Avrebbe potuto finire come Desirée: pusher arrestato

Intontita e ancora sotto l’effetto dell’eroina, buttata sopra il letto di un tugurio, tra rifiuti e cibi scaduti. La polizia l’ha trovata in uno stato penoso. L’anconetana, 22 anni, avrebbe probabilmente fatto la stessa fine di Desirée Mariottini, la sedicenne trovata morta a Roma lo scorso ottobre. Una vicenda che ha delle affinità con la fine terribile di Pamela Mastropietro, 18 anni, morta e fatta a pezzi dentro un appartamento alla periferia di Macerata. La giovane di Ancona si procurava droga gratis in cambio di sesso dal pusher nigeriano che spacciava dentro la casa fatiscente occupata abusivamente. Gli agenti della Squadra mobile di Ancona martedì scorso erano entrati in quel buco nero nella periferia multietnica del capoluogo marchigiano per un’operazione antidroga.

In mezzo al caos e al degrado, si erano trovati davanti nove nigeriani irregolari con a capo quello che veniva chiamato il “boss”, Isaac Adetifa Adejofu, 36 anni, in Italia dal 2011. Adetifa aveva aizzato il suo pit-bull contro la polizia e un ispettore era finito in ospedale con una ferita profonda ad una mano. Per questo motivo l’uomo era stato arrestato e, dopo la convalida – il giudice lo aveva condannato a 8 mesi e 400 euro, pena sospesa –, rimesso in libertà. Pochi minuti dopo l’udienza il nigeriano è stato arrestato una seconda volta per violenza sessuale aggravata dallo stato di minorata difesa della vittima e dallo spaccio di sostanze stupefacenti. Quella mattina infatti, nella stanza da letto c’era anche la ragazza, ancora intontita dal festino a base di droga delle ore precedenti. Per tutta la giornata è stata seguita dal personale della sezione Reati contro la violenza di genere e crimini d’odio della questura di Ancona. La 22enne si è sfogata e una volta cosciente ha raccontato gli ultimi mesi di violenze subìte dentro quella casa, almeno venti episodi. Una testimonianza ritenuta attendibile dagli inquirenti.

Più affari e meno pallottole. È il nuovo “Comasina-style”

Armi, rapine, droga, controllo del territorio. C’era una volta il Comasina style, banditi in giacca di pelle e stivali, Renato Vallanzasca e Pepè Flachi. Una leggenda nera cresciuta a suon di cadaveri per le strade di Milano. Ma i tempi cambiano. Ecco allora il nuovo Comasina style, una holding del crimine che non dimentica le abitudini del passato e sceglie di provare a entrare nelle istituzioni, contando su qualche poliziotto a libro paga. L’indagine della Squadra Mobile di Milano “Red Carpet” è del luglio scorso: oltre venti gli arresti. Due gruppi criminali che, dal 2013 al 2017, gestivano le piazze di spaccio dei quartieri Comasina e Bruzzano di Milano (piazze da milioni di euro), e che si avvalevano degli illeciti servigi di un sovrintendente capo della polizia di Stato “spione”. Non è tutto, però. Gli atti depositati confermano un salto di qualità. Sfondo di questa storia è una carrozzeria a Novate milanese, comune a Nord della città: Ambrocar (oggi New Car, ndr).

Per anni qui era di casa Rocco Ambrosino, vicino alla cosca Flachi. Poi, con la nuova società, entra Massimiliano Toscano che sarà vittima di un blitz armato, incappucciato e massacrato nella primavera scorsa. A fine luglio, gli arresti dei carabinieri e la Procura che conferma: “Guerra per il controllo del traffico di droga”.

Tre anni prima – siamo nel novembre del 2015 – Ambrosino è l’anfitrione dell’Ambrocar. Qui arrivano poliziotti amici, nipoti di boss di Cosa nostra, uomini legati alla ‘ndrangheta, pro-consoli della spaccio in Comasina, e anche un politico. Si chiama Massimo Natoli, è nato a Palermo nel 1969 e al tempo è un neo-assessore alle Attività produttive sport e tempo libero nel comune di Baranzate, provincia di Milano.

