Alcuni politologi hanno notato come l’evoluzione ideologica delle sue classi dirigenti vada trasformando il Pd in un grande partito radicale, cioè in un partito d’opinione col portafogli saldamente a destra, ma – per così dire – i capelli lunghi (a dire di sbarazzine attitudini quanto a gusti e vestiario). Esiste però la variante Beppe Sala ovvero un Pd col portafogli a destra e pure i capelli corti. E infatti il sindaco ci ha ricordato qualche giorno fa che gli “immigrati africani” sono diversi (“istruzione pari a zero e non hanno mai lavorato”) e ieri che gli avellinesi sono diversi dai milanesi: “Se vogliono fare una legge sulle chiusure domenicali dei negozi in provincia di Avellino la facciano, ma a Milano no: non rompano le palle a un modello che funziona e con 9 milioni di turisti”. Il bersaglio è Luigi Di Maio, nato ad Avellino e sponsor di una legge peraltro chiesta da tutti i sindacati: la liberalizzazione di Monti, va ricordato, non ha uguali in Europa e i suoi risultati sono quantomeno poco significativi (per Confesercenti, per dire, ha solo spostato fatturato e – poca – occupazione dai piccoli esercizi agli ipermercati). Particolare non secondario: le domeniche in negozio sono pagate poco e non sono “volontarie” come prevede la legge. Ecco di cosa parla Sala e con quei toni. Ma d’altra parte non abbiamo letto ieri sul CorSera che il problema della Gran Bretagna è che aumentano i salari “intaccando i profitti”? Ognuno si preoccupa di quel che crede, per carità, basta ricordare che, se si vuol fare il partito radicale, poi si prendono i voti dei radicali.
Bracco e la giustizia: l’esempio perfetto di cosa va riformato
Ci sono esempi che valgono più di mille parole. Ci sono storie che raccontano da sole i malanni di questo Paese. Uno di questi è il caso Diana Bracco, l’imprenditrice ex presidentessa di Expo e di Assolombarda, accusata di frode fiscale e appropriazione indebita che in appello si è vista ridurre la pena grazie alla prescrizione e a una nuova legge targata governo Gentiloni. Una norma che ha reso il secondo reato procedibile solo su querela di parte. Ripercorrere il suo processo è utile per comprendere quante assurdità contengano i nostri codici e quanta ipocrisia pervada la società italiana.
Ma andiamo con ordine. Diana Bracco, per i pm, si è comportata male. Per anni ha scaricato sulle sue società molte spese personali: la manutenzione della barca, i costi delle sue ville da sogno. In questo modo ha finito per abbattere l’imponibile societario, frodando il fisco per un milione di euro, e ha sottratto un sacco di soldi alle aziende del gruppo Bracco con “fatture per operazioni inesistenti”. Tanto che, una volta partita l’inchiesta, ha restituito alle società quattro milioni di euro. In primo grado è stata per questo condannata a due anni di reclusione. Una pena in apparenza ridicola, ma severa rispetto a quanto prevede il nostro codice, che oltretutto garantisce a ogni incensurato di non andare in carcere se il verdetto è inferiore ai quattro anni. Eppure stando alle motivazioni del Tribunale, Diana Bracco, dal 2015 membro del consiglio di amministrazione dell’Università Bocconi per volere del ministero dell’Istruzione, è una persona davvero poco raccomandabile. Di lei il giudice scrive: “Ha manifestato una significativa capacità a delinquere” ponendo in essere una “scaltra e spregiudicata manovra professionalmente architettata” che ha “cagionato all’erario dello Stato (cioè a noi contribuenti, ndr) un danno eccezionalmente rilevante”.
