessuno.

Tipo con “Romanzo criminale”?

No, lì era l’inizio, quasi tutti all’esordio, pieni di dubbi e aspettative, ci domandavamo quale sarebbe stato il nostro futuro,ci rassicuravamo, ci spalleggiavamo, e poi non giravamo di seguito, mentre con Solo (altra serie televisiva) sono stato cinque mesi fisso su un set: alla fine detesti chiunque.

Da regista come giudica gli attori?

Hanno una sensibilità molto particolare che nasce da una costante esposizione al giudizio del prossimo.

Incertezza perenne.

E a nessuno piace il continuo dito puntato; è come vivere in un metaforico e giornaliero colloquio di lavoro, dove niente o quasi è assodato; dove le certezze diventano presunte e inciampare è un attimo.

Lei ha il reflusso gastrico?

Sì, perché?

Quasi tutti ne soffrite.

Se per questo l’ho trasmesso a mio figlio.

Osmosi.

Purtroppo sì, ma siamo guariti e grazie a un approccio particolare rispetto a questo mestiere.

Dove la salvezza?

Non confondere il lavoro con la vita.

Vive in provincia.

Esatto, scindo le cose: la famiglia e i rapporti, quelli veri, sono in un paesino dell’Umbria; il mio mestiere è altrove.

E il “mestiere” non la rincorre lì?

Solo all’inizio del matrimonio con Laura: trovavamo i giornalisti ovunque, microfoni e macchine fotografiche in agguato; ora quasi mai, è scattata l’abitudine, e la notizia ripetuta non è più notizia, basta non alimentare la fiamma, per questo non utilizzo i social.

Mai…

Ne ho aperto solo uno quando ho pubblicato il mio libro e l’editore mi ha detto: “Marco il mercato è in crisi, dobbiamo sfruttare ogni canale di comunicazione”, quindi ho ceduto, poi basta.

Pensa ad altro.

Quando sono in Umbria preferisco cucinare.

Come Ugo Tognazzi.

Sicuro sono peggio di lui, però tento la pasta fatta in casa.

Quadretto perfetto.

Almeno ci provo.

Il regista è padre degli attori?

In qualche modo devi cercare di rassicurarli, ma i miei sono davvero bravissimi (si ferma, ci pensa). La chiave è scegliere la troupe, evitare i polemici, i guasti, i problematici; ho reclutato persone di vecchia conoscenza, con i quali ho già lavorato al meglio.

Che poster aveva in camera?

Oltre a Giannini? I miei miti musicali degli anni Ottanta: Kurt Cobain e Axl Rose.

Suonava la chitarra?

E cantavo in alcuni gruppi metal ma senza troppo successo.

Sarebbe andato a X Factor?

Non avrei avuto il coraggio, troppo timido e introverso.

Lei di sicuro con la chitarra sulla spiaggia.

(Scoppia a ridere) Solo un anno e quando ancora non sapevo cosa fosse il sesso: i miei mi avevano spedito per due mesi in campeggio a Montalto di Castro.

Vicino alla chic Capalbio.

Per noi lontanissima sia fisicamente che socialmente: in campeggio ero con i nonni, poi gli zii, quindi i genitori.

Nella vita serve più il talento o la perseveranza?

Tutte e due.

Scelga.

Allora il talento, perché se arriva la botta di culo vinci sulla perseveranza.

Meglio Cassano o Gattuso?

Gattuso tutta la vita.

Lui è perseveranza.

Va bene, ma sono milanista, e non potevo rispondere altrimenti.

Rossonero praticante?

Oggi no, ma per dieci anni ho giocato a pallone e sono arrivato fino alle giovanili della Roma prima, della Fiorentina poi.

Fino a quando…

Stavo in porta e a un certo punto ho capito che non avrei mai raggiunto i centimetri necessari; persa la convinzione cieca, a 16 anni non avevo più alcuna voglia di iniziare la preparazione il 20 luglio. Oggi non guardo neanche una partita.

Prima si è definito un ragazzo timido e introverso.

È servito molto il teatro e soprattutto la fortuna di lavorare con Luca Ronconi.

Il suo record sul palco con Ronconi?

Mi è andata bene, solo sei ore; ma con lui se ne lavoravano circa 14-15 al giorno: un massacro, però sono riuscito a condividere l’esperienza con artisti di livello incredibile, quali Massimo Popolizio e Mariangela Melato.

L’aiutavano?

In realtà no, quando studiavi la parte con Luca, i margini per interagire erano pochissimi, l’impostazione era ossessiva, anzi maniacale, la sua presenza puntuta.