A maggio 2015, l’elettorato ha premiato il Pd. Natoli segue l’onda, si presenta con una lista civica e finisce in Comune con una bel pacchetto di voti. Fuori dall’Ambrocar però c’è un convitato di pietra. La polizia ha piazzato una telecamera.

Natoli in due mesi sarà ripreso 14 volte con vari soggetti pregiudicati. Tra loro Sergio Toscano detto il topocon precedenti per droga, legato alla ‘ndrangheta dei Flachi e dei Carvelli di Quarto Oggiaro, e il fratello Massimiliano, incensurato nonostante rapporti con il milieu criminale.

“La mia colpa – ha detto Natoli in una recente intervista al Giorno – è stata avere lì in riparazione l’auto. La macchina è stata in carrozzeria per quei due mesi.” Ma i fotogrammi della polizia lo avevano immortalato fuori dal garage in compagnia, tra gli altri, dei fratelli Toscano e Roberto D’Agnano, il poliziotto del commissariato Comasina corrotto. “Lo conoscevo, sì… ma così. E poi perché mai non avrei dovuto fidarmi di un poliziotto?”.

All’Ambrocar, la presenza di Natoli, che non sarà mai indagato, viene certificata già nell’ordinanza di luglio. Il dato è registrato in un articolo de ilfattoquotdiano.it. Risultato: Natoli si dimette da assessore ma resta in consiglio comunale. E ribadisce: “Non sono indagato”. Ha ragione.

Le nuove carte, però, delineano un quadro più marcato che, secondo la polizia, va oltre i rapporti di amicizia. Ci sono promesse per appalti e altri affari. Tutto nelle intercettazioni che, pur chiare, non porteranno a un’accusa per Natoli. Gli investigatori lo identificano monitorando alcune cene. Nelle telefonate si parla “del Sindaco”. Non sarà difficile scoprire se il sindaco è o meno Natoli. Il 26 novembre 2015, il politico è all’Ambrocar. Con lui c’è Massimiliano Toscano e un tale Ale. Natoli propone di partecipare a un bando di gara per lo sgombero della neve, che non andrà a buon fine per Ale, ma ciò che conta è la promessa che se nulla ha di penalmente rilevante, certamente imbarazza politicamente. Natoli addirittura porta il documento, ma subito si raccomanda: “Non te l’ho dato io (…). Questi sono 70 mila euro, il bando è chiuso ieri, ma lasciano sempre qualcosa”. Toscano e l’altro sono delusi perché la cifra è spalmata in due anni. Natoli replica: “In cinque anni faccio io amministrazione (…). Non c’è solo questo”. L’altro chiede: “L’appalto lo vinciamo ancora?”. Natoli: “E certo!”. Prima di congedarsi, Natoli chiede a Toscano: “Massimì se questo ci dà la gara, quanto dobbiamo chiedere?”. Toscano: “Ci penso io”. Ma anche se la polizia annota come “dalle frasi si evidenzia che i due si considerano soci”, la Procura non la pensa così e non li indagherà.

Dice Natoli: “Il Comune di Baranzate sono io”. “U prossimo annu non ci u fazzu vincere la garra a chiss”. È il 4 dicembre, il politico impreca al cellulare. Si trova all’Ambrocar. È in visita, non si deve parlare di appalti. Poi la conversazione tra Toscano e altri gira sulla droga. Natoli fa per andarsene “pensando che gli altri dovessero parlare di cose delicate”. Toscano, però, “lo autorizza a rimanere”. La vicenda, spiega la polizia, è significativa perché Toscano “lo considera a pieno titolo appartenente al gruppo”. Eccolo, dunque, il nuovo Comasina style. Più affari, meno pallottole