Il primo processo ha dimostrato che era animata “dalla forma di dolo più intensa, essendo stata la condotta evidentemente intenzionale per la realizzazione del profitto ingiusto”. E così anche se l’imprenditrice, non appena era partita l’indagine, aveva regolarizzato la sua posizione col fisco, il giudice aveva deciso di infliggerle una pena più alta rispetto a quanto chiesto dal pm (15 mesi) perché “l’imputata godeva di una posizione economica e sociale tale da rendere più severo dell’ordinario il giudizio sulla sua condotta”. In appello due frodi fiscali sulle sei contestate (le più vecchie) però si prescrivono. L’appropriazione indebita cade perché ovviamente il gruppo Bracco non denuncia la sua presidentessa. E la pena, già virtuale, si riduce di un mese. Ora viene da chiedersi se tutto questo abbia senso. Decine di persone, tra finanzieri, giudici, cancellieri, hanno lavorato per arrivare a una condanna che, anche se confermata, non verrà mai scontata. L’erario è vero ha recuperato il denaro. Ma che senso ha far perdere tempo ai giudici (prezioso per altri processi) per arrivare a un verdetto privo di effetti? Se Diana Bracco avesse scippato una decina di vecchiette mettendosi in tasca 1.000 o 2.000 euro con tutta probabilità i quattro anni di pena avrebbe finito per superarli. E almeno qualche mese in carcere se li sarebbe fatti. Ma, per l’accusa, ha rubato ai contribuenti un milione di euro. Troppo poco per pensar di vederla finire, in caso di conferma in Cassazione, dietro le sbarre. Così per ora resta seduta nel Cda della Bocconi, l’università che forma le future classi dirigenti. Ed è giusto così. Perché è bene che gli studenti capiscano da subito come funzionano le cose in Italia.
Donare ciò che abbiamo per aiutare gli altri: ecco quello che ci chiede Gesù
In quel tempo, Gesù diceva alla folla nel suo insegnamento: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa”. Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: “In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” (Marco 12,38-44).
La prima lettura ci narra la vicenda della vedova di Sarépta di Sidone che, con l’ultimo “pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio” (1Re 17,12) preparò, in un tempo di grave carestia, una piccola focaccia per il profeta Elia, per lei e per suo figlio. Mentre nella previsione della povera vedova pagana c’era solo l’aspettativa della morte – “mangeremo e poi moriremo” (1Re 17, 12) –, dopo aver consumato le ultime povere riserve, in realtà “la farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia” (1Re 17,16).
Anche il Vangelo ci presenta un’anonima e umile vedova che, “nella sua miseria”, avendo “gettato (nel tesoro del tempio) tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,44b), sconfessa il perbenismo legalista degli scribi e la loro fede formale e vuota. Gesù invita fermamente gli ascoltatori e i discepoli a osservare il gesto dell’elemosina della vedova, la quale offre tutto il poco che ha (“due monetine, che fanno un soldo” v. 42), e raccomanda di non assumere il modo di agire dello scriba che ostenta la sua pratica religiosa.
Tante sono le ragioni che possono indurre ad un comportamento che si affida solo alla legge, che dipende dal giudizio altrui, che non ha un rapporto interiore e personale con Dio, che non è biblicamente educato all’ascolto della Parola del Signore, che confida nella propria misura d’amore più che nella forza della grazia, la quale, invece, allarga cuore e mente oltre ogni misura. Gratuità, libertà, bellezza, dono, misericordia, perdono, condivisione non sembrano alimentare l’esistenza di chi si ritiene autosufficiente, anche di fronte a Dio.
L’orfano, la vedova e lo straniero sperimentano la dipendenza, hanno bisogno d’essere protetti (Es 22,21-22; Dt 24,17; 26,12). Gesù, notando il gesto di “coloro che hanno gettato parte del loro superfluo”, ci propone la fede e la pratica di una vedova così povera che, con un sol gesto senza evidenza e nell’anonimato più disorientante, si gioca tutta la propria esistenza. Essa, dando in elemosina “quanto aveva per vivere” (Mc 12,44) diventa, nella lettura cristiana del Vangelo, immagine di Dio stesso il quale dona tutto, anche il Suo Figlio, per la salvezza dell’umanità.
Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per noi perché noi diventiamo ricchi per mezzo della sua povertà; Egli si è “offerto una sola volta per togliere il peccato di molti” (Eb 9,28). Per l’estrema indigenza economica e per la precarietà esistenziale che la rendeva vulnerabile e senza protezione familiare, la vedova poteva ritenersi dispensata dal mantenimento del culto e del tempio. Eppure dà “tutto quello che aveva”. All’inizio degli eventi che segnano la passione di Cristo, troviamo un versetto che ci descrive questo amore totale e radicale: “Gesù (…) avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1c). Così è il discepolo del Signore, il vero cristiano.
*Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche
Il treno non parte ma nessuno scende
La verità è che non è accaduto nulla. O meglio, è vero che tutti i segnali, gli annunci e le direzioni di marcia sono state cambiate, rispetto al terribile prima in cui, ci dicono, abbiamo vissuto. Ma il treno è fermo. Ci sono stati litigi tra il personale, forti tensioni, fino al punto di minacciare di togliere una delle due locomotive in testa al convoglio (ma è impossibile, sono sullo stesso binario e vanno nella stessa direzione). Ogni tanto qualcuno scende e poi risale. Erano comparse bandiere in festa ai finestrini, però bandiere diverse, mai mischiate.