Intimorito.

All’inizio direi in soggezione, poi ho rotto il ghiaccio e ho costruito un rapporto più schietto, ma senza entrare eccessivamente nel confidenziale, sempre nel rispetto dei ruoli.

Ansia da prestazione?

Per forza! Parliamo di Ronconi, con lui non avevi spazio per nient’altro, mica ti potevi fermare a parlare o confrontarti.

Quando, invece…

Avevo davanti dei mostri di bravura.

Austeri.

La Melato un po’, ma grandiosa; e poi mi presentavo con questa aura di provincia che mi bloccava oltremodo, temevo il passo oltre il consentito.

MeToo al maschile: è stato mai infastidito?

No, ma per un motivo: annuso l’aria molto prima dei fatti, e ne esco in tempo.

Può succedere, quindi…

Certo, non dico come in ogni posto di lavoro, ma quasi; anzi: prima di diventare attore, d’estate sono stato bracciante agricolo, poi cantiniere, quindi ho studiato architettura, e di situazioni potenzialmente dubbie ne ho odorate ed evitate in maniera paracula.

Esiste una chat degli attori di “Romanzo criminale”: ne fa parte?

Li sento tutti ma la chat non la reggo: mi rompo le palle al continuo trillare del cellulare.

Dicevamo: ansia da palco?

Tantissima: tremo, mi sento male, in scena è obbligatoria una bottiglia di acqua a vista, sempre a disposizione, e anche alla quarantesima replica mi salta la voce, sento i disturbi alle corde vocali; quando parto per la tournée ho con me il kit di farmaci, perché so che quindici giorni prima del debutto accade qualcosa.

La fortuna è…

Che riesco a razionalizzare tutto.

Però ultimamente è stato molto male.

Fregato da un herpes sottovalutato: dal labbro è passato al cervello e a causa delle difese immunitarie azzerate; ho rischiato molto e stare chiuso in ospedale si è tramutata in una bella lezione di vita su come gestire il tempo.

Sua moglie non è più nel cast del film…

Abbiamo le stesse priorità: la mamma non è stata bene e ha giustamente preferito rimanere con lei.

Non era preoccupato di dirigerla…

Sotto certi aspetti sì, ma lei nella recitazione ha una leggerezza rara, non è una che si intestardisce: ti dà l’anima senza distruggerti.

Spesso ha condiviso il set con Giulia Michelini.

Un vulcano, un mostro. Istinto puro a disposizione dell’arte. Ha dentro di sé un’enorme esperienza innata e neanche se ne rende pienamente conto.

Lei ha imparato a sottrarsi dai personaggi che interpreta?

Sulla mia pelle: quando ho interpretato Scialoja ero diventato lui, mia sorella neanche mi riconosceva.

Tornava a casa da commissario.

Mi fissavo come lui, introverso e cerebrale come lui, anche mio padre preoccupatissimo mi domandava se era il mestiere giusto per me: in quel periodo pesavo 56 chili e tutte le mattine correvo un’ora e un quarto, senza mai saltare un giorno. (Arriva l’assistente: “A Ma’ è finita la pausa, devi tornare sul set”). Mi scusi…

Prego.

Finiremo questa notte e mi godo ogni minuto. Finalmente giro il mio Erre11…

Con testa, cuore e abbracci.

 

Khashoggi, il giornale “Sabah”: “I suoi resti negli scarichi della casa del console”

“Il procuratore generale saudita è arrivato in Turchia per una messa in scena”; così il presidente turco Erdogan, nel giorno della condivisione del materiale sull’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, scomparso dentro il consolato saudita di Istanbul, torna ad attaccare l’Arabia Saudita. Erdogan si riferisce alla missione del procuratore Saud al-Mujeb e al suo incontro con il procuratore capo di Istanbul Irfan Fidan, che sta guidando le indagini sulla morte del dissidente. Le registrazioni audio riguardano gli ultimi sette minuti di vita di Khashoggi e proverebbero l’uccisione del giornalista: sono state consegnate alle autorità di Arabia Saudita, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania. Intanto il quotidiano turco filo-governativo Sabah sostiene che l’esame dei campioni prelevati nelle condutture della residenza del console saudita a Istanbul, ha rilevato tracce di acido. Il giornale non cita fonti ma scrive che il corpo del dissidente – che criticava il potere di Ryad – sia stato sciolto nell’acido. La squadra di agenti turchi per sbarazzarsi dei resti li avrebbero scaricati nelle condutture.