Malasanità: a Napoli donna ricoverata coperta di formiche

A Napolibasta una crepa sul muro per ritrovarsi sommersi di formiche sul letto di una stanza d’ospedale. È accaduto di nuovo – ci fu un caso nel giugno 2017 all’ospedale San Paolo – ieri a una signora cingalese ricoverata dal 22 ottobre al San Giovanni Bosco. Ieri come allora, a denunciare il caso è stato il consigliere regionale verde Francesco Borrelli rilanciando un video postato su Facebook, nel quale si vedono le formiche camminare indisturbate sul tubo della flebo, forse attratte da una soluzione al glucosio. Aperte immediatamente due inchieste, una dei carabinieri dei Nas inviati dal ministro della Salute Giulia Grillo e una amministrativa degli ispettori della Regione Campania e dell’Asl Napoli 1. Subito dopo la segnalazione, il direttore sanitario del San Giovanni Bosco Giuseppe Matarazzo ha chiuso la stanza per avviare la bonifica, trasferendo la signora in un altro locale dell’ospedale. “Chiederemo al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, un dettagliato piano di interventi affinché episodi simili non si verifichino più”, si legge in una nota del ministro Grillo.

“Merde, vi caccio”: il colonnello insulta e minaccia i soldati

“Sei un paraculo”, “sei debole”. Il rumore di pugni sui tavoli e sedie spostate. Bestemmie di ogni genere. “Se non imparate a fare i soldati vi uccido, vi distruggo”. Ci sono anche gli insulti omofobi. “Fai l’uomo, se hai i coglioni fai l’uomo, se sei una checca, lo dici e ti mando in visita all’ospedale. Si omm’ o ommemmerda”. È la voce del colonnello Luigino Cerbo, comandante della caserma di Sommaruga di Catania 62° reggimento “Sicilia”, che si può ascoltare nei due audio pubblicati nella pagina Facebook del Sindacato Autonomo dei Militari (SAM). Il colonello negli ultimi mesi aveva preso di mira gli uomini della prima compagnia, che hanno intrapreso le vie legali perché non gli sono stati riconosciuti i mesi di licenze mai usufruiti.

Originario di Pietramelara (Caserta), Cerbo ha frequentato il corso ‘Fermezza’ all’Accademia Militare di Modena, e terminato gli studi alla Scuola di applicazione dell’Esercito di Torino, laureandosi in Economia e Commercio. È stato vicedirettore della Rivista Militare dell’Esercito italiano, prima di essere promosso alla guida di uno dei più importanti reggimenti in ambito militare, con circa ottocento uomini e la possibilità di partecipare a missioni estere, come quelle in Libano.

Durante la sua gestione alla Sommaruga, Cerbo avrebbe impiegato molti dei suoi soldati nelle operazioni strade sicure, dislocate in Sicilia e Calabria. Il colonnello però non avrebbe consentito le rotazioni, violando la circolare interna che impone ai militari di smontare dalla missione al raggiungimento dei due mesi. In questo modo, i soldati hanno accumulato giorni di licenza, senza poter staccare dal servizio e ricongiungersi ai familiari.

In molti temono di perdere le ferie maturate, perché il sistema che gestisce le ore (Sige) le avrebbe azzerate con il nuovo anno. Cerbo avrebbe prima tranquillizzato i militari, per poi ritrattare. In 50 non accettano la decisione del colonnello e si rivolgono all’Associazione due Stellette. “Chiedevano di poter beneficiare della licenza che avevano accumulato nel 2016, che andava usufruita entro il 31 dicembre dell’anno successivo – spiega l’avvocato Leonardo Bini che difende diversi militari -. Già dall’anno scorso, intorno a luglio, hanno chiesto di beneficiare dell’accumulo, parliamo di un minimo di uno o due mesi, fino a un massimo di cinque mesi di ferie arretrate”.

Il silenzio del comandante, spinge l’avvocato Bini a presentare una lettera di diffida contro l’amministrazione, chiedendo di mandare in licenza i militari o di liquidare le somme.

Cerbo risponde nel corso dell’alzabandiera, minacciando i militari che hanno presentato la diffida. “Sappiate che, se carico le ore sul Sige, queste persone andranno in recupero fino all’eternità. Quindi all’estero non andranno”.