Forse perché le persone appartengono a due gruppi che non hanno legami ma vanno dalla stessa parte. I passeggeri sono fin troppo calmi, benché la fermata continui, e le bandiere abbiano smesso di sventolare. Non tutti i treni fermi provocano rivolte. Qui forse è successo che molta gente abbia corso per arrivare in tempo, trovare posto, sistemarsi sul treno. E adesso che in tanti sono a bordo, comodi e rasserenati, hanno forse l’impressione di essere già partiti. O comunque la soddisfazione di essere in viaggio verso il posto giusto. Cerchiamo di vedere e di capire da fuori che cosa sta accadendo. Prima un capostazione concitato e un funzionario nervoso hanno camminato in infinite ispezioni lungo i vagoni strapieni (su uno c’è tutto il Parlamento) discutendo qualcosa che sembrava e sembra impossibile: se cambiare o no un vagone nel mezzo, senza spostare il treno. Poi ci sono stati momenti in cui si sentivano manovre e spinte (un po’ in avanti, tanto da provocare brevi applausi, un po’ indietro, nel tipico assestamento dei treni in sosta), provocando piccole delusioni. Succede a momenti che il capostazione esuberante e il funzionario nervoso vadano l’uno in testa al convoglio, come per dare il segnale di partenza e l’altro in coda, forse per un ultimo controllo, e quando ciascuno ha raggiunto il punto che ritiene giusto, molti lo interpretano come una segnale che tutto è a posto e che adesso partiamo. Ma il treno non parte. Scoppiano brevi liti, succede sui treni fermi. Ma non puoi litigare davvero su un treno che non va via, specialmente se la minaccia rischia di diventare fisica. Per questo il furore si placa subito. Passa e ripassa nei corridoi del treno fermo un controllore in blu, una figura cortese che non sa molto sul destino del viaggio, ma è bravo nel rassicurare. La sua trovata è di dare buone notizie senza entrare nel merito. Gli piace molto se gli fanno domande sulla regione dal punto di vista dei fiumi e degli alberi. Su quello sa tutto. Svia gentilmente il discorso se gli chiedono del probabile orario di arrivo. Però rassicura. Che lo dica o non lo dica, suggerisce che non importa quando parti e quando arrivi. L’importante essere sul treno. Serpeggiano i dubbi, ma la maggioranza concorda nel restare a bordo. Infatti su altri binari, nella stazione vuota, si vedono treni fermi e spenti, qualche bagaglio abbandonato, qualche segno di un allontanarsi precipitoso, e nessuna locomotiva in manovra. Infatti altri treni pronti a partire non ce ne sono, e molti stanno attenti a non perdere il posto che hanno conquistato. A quanto pare domina la persuasione che è meglio stare su un treno fermo che prima o poi potrebbe partire, che vagare sul marciapiede, dove non c’è nessuno che può dare notizie. Per questo non ci sono proteste. Resta il fatto che il treno non parte, e che si senta parlare anche di possibili cambi di orario, dai due personaggi che si aggirano da soli nel paesaggio vuoto fuori dal treno. Liti anche drammatiche fra i due capotreno (al punto che uno dei due minaccia di non partire e di imbarcarsi in un altro viaggio, che però è impossibile perchè non c’è un altro viaggio) durano poco e non richiedono mai che il controllore in blu debba smettere di rassicurare e tranquillizzare. Forse tranquillizza proprio il fatto che neppure lui sembra conoscere il destino del treno.
Passa il tempo nel treno fermo, e comincia a diffondersi, quasi senza dirlo, la persuasione che l’importante non è partire, in un mondo pieno di trappole, l’importante è essere sul treno giusto. Come sappiamo che è il treno giusto? Primo, perché è il solo con luci e motori accesi. Secondo, per il numero molto alto di passeggeri che sembrano credere nel nuovo convoglio. Terzo, perché ti dicono che questo treno, se partisse, non avrebbe fermate intermedie. Quarto, non è detto che stare fermi non sia una trovata saggia. Nell’Europa che ci hanno raccontato, piena di inganni, noi, che trasportiamo una manovra molto pesante, non possiamo sapere se il ponte Europa resisterà. Forse, nel vuoto assoluto del “dialogare” continuo di due leader, che non parlano al Paese o l’uno all’altro, ma sono impegnati ciascuno con se stesso, mentre dal minareto del Quirinale solo Mattarella ci grida notizie sui pericoli che stiamo correndo, forse stiamo facendo la cosa giusta. Fermi.