Alexandria, neodeputata con sistemazione di fortuna

Alexandria, 29 anni, newyorchese di belle speranze, ha il problema che molte giovani donne hanno quando lasciano la famiglia e la loro città per affrontare le incognite d’una nuova avventura professionale: fino a quando non incasserà il suo primo stipendio, non potrà pagarsi l’affitto; e sta cercando una sistemazione di fortuna. Il problema di Alexandria è però divenuto un caso nazionale, negli Stati Uniti, perché lei è Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane donna mai eletta al Congresso, liberal e rampante. Martedì scorso, la candidata democratica ha stravinto il suo collegio nel Bronx con il 78% dei suffragi, dopo avere battuto nelle primarie, in una competizione ben più serrata, il deputato in carica Joseph Crowley, che dal 2004 nessuno aveva mai sfidato. Quando la Ocasio-Cortez ha raccontato al New York Times di non aver i soldi per pagarsi l’affitto a Washington – fino al 2019, niente paga: il Congresso si riunirà il 3 gennaio -, quelli della Fox, che di certo non la amano, le hanno fatto i conti in tasca o, meglio, le pulci al guardaroba. Ed Henry, uno degli anchor della all news conservatrice, s’è pubblicamente chiesto se la neo-deputata fosse sincera, visto che “si fa fotografare con vestiti da migliaia di dollari”.

Lei, su Twitter, ha subito replicato: gli abiti del servizio fotografico le erano stati prestati; e ha ribadito: “Sto solo cercando di trovare il modo di tirare avanti fino a gennaio”. Ad arrangiarsi, Alexandria è abituata: origini portoricane – il nonno è stato una delle vittime dell’uragano Maria – orfana di padre quand’era ancora adolescente, la mamma che faceva le pulizie a ore, è arrivata all’Università e alla laurea guadagnandosi borse di studio.

La storia della deputata senza soldi per l’affitto è arrivata fino alla Bbc, oltre che suscitare una ridda di commenti sui social, dove molti la vivono con empatia come la vicenda tipica d’una ‘millennial’ – la prima al Congresso -. Educatrice per formazione, cattolica, le capita di scrivere su America, la rivista dei gesuiti.

Della Ocasio-Cortez si parla, e molto, a New York e negli Usa da giugno, cioè da quando sconfisse nelle primarie Crowley, il doppio della sua età e da 19 anni in Congresso. Estromettendolo, Alexandria fece un involontario favore a Nancy Pelosi: Crowley, infatti, era il favorito per succedere alla deputata della California alla guida dei democratici (che sono di nuovo maggioranza alla Camera). Ocasio-Cortez, che si batte per i diritti degli Lgbt e che marcia contro la ‘tolleranza zero’ nei confronti dei migranti e delle loro famiglie, è un volto nuovo di un partito vecchio, che sta mutando e che sta mettendo il suo destino nelle mani delle donne: di Hillary Clinton nelle presidenziali 2016; forse della Pelosi, se sarà speaker della Camera, nei prossimi due anni di confronto/scontro con l’Amministrazione Trump; e forse di Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, potenziale candidata liberal a Usa 2020.

Ma Hillary, Nancy, Elizabeth sono due generazioni avanti ad Alexandria, che ha dalla sua la gioventù e le origini ispaniche. Il successo nelle primarie mise a nudo le difficoltà e le debolezze della vecchia guardia del partito democratico, che non esce dalla crisi di credibilità dei partiti tradizionali. Ocasio-Cortez, che aveva fatto campagna nel 2016 per Bernie Sanders e che esce dalle fila dei Democratic Socialists for America, prova che è il momento d’un avvicendamento generazionale.

L’affitto a Washington è l’ultimo dei suoi veri problemi: potrà arrivare nella capitale federale e fare couchsurfing – la ricerca di ospitalità nella comunità di pendolari – per qualche settimana. Al Congresso, sarà uno dei pochi democratici a concentrarsi sul lavoro legislativo e a non avere ambizioni per il 2020: le presidenziali, le prossime, arrivano troppo presto per lei.

“Egitto, ancora retate e torture ma su Regeni non mi fermeranno”

Mohamed Lofty, attivista e ricercatore di Amnesty International e direttore della Commissione egiziana per i diritti umani, è consulente della famiglia Regeni e marito di Amal Fathy: condannata a due anni di carcere con sospensione temporanea della pena per aver pubblicato sui social un video in cui denunciava il governo per la mancata protezione delle donne. Fathy è oggetto di un’altra inchiesta, per la quale è in detenzione preventiva, con le accuse di “appartenenza a un gruppo terroristico”, “diffusione di idee che incitano ad atti di terrorismo” e “pubblicazione di notizie false”.