In sette fanno retromarcia, ma gli altri vanno avanti. Il 21 settembre l’audio dell’alzabandiera è pubblicato sui social. Ottiene migliaia di visualizzazioni, centinaia di commenti e condivisioni. Lo scandalo porta l’Esercito Italiano a rispondere in meno di 48 ore con una nota social: “In relazione a un audio” dai “toni censurabili” informa che l’episodio è a “conoscenza dei vertici militari e politici del ministero della Difesa” ed è stata “avviata un’indagine interna”. Sulla vicenda interviene l’onorevole pentastellato Davide Galantino, ex militare e oggi in commissione difesa, che presenta un’interrogazione al ministro Elisabetta Trenta.

Alcuni giorni dopo, un secondo audio finisce in rete. Otto minuti di colloqui tra il colonnello e i suoi militari. Si sente Cerbo definire la prima compagnia “un covo di merde”, grida di essere “in guerra” contro di loro e di averli presi “sotto tiro”. Lo si sente tuonare contro un soldato: “Ti sei fatto fare l’esenzione come i bambini. Marci anche con la gamba spezzata, davanti al Presidente della Repubblica”.

I primi di ottobre, il colonnello Luigino Cerbo è allontanato da Catania, e mandato all’ufficio pubblica informazione a Napoli, dove dovrebbe occuparsi della rassegna stampa per il Mezzogiorno. A salutarlo solo un ristretto numero di persone, una breve e riservata cerimonia, alla quale non sono state invitate nemmeno le istituzioni locali. Una decisione che sarebbe stata presa per far fronte allo scandalo mediatico, e per ristabilire tranquillità all’interno della caserma Sommaruga adesso sotto la guida del colonello Aurelio Costa, che avrebbe già iniziato a spalmare le licenze arretrate dei militari.

Aiutarono stranieri a varcare il confine, 7 condanne in Francia

Tutti possono mobilitarsi per difendere le proprie idee, anche quelle più radicali, ma non si possono superare i limiti della legge: con questa motivazione il procuratore del tribunale di Gap, in Francia, ha chiesto pene che vanno fino ai quattro mesi da scontare per i sette militanti della causa dei profughi – due dei quali ginevrini – accusati di aver fatto entrare illegalmente nel paese in aprile un gruppo di migranti provenienti dall’Italia.

Per i due svizzeri, una italiana e tre francesi sono stati proposti sei mesi con la condizionale. Pena più severe rischiano per contro gli altri due francesi: 12 mesi di detenzione, di cui solo otto con la condizionale. “Ci sono modi legali per aiutare gli stranieri illegali e ci sono modi illegali; esistono modi legali per farli attraversare la frontiera e modi illegali”, ha argomentato il procuratore. A suo avviso non si può parlare di reato di solidarietà: “Se il governo francese ritiene che siano necessarie regole precise per entrare nel paese, la polizia deve farle rispettare”.

Gli imputati e gli avvocati della difesa hanno invece proprio insistito sul carattere idealistico degli atti commessi. La sentenza è attesa per il 13 dicembre.

Incendio nell’ex hotel occupato: dieci feriti e centinaia senza casa

Un incendio si è sviluppato ieri mattina all’ex hotel Eurostars in via Prenestina 994, estrema periferia ovest di Roma. L’edificio di quattro piani – come tanti altri in città – ospitava circa 400 persone, per lo più immigrati senza fissa dimora.

Il bilancio è di dieci feriti, tra cui due bimbi di circa un anno che sono stati trasportati negli ospedali Gemelli e San Giovanni. E sempre al san Giovanni è stato trasportato anche il papà di uno dei bimbi. I feriti, spiegano al 118, ai quali è stato attribuito il codice giallo, hanno riportato traumi e intossicazione da fumo.

Molte persone infatti, alla vista delle fiamme, si sono lanciate dalle finestre dei piani bassi. I feriti sono stati trasportati anche negli ospedali Vannini, Casilino e Tor Vergata.

In serata l’edificio è stato dichiarato inagibile, provocando l’ennesima emergenza abitativa nella capitale. Secondo quanto si è appreso, dagli accertamenti i pompieri hanno riscontrato “condizioni di disagio strutturale” definendo “inagibile” lo stabile al di là del rogo di oggi che ha interessato solo alcuni locali di un piano. I vigili del fuoco hanno rimosso parti pericolanti e bombole a uso domestico. Durante le operazioni di soccorso un vigile del fuoco ha accusato un lieve malore.