Mail box
Il processo penale è diretto a tutelare la persona offesa
Non occorre essere dei giuristi per comprendere che l’estinzione del reato per decorso del tempo, cioè la prescrizione, non ha nulla di etico, ma rappresenta una sconfitta per la giustizia ed una beffa per le vittime dei reati. Altrettanto grave far intendere, con parole suggestive quanto fuori luogo, chissà quali nefaste conseguenze per la già disastrata macchina della giustizia, quando è risaputo che ad incrementare i procedimenti d’appello e di Cassazione è proprio la speranza di giungere ai tempi di prescrizione, determinando così quelle lungaggini giudiziarie che consentono di concretizzarla; è ovvio che se la prescrizione viene fermata con il rinvio a giudizio o con la sentenza di primo grado, l’interesse all’impugnazione, quando l’esito sia difficilmente favorevole, viene meno. Una critica che faccio ai miei colleghi penalisti e alla mia categoria in generale, il cui ruolo è fondamentale e costituzionalmente riconosciuto ai fini di un giusto processo, è quella di arroccarsi spesso su posizioni che appaiono chiaramente dirette a perseguire interessi di una parte del processo, nel caso della prescrizione dell’imputato, trascurando che il processo penale è diretto ad accertare la verità dei fatti e a tutelare le persone offese, nel superiore interesse della collettività.
Loris Parpinel
Davanti alle tragedie evitate almeno la faccia sorridente
Si stanno sprecando inutili parole accompagnate da illusorie promesse per poter nascondere le proprie responsabilità. Le catastrofi naturali non sono imprevisti, né fatalità: soltanto in un Paese senza memoria possono ripetersi simili disastri. E soltanto in un Paese senza vergogna, si possono postare sui social certe facce sorridenti con alle spalle i luoghi della tragedia. Sgomenta constatare che tra questi incoscienti figurano pure indegni ministri della Repubblica: avessero almeno l’accortezza e il pudore di coprire il proprio ghigno con un paio di mutande! Sarebbe un piccolo rimedio, una prima soluzione ad un caso patologico che purtroppo sta coinvolgendo un’intera società moderna in quanto condizionata e orientata dal web. Un mondo virtuale dove si evidenzia la netta contrapposizione tra due razze: quella minoritaria degli umani e quella maggioritaria dei deficienti, la cui mamma è perennemente incinta. Tutto ciò spaventa e rende flebile qualsiasi speranza di un possibile ravvedimento.
Silvano Lorenzon
Caro Conte, è opportuno tenere ancora Rocco Casalino?
Il signor Rocco Casalino, indimenticato protagonista del Grande Fratello e promosso portavoce del Premier Conte per meriti culturali – o forse culturistici? -, si è permesso di affermare che vecchi e down gli fanno schifo. Una delle tante gaffe del signor Casalino che meriterebbero il licenziamento in tronco dalla delicata carica che ricopre (indegnamente). Verrebbe voglia di dirgli: “Quousque tandem Casalino abuteris patientiae nostrae?”; ma sapendo che il culturista non conosce l’inglese, è fatica sprecata… Rocco, non parliamo di biciclette a due posti (tandem), ma del fatto che hai superato ogni misura di buon gusto e di educazione.
E la domanda la rivolgiamo quindi a Conte che l’inglese lo parla correntemente: “Fino a quando ti terrai vicino un simile soggetto?”
Gianluigi De Marchi
Salvini sta raccogliendo i frutti della diseducazione di massa
Una nipote di Tina Anselmi mi rivelò che la grande partigiana e politica, che indagò sulla P2 e quindi su Silvio Berlusconi, all’apertura del programma Drive in, fatto di vallette, deretani e seni in mostra, esclamò: “Da adesso, Berlusconi avrà gli italiani in pugno!”.