Si susseguono retate di attivisti. Con quali accuse?

Oltre 30 persone sono state arrestate lo scorso 1° novembre. Sono per lo più affiliati al Coordinamento egiziano per i diritti e le libertà, organizzazione che combatte le sparizioni forzate, gli arresti arbitrari, la tortura e la pena di morte. Si è trattata della più vasta ondata di arresti contro membri o sostenitori di un’unica organizzazione per i diritti umani. Non sono stati accusati finora di alcun reato e non sono ancora apparsi di fronte a un giudice. L’udienza per le imputazioni e il luogo di detenzione rimangono sconosciuti. Il direttore dell’organizzazione, Ezzat Ghoneim, è scomparso dal 14 settembre.

Sua moglie è in carcere dallo scorso maggio. Quali sono le prospettive del procedimento?

Amal è stata già condannata a due anni di prigione e al pagamento di una multa lo scorso 29 settembre con l’accusa di aver diffuso notizie false e per la pubblicazione di un video ritenuto ‘indecente’. Ma nel filmato pubblicato sul suo account Facebook lei non faceva altro che criticare il governo per la sua incapacità di affrontare le molestie sessuali e altre violazioni di diritti nei confronti delle donne. L’appello verso questa sentenza è fissato per il 25 novembre. Sebbene sia stata versata una cauzione per il suo rilascio nell’attesa del giudizio definitivo Amal rimane detenuta. Purtroppo ha pendente su di sé un altro procedimento con le accuse di appartenenza a un gruppo terroristico e pubblicazione di notizie false. Amal è molto provata, soffre di depressione cronica e sindrome post-traumatica a causa di molestie sessuali e aggressioni.

Nonostante sia stato perseguito personalmente, e ora attraverso l’arresto di sua moglie, lei continua impegnarsi per i diritti umani. Dove trova il coraggio?

Uno dei motivi principali per la detenzione prolungata di mia moglie è il mio impegno in difesa dei diritti umani e nella Commissione per i diritti e le libertà che si è occupata del caso dell’omicidio di Giulio Regeni, delle sparizioni e delle torture in Egitto. Fermare il mio lavoro non porterebbe alla liberazione di Amal, al contrario mostrerebbe al governo che la sua tattica funziona. Credo il modo migliore per annullare questa persecuzione sia di non venir meno nel mio impegno e cercare di liberare mia moglie con tutti i mezzi a mia disposizione.

Lei è un consulente della famiglia Regeni: pensa che sarà mai possibile ottenere giustizia?

La ricerca della verità per Giulio deve proseguire. Se pensiamo che la verità possa essere raggiunta, ci sono possibilità che un giorno si possa ottenere giustizia.

C’è un movimento che cerca di opporsi al regime di al-Sisi. È appoggiato da una parte della società civile o no?

Come in ogni paese ci sono sostenitori e oppositori dei governi. Il problema in Egitto è che l’opposizione viene presa di mira dal governo con arresti arbitrari, sparizioni, torture e prove ingiuste. Mi piace pensare che la maggior parte degli egiziani sia generalmente contraria alle politiche e alle violazioni dei diritti commesse dal governo e che abbiano solo paura di esprimere questa posizione.

La situazione in Egitto per la libertà di stampa non è migliore.

L’Egitto è stato classificato da Reporters Without Borders come uno dei paesi più pericolosi per i giornalisti. Dozzine di operatori dei media e blogger sono stati arrestati con l’accusa di ‘appartenenza a un gruppo terroristico’ o di ‘pubblicazione di notizie false’. Come nel caso del fotoreporter Mahmoud Abu Zeid (Shawkan), in carcere dal 14 agosto 2013 nonostante la legge egiziana ponga un limite di 2 anni alla detenzione preventiva. Anche dopo la recente condanna a 5 anni, pena che ha già scontato, non è stato rilasciato.

Cosa può fare la comunità internazionale per sostenere chi si oppone al regime?

La comunità internazionale deve capire che gli egiziani meritano di vivere in una società libera. Purtroppo spesso gli egiziani – e gli arabi in generale – sono considerati ‘immeritevoli’ della democrazia dalle potenze estere che chiudono un occhio sulle violazioni di massa dei diritti umani nel Paese. Come se questo fosse il normale stato delle cose in Egitto.