Gli operatori dell’associazione Medicina Solidale sono quindi intervenuti presso l’ex-hotel: “L’inagibilità dell’edificio ha messo in mezzo alla strada tante persone senza nessuna alternativa” dice l’organizzazione che sta fornendo agli sfollati generi alimentari.

“In centinaia – spiega un operatore di Medicina Solidale – sono rimasti senza un alloggio, tra loro molti bambini e donne. Sul posto abbiamo fatto una ricognizione per capire quali farmaci siano necessari per poi procedere alla distribuzione e soprattutto abbiamo consegnato il latte per i più piccoli”. Gli sfollati sarebbero circa quattrocento. La Protezione Civile, con il supporto della Sala Operativa Sociale, ha coordinato le operazioni di supporto alle persone evacuate. Caso per caso verrà proposta la presa in carico presso le strutture di accoglienza organizzate. Ai bambini sarà assicurato il trasporto per le scuole.

A Roma diverse decine di immobili sono occupati da stranieri e da italiani, molti sono in pessime condizioni e a rischio di incidenti. I richiedenti asilo non trovano posto nei centri d’accoglienza e a loro si aggiungono persone che vivono stabilmente a Roma e altre. Ce ne sono 300 solo nella tendopoli Baobab alle spalle della stazione Tiburtina. Almeno cinquemila persone, per lo più famiglie italiane, vivono in alloggi e 10 mila famiglie attendono una casa popolare. È la cosiddetta emergenza abitativa. Al piano di sgomberi del Campidoglio si è aggiunta la spinta di Matteo Salvini, alcuni sgomberi sono stati fatti nei mesi scorsi ma non è possibile procedere di forza senza creare tensioni sociali insopportabili, ulteriori costi per l’accoglienza di centinaia se non migliaia di aventi diritto come è successo anche per l’edificio colpito dal rogo di ieri e reazioni dei movimenti di lotta per la casa.

Contro Salvini la piazza c’è Migliaia per l’accoglienza

Alla fine Piazza San Giovanni è piena di bandiere, lingue e colori della pelle diversi. Piena come nel giorno del Concertone del Primo maggio. E tutti sono soddisfatti. La giornata di lotta contro il razzismo, Salvini, il suo decreto e il suo governo è riuscita. Decine di migliaia persone provenienti da tutta Italia – c’è chi parla almeno di 20 mila – hanno attraversato le vie della Capitale in pace, senza nessun incidente. Nonostante tutto. Nonostante i pullman bloccati dalla polizia all’altezza di Roma Nord e Roma Sud senza alcun motivo.

È tutto documentato in tempo reale sui social con ampi corredi fotografici. Hanno fatto scendere chi era a bordo, hanno perquisito gli zainetti, hanno scattato foto ai volti di persone incensurate, hanno chiesto documenti, si sono fatti mostrare gli striscioni (in alcuni casi, quelli che spernacchiavano Salvini e il suo decreto sicurezza, contestandone il contenuto). Il tutto ha contribuito a far lievitare inutilmente la tensione. Un’operazione giudicata “inutile” dagli stessi vertici della polizia, al punto che, dal Viminale, più di una telefonata sarebbe arrivata alla questura di Roma per chiedere spiegazioni. Ma c’è anche un’altra versione, ancora più inquietante alla vigilia delle nomine ai vertici dei nostri 007, secondo la quale alla base dell’iniziativa della polizia ci sarebbe una informativa dei Servizi di sicurezza. Si tratterebbe del solito, indefinito allarme sulla presenza dei centri sociali, del Nord Est e di Napoli e di possibili atti di violenza. Una bolla di sapone, come si è visto.