E infatti li ebbe per vent’anni! Iniziò, da allora, un processo continuo e inesorabile di diseducazione di massa, verso la facilitazione del pensiero: non si deve ragionare o argomentare, ma lasciarsi incantare dal trash o dai corpi nudi, dallo sdoganamento della parola volgare e offensiva (cominciò a fare la sua fortuna Sgarbi). Salvini sta raccogliendo il frutto, seminato e ben arato, di questa diseducazione di massa. Le sue ricette non inducono al pensiero, sono facili e attecchiscono facilmente: “È finita la pacchia”; “I clandestini andranno tutti a casa”. È anche così che si spiega il raddoppio di consensi di Salvini, perché è soprattutto merito suo e dei suoi tecnici della comunicazione che sanno quanto bisogna far ingurgitare a un buon terzo degli italiani messaggi poveri di contenuto con tanto di promessa “facile”. Così, i centri di accoglienza non sono stati migliorati, le centinaia di clandestini non sono stati rimpatriati, la Lega è quella che nel contratto meno ha proposto ma si è accodata alle soluzioni pentastellate (tagli vitalizi, abrogazione pubblicità del gioco d’azzardo, daspo ai corrotti); ma gli ex dormienti non se ne accorgono ed esaltano il facile comunicatore che li ha tirati fuori dal letargo, galvanizzandoli e facendoli sentire intelligenti.
Barbara Cinel
Il governo del campa cavallo. Se poi l’erba cresce, chissà
“S’è prescritta la prescrizione”.
Il Fatto Quotidiano
“Se ne vedranno gli effetti solo tra molti anni, da qui all’eternità, quando io sarò morto”.
Pier Camillo Davigo
Anche il cambiamento può subire i necessari slittamenti temporali. Come la rivoluzione, rinviata a data da destinarsi causa maltempo nel celebre aforisma di Flaiano. Forse nel rimando può esserci del metodo. Prendere tempo può anche schiarire le idee. Per esempio, il vicepremier Luigi Di Maio che, a settembre, nell’annunciare l’imminente abolizione della povertà sembrava librarsi dal famoso balcone, a novembre sembra ritornato sulla terra. Dice che il vasto programma, di cui peraltro si sono poste soltanto “le basi”, ci sarà se tutto va bene “nel 2019”( senza però specificare se a gennaio o a dicembre). Qualcosa il governo dell’iperbole – dove tutto è “storico”, “straordinario”, “epocale” (la riforma del processo penale, secondo l’elettrizzato ministro Bonafede) – ha portato a casa: il decreto dignità e l’abolizione dei vitalizi parlamentari. Non è poco, il resto si vedrà. Vale per il reddito di cittadinanza (in attesa dei centri per l’impiego che non ci sono). Per le modifiche (non più l’abolizione) della legge Fornero, tutta in comode rate. Per la flat tax (scomparsa dai radar). Per carità, non c’è governo che non viva di storici annunci, cambiamenti epocali e “rivoluzioni copernicane” (ai tempi del governo Renzi si metteva su tutto), ma quello pentaleghista ha una ragione di più: il prima e il dopo elezioni europee dell’anno prossimo. In vista delle quali si dovrà, innanzitutto, nutrire con qualche libbra di succulenta propaganda la campagna elettorale (anche se la maggior parte degli italiani che hanno votato Lega e 5stelle restano loro grati per il solo fatto che non ci sono più “quelli di prima”). Per poi prendere atto dei risultati. Che potrebbero far nascere, per il governo dell’Ue, un’inedita alleanza tra Popolari europei e fronte sovranista, nel caso non fossero possibili altre maggioranze. L’elezione, al congresso del Ppe, del bavarese Manfred Weber, quale candidato per la guida della prossima Commissione, sembra ritagliata su misura per un compromesso ad hoc. Se poi provassimo a proiettare questa ipotesi in chiave italiana vedremmo che corrisponde al profilo del centrodestra. Con Forza Italia, membro del Ppe, e la Lega alleata del Front National e di Orbán. A quel punto Salvini potrebbe prendere in considerazione la possibilità di tornare a casa: cioè nella medesima coalizione con cui lo scorso 4 marzo si presentò come candidato premier. Mentre il M5S potrebbe rivolgersi all’altro forno, quello di un Pd liberato dal giogo renziano. Meglio non correre troppo. Si può comprendere però per quale motivo i gialloverdi abbiano tutto l’interesse a dimostrare l’attuazione del contratto, con tutti gli slittamenti possibili, attenti tuttavia a non ipotecarsi il futuro. Con la bomba atomica della prescrizione. Per Salvini, meglio evitare di innescarla per non compromettere (non si sa mai) il rapporto con il pluriprescritto Silvio Berlusconi. Per i Cinquestelle, l’altolà ai “furbetti” resta un’altra promessa mantenuta, seppure postdatata. È il governo del campa cavallo. Se poi l’erba cresce, chissà.
PS. Comunque, lunga vita a Davigo. Nel 2024, quando prevedibilmente si vedranno i primi effetti della prescrizione oggi prescritta avrà appena 73 anni. Poteva andargli peggio.