Bataclan tre anni dopo: il mistero dei fratelli Clain

Gli obiettivi principali dei servizi segreti francesi, secondo le nostre informazioni, sono Jean-Michel e Fabien Clain: vivi o morti”, scriveva ieri Le Monde. I Clain sono il tassello mancante nell’inchiesta sugli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, in cui sono morte 130 persone. Si sa che i due fratelli di Tolosa, 38 e 40 anni, hanno giocato un importante ruolo a distanza: le loro voci sono state riconosciute nel video-messaggio di rivendicazione diffuso dall’Isis il giorno dopo la strage del Bataclan e dei caffè. Ma tre anni dopo, con 11 persone in attesa di processo (non prima del 2020 o 2021), i due restano introvabili. Parigi ha spiccato a giugno un mandato di arresto internazionale, ma l’inchiesta deve essere chiusa entro settembre 2019. Nel video-messaggio, Fabien Clain fa riferimento a un attacco nel XVIII arrondissement di Parigi, che non ha mai avuto luogo. Forse è lì, a Montmartre, che Salah Abdeslam, dopo aver lasciato tre kamikaze allo Stade de France, avrebbe dovuto farsi esplodere.

Ma Abdeslam, il solo jihadista del commando parigino ad essere ancora in vita, detenuto nella prigione di Fleury-Mérogis, a sud di Parigi, sui fatti della terribile notte di tre anni fa è rimasto sempre in silenzio. Se l’inchiesta si concentra molto sui fratelli Clain è anche per la testimonianza di un jihadista “pentito”, Jonathan Geffroy, anche lui di Tolosa, arrestato in Siria nel 2017. Geffroy, 35 anni, sostiene che i Clain erano dei pezzi grossi dell’Isis al punto da pianificare delle “operazioni esterne”. I due ricercati sarebbero ancora vivi, nascosti in Siria “forse a Idlib o Hajjin, gli ultimi bastioni dell’Isis, dove – scrive Le Monde citando una fonte – si troverebbero ancora un centinaio di jihadisti francesi, con donne e bambini”. Oltre a Abdeslam sono in prigione anche Mohamed Amri, il complice che guidava l’auto che ha portato Abdeslam fuori dalla Francia, e Mohamed Abrini, detenuto in Belgio, l’“uomo col cappello” dell’attentato all’aeroporto di Bruxelles del 22 marzo 2016. La filiera franco-belga è stata smantellata ma gli inquirenti si chiedono ancora se, nel piano iniziale, il commando del 13 novembre, composto da 10 jihadisti, non sarebbe dovuto essere più numeroso. In particolare si sospetta che avrebbero dovuto partecipare anche Adel Haddadi e Usman Muhamm, arrivati in Europa tra i migranti, passando per la Grecia, arrestati in Austria e ora detenuti in Francia. Resta da chiarire anche l’identità di altri eventuali “cervelli” del 13 novembre. Tra questi si cita Oussama Atar, un belga-marocchino di 34 anni, ex miliziano di Al Qaida passato all’Isis, a cui facevano riferimento i kamikaze prima di farsi esplodere. Ma secondo un giornalista di Mediapart, Matthieu Suc, tutti i “cervelli” degli attentati di Parigi sarebbero morti, rimasti uccisi nei bombardamenti mirati portati avanti dalle forze della coalizione internazionale.

Arrestato giovane latitante di San Luca Antonio Callipari

LATITANTe da poco più di un anno, è stato arrestato Antonio Callipari, 25 anni e legato alla cosca Nirta di San Luca in Calabria. Ha tentato la fuga dal retro dell’abitazione dove aveva trovato rifugio, ma i carabinieri lo hanno bloccato. Nonostante la giovane età, Callipari ha un pedigree criminale di tutto rispetto. Era sfuggito nel 2017 a un’ordinanza del Tribunale di Milano nell’ambito dell’inchiesta “Ignoto 23” che lo inquadrava come promotore di un vasto traffico di droga tra la Calabria e la Lombardia (durante la perquisizione i carabinieri trovarono 80mila euro in contanti nella sua abitazione): i “santolucoti” riuscivano a fare arrivare 50 chili di cocaina a settimana mediante auto predisposte con doppio fondo. Callipari era ricercato anche dalla Procura di Locri per minaccia aggravata e tentata rapina ai danni di una troupe della trasmissione “Presadiretta” di Riccardo Iacona. I giornalisti riuscirono a scappare, e quei filmati andarono in onda nella puntata del 25 settembre 2017, “I Mammasantissima”.