Manifestazione pacifica, allegra e colorata. Che ha acclamato al grido di “fratello vai avanti”, Mimmo Lucano, ormai diventato una icona antisalviniana. Il sindaco sospeso di Riace è apparso visibilmente emozionato. “Siamo una minoranza, certo, ma oggi siamo tanti. Loro, quelli che stanno costruendo la società dell’odio e della paura, non vinceranno mai. Non riusciranno a spegnere la speranza di un mondo giusto, accogliente e fraterno. Noi restiamo umani, loro sono la faccia della barbarie”. Sfila il corteo aiutato anche da una splendida giornata di sole. “Uniti e solidali contro il razzismo del governo e il decreto Salvini”, si legge su uno striscione”. “Accoglienza umana per tutti i profughi e gli immigrati”. “Sono venuta dalla Lombardia – ci dice una giovane insegnante – perché non ci sto, non mi piace una società dove si distrugge tutto: la scuola, il senso di solidarietà, l’umanità di una Nazione”. Sfilano anche i senza casa dell’Unione inquilini con lo striscione “Non siamo fragili, siamo resistenti”. Alfio, anziano leader delle occupazioni a Roma, usa parole semplici. “Vogliono dividerci tra bianchi e neri, vecchi e giovani. Ma a chi ha bisogno di un tetto io non chiedo l’età, né da dove viene”.

Tante bandiere, Cobas, Rifondazione comunista, Potere al Popolo, emblemi anche di divisioni e fratture. Un armamentario che interessa poco alle migliaia di uomini e donne venuti da Africa, Bangladesh, Sudamerica, paesi dell’Est Europa. “La pacchia non è fare business sulla nostra pelle”, si legge sul cartello che un ragazzo ivoriano ha appeso al collo. “Gli affari – dice – si fanno nei grandi centri, quelli che il governo chiama di accoglienza, ma che col decreto Salvini saranno centri di detenzione. Stanno demolendo gli Sprar che funzionavano e ci vogliono chiudere nei ghetti”. Sfila il corteo con il suo striscione più ironico, “Tu non sei razzista, sei stronzo”, la frase top della signora napoletana che ha zittito una testa rasata.

Ci sono le bande musicali che suonano “Bella Ciao”, i tamburi dei ragazzi africani che ritmano antiche danze. Ma a colpire è un dato: una nuova ed esibita soggettività politica degli immigrati. Non ci stanno più a farsi rappresentare, vogliono esserci e agire in prima persona. Sono i gruppi arrivati da Caserta, dalla Puglia, dalla Calabria. I braccianti sfruttati. Yussuf, viene dal Senegal e ha quarant’anni, vive facendo il muratore in nero a Castelvolturno. “Sono qui perché in questi giorni ricorre l’anniversario della morte di una grande africana, Miriam Makeba. Era il 9 novembre del 2008 e lei venne a cantare per noi, per la nostra libertà e per i sei fratelli uccisi dalla camorra. Miriam è morta per la nostra libertà”. L’Africa si riprende i suoi poeti, le musiche e gli artisti. “Eredi di tutte le rivoluzioni”, c’è scritto sullo striscione arrivato da Cosenza. Il richiamo è a Thomas Sankara, leader burkinabé ucciso nel 1987 da un complotto neocolonialista. “Era il nostro Che – ricorda un ragazzo africano – un capo buono. Noi siamo qui contro ogni discriminazione e ci ispiriamo a lui. Sai cosa diceva sempre? I nemici di un popolo sono coloro che lo tengono nell’ignoranza”.

Premio Giustolisi, vince l’inchiesta di Fq MillenniuM

Il mensile del Fatto, FQ MillenniuM ha vinto il premio Franco Giustolisi “Giustizia e verità” con l’inchiesta sulle nozze forzate e il servizio di protezione che salva le ragazze. Il reportage “Nomi falsi e case protette. Il servizio segreto che salva le ragazze dai matrimoni combinati”, di Martina Castigliani, è stato pubblicato nell’edizione di marzo 2018 del mensile diretto da Peter Gomez. Racconta di come le ragazze, originarie di Pakistan, India, Bangladesh, destinate a contrarre matrimonio contro la propria volontà vengano aiutate in segreto ad allontanarsi dalle famiglie e a ricominciare sotto falso nome. Un messaggio della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha accompagnato l’annuncio celebrando il valore del giornalismo d’inchiesta: “È un riconoscimento che premia il talento, la fatica e il coraggio di un giornalismo troppo spesso dimenticato. Premiamo così un lavoro di ricerca e di testimonianza che si ispira al valore delle libertà contro ogni ingiustizia”. L’edizione 2018 del Premio (a 4 anni dalla scomparsa del giornalista) si tiene a Capistrello, dove il 4 giugno 1944 33 innocenti furono fucilati nella rimessa della stazione ferroviaria dai nazi-fascisti.