Conte e la sindrome dell’8 settembre
Da una decina d’anni o giù di lì si è inventata in Italia l’inedita figura del quirinalista, esemplata su quelle del cremlinologo o del vaticanista. Si sente invece ancora, ed è una lacuna, la mancanza dello specialista in esternazioni dei presidenti del Consiglio. Sarà perché gli inquilini di Palazzo Chigi reggono poco, fino a una qualche congiura di palazzo (appunto); ma insomma la parte del palazzo-chigista qualcuno dovrebbe pur farla. Proviamoci. L’8 settembre 2018 il presidente del Consiglio in carica teneva a Bari il discorso inaugurale dell’82^ Fiera del Levante. Il sito di Palazzo Chigi conserva il video (http://www.governo.it/media/il-presidente-conte-puglia/9925), dove ricorre un passo su cui meditare (minuti 4:01-5:16). Riportiamolo fedelmente, con la precisazione che Giuseppe Conte non stava improvvisando, ma leggeva da un testo scritto, e dunque dopo matura riflessione: “Oggi è l’8 settembre. Una data particolarmente simbolica della nostra storia patria, perché in quell’estate di 75 anni fa si pose fine ad un periodo buio della nostra storia, culminato con la partecipazione dell’Italia a una terribile guerra. Con l’8 settembre inizia quel periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro paese. Un periodo di crescita economica che è stato chiamato, con la giusta enfasi, miracolo economico, e ci ha balzati al settimo posto, pensate, come potenza economica mondiale. Ecco: l’esecutivo che ho l’onore di presiedere, che si è presentato al parlamento e al Paese come governo del cambiamento, ha l’ambizione di ricreare nei cittadini la stessa fiducia verso il futuro che allora animava i nostri genitori, una fiducia che è stata in grado di dare loro la forza di compiere le scelte fondamentali per il progresso dell’Italia e di superare anche momenti difficili che certamente non mancarono”.
Vi sono qui significative rarità grammaticali (il verbo “balzare” usato come transitivo) ma anche un’ardita tesi storica. Risulta infatti che l’8 settembre 1943, per il presidente Conte, fu l’alba del miracolo economico: perciò quella data va presa a modello del governo da lui presieduto. Ora, quell’8 settembre fu il giorno in cui Badoglio annunciò l’armistizio con gli Alleati: seguirono in pochissimi giorni la disgregazione dello Stato, la dissoluzione dell’esercito e la precipitosa fuga del governo e del re, per l’appunto in Puglia, mentre l’Italia del Nord veniva invasa dai tedeschi e le truppe alleate occupavano il Sud. L’Italia spaccata in due, da un lato la repubblica di Salò svenduta ai nazisti, dall’altro il Regno teatro dell’avanzata alleata. Roma abbandonata, il Paese in preda alla guerra civile. L’esercito in rotta, 800.000 soldati rastrellati e imprigionati dai tedeschi, l’Italia divenuta campo di battaglia, bombardata in quasi tutto il suo territorio. E alla fine della guerra mancavano ancora quasi due anni, centinaia di migliaia di morti, decine di città in macerie.
E allora come mai per Conte l’8 settembre, giorno di lutti e di rovine, avrebbe invece, in piena guerra, innescato la rinascita post-bellica? Secondo alcuni esegeti, egli avrebbe confuso l’8 settembre con il 25 luglio dello stesso 1943 (caduta del fascismo), secondo altri con il 25 aprile 1945 (la Liberazione). E in rete abbondano altri commenti, spesso irriverenti. Ma come si può credere che un presidente del Consiglio, professore universitario per giunta, cada in svarioni di tal fatta? Un’altra spiegazione s’impone. Tentiamone anzi due, alternative.
Prima ipotesi: per gioco, Conte inserisce nei suoi discorsi alcuni spropositi particolarmente insensati, tanto per vedere se qualcuno se ne accorge, misurando in tal modo, da accorto governante, il livello di attenzione dell’opinione pubblica. In questo senso parla anche la sua più recente dichiarazione (4 novembre) secondo cui fra le cause dell’ondata di maltempo che ha distrutto migliaia di alberi ci sarebbero “i vincoli paesaggistici per la rimozione di un albero”. Una frase che, se detta sul serio, sarebbe inconcepibilmente stolta, e dunque non può che essere uno scherzo.