Riforma Coni, la rivolta di Malagò è già un flop

Il Coni perderà la cassa ma può salvare qualche poltrona: la riforma dello sport firmata dal sottosegretario Giorgetti va avanti. Lega e M5s non hanno cambiato idea, determinati a ridimensionare il Coni a favore di Sport e salute spa. La maggioranza gialloverde, però, è pronta a fare qualche concessione per evitare lo scontro: al Coni può essere lasciata la possibilità di dire la sua sui vertici della nuova società. Purché Giovanni Malagò accetti che può solo contribuire alla riforma, non fermarla.

La “bomba” a orologeria è nella legge di bilancio: la rivoluzione prevede la creazione di una nuova partecipata statale al posto di Coni servizi, diretta dall’esecutivo e con tutti i soldi e le competenze, e lascia al Coni appena 40 milioni su 410 per la preparazione olimpica. Significa ridare al governo (e alla politica) il controllo dello sport italiano, ponendo fine all’era del Coni (e di Malagò). Da quando il testo è stato diffuso, l’attuale n. 1 non si dà pace: vuole “trattare a oltranza”, è stato più volte da Giorgetti, ci tornerà ancora.

La riforma è troppo grande per essere intoccabile, il sottosegretario ha aperto a ritocchi. Con la collaborazione dei tecnici del Foro Italico, è in corso un censimento delle competenze dell’ente, per capire su quali lavorare. La trattativa c’è: il problema di Malagò è che non è dove lui vorrebbe. Il n.1 del Coni punta a salvare la gestione dei fondi (circa 250 milioni l’anno) distribuiti alle Federazioni sulla base di criteri non sempre chiari: un tesoro che vale la supremazia su tutte le discipline, vero epicentro di potere. Proprio il meccanismo che Lega e soprattutto M5s (su questo il sottosegretario Simone Valente è inflessibile) vogliono smontare. Il Coni contesta che una Spa possa distribuire fondi pubblici a enti privati (col rischio di pagare l’Iva), ma Palazzo Chigi ha ricevuto rassicurazioni legali. I soldi, insomma, deve scordarseli.

Le modifiche potrebbero essere altrove, sulle nomine di Sport e Salute: secondo il testo della manovra spettano all’autorità competente, cioè Giorgetti, tagliando fuori Malagò. Al governo pensano a una formula più morbida, che invece della semplice audizione del parere del Coni preveda una forma di intesa con l’ente, che così potrebbe continuare a incidere nei processi decisionali (sempre però nell’ambito di forte indipendenza fra i due organismi: resterà l’incompatibilità fra cariche di vertice in Coni e Sport e salute). Magari in un Cda allargato a 5, espressione di tutte le componenti, con 2 rappresentanti al Coni e 3 al governo (non solo Palazzo Chigi, anche Ministero dell’Istruzione e della Salute).

Dipenderà dai toni del confronto. Il Coni sperava nel soccorso di Thomas Bach, grande capo dello sport mondiale, che nella sua visita a Roma si è però limitato a sottolineare principi generici. C’è tempo per mediare, ma Malagò vorrebbe stoppare subito la riforma e per giovedì (scade il termine per gli emendamenti al Senato) ha convocato un consiglio straordinario, chiamando a raccolta il suo mondo. Confida in una sollevazione del movimento che lo rafforzi, ma rischia di rimanere deluso: per ora pochi presidenti e poco influenti si sono schierati. Quelli più importanti, a capo degli sport nazionali (a partire dal calcio, penalizzato dal Coni e in rotta con lui dopo il commissariamento), tacciono: giovedì alcuni potrebbero non presentarsi, altri smarcarsi. In quel caso, ridimensionato dal governo e scaricato dai suoi presidenti, a Malagò non resterebbe quasi nulla.