Ma c’è un’altra ipotesi, a mio avviso migliore, per spiegare come mai Conte abbia scelto l’8 settembre 1943 a modello del proprio governo: ed è una spiegazione che gli fa onore, dimostrando anzi il suo acume. Leggendo tra le righe, Conte col suo discorso di Bari sta forse provando a dirci: attenti, l’8 settembre 1943 divise l’Italia in due, scatenando la guerra civile. Anche oggi, con la Lega che domina il più prospero nord mentre il sud (più in crisi) è vicino al M5S, il Paese potrebbe essere sull’orlo di una spaccatura irreparabile. La disgregazione dello Stato segnata dall’8 settembre, sta cercando forse di dirci Conte, è oggi di nuovo alle porte; e quando dice che il suo governo “ha l’ambizione di ricreare nei cittadini la stessa fiducia verso il futuro che allora animava i nostri genitori”, non vorrà dire invece che, proprio come i nostri genitori nel 1943 sotto le bombe e nei rifugi antiaerei, anche noi dovremmo essere oggi in preda alla disperazione?
Forse. Ma a chi si ostinasse a prendere alla lettera le parole di Conte a Bari consigliamo di leggere, a contrasto, poche righe dei Compagni di settembre, un romanzo del 1944 di Alberto Vigevani recentemente ripubblicato (edizioni endemunde), che con grande efficacia descrivono com’era davvero l’Italia all’indomani dell’8 settembre: “Il mio Paese rimaneva come un gigantesco corpo in agonia sul campo della battaglia, col sangue che stillava da ogni poro, e le iene urlando si avvicinavano. Il popolo, senz’armi, non era fuggito. E intanto i generali tradivano, meno qualche eccezione, trattavano la resa credendo di salvare, con le loro sciabole di latta, un resto d’onore. Quasi tutti i soldati si nascondevano, il governo attraversava il fronte con uno stratagemma degno di romanzi d’appendice. Il Paese era abbandonato a sé, e grondava rivoli da mille piaghe, senza armi, senza capi, tradito”. Non è certo un’Italia come questa che Conte auspica oggi a esito del suo governo. E allora che cosa mai ci voleva dire col suo discorso di Bari?
I giovani azzurri esistono ed eleggono il candidato di Tajani
Dopo molti anniAnnagrazia Calabria, trentaseienne in Parlamento da dieci anni abbondanti, lascia la poltrona di leader dei giovani berlusconiani. Arrivò al vertice, all’epoca senza congresso, visto che quello che si tiene oggi a Roma è il primo dopo quello tenuto la bellezza di vent’anni fa. Il candidato, par di capire, dovrebbe essere unico: Stefano Cavedagna, coordinatore dei giovani dell’Emilia-Romagna, sostenuto da tutti i big forzisti, a cominciare da Antonio Tajani, vicepresidente del partito, ma pure dalla potente zarina di Arcore Licia Ronzulli. Riceverà l’investitura all’hotel Parco dei Principi di Roma davanti allo stesso Silvio Berlusconi, che continua a cercare “facce nuove” per la sua ormai invecchiata creatura politica. Informa l’Adnkronos che non tutto, però, è andato così liscio: “Arrivare a un solo nome non è stato così facile, perché in questi giorni, raccontano, c’è stato un vero e proprio braccio di ferro interno, con l’ala sudista che fa capo ad Armando Cesaro (figlio di Giggino a purpetta, ndr) decisa a puntare su Luigi De Rose. Solo l’intervento decisivo di Berlusconi ha evitato strappi e nuove tensioni”.
Chiusure domenicali, Sala: “Sì, ad Avellino” Di Maio: “Fighetto”
Avellino spara, Milano risponde. E viceversa. La divergenza sulla chiusura domenicale dei negozi si è materializzata ai limiti della diplomazia istituzionale tra il sindaco di Milano Sala e il vicepremier Di Maio. “Se la vogliono fare in provincia di Avellino (paese di nascita del vicepremier, ndr) la facciano, ma a Milano è contro il senso comune. Pensassero alle grandi questioni politiche, non a rompere le palle a noi che abbiamo un modello che funziona e 9 milioni di turisti”. Così il sindaco Sala, nel corso del suo intervento a Elle active!, evento sul lavoro femminile. Di Maio nel tweet di replica ha ricordato i diritti dei lavoratori: “Per il sindaco di Milano Sala i diritti delle persone sono una rottura di palle. Nessuno vuole chiudere nulla a Milano né da nessun’ altra parte, ma chi lavora ha il diritto a non essere più sfruttato. Questo rompe le palle a un sindaco fighetto del Pd? E chi se ne frega!”. Via Twitter la controreplica di Sala: “Quando il ministro Di Maio avrà lavorato nella sua vita il 10% di quanto ho fatto io sarà più titolato a definirmi fighetto”. Anche Salvini è intervenuto a sostegno dell’alleato, definendo Sala “irrispettoso”.