Manovra, prorogati all’infinito i soldi alle emittenti locali

Telenorba7 in Puglia, Videolina in Sardegna, Telelombardia, Canale 21 in Campania, Top Calcio 24, Telereggio in Emilia Romagna, Tele Padre Pio, Tele Etruria in Toscana, Calabria Tv, Ofelia Comunicazioni in Sicilia: sono solo alcune delle cento emittenti locali a cui nell’ultimo triennio sono stati destinati milioni di euro e per le quali, ora, in legge di Stabilità il contributo viene esteso senza limite di tempo. Parliamodella quota del Fondo per il pluralismo dell’informazione destinata alle emittenti televisive e radiofoniche locali, che viene dall’extra-gettito del canone Rai in bolletta. Con una modifica all’articolo della legge 208 del 2015, al tempo voluta da Luca Lotti e che prevedeva un fondo fino al 2018, ora lo si estende a tempo indeterminato, modificando la norma con la formula: “Per ciascuno degli anni 2017 e 2018 e successivi”.

Sul sito del Mise, qualche settimana fa, è stata pubblicata la graduatoria delle emittenti locali ammesse ai finanziamenti. Le risorse destinate per il 2016 sono quasi 77 milioni solo per le televisioni, altri 13 per le radio. L’extra-gettito Rai è, in sostanza, quella parte del canone che entra nelle casse dello Stato in più rispetto a quanto era già calcolato nel bilancio di previsione. Di questo, il 50 per cento è gestito dal ministero dello Sviluppo economico e finanzia l’esenzione del pagamento del canone per gli ultra75enni, il fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione e il fondo per la riduzione della pressione fiscale. La quota per il pluralismo finisce in buona parte alle tv locali: quando è stato istituito si prevedeva un tetto massimo di 50 milioni all’anno. Poi, prima nel 2016 e poi nel 2017, è stato aumentato gradualmente per decreto fino a raggiungere il tetto di 125 milioni. Cifra che ora viene estesa all’infinito insieme al credito di imposta per tutti coloro che investono in pubblicità su prodotti editoriali quote per lo meno pari a quelle dell’anno precedente.

Una decisione “a sorpresa”: a metà ottobre, in audizione in Vigilanza Rai, il ministro dell’Economia Giovanni Tria aveva risposto ai commissari che gli chiedevano dell’uso dell’extra-gettito del canone in bolletta. “In base agli impegni previsti dal contratto di servizio a carico della Rai – aveva risposto – devo considerare che il meccanismo di riparto dell’extra-gettito fiscale cesserà a partire dall’anno 2019”. La dichiarazione aveva generato la reazione del Pd e poi anche dell’Usigrai: “Dal prossimo anno la Rai incasserà l’intero ammontare del canone? Oppure lo Stato tratterrà il restante 50% per destinarlo ad altre finalità?” La risposta è in manovra.

La mossa porta la firma della Lega: già in estate era stato presentato un emendamento al decreto Dignità per evitare ricorsi e contenziosi al Tar. “Il nostro obiettivo è creare posti di lavoro e salvare quelli in crisi – aveva dichiarato il sottosegretario all’Economia, Massimo Bitonci –. Le tv locali, da sempre, rappresentano infatti un elemento essenziale a garanzia del pluralismo informativo e un settore fondamentale di occupazione e lavoro. L’impegno della Lega è fare di tutto per salvare questa realtà”. Detto, fatto.

Fonti parlamentari del M5S assicurano che si cercherà di porre almeno un freno: l’idea, come già ribadito anche in passato, è non tanto cancellarlo, quanto prevedere una scadenza e, soprattutto, parametri e criteri specifici in base a cui attribuire i finanziamenti. Anche perché l’operazione si scontra con la guerra ai finanziamenti pubblici all’editoria portata avanti dai 5Stelle e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Vito Crimi. Per il momento sono stati aboliti i finanziamenti indiretti all’editoria – dalle agevolazioni sulle telefonate a quelle postali, per circa 60 milioni di euro – mentre ora si proverà a eliminare quelli diretti con una serie di emendamenti.