L’opposizione si fa soltanto su Twitter: i dem e gli altri in Parlamento non esistono
La prima avvisaglia si è avuta a inizio ottobre. Quando le aule parlamentari hanno votato il Def. Erano giornate incandescenti: lo sforamento dei vincoli europei con il deficit al 2,4%, le bacchettate di Bruxelles, la risalita sopra quota 300 dello spread stavano facendo vivere momenti complicati al governo. Le opposizioni urlavano in tv e sui social. Ma in Aula gli interventi sono stati assai blandi, scanditi al ritmo di una mesta rassegnazione. Ogni tanto qualche guizzo, come quello di Loredana De Petris (Leu), qualche alzata di tono, come il forzista Lucio Malan, e poco altro. Insomma, mentre in tv ci si insulta che è un piacere e su Twitter si dà sfogo ai peggiori istinti, in questo primo scorcio di legislatura a mancare è l’opposizione in Parlamento, specialmente da sinistra. Si sbraita molto e si fa poco.
Sul decreto sicurezza, votato con la fiducia questa settimana, si è parlato molto più dell’ottantina di emendamenti dei dissidenti grillini che dei 170 presentati dal Pd. Sul decreto dignità, in agosto, e su quello su Genova, in ottobre, si è fatto anche un po’ di ostruzionismo, ma nulla di trascendentale. A mezzanotte tutti a casa.
L’opposizione di sinistra sembra annichilita, va avanti alla giornata, spesso improvvisando, lasciando autostrade libere al governo gialloverde. Salvini e Di Maio in Senato sulla carta hanno una maggioranza di soli sei voti. Ebbene, il governo in Aula non è mai andato sotto. È capitato due o tre volte solo in commissione. E la manifestazione del Pd a Piazza del Popolo non basta a colmare il vuoto.
“Il Pd è allo sbando perché senza congresso manca una linea politica e ci si guarda l’ombelico in attesa delle primarie, paralizzati dalla guerra tra i capibastone. Si fa un’opposizione strillata e ideologica invece di mettere in campo un’azione pragmatica che vada a incunearsi tra le differenze tra Lega e 5 Stelle”, ragiona l’ex deputato Franco Monaco. “L’assenza di opposizione deriva dalla mancanza di linea. Se il congresso si limiterà a una conta interna, il partito sarà sempre più destinato all’irrilevanza. E mi chiedo: dove sono finite le donne?”, nota il politologo Gianfranco Pasquino.
Anche a sinistra del Pd la confusione regna sovrana: il progetto Leu sembra fallito, con Mdp in attesa del congresso dem per decidere il da farsi, mentre gli ex Sel guardano a un nuovo listone a sinistra con De Magistris e Potere al popolo. Nel centrodestra, invece, se Fdi spesso fa da stampella al governo in chiave pro-Salvini, solo la parte anti-salviniana di Forza Italia sembra più combattiva, specie a Montecitorio, dove Mara Carfagna ha avuto addirittura l’ardire di zittire il leader leghista: “Ministro, le ricordo le regole del Parlamento valgono per tutti, anche per lei, guardi un po’…!”. E dire che Matteo Renzi a inizio settembre aveva annunciato tronfio: “Il Pd farà opposizione dura a questo governo di cialtroni!”. Il buon Matteo ce la sta anche mettendo tutta. In tv, con dirette Facebook, con la e-news. Ma, pure lui, mai in Parlamento, dove non si ricorda un suo intervento memorabile da inizio legislatura. E così i suoi fedelissimi: Morani, Rotta, Ascani, Guerini, Lotti, Migliore, Nobili, Orfini. Tutti twittaroli incalliti, ma interventi in Aula poco o nulla. Poi c’è Maria Elena Boschi, che da quando è all’opposizione ha fatto notizia solo per un servizio fotografico su Maxim.
O Michele Anzaldi, che continua a battagliare sulla Rai come se non ci fosse un domani. Memorabile la sua interrogazione in Vigilanza per chiedere provvedimenti contro La prova del cuoco by Isoardi, “perché il calo di ascolti danneggia il Tg1”. E poi c’è Carlo Calenda, che però parlamentare non è. Dopo aver messo al centro del dibattito per settimane la cena a casa sua, ha pubblicato il suo libro-manifesto: Orizzonti selvaggi. Sembra il titolo di un western, invece è il Calenda-pensiero.